lunedì 31 dicembre 2012
FINE SI, FINE NO - "Pensieri catastrofici"
“Non preoccupatevi - ha detto attraverso organi di stampa il
portavoce della Nasa Dwayne Brown - il 21
dicembre sarà un giorno come gli altri”. Tutti i più grandi scienziati
hanno rilasciato dichiarazioni per tranquillizzare le popolazioni di tutto il
mondo sul tema “fine del mondo”, eppure quella del popolo Maya resterà la più
grande beffa di tutti i tempi a livello mondiale.
Alcuni scettici hanno deciso di
fare di questo atteso evento un momento di giovamento per la comunità di
appartenenza; in molte città americane, hotel e ristoranti hanno programmato
serate a tema, sono state organizzate mostre d’arte con quadri e sculture sul
giudizio universale, spettacoli teatrali, cene con menù dedicati ai
sopravvissuti, anche in forma gratuita.
I furbi a caccia di business, invece, hanno
ideato kit di sopravvivenza che contenevano grano saraceno da seminare, una
scatoletta di pesce, candele, fiammiferi, penna e blocnotes, una fune e una
bottiglia di vodka. I superstiziosi e gli apocalittici li hanno comprati.
Da sempre la fine del mondo appartiene alla letteratura popolare ma
quest’ennesima, definitiva catastrofe globale si è trasformata in “psicopatologia
della fine”. Una psicosi collettiva che ha visto la corsa alla costruzione o
acquisto di bunker ed a riempire le cantine di scorte di cibo, mentre in
televisione imperavano maratone cinematografiche sull’immaginario catastrofista.
Da non dimenticare inoltre le varie mete geografiche, Cile, e più vicino a noi
la Maiella e Cisternino in Puglia, dove si sono registrate numerose vendite immobiliari e
gli alberghi hanno fatto il sold out, in quanto luoghi che sarebbero stati
risparmiati dalla furia del cataclisma. Un altro paese sacro, nel sud della Francia,
è stato isolato su tutto il perimetro dal traffico aereo per evitare che la
gente si lanciasse sulla città con il paracadute.
Ma cosa si cela dietro questa sproporzionata paura della fine? La paura è una intensa emozione derivata dalla
percezione di un pericolo, reale o supposto: essa è una delle emozioni primarie, comune sia alla
specie umana, sia a molte specie animali.
Il senso di morte, di cui ogni persona prende consapevolezza nella
tarda infanzia, ha origine proprio da questa paura primaria, resta nell’ombra e
riaffiora ogni qual volta l’imprevedibilità della natura si manifesta
ricordando all’uomo la sua impotenza.
L’angoscia scaturita dalle catastrofi annunciate non è rappresentata
soltanto dalla paura di morte e al pensiero di perdere i propri cari, ma racchiude
in sé l’idea che gioie e sofferenze, sperimentate fino a quel momento, siano
state vissute invano, mettendo in crisi l’essenza stessa della vita. L’istinto
di conservazione prevale e fa scattare la frenetica ricerca di un luogo sicuro,
un posto che ricordi il grembo materno, uno schermo protettivo dal pericoloso mondo
esterno, che agevoli l’illusione di continuare ad “esistere” nonostante l’incertezza
circostante. Questo pensiero è talmente radicato da sovrastare persino le più
nefaste fantasie sulle difficoltà legate ad un’eventuale ricostruzione del
mondo da parte dei sopravvissuti.
Oltre 200 profezie catastrofiche sono state individuate dagli
scienziati, la maggior parte di queste è stata identificata per data e orario
precisi. L’avvicinarsi di una scadenza così definita provoca inevitabilmente l’innalzamento
dei livelli di ansia che si propagano velocemente attraverso vari veicoli, a
partire dall'azione dei media fino al passaparola quotidiano, creando l’allarmismo
di massa.
