martedì 24 dicembre 2013
IL NATALE
LA DEPRESSIONE NATALIZIA
Euforia collettiva, shopping forzato, riunioni con i parenti. Per molte persone il Natale diventa uno “spettro” che fa paura. L’atmosfera natalizia coincide con la fine dell’anno, con lo stilare il bilancio obbligato con se stessi degli eventi più o meno importanti vissuti, con la paura che qualcosa improvvisamente cambi allo scoccare dell’ultima mezzanotte dell’anno e con la sensazione di essere inghiottiti da un futuro tanto pieno di nuove speranze quanto di incertezze.
''Mai come in questo periodo - sottolinea il neurologo Sorrentino - si registra un'incidenza così alta di depressione, a causa del cambio di stagione e delle abitudini, della riduzione della luce e soprattutto del confronto fra l'euforia collettiva e il proprio malessere. Questo clima di felicità a tutti i costi - spiega- aggrava il disagio psichico preesistente, la persona si avvita su se stessa, guarda in maniera pessimistica il proprio passato e si sente sola”.
Il Natale, inoltre, porta con sé una alterazione dei regolari ritmi di vita, che espone a stimoli insoliti: le pause dal lavoro portano spesso dei vuoti che non si sa spesso come riempire e la convivenza prolungata e forzata con altre persone, con i ruoli sociali imposti in primis, costringe a fare i conti con aspetti irrisolti delle relazioni, magari anche conflittuali, che generano ansia e tensione.
Il vissuto di solitudine quindi si mescola al senso di colpa nei confronti di chi, nel medesimo contesto invece, vive questo evento come una festa e come momento peculiare di incontro e ritrovamento dei legami familiari. Da non sottovalutare inoltre l’angoscia e il senso di vuoto accentuati da eventuali lutti, o perdite, subiti e non ancora superati. L’assenza della persona cara, come anche un cambiamento radicale sperimentato, vengono avvertiti maggiormente quando nelle festività il quotidiano si ferma e il caos dei preparativi diventa solo un fastidioso rumore.
Il malessere percepito come più opprimente è una spia che la mente accende rispetto a qualcosa vissuto come irrisolto o problematico. L'ascolto di questo segnale è il primo passo per individuare il problema nascosto, la causa vera del dolore ed è un processo fondamentale da parte di colui che lo vive come anche delle persone che lo circondano. Convertire questo disagio in un’opportunità per guardarsi dentro e conoscersi, imparare a chiedere aiuto sono fasi imprescindibili per andare incontro a una reale rinascita, che rappresenta poi ciò che il significato del Natale vuole insegnare.
Dott.ssa Ivana Siena
mercoledì 18 dicembre 2013
LEGGERE I SENTIMENTI: IL TERRORE
IL TERRORE
La libertà è qualcosa che
incute, veramente, terrore.
Saul Bellow, Il dono di Humboldt, 1975
Credo nel potere del riso
e delle lacrime come antidoto all'odio e al terrore.
Charlie Chaplin
L'ansioso edifica i suoi
terrori e poi vi si installa: è un pelandrone della vertigine.
Emil Cioran, Il funesto demiurgo, 1969
In questo mondo, non c'è che il terrore per difendersi dall'angoscia.
Louis
Scutenaire, Le mie iscrizioni 1943-1944, 1945
Il terrore è una delle emozioni che si colloca all’interno
del sentimento della paura in una
posizione di alta intensità. Rappresenta, infatti, uno stato di paura incontrollabile per un pericolo imminente, ma non
necessariamente reale, ed è spesso associato all’incapacità di razionalizzare
le effettive dimensioni del rischio. Questa emozione nasce in una condizione
che genera paura ed è lo stato d’animo di chi è impossibilitato a gestire gli
avvenimenti circostanti, sia reali che immaginati. Quando la paura è
sproporzionata, eccessiva e persistente e non riferita ad un pericolo concreto
può tradursi in disagio e sofferenza per la persona (si può pensare all’attacco
di panico e alle fobie). Le situazioni che terrorizzano maggiormente sono
quelle che si manifestano all’improvviso e delle quali non si riesce ad avere
controllo. Queste ultime rappresentano i casi estremi, quelli per i quali è
possibile sentirsi “paralizzati”.
Oltre il terrore subentra il panico.
