F: Buongiorno Jimmi Fascina. Siamo qui
con Lei oggi perché rimasti colpiti da un servizio fotografico che ha svolto
recentemente.
Prima, però, di arrivare al servizio fotografico vorrei che
mi facesse una breve presentazione di Lei.
J: Buongiorno. Oh, bella domanda! Chi
sono? Un filosofo, uno scrittore, un artista, semplicemente una persona che
vuole conoscere se stesso a fondo perché credo che alla fine la vita sia un
processo in cui noi siamo infiniti, abbiamo infinite possibilità. Da bambini
facciamo tantissime cose, poi ci perdiamo, perdiamo queste cose … e passiamo la
vita a cercare di recuperarle; ed è
quello che sto cercando di fare. Direi quindi che sto cercando di
recuperare il contatto con chi ero, con chi sono stato.
F: Come professione?
J: Prevalentemente la mia professione è
fare il coach, sono un coach professionista. Aiuto le persone ad acquisire
maggior consapevolezza, a raggiungere gli obiettivi, a motivarsi.
Fondamentalmente a raggiungere ciò che davvero desiderano perché credo fortemente
nelle infinite possibilità dell'essere umano. Poi tra le altre cose sono un
operatore olistico quindi lavoro con l'energia, sia a contatto che a distanza.
Sono stato un cuoco per 10 anni, sono un massaggiatore, fotografo, scrivo,
canto, mi interesso di formazione, quindi formo le persone in vari settori.
F: Da cosa è nato questo progetto con
Mario Siega, “El sueño de la razón produce monstruos”?
J: Non conoscevo Mario, prima di trovarlo
ovunque andassi, ed io giro molto, ho vari interessi, ed anche lui.
L’ho poi notato su Facebook e mi sono chiesto: chi è questo
tipo? I suoi interessi erano molto simili ai miei ed ho iniziato a dare un
occhio ai suoi scritti. L’ho trovato di grande sensibilità, gli ho chiesto
l'amicizia e abbiamo iniziato a sentirci. Poi ho scoperto che la sua passione
principale è anche la mia, la fotografia
per cui ho visto un po' di lavori che ha fatto e mi hanno colpito molto perché
notavo una ricerca del particolare: Mario esprimeva una certa sensibilità nelle
foto, ho notato che lui andava oltre l'aspetto tecnico e così gli ho detto mesi
fa: “Mario se hai un progetto fotografico da fare, ti va di coinvolgermi?”. Lui
ha accettato.
Volevo creare, perché
quando ho bisogno di staccare da una situazione dolorosa e devo riprendermi
preferisco creare in qualche forma artistica, scrivendo, con la fotografia o
altro.
Nel frattempo Mario mi ha detto:“Mi vengono in mente un paio
di posti in cui scattare.” Ti va di fare foto di nudo?”
Io sono rimasto un po' sorpreso, normalmente a me non piace
fare foto di nudo perché fondamentalmente io mi reputo molto brutto
fisicamente, per cui l'idea di posare nudo, ossia di mostrare quello che io
stesso non ho piacere di far vedere, mi ha messo molto in difficoltà. Tuttavia
mi sono anche detto “ok”, io sono portato a pensare che di fronte alle paure, a
differenza delle persone che scappano, io posso affrontarle, proprio perché so
che per poter superare una cosa bisogna attraversarla.
F: Sempre per la conoscenza di sé,
allora.
J: Si esatto!
F: Qui troviamo delle foto che hanno
mosso la nostra curiosità. Allora io partirei da questa di cui ci ha colpito
particolarmente la frase. La leggo un attimo:
“Per anni ho avuto paura di essere o diventare pazzo come lo era mia
madre.
Sono stato chiamato pazzo, senza che le persone che me lo dicevano capissero
realmente cosa significasse per me.
Mi hanno detto che
sono troppo magro, o troppo brutto, o che il mio corpo è brutto, o che non
andavo mai bene come sono. Sono stato giudicato severamente anche da chi amo e
spesso sono stato ferito da questi giudizi.
