mercoledì 13 gennaio 2016

IL POTERE DI UNA CAREZZA

Dall'Analisi Transazionale alla relazione


Fin dalla nascita uno dei bisogni fondamentali per il bambino, al pari della necessità di cibo, è il contatto fisico.
Numerose ricerche nel campo della psicologia hanno mostrato come la deprivazione sensoriale provochi danni irreparabili sia nei bambini che negli adulti, mettendo in luce, soprattutto facendo riferimento ai primi, quanto la mancanza di contatto abbia un peso specifico nello sviluppo di problematiche fisiche ed emotive.
Eric Berne scelse il termine carezza per indicare l’unità di riconoscimento sociale (modalità per riconoscere l’esistenza di una persona in senso figurato) e per rievocare questo bisogno di contatto fisico degli infanti: «Con “carezza” si indica generalmente l’intimo contatto fisico; nella pratica il contatto può assumere forme diverse. C’è chi accarezza il bambino, chi lo bacia, gli dà un buffetto o un pizzicotto. […] Per estensione, con la parola “carezza” si può indicare familiarmente ogni atto che implichi il riconoscimento della presenza di un’altra persona». 

È necessario che la persona venga riconosciuta come tale per svilupparsi bene, non basta soddisfare i suoi bisogni primari! Un banale non saluto può suscitare un effetto enorme su di noi proprio perché dietro di esso leggiamo il non riconoscimento.
Ognuno di noi sviluppa un suo stile nel dare e ricevere carezze, fondato sulla base della propria posizione esistenziale, dove per posizione esistenziale l’autore intende la modalità in cui ognuno si percepisce rispetto ad un altro o al mondo esterno e, di conseguenza, come percepisce il resto del mondo. La posizione esistenziale ideale è rappresentata dal sentirsi “OK” rispetto ad un Altro anch’esso percepito come “OK”, anche se obiettivamente risulta difficile rimanere fissi su una posizione, ma necessariamente si sperimentano tutte le altre. Vedi l’immagine:



Si potrebbe pensare che le persone cerchino esclusivamente carezze positive, sotto la falsa credenza che siano queste a muoverci su una posizione esistenziale ottimale (OK-OK), rifiutando le negative; in realtà (e può sembrare assurdo) qualsiasi tipo di carezza è meglio di nessuna carezza, in quanto il nostro bisogno di essere “accarezzati” è così importante che se non riusciamo a riceverne di positive faremo in modo di prendere almeno quelle negative. Un classico esempio è quello del maestro che riprende l’alunno ogni volta che sbaglia e lo ignora quando fa le cose per bene: pur di ricevere attenzione l’allievo continuerà a sbagliare. Questo spiega perché certi comportamenti si rinforzano, mentre altri passano inosservati.
Nella nostra cultura la logica delle carezze è legata al complesso di inferiorità, il quale inevitabilmente porta con più facilità a svalutare l’altro, piuttosto che valorizzarne i suoi punti di forza. Carezze negative di questo tipo apparentemente nutrono la propria autostima, perché mettono l’autore in una posizione giudicante tipica di chi si sente migliore degli altri, impedendo tuttavia lo slancio verso la posizione esistenziale costruttiva, quella del “io sono Ok, tu sei Ok”, in cui la persona realizza una visione del mondo dove c'è posto per sé e anche per l'altro, riconoscendone pari dignità e valore. In questa prospettiva le persone possono sperimentare sentimenti di gioia e di autoefficacia, portando avanti, anche collaborando, progetti di vita significativi. Riconoscersi delle capacità e dei diritti, riconoscersi degni di affetto e di stima e usare questa lente anche quando si guarda il prossimo, permette alle persone di stare nel mondo dandosi la possibilità anche di cambiarlo, o di contribuire quantomeno a cambiare, modificare, migliorare il proprio ambito di vita. Questa posizione può essere accettata solo quando si dispone di un numero notevole di informazioni su noi stessi e sugli altri. Come riuscirci? Imparando a leggere e ad ascoltare i nostri stati dell’Io (Genitore, Adulto, Bambino), mettendo da parte le svalutazioni (di sé e dell’altro)  dando voce alle valorizzazioni, alle carezze positive, perché soltanto in questo modo potremo considerarci realmente Adulti.

Concludo citando Berne:


“Voglio amarti senza aggrapparmi a te,
voglio apprezzarti senza giudicarti,
voglio essere con te senza invaderti,
invitarti senza comandare,
averti senza sensi di colpa,
criticarti senza incolparti,
aiutarti senza insultarti,
se posso avere la stessa cosa da te,
allora possiamo veramente, incontrarci
e arricchirci reciprocamente.”

Dott. Simone Ferrazzo

Laureato in Psicologia, attualmente impegnato nel Tirocinio Formativo presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara. 



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