Dott.ssa Barbara Leonardi
Centro di Psicoterapia Familiare
venerdì 13 dicembre 2013
LEGGERE I SENTIMENTI: L'ENTUSIASMO
ENTUSIASMO
Entusiasmo.
Fra tutti i sentimenti è
il più bello perché il più generoso.
L'entusiasmo è un moto
d'animo, contagioso, che crea gioia e non chiede niente.
Chi riesce a
entusiasmarsi anche in tempi di crisi ha un passaporto per il futuro,
che lo porterà ovunque.
( Lina Sotis, Corriere
1/11/12)
L’entusiasmo è una
commozione dell'animo ad alta intensità appartenente al sentimento della gioia.
Si tratta di energia
della mente focalizzata e orientata sul successo di una determinata azione priva
di paura e di aspettative; non a caso chi ha entusiasmo dà luogo ad una forma
di contagio, attraverso le qualità che lo caratterizzano, che spesso sono
rintracciabili in chi ha l’attitudine al comando: "Il merito genera la fiducia, la fiducia genera l'entusiasmo e
l'entusiasmo conquista il mondo" (Cottingham)
L'entusiasmo è voglia di
essere, è voglia di fare, è voglia di vivere, ne è un esempio la cosiddetta “fortuna
del principiante” in cui l’entusiasmo è fonte sicura di successo oppure la
forza inesauribile dei bambini potrebbe essere una altra forma di come
l’entusiasmo sia semplicemente il grande motore della vita.
Viene espresso in vive
manifestazioni di gioia, di eccitazione, di ammirazione; un sentimento di
appassionato interesse nei confronti di un ideale o di una causa politica,
religiosa o sportiva.Una "personalità entusiastica" è quella di chi è
particolarmente eccitabile, avventuroso, costantemente indaffarato in molte
attività con l'energia e, appunto, l'entusiasmo dell'eterno ragazzo che passa
da un'attività o da un interesse all'altro, senza mai approfondirne nessuna, perché
teme di esserne deluso.
Tutte le volte che
provate entusiasmo per qualche cosa, fermatevi un momento a percepirlo.
Respiratelo, memorizzatelo, fatelo vostro, vivetelo come se fosse una parte
costante ed indissolubile di voi stessi. La vostra mente vi ringrazierà.
Dott.ssa Teresa Giuzio
Centro di Psicoterapia Familiare
giovedì 12 dicembre 2013
LEGGERE I SENTIMENTI: LA DELUSIONE
LA DELUSIONE
La
delusione è uno stato d'animo di media intensità appartenente al sentimento
della tristezza. E’ un’amarezza che nasce quando le aspettative, le speranze
riposte in qualcosa o in qualcuno non trovano riscontro nella realtà.
Quando
si prova delusione ci si sente falliti e insicuri, come se il mondo ci
crollasse addosso con tutto il peso delle persone, degli avvenimenti, delle
speranze e delle aspettative, le quali, dopo un’attenta analisi della realtà,
ci appaiono diversi da come la propria mente li aveva elaborati.
Dopo
la delusione non vogliamo saperne più nulla. Ci lascia dentro un enorme dolore
al momento che la proviamo e senza alcun dubbio, un’ottima esperienza di vita
che serve per non commettere gli stessi errori. Dopo la delusione, anche se fa
sentire molto male, bisogna rialzarsi anziché farla diventare un comodo
atteggiamento mentale per giustificare la rassegnazione, l’abbandono e la diffidenza
sistematica nei confronti della vita. Agendo così, non facciamo altro che
castigare ulteriormente noi stessi. Ogni porta che chiudiamo, per amarezza o
per paura di subire una nuova delusione, è un ulteriore modo di rinunciare
volontariamente ad una possibilità di essere nuovamente felici, senza nemmeno aver provato a lottare.
Aprire delle porte è sempre un rischio ma solo correndo qualche rischio
possiamo esperire nuove possibilità di crescita e di arricchimento. La
delusione è ciò che serve a l’uomo per crescere, divenire saggio e dunque
realmente maturo.
“Niente ferisce, avvelena, ammala,
quanto la delusione.
Perché la delusione è un dolore che deriva sempre da una speranza svanita, una sconfitta che nasce sempre da una fiducia tradita cioè dal voltafaccia di qualcuno o qualcosa in cui credevamo. E a subirla ti senti ingannato, beffato, umiliato. La vittima d’una ingiustizia che non t’aspettavi, d’un fallimento che non meritavi. Ti senti anche offeso, ridicolo, sicché a volte cerchi la vendetta. Scelta che può dare un po’ di sollievo, ammettiamolo, ma che di rado s’accompagna alla gioia e che spesso costa più del perdono”.