Ho avuto sempre paura di ritornare in una stanza particolare in cui ho
bruciato una parte della mia vita, troppo presto, troppo in fretta, in un
periodo in cui non sarebbe stato lecito nemmeno ferire così un essere umano,
perché troppo presto, prima ancora che sviluppi una vera personalità gia' lasci
delle bruciature enormi sull'Anima.
Allora mi sono detto: e se per una volta interpretassi e mettessi in scena
le mie paure e il mio caos? La mia follia con un atto psicomagico alla Jodorowsky?
Quando riuscirai a prendere i tuoi traumi più grandi, le tue paure e
trasformarle in arte, in qualcosa di bello, a rendere meraviglia le tue
bruttezze più profonde, il tuo senso di inadeguatezza, quando del tuo dolore ne
farai davvero la tua forza, allora e solo allora forse starai facendo i primi
passi per iniziare davvero a superarle, quando non avrai più paura di mostrare
fuori, quello che non avevi il coraggio di guardare Dentro.
Un passo alla volte decisivo, per superare la parte di me (di noi...) che
è mediocre, verso il coraggio, di Essere.
Te.”
J: In effetti c'è molo dietro. Non è un
caso che sia stata scelta questa foto come immagine rappresentativa del
progetto. In fondo si scorge la scritta neuro psichiatria. Quando ho visto
questa scritta sul muro ho detto: “ Ok,
adesso ho capito che cosa voglio fare!”.
È stato lì che ho capito qual era il senso di tutto questo
cioè ho rimesso insieme vari input che si traducono nello scritto che vi ho
allegato, nel quale che c'è una riferimento a vari elementi della mia storia
passata, delle cose che mi sono state dette, il mio modo di vivere me stesso,
la mia fisicità, il fatto di voler dare un messaggio, tutta una serie di cose. In quel momento volevo rappresentare le mie
paure, le mie debolezze, gli aspetti non raccontabili, nascosti, in ombra della
mia famiglia, del mio vissuto personale, del rapporto con mia madre.
L'arte tendenzialmente
porta a guarire sia chi la fa sia chi la riceve.
F: Quindi mettere in luce ciò che è
nascosto. Sia fisicamente, che interiormente.
J: Esatto, la fotografia permette di
farlo il testo ti permette di mettere fuori la voce dell'anima. Infatti,
concludo dicendo un passo alla volta ti permette di vedere TE.
Chi non vive o non ha vissuto un senso di inadeguatezza o ha
subito un giudizio che rappresenta poi una cosa di cui vergognarsi? Tantissimi
di noi per cui questo tipo di messaggio può arrivare a toccare tante persone e
diventa appunto un progetto più arduo.
F: ok, Poi passiamo a quest'altra foto. Qui
c'è un evidente diciamo ricorso al Signore degli Anelli come mai questa
scelta?
“Ogni giorno combattiamo una battaglia con il nostro
specchio.
Vediamo un'immagine che dovremmo essere noi, ma
non facciamo che riempirla di dardi. Spigoli appunti che lacerano la nostra
Anima, che lanciamo ripetendo all'infinito le voci che abbiamo incorporato
dentro di noi. Le voci dei nostri genitori che riuscivano sempre a trovarci un
difetto anche se avevamo il visto pulito, e i capelli in ordine.
Le voci dei nostri compagni di classe che si
facevano gioco di noi perchéeravamo
troppo magri, troppo grassi, non con il seno abbastanza grande, non con la
faccia adatta per essere accettati.
Guardiamo il nostro volto e non ci piacciamo. Poco
alla volta quel mostro lo interiorizziamo. Non lo vediamo, ma il nostro Gollum
interiore c'è, potrebbe essere il guardiano del nostro anello d'oro, l'amore
per noi stessi, il pieno accesso alla nostra anima, e invece diventa il nostro
carnefice peggiore, lo guardiamo e gli diciamo tutti i giorni che facciamo
schifo, che non siamo degni, che siamo indecenti, quanto ci fa paura la nostre
pelle nuda, quando ci spaventano i nostri difetti che gli ALTRI potrebbero
vedere. Non ci accettiamo noi, come potrebbero accettarci gli altri?