C’è però un altro aspetto che vorrei considerare, che riguarda un
riscontro diretto avuto nelle conversazioni legate al 21 dicembre 2012. Una frase
è stata ridondante e, a mio avviso, significativa perché collocata nel nostro
contesto culturale e in questo momento storico dell’Italia: “Speriamo che arrivi davvero la fine, perché non
si può più vivere così”. Una nota depressiva, di rassegnazione e di
sfinimento morale accompagna queste parole. Tuttavia mi piace pensare ad un’altra
interpretazione, più positiva, che vede sì una malinconia di fondo legata al
bilancio tipico della fine di ogni anno, ma che si accompagna alla speranza di
un nuovo inizio, propositivo il più possibile.
Si può pensare quindi che la
profezia Maya sia stata un modo per fermarsi e ri-focalizzarsi su se stessi e
sulle cose davvero importanti della propria vita? Potrebbe essere stato uno
strumento per immaginare di poter fermare il mondo e ritrovare, nel silenzio
che segue, il proprio equilibrio?
Venerdì 21 dicembre 2012 qualcosa però è successo: molti genitori
sono rimasti a casa trovando a tutti i costi il tempo per i loro figli, molte
altre persone hanno pronunciato un ti voglio bene a chi non lo dicevano da tempo e molti
altri gesti d’affetto e umanità sono stati incentivati dalla paura che potesse essere l’ultima
occasione per farlo. Dunque, se questo è l’effetto delle profezie catastrofiche,
benvenuta fine del mondo!
dott.ssa Ivana Siena
sabato 29 dicembre 2012
DALLA "VITA VERA"
«Sono autistico, ti insegno come si fa a diventarmi amico»
Una fotocopia. Con quattordici consigli. Quattordici modi per imparare a stare insieme. A stare attenti senza far pesare nulla. A fare i compiti insieme senza temere che quando non si è proprio uguali le cose non si possono fare. Ad abbassare la voce, perché i suoni e i rumori troppo forti sono amplificati e rimbombano nella testa di Riccardo lo confondono e gli fanno paura. E allora quelle parole, dette anche con amore, possono avere l'effetto opposto. I suoi compagni di scuola stanno imparando. Piano e veloci, come gli adolescenti possono fare. «Non ditegli come fare, ma mettetevi accanto a lui e fatelo insieme», scrive la mamma Loredana, a scuola, l'istituto Itsos Albe Steiner, ad aspettarlo, per il cambio di ora tutti i giorni. La fatica e l'amore, insieme. Riccardo è un ragazzo autistico, ha appena compiuto quindici anni. Quando ha sostenuto l'esame di terza media ha portato con sé il suo labrador. Gli hanno permesso di lasciarlo in classe sotto il banco. Da quando c'è Peggy, Riccardo ha iniziato a parlare. La luce, se entra troppo forte attraverso i suoi occhiali scuri può fargli male, ferire i suoi occhi. Allora fate piano quando aprite le finestre. E i suoi compagni ora ci pensano prima di spalancarle. La mamma è lì, alla riunione di classe. Il suo sogno è di spedirle a tutte le scuole d'Italia. Perché può servire agli altri. Perché è inutile prendersela con le carenze dei fondi pubblici quando è troppo complicato. Meglio scrivere una preziosa guida all'altro. E farne centinaia di fotocopie. Fax. Mail.Eccola la prima regola: «Sono un bimbo solo, perché il mio autismo mi impedisce di comunicare e sono molto triste perché anche io vorrei giocare e parlare con te». Per diventare amici bisogna conoscersi, prima: «L'autismo mi impedisce di comunicare, per me è impossibile guardarti negli occhi e non riesco a rispondere ad una tua domanda. Le mie risposte sono dei movimenti impercettibili». Bisogna imparare ad essere più sensibili, più delicati. Non solo per Riccardo. Mamma Loredana si è sentita persino chiedere se era stata una mamma fredda con suo figlio. Lo racconta, adesso con un certo fastidio. Vecchie teorie (para)mediche che non sanno tener conto di genitori che di fronte alle difficoltà non mollano. Racconta di quella volta che Riccardo era andato con il papà dal veterinario