Perché la delusione è un dolore che deriva sempre da una speranza svanita, una sconfitta che nasce sempre da una fiducia tradita cioè dal voltafaccia di qualcuno o qualcosa in cui credevamo. E a subirla ti senti ingannato, beffato, umiliato. La vittima d’una ingiustizia che non t’aspettavi, d’un fallimento che non meritavi. Ti senti anche offeso, ridicolo, sicché a volte cerchi la vendetta. Scelta che può dare un po’ di sollievo, ammettiamolo, ma che di rado s’accompagna alla gioia e che spesso costa più del perdono”.
UN CAPPELLO PIENO DI CILIEGE, Oriana
Fallaci
Dott.ssa Teresa Giuzio
Centro di Psicoterapia Familiare
domenica 8 dicembre 2013
LEGGERE I PROPRI SENTIMENTI - II PARTE
FELICITA’
“La felicità non è avere quello che si desidera, ma desiderare quello che
si ha.”
Oscar Wilde
E’ uno stato d’animo di media intensità appartenente
al sentimento della gioia. Condizione (più o meno stabile) di soddisfazione
totale che viene quasi sempre descritta cosi: "E' difficile dire cosa sia, ma lo so che quando la sento, è solo
un stato di benessere, un stare bene”. Spesso si concepisce la felicità come
una sensazione di benessere che si prova quando si ottengono dei risultati come
l'acquisto di una bella casa, un nuovo compagno, una promozione, ma ciò che si
percepiva come una solida felicità finisce, poi, per dissolversi rapidamente. Si
cerca, allora, di riconquistarla con il raggiungimento di nuovi traguardi. Come
se la felicità risiedesse sempre nel domani.
La felicità non deve essere qualcosa che ci accadrà
nel futuro. La felicità non deve essere domani, deve essere qui ed ora, dove ci
troviamo, con le persone con cui siamo, con le cose che facciamo. Ora, non
domani.
Saggi, formatori, leader religiosi e psicologi ci insegnano che la
felicità è uno stato che non si raggiunge mai in modo definitivo ma bisogna
imparare a scoprirla educandosi alla cura di sé attimo per attimo.
Se essere sempre felici è forse una chimera, migliorare la qualità della
propria vita è alla portata di tutti. Basta crederci, impegnarsi, scegliere gli
strumenti giusti.
“Se vuoi essere felice, comincia ad essere felice” (
Leo Tolstoy).
Dott.ssa Teresa Giuzio
Centro di Psicoterapia Familiare
domenica 1 dicembre 2013
DA "IL CENTRO" DEL 30/11/2013
IL CENTRO DI PSICOTERAPIA FAMILIARE
RISPONDE
Approfondimento
del quotidiano “Il Centro” sul tema “paternità tardiva”: come mai gli uomini rimandano
questa fase del ciclo vitale della famiglia e cosa comporta a livello
relazionale.
Pagina 7, Il Centro del
30/11/2013
giovedì 28 novembre 2013
IMPARARE A LEGGERE I PROPRI SENTIMENTI - I PARTE
Che cos'è la FRUSTRAZIONE?
“Impara come trasformare la frustrazione in fascino.
Affascinandoti alla vita imparerai molte più cose di quanto potresti
se fossi frustrato da essa.”
(Jim Rohn)
La Frustrazione è uno stato
emotivo ad alta intensità appartenente al sentimento della Tristezza. Nasce da
un mancato soddisfacimento di
uno scopo, di un bisogno o di un desiderio che fa capolino
quando un ostacolo impedisce il conseguimento di un nostro obiettivo. E' lo stato
d'animo di chi ha la
sensazione che tutta la sua
opera sia o sia stata vana,
inutile”. Si dice: “E' come sbattere la
testa contro il muro”, “E' inutile: qui non si combina niente”, “Per quanto ci
provi, proprio non ci riesco”.