Siamo i peggiori giudici dei nostri difetti, io lo
sono stato e lo sono ancora, sembra che massacrarci da soli sia il nostro sport
preferito, sembra che Gollum lo vogliamo diventare veramente.
Così diventiamo evanescenti, il nostro sé, diventa
evanescente, scompare, per adeguarsi a quello che vogliono gli altri. Per
essere accettati, per far contenti gli altri ed esserne riconosciuti. Dobbiamo
osare, osare guardare i nostri mostri, rappresentarli, abbracciare il nostro
mostro interiore, il nostro Gollum bavoso, e chissà forse solo in quel modo
riusciremo per una volta a prenderci il nostro tessssssooorooo, noi stessi. La
nostra parte più fragile.”

J: Come vedi all'inizio parlo di dardi
no?! Tutto questo mi ha ispirato questo concetto: noi ci specchiamo, guardiamo di fronte
allo specchio però quello che vediamo di fronte allo specchio non ci
piace, quindi in qualche modo vediamo sempre il nostro gemello brutto, vediamo
sempre la parte di noi che ci rende terribilmente severi con essa.
Quel mostro è noi, non siamo noi magari ma è una parte di
noi che non vogliamo abbracciare, che non vogliamo guardare, che ci fa schifo,
che ci fa sentire inadeguati. Quella parte nutrita costantemente dalle
critiche che noi ripetiamo dentro di noi
come un registratore impazzito, ripetendo semplicemente quello che ci hanno
detto i nostri genitori: “non vai bene così, sistemati i capelli, non ti vestire
scollata, non sorridere troppo, perché
vai vestito così?”.
Cerchiamo di renderci
belli per gli altri, di renderci adeguati per gli altri, noi come se veramente
scomparissimo per essere, per fare, in modo da essere accettati e per fare in modo che gli altri ci dicano ok
puoi esistere, puoi essere visto. Il problema è che noi non ci vediamo.
Gollum cos'è?, è un personaggio che mostra una persona
normale che è stata poi corrotta quando è entrata a contatto con l'anello per
cui pian piano assume sempre di più degli aspetti più mostruosi. Ha una doppia
personalità, una parte sana in cui c'è lui e una parte “insana”, mostruosa,
deforme, brutta perché è brutto anche fisicamente nonostante sia il custode di
qualcosa di prezioso. Per questo c'è questo parallelismo con Gollum; quando lui
dice “il mio Tessssorooo” rimarca la
deformazione, perché la voce non è la sua, ma rappresenta, a mio parere, la
voce delle persone che vengono tenute dentro di noi, che ci giudicano.
F: Di questo invece che cosa mi vuole
dire?? sembra molto un indirizzare il messaggio a qualcuno…
Stanze scure, dentro
di noi.
Ne sbarriamo le porte con muro di mattoni e le
chiudiamo a chiave ben serrate.
Stanze nere in fondo alle scalinate delle nostra
Anima, che non osiamo mai scendere, per non correre il rischio di incontrare i
nostri io più impresentabili.
Le stanze del dolore, le pain room dove abbiamo
rinchiuso i nostri demoni interiori.
Quelli che speriamo, che ci illudiamo ogni giorno
di poter nascondere agli altri, demoni che ballano e danzano di nascosto dentro
di noi, anche se non li vediamo e che ci sono, che aspettano, aspettano la
prossima relazione, la prossima persona, il prossimo evento importante della
nostra vita. Aspettano, Aspettano.
Non abbiamo mai il coraggio di farla quella
discesa, il nostro viaggio nel nostro inferno dantesco personale.
Lì sotto ci aspettano accucciate, delle cose con
denti aguzzi e artigli.
Aspettano che qualcuno anche solo osi fare quella
discesa per sbranarci e farci a brandelli.
La nostra stanza di Emily è lì, con le nostre
paure rinchiuse a farci compagnia, pronte a sussurrarci all’orecchio per il
resto della nostra vita cosa non va bene di noi, chiedendoci di non uscire mai
più da quella stanza, di non vivere più come ha fatto la grande poetessa
Dickinson.