e ha pronunciato la sua prima frase: «Attento al tuo gatto, il mio pastore tedesco, Killer, lo mangia». E allora l'intuizione di regalargli un cucciolo di Labrador. E quel cane diventa il suo ponte verso il mondo. Persino il suo primo maestro di sorrisi. Dentro le quattordici regole di mamma Loredana c'è un cammino di vita a tratti molto faticoso. Otto scuole che hanno chiuso la porta perché ci sono situazioni considerate troppo complicate da gestire. Poi una preside dà un'intera aula vuota tutta per Riccardo e la sua insegnante di sostegno. E poi la classe «vera». Regola numero dieci: «Parlami lentamente con frasi brevi e con parole facili, tutto mi arriva rallentato e se non capisco aiutami. Trasformati in un mimo che racconta le storie con le mani e con la faccia». «Voglio che si realizzi come persona nella società», dice la mamma. Che una volta ha deciso, ad un congresso sull'autismo di fare una cosa che forse nessuno aveva mai fatto prima: far partecipare Riccardo. «Si parlava anche di lui, mi è parsa la cosa più naturale del mondo. Non solo professori, e luminari». Racconta di quella volta che davanti a un cartone animato vide Riccardo sfarfallare con le braccia. E allora cominciò a imitarlo perché quello doveva essere il modo per entrare in comunicazione con lui. Erano i primi sentimenti. «Ci sono le insegnanti che in questi anni ci hanno ringraziato dopo i timori iniziali». Perché i compagni di scuola imparano a diventare più attenti e sensibili. Non solo alla lavagna, ma alle persone. Tutte. Il messaggio che si vuole lanciare è che con la collaborazione di tutti, istituzioni e genitori, possiamo rendere la vita più semplice a questi ragazzi Più se ne parla, più soluzioni si trovano. E soprattutto si incoraggiano le famiglie che si sentono sole.Nicola SalduttiRIPRODUZIONE RISERVATA
Saldutti Nicola
Fonte: Corriere della Sera
martedì 25 dicembre 2012
mercoledì 19 dicembre 2012
LA DEPRESSIONE NATALIZIA
Euforia
collettiva, shopping forzato, riunioni con i parenti. Per molte persone il
Natale diventa uno “spettro” che fa paura. L’atmosfera natalizia coincide con la fine
dell’anno, con lo stilare il bilancio obbligato con se stessi degli eventi più
o meno importanti vissuti, con la paura che qualcosa improvvisamente cambi allo
scoccare dell’ultima mezzanotte dell’anno e con la sensazione di essere inghiottiti
da un futuro tanto pieno di nuove speranze quanto di incertezze.
''Mai come in questo periodo -
sottolinea il neurologo Sorrentino - si registra un'incidenza così alta di
depressione, a causa del cambio di stagione e delle abitudini, della riduzione
della luce e soprattutto del confronto fra l'euforia collettiva e il proprio
malessere. Questo clima di felicità a tutti i costi - spiega - aggrava il disagio psichico preesistente, la persona si avvita su se
stessa, guarda in maniera pessimistica il proprio passato e si sente sola”.
Il
Natale, inoltre, porta con sé una alterazione
dei regolari ritmi di vita, che espone a
stimoli insoliti: le pause dal lavoro portano spesso dei vuoti che non si sa
spesso come riempire e la convivenza prolungata e forzata con altre persone,
con i ruoli sociali imposti in primis, costringe a fare i conti con aspetti
irrisolti delle relazioni, magari anche conflittuali, che generano ansia e
tensione.
Il
vissuto di solitudine quindi si mescola al senso di colpa nei confronti di chi,
nel medesimo contesto invece, vive questo evento come una festa e come momento peculiare
di incontro e ritrovamento dei legami
familiari. Da non sottovalutare inoltre
l’angoscia e il senso di vuoto accentuati da eventuali lutti, o perdite, subiti e non ancora superati. L’assenza della
persona cara, come anche un cambiamento radicale sperimentato, vengono avvertiti maggiormente quando nelle
festività il quotidiano si ferma e il caos dei preparativi diventa solo un
fastidioso rumore.