L’esperienza della
frustrazione, molto comune nell’esistenza di ognuno, ha un valore formativo
importante poiché favorisce la ricerca di soluzioni al problema in chi riesce a
reagire con caparbietà e assertività cercando di non perdere di vista
l’obiettivo ed eliminando ogni ostacolo che lo divide da esso. Tuttavia una
condizione costante di frustrazione è nociva in quanto in grado di bloccare
indefinitamente un comportamento, generando nel lungo termine un profondo e
doloroso sentimento di impotenza che spesso esplode in teatrali crisi di rabbia
rivolte sul primo malcapitato, sul diretto interessato o, se il senso di colpa
è grande, esclusivamente verso se stessi.
Le frustrazioni possono
essere affrontate e risolte, modificando il sistema di risposta nei confronti
delle difficoltà che il mondo esterno procura.
Dott.ssa Teresa Giuzio
mercoledì 20 novembre 2013
INIZIATIVA IN EVIDENZA
Oggi 20 Novembre si celebra la GIORNATA
INTERNAZIONALE DEI
DIRITTI PER L’INFANZIA
I bambini sono la parte di noi che lasciamo al mondo, sono
la nostra eredità e contemporaneamente il nostro migliore investimento. Sono il
presente e il futuro messi insieme, la tenerezza, la dolcezza e la speranza di
un mondo sempre migliore.
Difendere i loro diritti significa dargli giusti insegnamenti,
renderli capaci di essere o oltre
che di fare. Non è solo di cibo che hanno bisogno per crescere, ma di sicurezza
per affrontare le avversità, di autonomia per fare le scelte giuste, di
istruzione per migliorarsi nel tempo, ma soprattutto di calore, di cure e di un
clima sereno dove imparare ad essere persone.
Molti bambini e adolescenti si fanno carico di segnalare un
disagio che non è solo loro, ma di tutta la famiglia. Tale segnale può
trasformarsi in una difficoltà scolastica, relazionale, in aggressività, in problematiche
alimentari, in ansia, in insonnia, in
depressione e tanto altro. Soffrono i bambini, quindi, ma soffrono anche i
genitori e soffrono i fratelli; spesso non si sa a chi rivolgersi.
Bisogna
sempre chiedersi: “cosa mi sta dicendo mio figlio attraverso questo problema?”,
e affrontarlo perché, come la neve insegna, per quanto cerchiamo di nascondere
ciò che ci fa male se non lo affrontiamo prima o poi riaffiorerà.
Il Centro di Psicoterapia Familiare per tutto il mese di
Novembre dà la possibilità di effettuare una consulenza gratuita legata alle
problematiche dell’infanzia e dell’adolescenza, nelle sedi di Pescara (PE), Francavilla al Mare (CH) e San Severo (FG).
Basta contattare il 349.59.48.873 o via e-mail
sienaivana@gmail.com facendo riferimento
all’evento in corso.
sabato 16 novembre 2013
IL PRIMO GIORNO DI SCUOLA
ANSIA E SIGNIFICATI PER IL PRIMO GIORNO DI
SCUOLA
Asilo e scuola sono iniziati e il primo giorno è uno di quei momenti che non si scordano più, sia per il bambino sia per i
genitori, i quali con grande emozione accompagnano il piccolo in un nuovo mondo
tutto da scoprire.
Il primo giorno di scuola è per tutti un momento indimenticabile,
caratterizzato da paure e timori, molti genitori immortalano questo momento con
una bella fotografia nella quale non è assicurato di certo un sorriso smagliate
del bimbo.
Affrontare il primo giorno in classe lontano dalla famiglia
può creare non pochi problemi che assumono l’aspetto dell’ansia. L’entrata nel
mondo della scuola segna il momento del nascere dei primi cenni di autonomia.
È il primo distacco e può essere percepito dalle mamme con
uno "strappo" affettivo, che può condizionare anche il bambino.
Molti genitori però vivono il primo periodo, quello
dell’inserimento, con un po’ di preoccupazione: il bambino si troverà bene?
Piangerà? Soffrirà per il distacco?
Spesso è proprio la mamma ad affrontare con difficoltà la
separazione, in effetti in ogni mamma, insieme alla gioia di vedere crescere il
proprio bambino, c’è anche il desiderio che rimanga piccolo, dipendente da lei.
Sono sentimenti normali, quello che conta è fare in modo che si trasformino,
anche per lei, in un momento di crescita.