Scendere ogni gradino è doloroso. Ci fa ricordare.
Ci fa ricordare quello che volevamo dimenticare, quello che non abbiamo il
coraggio di guardare e affrontare ogni giorno, tutte le nostre paure di vivere
veramente. Ci fa ricordare che le cose che facciamo ogni giorno per compensare,
gli impegni di cui ci abbuffiamo quotidianamente per non pensare, sono cazzate,
che non hanno realmente importanza se non affrontiamo i nostri demoni, se non
superiamo la nostra naturale paura di vivere.
Sono dovuto diventare un mostro per poter imparare
ad accettare quello che mi dicevi, che ero troppo magro per te mentre facevamo
l’Amore, che ero troppo brutto, che non avevo un petto abbastanza grande come
avresti voluto tu, che ero troppo strano.
Sarebbe stato più semplice accarezzarmi sulla
testa, accogliere i miei mostri, farmi sentire che andavo bene com’ero, ma a te
non andava bene. E’ più facile odiare e disprezzare che amare, lo so. Troppo
impegnativo amare, perdonare, accettare, voleva dire prendersi delle
responsabilita' nei confronti dell'altro, rendersi conto del suo sentire.
Chissà forse accettando l’altro per com’è avresti
imparato anche ad accettare e ad accarezzare sulla testa i tuoi di demoni senza
credere di ucciderli uccidendo un’altra persona per non affrontare te
stessa/stesso, perché non volevi vedere la tua magrezza, la tua bruttezza, la
tua anoressia, i tuoi disturbi che proiettavi su di me. Rifiutando me hai
rifiutato te stesso/stessa. Rifiutando i tuoi mostri hai rifiutato la parte di
te che doveva da sempre guarire. Potevi farlo, potevi guarire ma non ne hai
avuto il coraggio, il coraggio di guardati allo specchio e vedere che non ero
io il mostro ma eri tu a vedere in me i mostri che pesano sulla tua coscienza e
me li attaccavi addosso. Perché ti viene così difficile Amare e di conseguenza
Amarti anche se ti riempi tanto le bocca della parola Amore? Perché ti viene
più facile accusare gli altri all’esterno che guardare te stesso riflesso allo
specchio e accarezzarlo?
Allora sono dovuto diventare un mostro io,
interpretarlo, per poter guardare in faccia i miei di mostri e guarirli.
Ho dovuto incarnare l’orrore del mio corpo nudo,
lo schifo che mi faccio ogni volta che mi guardo allo specchio e vedo le mie
ossa troppo lunghe, il petto troppo magro che a te non piace, la mia schiena
storta, il mio collo troppo lungo, il corpo che chissà quale ingegnere divino
si è scordato di finire di costruire come hai detto tu. E tu per sapendolo
l’hai ucciso con una parola, sarebbe bastata una carezza cazzo, una carezza e
una semplice parola: “Vai bene così.” Un abbraccio. E sarebbe stato tutto ok.
Quando spalanchi la porta della tua dark room, la
tua stanza oscura, e lasci liberi i tuoi demoni, dopo che sono usciti tutti
allora puoi iniziare a vedere la luce in fondo al tunnel, la Speranza in fondo
al vaso di pandora, risalire alla Luce e respirare 6 respiri come dice il
maestro Bosso.
Sarai sempre un mostro, questo non rendere il tuo
petto più maschile, o ti farà ingrassare se sei troppo magro, ma riuscirai
forse per la prima volta,
a Vedere. Te.”

J: Si è un indirizzare a qualcuno però è anche
vero che nel frattempo avevo fatto delle cose, ho riletto l’Inferno della
Divina Commedia, che è la parte più oscura di Dante. Così la foto è molto scura
e gli unici “punti di luce” sono rappresentati dalla persona. Quindi ho
iniziato a vedere questi elementi cioè la stanza è scura, la porta murata, una
porta spalancata come se qualcosa fosse scappato via, poi c'è questa figura che
sta seduta sui gradini con le mani così che sembra quasi un demone un mostro.