Il malessere percepito come più opprimente è
una spia che la mente accende rispetto a qualcosa vissuto come irrisolto o
problematico. L'ascolto di questo segnale è il primo passo per individuare il
problema nascosto, la causa vera del dolore ed è un processo fondamentale da parte
di colui che lo vive come anche delle persone che lo circondano. Convertire
questo disagio in un’opportunità per guardarsi dentro e conoscersi, imparare a
chiedere aiuto sono fasi imprescindibili per andare incontro a una reale
rinascita, che rappresenta poi ciò che il significato del Natale vuole
insegnare.
Dott.ssa Ivana Siena
mercoledì 12 dicembre 2012
RESILIENZA
Speranza è il sentimento con cui guardiamo fiduciosi al futuro; resilienza è forza d’animo con cui superiamo i traumi subiti. La vita regala a ognuno esperienze positive e negative. Coloro che coltivano speranza e resilienza riescono a gioire delle prime e a superare le seconde, diventando più forti laddove sono stati feriti.
sabato 8 dicembre 2012
venerdì 7 dicembre 2012
Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali V
Approvati i criteri diagnostici definitivi del DSM V: cosa cambia?

Il numero dei disturbi classificati sarà approssimativamente lo stesso presente nel DSM-IV e sarà diviso in tre sezioni:
- la sezione 1 fornirà un’introduzione al manuale con informazioni su come utilizzarlo;
- la sezione 2 riporterà le diagnosi categoriali suddivise in 20 capitoli contenenti disturbi tra loro affini soprattutto per caratteristiche sintomatologiche e comuni vulnerabilità;
- La sezione 3 includerà condizioni patologiche che richiedono ulteriori studi prima di essere considerate dei disturbi veri e propri.
Una modifica generale introdotta riguarda il superamento del sistema multi assiale: ogni diagnosi conterrà le vecchie descrizioni di asse I,II, e III con separate notazioni per i fattori psicosociali e contestuali (ex Asse IV) e per la disabilità (ex Asse V).
Tra le modifiche ed innovazioni più rilevanti ci sono:
1. Introduzione del Autism spectrum disorder: i criteri incorporeranno diverse diagnosi presenti nel DSM IV (autismo, sindrome di Asperger, Disturbo Disintegrativo dell’Infanzia, Disturbo pervasivo dello sviluppo non altrimenti specificato);
2. Il Binge eating disorder cessa di essere un Disturbo dell’Alimentazione Non Altrimenti Specificato e diviene disturbo autonomo;
3. Viene introdotto il controverso Disruptive mood dysregulation disorder per arginare il fenomeno della sovradiagnosi di disturbo bipolare in età evolutiva;
4. Viene introdotta la dermatillomania definita Excoriation (skin-picking) disordertra i disturbi ossessivo-compulsivi;
5. Viene introdotto il disturbo da accumulo (Hoarding disorder);
6. La pedofilia cambia nome e diventa Pedophilic disorder;
7. Per definire i disturbi di personalità viene proposta una metodologia tratto-specifica
8. Il Posttraumatic stress disorder (PTSD) sarà incluso in un nuovo capitolo del DSM chiamato: Trauma- and Stressor-Related Disorders;9. Viene rimosso il lutto dai criteri di esclusione per fare diagnosi di Depressione maggiore, anche questa una scelta molto controversa;