E’ quasi inevitabile che il bambino pianga al momento del
distacco. Anzi, il pianto è un modo per scaricare la tensione. Al momento dei
saluti è liberatorio e non deve preoccupare, anche perché nella maggior parte
dei casi finisce in fretta. Capita invece che al bambino venga il magone nel
corso della mattinata, perché gli viene in mente la mamma oppure è
disorientato. In questi casi può aver bisogno di un po’ di tempo in più per
ambientarsi e l’inserimento può richiedere una durata superiore,la scuola
materna è una palestra importante.
Il bambino, forse per la prima volta, non ha l’adulto tutto
per sé, deve imparare a dividere le attenzioni della maestra con gli altri, a
seguire nuove regole, a stare nel gruppo, ad aspettare il suo turno per
utilizzare i giochi. E’ un grande cambiamento nella sua vita.
Ci sono bambini che hanno reazioni inaspettate. Alcuni
diventano all’improvviso prepotenti, altri molto timidi. Alcuni regrediscono e
ad esempio tornano a farsi la pipì addosso.
Ma queste diverse reazioni dei bimbi a cosa sono dovute?
Probabilmente sono correlate ai diversi stili di
attaccamento che si sono instaurati con la figura materna.
Il concetto di attaccamento fu introdotto nel 1958 da John
Bowlby, per indicare il legame biologico ed emotivo che caratterizza le
relazioni tra madre e bambino nei primi tempi di vita.
L’autore inglese lo definisce come un intenso legame che un
essere umano vive precocemente e reciprocamente con un altro essere, in modo
specifico e durevole, a scopo adattivo.
La teoria dell’attaccamento nasce con un esplicito interesse
verso i primi anni di vita dell’essere umano. Bolwby sosteneva che
“l’attaccamento è parte integrante del comportamento umano dalla culla alla
tomba”.
L’attaccamento viene concepito come una predisposizione
dell’organismo che si esprime attraverso comportamenti di ricerca di contatto fisico
(aggrapparsi, seguire ecc.) o in segnali atti a suscitare questo contatto
(pianto, sorriso, sguardo, richiamo ecc.).
Come si definisce una relazione di attaccamento?
Fondamentale risulta la presenza di tre caratteristiche:
- - ricerca di vicinanza a una figura
preferita;
- - l’effetto “base sicura”;
- - la protesta per la separazione.
Nei primi diciotto mesi di vita il bambino instaura con la
persona che si prende cura di lui uno schema di comportamento che esprime il
suo bisogno di attaccamento. Se la figura che si occupa del bambino è costante,
il piccolo costruisce via via uno schema interno di essa che, verso i quattro cinque
mesi, è abbastanza differenziata da fargli rifiutare altre figure
sostitutive.Quando però le cure sono suddivise tra più persone e non provengono
da una figura privilegiata, il piccolo si lascia curare anche da queste altre
persone poiché gli sono diventate familiari.
Secondo Bowlby, nessuna variabile ha sullo sviluppo della
personalità effetti di maggiore portata delle esperienze fatte da bambini in
famiglia. A partire dai primi mesi nei suoi rapporti con la figura materna,
proseguendo poi negli anni dell' infanzia e dell'adolescenza nei suoi rapporti con
entrambi i genitori, il bambino si costruisce modelli operativi del modo in cui
le figure di attaccamento si potranno comportare nei suoi riguardi in
situazioni diverse, e su tali modelli sono basate tutte le sue aspettative, e
pertanto tutti i suoi programmi per il resto della vita.
La tendenza del bambino a reagire con paura di fronte a
situazioni allarmanti, dipende da quanto percepisce disponibili le sue figure
di attaccamento.
John Bowlby distingue due variabili:
·
Fin dai primissimi mesi la presenza o
l'assenza reale di una figura di attaccamento è fondamentale nel determinare se
una persona è o non è allarmata in una qualsiasi situazione potenzialmente
pericolosa;
·
La presenza Fiducia o sfiducia nel
fatto che la figura di attaccamento sarà disponibile, pur non essendo realmente
presente, lo renderà capace di rispondere in modo adeguato in qualsiasi
situazione di bisogno.
Più l'individuo è giovane, più ha importanza la prima
variabile e fino ai tre anni questa è una variabile dominante, successivamente
diventeranno sempre più importanti le previsioni di disponibilità (dopo la pubertà queste diventano le
variabili dominanti).
Anche se i modelli operativi possono subire delle
modificazioni, ad esempio quando il bambino dovrà confrontarsi con nuove
relazioni, quelli che sono stati costruiti nell’infanzia sono particolarmente
persistenti e le tracce dei precedenti adattamenti vengono conservate.