Ho iniziato a comporre
tutto il testo e mi sono domandato: “ che cos'è questa?”. Una stanza scura dove
dentro c'è qualcosa con i denti aguzzi con gli artigli, che sta lì in attesa,
ed è una parte di noi che normalmente muriamo viva perché non la vogliamo
vedere perché è impresentabile.
Non siamo più sani,
accettabili, perdiamo completamente il controllo e abbiamo paura di finire la
nostra vita, non siamo più noi stessi… siamo
completamente folli. Fare la discesa dantesca e al tempo stesso anche
una risalita, per cui è abbastanza complesso come pezzo d’arte, anche quello
che ho scritto è un messaggio per un’altra persona, ma in realtà è un messaggio
per tutti quelli che leggono, comunque ha un potere molto forte. Credo che
tante persone quando l’hanno letto ci si sono identificate.
Siamo ciechi al buio, negli infiniti
corridoi di noi stessi. Infiniti perche' mai realmente terminati. Abbiamo
vissuto tante prove, siamo caduti cosi' tante volte che ci hanno dovuto mettere
su di una sedia a rotelle perche' a furia di cadute ci siamo rotti le ossa
cosi' tante volte che non siamo più in grado di sostenerci da soli sulle nostre
gambe, allora ci siamo inventati le automobili perche' non riuscivamo più
a raggiungerci, ad incamminarci.
Il peso di quello che ci portiamo dentro, degli infiniti corridoi della nostra
oscurità e' insostenibile. Abbiamo accumulato un male incurabile dentro di noi,
infiniti sassolini ai piedi che non abbiamo avuto il coraggio di toglierci per
alleggerirci. Presto abbiamo iniziato a farci guidare da qualcun altro e a
lasciare che sia lui a dare una direzione alla sedia della nostra vita. Abbiamo
preferito rimanere a guardare comodamente la tv. Le immagini che vedevamo in
movimento sembravano coprire il riflesso del nostro viso che ci guardava con
gli occhi sbarrati e delusi: "E' questa la vita che volevi fare da
bambino? E' questa la persona che volevi diventare?" Ma le immagini
riflesse almeno riflettono una parvenza di vita, ti dici, quella vita che hai
cosi' tanta paura di allungare le braccia davanti a te e afferrare, se
solo...se solo osassi... Con il tempo hai iniziato a scambiare quella parvenza
di vita per chi sei. Hai scambiato quei sassi pesanti sulla tua sedia comoda e
l'oscurità delle tue prove per la tua vita. Hai iniziato a vergognarti della
bellezza originale del tuo volto fino a coprirlo in pubblico con una maschera
che ti facesse sentire più sicura. Sei pieno di vergogna e non ti ricordi più
che faccia hai. Ti vergogni di sognare e desiderare perche' e' una cosa. Da
bambini, cosi' ti hanno insegnato. Sei finito nella tua personale caverna di Platone
finendo solo per vedere immagini della realta' in movimento, immerso nel tuo
buio. Illusioni. Ecco che senza nemmeno accorgertene sei scivolato nella tua
Emily Room personale dove rimarrai fermo al buio per sempre, nella tua
oscurità. La verità e' che ti faceva troppa paura la tua luce. Temi cosi' tanto
il giudizio degli altri mia cara creatura, che avresti paura di rimanere
accecato dal tuo Sole interiore proprio come Icaro.
Da quando la tua luce ti spaventa, al punto che dovevi coprire la tua faccia
per accecarti? Eppure facendo cosi' non sarai mai realmente finito e resti
indefinito, perche' nessun cammino o percorso può dirsi completo se non ti rendi
conto che dal buio devi andare verso la tua luce senza averne paura. Forse non
risplenderai sempre allo stesso modo tutti I giorni, ma se lo farai,
coinvolgerai altre persone a fare lo stesso, e tante luci ad intermittenza
l'una vicina all'altra assieme possono formare una parola: calore umano.
Abbi il coraggio di spalancare le porte che tieni chiuse dentro di e lascia
uscire la tua luce guardandola in faccia per farla risplendere, se no, tutto
questo dolore che hai patito non sara' servito a niente.