10. Viene creata una categoria onnicomprensiva di disturbi specifici dell’apprendimento;
11. Il Substance use disorder combinerà sia le categorie di abuso di sostanze che quelle di dipendenza da sostanze.
2. Il Binge eating disorder cessa di essere un Disturbo dell’Alimentazione Non Altrimenti Specificato e diviene disturbo autonomo;
3. Viene introdotto il controverso Disruptive mood dysregulation disorder per arginare il fenomeno della sovradiagnosi di disturbo bipolare in età evolutiva;
4. Viene introdotta la dermatillomania definita Excoriation (skin-picking) disordertra i disturbi ossessivo-compulsivi;
5. Viene introdotto il disturbo da accumulo (Hoarding disorder);
6. La pedofilia cambia nome e diventa Pedophilic disorder;
7. Per definire i disturbi di personalità viene proposta una metodologia tratto-specifica
8. Il Posttraumatic stress disorder (PTSD) sarà incluso in un nuovo capitolo del DSM chiamato: Trauma- and Stressor-Related Disorders;9. Viene rimosso il lutto dai criteri di esclusione per fare diagnosi di Depressione maggiore, anche questa una scelta molto controversa;
10. Viene creata una categoria onnicomprensiva di disturbi specifici dell’apprendimento;
11. Il Substance use disorder combinerà sia le categorie di abuso di sostanze che quelle di dipendenza da sostanze.
Nella sezione 3 che riguarda disturbi che necessitano di ulteriori studi sono stati inseriti:
- Attenuated psychosis syndrome
- Internet use gaming disorder
- Non-suicidal self-injury
- Suicidal behavioral disorder
martedì 4 dicembre 2012
sabato 1 dicembre 2012
venerdì 30 novembre 2012
sabato 24 novembre 2012
PSICOLOGIA DELLO SPORT: Approfondimento
Il
blocco mentale e la paura di vincere
Nel
contesto sportivo la paura si esprime generalmente attraverso l’ansia. L’ansia
di non mostrare le proprie capacità,
l’ansia di farsi male, l’ansia del non deludere l’Altro significativo (ossia la
figura di riferimento), l’ansia di non raggiungere l’obiettivo previsto. È
quindi intesa prevalentemente come paura
di perdere, ma esiste un altro fenomeno legato all’ansia dell’atleta, più
complesso, che prende il nome di Nikefobia,
terminologia greca composta da "nike" vittoria e "phobia"
ovvero paura.
Se la paura
di perdere è socialmente accettata e comprensibile, la paura di vincere resta indecifrabile a causa della sua
irrazionalità. Come
è possibile che esista la paura di vincere?
Per lo sportivo, amatore quanto più per l’agonista, questa fobia segnala la presenza di conflitti psicologici di molteplice natura. In primis potrebbe rappresentare il timore dell’atleta di infrangere alcune gerarchie consolidate che, fino a quel momento, lo hanno deresponsabilizzato e tenuto nell’ombra. Eccellere rispetto ad un compagno notoriamente più formato in termini di esperienza potrebbe portare l’atleta ad attribuirsi un ruolo per il quale, inconsapevolmente, non si sente pronto. Ecco che l’anonimato di posizioni intermedie diventa psicologicamente un obiettivo funzionale al suo scopo.
Per lo sportivo, amatore quanto più per l’agonista, questa fobia segnala la presenza di conflitti psicologici di molteplice natura. In primis potrebbe rappresentare il timore dell’atleta di infrangere alcune gerarchie consolidate che, fino a quel momento, lo hanno deresponsabilizzato e tenuto nell’ombra. Eccellere rispetto ad un compagno notoriamente più formato in termini di esperienza potrebbe portare l’atleta ad attribuirsi un ruolo per il quale, inconsapevolmente, non si sente pronto. Ecco che l’anonimato di posizioni intermedie diventa psicologicamente un obiettivo funzionale al suo scopo.
Grande
importanza ha anche il livello di autostima sperimentato dal soggetto stesso
che rinvia la sua grande performance, nonostante i tecnici e l’allenatore lo
ritengano pronto, per non assumersi poi la responsabilità del proprio talento.
Ciò comporta l’analisi di un’altra prospettiva che riguarda l’impegno nel dover
mantenere uno standard di prestazione, ove ci sia un apice raggiunto, che sia adeguato
e soddisfacente agli occhi di figure significative quali l’allenatore, la
famiglia, il pubblico e la critica, oltre che nei confronti di se stesso
ovviamente.