Mary Ainsworth, collaboratrice di Bowlby e co-fondatrice
della teoria dell’attaccamento, ha effettuato numerose ricerche sulle tipologie
di relazioni che si instaurano tra madre e bambino nei suoi primi anni di vita,
definendo varie tipologie di attaccamento che si vengono a sviluppare.
Tali ricerche hanno confermato che la sensibilità e la
reattività del genitore agli stati emotivi del bambino è determinante per il
modo in cui egli impara a regolare gli affetti e ad entrare in relazione con
gli altri. Un buon attaccamento quindi favorisce l’autonomia, ossia
l’elaborazione dell’equilibrio tra attaccamento e separazione.
La mancanza di autonomia, invece, determina dipendenza, uno
stato psicologico di passività che non facilita la costruzione dell’identità
del bambino.
Il momento dell’ingresso a scuola è un momento molto
particolare e delicato in cui il bambino, i suoi genitori e il corpo docente
devono affidarsi l’uno l’altro.
È importante creare le condizioni affinché la famiglia si
senta supportata, ascoltata e accetti di condividere questo percorso educativo
con persone “estranee”.
La relazione di fiducia tra genitori e insegnanti, ad
esempio, pone le basi per un’esperienza molto importante per la formazione
della personalità del bambino. Bisogna inoltre tener sempre presente il fatto
che ogni bambino ha un tempo individuale per fare ogni cosa e ha bisogno che il
suo tempo sia rispettato.
Quindi è molto prevedibile che il primo giorno di scuola e
la separazione dalla mamma possano rappresentare per il bambino un’esperienza
angosciante, ma al tempo stesso se si fiderà della madre potrà anche tollerare
la sua assenza fino al momento in cui il bambino sentirà di “appartenere” al
nuovo ambiente.
È auspicabile osservare sempre un attaccamento sicuro, ma
laddove questo non vi sia, l’educatore dovrà “lavorare”, assieme al gruppo
educativo, per sensibilizzare la famiglia, comprenderla, sostenerla invece di
colpevolizzarla, e questo affinché essa divenga la base affettiva da cui il
bambino possa partire per sviluppare la sua autonomia.
Il bambino dopo aver creato una relazione di fiducia con la
maestra/e sarà in grado di esplorare in modo attivo l’ambiente e creare nuove
relazioni con i coetanei e con gli altri adulti.
Alcune scuole prevedono l’inserimento in piccoli gruppi in
quanto il gruppo facilita la condivisione dell’esperienza e la tolleranza delle
ansie, delle paure per il genitore e dell’angoscia da separazione per i
bambini. In questi modo gli “altri” diventano uno specchio dei propri
sentimenti che in quanto comuni sono più facili da accettare.
Personalmente ritengo fondamentale il ruolo della maestra,
che preferisco chiamare educatrice,perché può rappresentare un valido sostegno
del bambino e della sua famiglia soprattutto nella fase di ingresso, quindi una
persona speciale, con cui rapportarsi in modo concreto e immediato e che
potrà accompagnarli durante tutto il
percorso.
Sarà questa persona speciale che guiderà il bambino nei
momenti di routine, contenendo le sue emozioni in modo stabile e prevedibile,
quindi in modo piacevole e rassicurante renderà partecipe i genitori del
percorso del bambino, delle sue modalità relazionali e comunicative e ciò
consentirà di affiancarsi a loro nel processo educativo.
Dott. Gianfranco De Leonardis
Gianfranco De Leonardis è Dottore in Psicologia, laureato presso l’Università “G. D.’Annunzio” di Chieti. Svolge il tirocinio formativo presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara.
Centro di Psicoterapia Familiare
giovedì 7 novembre 2013
SINDROME DELLA LEONESSA E PATERNITA'
Madri leonesse e difficoltà dei padri ad entrare nel proprio ruolo
Il pater familias ha rappresentato per secoli la funzione del padre
all'interno della famiglia. In una rigida ripartizione di funzioni con il ruolo
materno, preposto all'educazione più che alla cura dei figli, il padre ha
rappresentato in seno alla famiglia la legge e l'ordine, la continuità della
tradizione ed ha avviato la prole alla vita sociale.