Poi
c’è anche il discorso della sedia a rotelle, che è la metafora del fatto che
noi ci sediamo per stare comodi, più comodi nelle nostre sicurezze,nella nostra
libertà e lasciamo che sia qualcun altro, la società, la televisione, il nostro capo, la
nostra famiglia, la nostra fidanzata, nostro marito, a decidere per noi perché
è più comodo sapere che non dobbiamo decidere, tant’è vero che poi non
affrontiamo le cose che dobbiamo affrontare.
Ci abbuffiamo di attività
di cose che non ci servono: televisione, attività che magari ci impediscono di
avere un reale contatto con noi stessi con la nostra anima perché ci spaventa
tantissimo, invece di andare a vedere effettivamente con che… cioè qui ancora
c’è la paura, ancora non vedo un’uscita, l’uscita ci sarà dopo, infatti ci dopo
ci sono poche foto in cui finirò a scrivere cose a riguardo. C’è ancora molto
da scrivere.
F: Parliamo un po’ della follia.
J: Come ti dicevo prima mia madre era una persona che ha avuto
molto a che fare con la follia, io l’ho avuta in casa, ci ho vissuto quindi
sento la follia costantemente vicino a me. A volte si traduce in “paura di
diventare folle”, altre volte mi sembra di esserlo con certezza. Vorrei evitare
in qualsiasi modo di esserlo, vorrei evitare di domandarmi sempre cosa è reale
e cosa non lo è, cosa è sano e cosa non è sano.
Un po’ di follia nella
vita ci vuole, perché altrimenti perdiamo il contatto con la nostra parte
bambina.
Come dice uno scrittore, noi siamo un cerchio che è un IO
grande, pian piano i vari insediamenti, le critiche, ne tagliano dei pezzi,
quindi il cerchio si stringe sempre di più e noi diventiamo sempre più piccoli
fino a formare un puntino minuscolo, invece dovremmo recuperare quell'aspetto
della follia, cioè forse è il senso di tutto il progetto è capire qual è il
punto in cui la follia è ancora sana.
In qualche modo “ci vuole il folle”, perché il folle è colui
che ha coraggio, il coraggio di fare quello che le persone normali non
farebbero mai.
F: e quindi che cos'è per lei la follia?
J: Che cos'è per me la follia? La
follia forse è il coraggio di smettere di vivere aspettandosi di fare qualcosa
che gli altri vorrebbero. Cioè il folle è l'unica persona libera perché
è quello che fa cioè a dispetto del fatto che quello che fa potrebbe ferire o
danneggiare gli altri però comunque lo fa da persona libera cioè non fa una
cosa condizionato. Il folle è libero dalle condizioni. La follia è la libertà
dalle condizioni, da tutte le condizioni, accettabili o meno accettabili, ma è
la libertà da tutte le condizioni.
F: Di questa esperienza cosa l'ha colpita
di più?
J: Sicuramente che un progetto nato per
caso, per gioco, senza un'idea, abbia potuto trasmettere dei messaggi così
profondi.
Mi ha colpito anche la bravura di Mario nel saper
rappresentare, involontariamente con la sua sensibilità, il mio mondo interiore.
Si, questa cosa mi è piaciuta tantissimo!
F: Ha altri progetti futuri legati a
questa tematica?
J: Legati a questa tematica per adesso
no, però non escludo di fare altri progetti fotografici, o di scrittura o
magari degli scatti prodotti da me. Vorrei fare una cosa legata alla musica perché
sono anche cantante, scrivo. Un giorno vorrei diventare un cantautore e fare un
progetto con insieme musica, fotografia, teatro che utilizza fotografia, testo,
luci, location, lavoro con il pubblico, psicologia, energia, quindi far in modo
di creare qualcosa che vada a lavorare con i dolori delle persone.
F: L'intervista è finita. La ringraziamo
di cuore.
J: Grazie a voi!
Dott.ssa Francesca Cappabianca
Dott.ssa Francesca Cappabianca