Nel calcio, la Nikefobia può rappresentare uno squilibrio tra la
volontà di raggiungere l’obiettivo finale e la reale capacità di far emergere
le qualità dei singoli giocatori, che si traduce in una prestazione non
all’altezza delle esigenze. Il giocatore si è allenato duramente, ma si trova
di fronte a questo inspiegabile meccanismo mentale che non gli fa superare il
suo limite e lo priva delle energie per raggiungere il traguardo. Questo
fenomeno è da valutarsi soprattutto quando la competizione è con avversari
dello stesso livello di preparazione tecnica, e l’atleta, che sa di poter
compiere l’azione che risolverebbe a proprio favore l’intero match, si blocca
ripetutamente ad ogni occasione di svolta, innescando una serie di insuccessi
che lo fanno dubitare di se stesso e delle proprie capacità. Con il ripetersi
di questo copione il giocatore rischia di intaccare inesorabilmente la propria autostima
e l’unico modo per spezzare questa catena di errori sta nell’affrontarli nel
loro significato più profondo.
Come può, tuttavia, un fenomeno
individuale, condizionare la sorte di una squadra intera?
Quando una
squadra di calcio accumula una serie di sconfitte consecutive, nella concezione
comune si considera la spirale di insuccessi raccolti come effetto di una “paura
di vincere” collettiva. Ciò appare riduttivo in quanto nel campo da gioco non
c’è solo un giocatore contro il suo avversario a determinare l’esito della
gara, ma sono da considerare anche molti altri fattori che incidono
sull’atteggiamento mentale di tutta la squadra. Infatti, le pressioni esterne
quali ad esempio le critiche, più o meno costruttive, dei mezzi di
informazione, il giudizio dello staff tecnico e societario e le aspettative
della tifoseria incidono sullo stato mentale collettivo che condiziona la
prestazione agonistica.
I molteplici
fattori esterni uniti alla presenza della paura di vincere in uno o più
giocatori, se non riconosciuti ed affrontati, possono innescare negatività
ripetute, intese come risultati fallimentari, che influiscono sull'autostima del
gruppo determinando uno status collettivo di demoralizzazione che si protrae
nel tempo (spirale della sconfitta).
Nikefobia e
blocco mentale della squadra sono quindi due concetti diversi ma che spesso
viaggiano parallelamente nel segnalare la difficoltà di esprimere al meglio una
prestazione sportiva.
dott.ssa Ivana Siena
Fonte: www.forzapescara.tv
lunedì 12 novembre 2012
SPAZIO LETTURA
ANTROPOLOGIA DELL’AMORE
Eros e culture, Dino Burtini
Il mistero dell'attrazione appare insondabile, ma chi di voi non ha provato almeno una volta nella vita l’incanto dell’amore, l’innamoramento, la passione? Si tratta di un’esperienza così universalmente diffusa che sfugge a qualunque definizione: ”Amore, impossibile a definirsi!” direbbe Giacomo Casanova. Il testo affronta uno dei nodi essenziali della riflessione e dell’esperienza esistenziale dell’umanità, esso esplora il sentimento amoroso nei diversi contesti culturali analizzati personalmente dall’autore attraverso la ricerca sul campo e l’esame delle fonti.