La figura paterna, che rompe il
sodalizio madre-bambino, ha la funzione di distogliere il bambino da un vissuto
di totale e continua disponibilità della figura
materna.
Se la fusione madre-bambino si protrae nel tempo il padre ne è escluso o
si auto-esclude, il rapporto di coppia ne risente creando un vuoto in cui il
bambino si annida con il consenso della madre e la complicità del padre (figli
che dormono nel lettone e padri sul divano che rinunciano al proprio ruolo di
partner e alla propria funzione di oggetto-separatore).
Nell’affermare questo ruolo paterno molto
incide l’atteggiamento della madre, ovvero la sua disponibilità ad
includere il partner nel dialogo esistente tra lei ed il bambino, di citarlo,
di ricordarlo e riconoscerlo come presenza significativa ed autorevole.
Diventa importante, inoltre, che la madre presenti un'immagine forte e degna
di stima del padre in quanto per il bambino questo rappresenterà un elemento di
grande importanza per la formazione del senso di sicurezza nelle proprie
capacità e di autostima. L’essere amati, compresi, guidati da qualcuno che si
reputa di valore ha un impatto più positivo sullo sviluppo dell’identità del bambino
rispetto al crescere con un’immagine di un genitore che sia stato ripetutamente
svalutato e ridicolizzato dall’altro.
Già durante la gravidanza egli è chiamato a svolgere una funzione
contenitiva, condividendo con la sua compagna le ansie e le preoccupazioni che
le trasformazioni corporee della gestazione possono generare, così come sarà
chiamato, alla nascita del figlio, a svolgere una funzione protettiva per la
delicata esperienza della coppia madre-bambino. L’idea tradizionale di padre
può influire negativamente in questa fase creando distanza.
L'intimo avvicinamento dei padri all'esperienza della maternità può, da un
lato far emergere sentimenti più
espliciti di tenerezza e condivisione, dall’altro può far affiorare un naturale
senso di esclusione, se non di gelosia o di invidia, sentimenti a cui è spesso
difficile dare una collocazione.
Dal punto di vista femminile l’aiuto paterno, seppur sollecitato, viene in determinati casi vissuto come un’invasione di campo. È una reazione abbastanza comune dopo il parto che se esasperata può trasformarsi in quella che è stata definita “la sindrome della leonessa”.
Dal punto di vista femminile l’aiuto paterno, seppur sollecitato, viene in determinati casi vissuto come un’invasione di campo. È una reazione abbastanza comune dopo il parto che se esasperata può trasformarsi in quella che è stata definita “la sindrome della leonessa”.

A volte la gelosia è così forte da considerare pericoloso addirittura il
partner.
In una situazione simile si giunge rapidamente a un tracollo dell’equilibrio di coppia, perché l’arrivo di un bambino, benché evento stupendo per entrambi i genitori, porta comunque a una destabilizzazione iniziale, a causa dello sconvolgimento delle abitudini quotidiane e dell’inizio di grandi responsabilità da assumere.
In una situazione simile si giunge rapidamente a un tracollo dell’equilibrio di coppia, perché l’arrivo di un bambino, benché evento stupendo per entrambi i genitori, porta comunque a una destabilizzazione iniziale, a causa dello sconvolgimento delle abitudini quotidiane e dell’inizio di grandi responsabilità da assumere.
Mentre alcune madri si rendono conto del loro
atteggiamento esageratamente protettivo e geloso nei confronti del proprio figlio, altre tendono invece a esacerbarlo, convinte di agire nel modo
corretto e giudicano invasivi e inopportuni i consigli da parte di parenti ed
amici.
Le donne che vivono la sindrome della leonessa si pongono quindi in fase di difesa, pronte ad aggredire chiunque attacchi il loro cucciolo, anche se la “minaccia” dovesse provenire dal padre.
Le giustificazioni che le stesse donne danno del loro comportamento, denotano un totale distaccamento dalla realtà: hanno, infatti, paura che i propri figli possano essere contagiati da batteri e malattie portate da parenti o amici che potrebbero avere le mani sporche e toccano il bambino; temono che il neonato possa trovarsi a disagio tra le braccia di qualcun altro e che l’unico posto sicuro sia restare nel grembo materno; sono gelose delle troppe attenzioni da parte di terzi intenzionati ad “usurpare” l’affetto materno.