L’amore è una chiave perfetta per cogliere i dati fondamentali di una cultura, perché esso interessa la sfera più profonda della personalità umana. Il lavoro è una descrizione attenta e intrigante dei comportamenti umani relativi alla vasta sfera dei modi di agire, individuali e sociali, legati all’amore (le feste della pubertà, i rituali dell’unione, il corteggiamento, l’adulterio, la sessualità, l’eros), sentimento che coinvolge sempre e inevitabilmente l’intera complessità dell’individuo, dal piano biologico a quello psichico, a quello intellettuale, a quello etico. Aspetti che vengono analizzati in chiave comparativa mettendo a confronto la realtà occidentale ed europea in particolare con quella dei popoli di interesse etno-antropologico. L’autore si muove alla ricerca delle modalità con cui l’amore si manifesta e soprattutto si ritualizza, nella mentalità (cioè nei valori) e nei comportamenti di altre culture, ricorda come amore e sessualità contengano emozioni e significati psicologici e antropologici che sono il prodotto, a volte conflittuale, di pulsioni naturali frammiste ad esperienze sociali, morali e religiose. L’amore e l’eros diventano veicolo di relazione e scambi comunicativi tra gli uomini.
Dino Burtini è psicologo e
antropologo, insegna Sociologia dei processi culturali e Antropologia
interculturale presso l’Università di Chieti-Pescara. Formatore e
teatroterapeuta, dirige un Istituto di Alta Formazione e una Scuola di
Specializzazione in Psicoterapia. Nel corso del suo lavoro di ricerca, ha
incontrato l’eccezionale magistero di Cecilia Gatto Trocchi (alla quale il
testo è dedicato) che gli ha trasmesso la passione, oltre che gli strumenti
metodologici, degli studi antropologici che lei stessa aveva saputo apprendere
alla scuola di Claude Lévi-Strauss. Durante la sua esperienza di studioso e
nell’ambito dei suoi interessi psico-antropologici, ha svolto indagini sul
campo in Europa, Africa, India, Centro e Sud America, poi raccolte in diverse e
fortunate pubblicazioni. Per i tipi della Bulzoni ha già pubblicato ”In
principio Dio creò i Masai”.
I diritti d'autore saranno devoluti al recupero del patrimonio
storico e culturale della città dell'Aquila.
sabato 10 novembre 2012
lunedì 5 novembre 2012
C'E' CRISI
Il concetto
di crisi fa riferimento ad un punto decisivo di cambiamento. In campo
psicologico si intende un momento di sofferenza, di destabilizzazione rispetto
all’equilibrio precedentemente acquisito, che rappresenta un punto di svolta
decisivo e può evolversi in un miglioramento o in un peggioramento.
Paul
Claude Racamier (1985, p. 16) a questo proposito scrive “La nozione di crisi si pone tra il registro della normalità e della
patologia: attraversa nello stesso tempo il normale ed il patologico ed il suo
interesse sta nel fatto che si pone a cavallo tra questi due registri”.
L’accezione
positiva del termine vede la crisi come un momento cruciale del percorso
evolutivo dell’essere umano o di un sistema, che a partire da un “pericolo” può
mettere in campo le proprie risorse verso una nuova opportunità di cambiamento.
La crisi
si materializza laddove un certo pensiero, capacità di gestire le proprie
emozioni e modalità relazionale, diventano insufficienti a soddisfare le
aspettative fino a quel momento funzionali al benessere della vita quotidiana.
Ci sia avvia verso una trasformazione, vissuta come estranea però, pericolosa perché
protratta verso l’ignoto, in direzione di un modello di vita mai sperimentato,
ma inconsapevolmente ricercato.
Tale cambiamento fa paura pertanto la reazione
più consona e prevedibile, spesso è rappresentata da un maggiore attaccamento ai
vecchi modelli comportamentali che forniscono un’apparente sicurezza, ma che contemporaneamente
confermano la sofferenza e la necessità di un rinnovamento.
La manifestazione
di questo malessere non riconosciuto si esplica in molte tipologie di
comportamento, dalle continue liti familiari ed extrafamiliari, disadattamento
in campo lavorativo, uso e abuso di sostanze, crisi coniugali, senza contare
gli stati d’animo associati a questi momenti che rischiano una cronicizzazione se
non governati adeguatamente.
In questa
visione, in cui la crisi è considerata come un ostacolo alla crescita dell’individuo,
il riconoscimento ed il potenziamento delle proprie risorse personali e la
volontà di “sporcarsi le mani” mettendosi in gioco, rappresentano la condizione
maggiormente auspicabile per il superamento dei propri limiti e per l’utilizzo
di questi momenti di empasse come uno strumento funzionale al proprio Sé.