Le donne che vivono la sindrome della leonessa si pongono quindi in fase di difesa, pronte ad aggredire chiunque attacchi il loro cucciolo, anche se la “minaccia” dovesse provenire dal padre.
Le giustificazioni che le stesse donne danno del loro comportamento, denotano un totale distaccamento dalla realtà: hanno, infatti, paura che i propri figli possano essere contagiati da batteri e malattie portate da parenti o amici che potrebbero avere le mani sporche e toccano il bambino; temono che il neonato possa trovarsi a disagio tra le braccia di qualcun altro e che l’unico posto sicuro sia restare nel grembo materno; sono gelose delle troppe attenzioni da parte di terzi intenzionati ad “usurpare” l’affetto materno.
La rabbia che si genera verso gli
altri, la gelosia patologica e l’ansia che coglie una madre affetta
dalla sindrome della leonessa vanno oltre il semplice istinto materno di
difesa.
Il marito, o compagno, di una donna affetta da sindrome della leonessa, dovrebbe cercare una comunicazione diretta, rassicurante, protettiva, con lei, la cui morbosità è probabilmente dovuta ad una insicurezza di fondo, legata alla nostalgia della gravidanza e al momento di felicità, gioia e aspettative vissute in quella circostanza.
Il marito, o compagno, di una donna affetta da sindrome della leonessa, dovrebbe cercare una comunicazione diretta, rassicurante, protettiva, con lei, la cui morbosità è probabilmente dovuta ad una insicurezza di fondo, legata alla nostalgia della gravidanza e al momento di felicità, gioia e aspettative vissute in quella circostanza.
Il sentimento predominante nel padre è il sentirsi escluso: esclusione sia
dal rapporto madre-figlio
che dalla coppia coniugale, il quale viene messo a dura prova dalla lotta
per ritrovare una nuova intimità.
Laddove c’è una leonessa escludente, però,
spesso c’è un leone che non riesce a reinserirsi nel nuovo menage. Questo accade perché avviene uno spostamento del
focus di attenzione che mette l’uomo in crisi rispetto alla sua importanza per
la compagna. Se i sentimenti di inadeguatezza che si vengono a formare sono
supportati da una personalità insicura del nuovo padre, o da un esempio
maschile altrettanto esitante vissuto nella propria famiglia d’origine, le
difficoltà a ritrovare la propria collocazione saranno maggiori.
Per i papà, i cambiamenti dettati dall’arrivo di un figlio sono più
faticosi e difficili da accettare in quanto, a differenza di una donna, ha una
minore possibilità di prepararsi adeguatamente a livello emotivo alla nascita
del bambino, perché non vivono sulla propria pelle la gravidanza. La preparazione c’è, ma è sempre ideale e non
concreta come il sentire il bimbo nella propria pancia. Inoltre la maggior
parte delle donne hanno la possibilità di allattare al seno e questo aiuta le mamme a creare rapidamente un
legame emotivo e fisico con il piccolo, mentre i padri possono contribuire
soltanto artificialmente.
Rimane, dunque, di fondamentale importanza che il papà instauri fin da
subito un legame con il proprio figlio. Per fare questo è importante anche
dedicarsi semplicemente al cambio di un
pannolino o ad una passeggiata con la carrozzina.
Costruire un rapporto personale con il
proprio figlio, fin dai primi vagiti, aiuta i papà a non sentirsi esclusi da
questo nuovo menage familiare e la
collaborazione della mamma è essenziale. E’ necessario dare importanza alla coppia, parlarsi e non dimenticarsi
che è la coppia ad aver scelto di avere un figlio ed è la coppia il fondamento
basilare di una famiglia.
Riuscire a passare del tempo insieme, nonostante la stanchezza, e
recuperare un minimo di intimità aiuta i neo genitori a non sentirsi esclusi
dal rapporto di coppia. La
serenità emotiva, fisica e sessuale dei genitori è alla base della serenità del
nuovo arrivato.
Il padre non è semplicemente la luce che illumina la diade madre-bambino
ma è, assieme a loro, l'essenza di un quadro in cui ogni singola parte ha senso
solo in relazione alle altre.
Dott.ssa Teresa Giuzio
Teresa
Giuzio è Dottoressa in Psicologia, laureata presso l’Università “G. D.’Annunzio”
di Chieti. Svolge il tirocinio formativo presso la Obiettivo Famiglia Onlus di
Pescara.
Centro di Psicoterapia Familiare
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