Questa
spiegazione della crisi tenta di abbattere lo stereotipo della Psicologia come
un intervento per estirpare i tratti patologici di un individuo o di un
sistema. Infatti se l’obiettivo generale è far emergere le risorse interiori,
sempre presenti ma spesso poco visibili, diventa chiaro che gli eventi critici
non sono espressione di patologia, ma creazione di nuove forme di
funzionamento. Il benessere auspicato è inteso quindi come capacità “reattiva”,
rispetto a fattori che hanno in sé il potenziale di indurre malessere. Pertanto un percorso psicologico non ha
l’obiettivo diretto ed irrazionale di porre in essere soluzioni immutabili e
certe, ma di scortare l’individuo nella direzione consona al ritrovamento del
suo benessere.
La
definizione di paziente, ove non ci siano problematiche psichiatriche riconosciute,
può essere quindi sostituito dal termine
ricercatore, collaboratore, mentre lo psicologo può essere investito della
funzione di accompagnatore di questo percorso di ricerca del reale significato
del malessere.
dott.ssa Ivana Siena
giovedì 25 ottobre 2012
Vi Presento...
CENTRO DI PSICOTERAPIA FAMILIARE
Il Centro di
Psicoterapia Familiare è uno spazio accogliente e contenitivo destinato a
individui e famiglie che vivono difficoltà legate alle diverse fasi del ciclo
di vita.
Il disagio psicologico espresso
viene letto attraverso la comprensione delle sue origini e l’analisi delle
dinamiche interpersonali che emergono nel sistema famiglia.
In quest’ottica le
difficoltà manifestate da uno dei membri di questo sistema esprimono
simbolicamente il conflitto interno che questo vive e acquisiscono una funzione
precisa solo se considerate all'interno del contesto familiare stesso.
Il processo terapeutico
diventa un contesto di incontro e di costruzione di una esperienza comune tra
famiglia e terapeuta il cui fine è la realizzazione di un campo emotivo in cui
si possano esprimere liberamente i propri vissuti.
Il programma di
intervento utilizza l’approccio Sistemico Relazionale che si basa sul
presupposto secondo cui le relazioni
interpersonali hanno una grande influenza sullo stato di benessere o malessere
sperimentato da un individuo in un particolare momento di vita.
Servizi
offerti:
Consulenza Psicologica
Un
intervento mirato su specifiche richieste quali difficoltà comunicative,
gestione dei figli, crisi relazionali, caratterizzato da un lasso di tempo
limitato in cui l’individuo, la coppia o l’intera famiglia possano rafforzare
le proprie risorse personali finalizzate alla risoluzione di tali difficoltà.
Psicoterapia
Familiare
In questo modello di
intervento è prevista la presenza di tutta la famiglia. Si utilizza questo
spazio anche quando a manifestare il problema è solo uno dei suoi membri che si
fa “portatore di un sintomo”, segnalando un disagio che spesso è allargato a
tutta la famiglia. Gli incontri sono quindicinali e prevedono la collaborazione
simultanea di due professionisti, uno dei quali segue l’incontro in
supervisione diretta assistendo alla seduta attraverso l’uso di telecamere.
Psicoterapia di Coppia
Il lavoro con la coppia
è volto a riconoscere il significato del disagio vissuto dai partner,
contestualizzandolo alla luce della fase del ciclo vitale in cui esso si
manifesta, delle regole di relazione della coppia, della storia personale dei
suoi membri e di quella delle loro famiglie d'origine. L’obiettivo è riportare l'equilibrio precario in cui si
trova la coppia ad uno più funzionale ad essa, facendo leva sulle
risorse e sulle potenzialità dei partner.
Mediazione familiare
Prevede
un percorso breve mirato ad affrontare le difficoltà legate alla separazione di
una coppia. L’obiettivo principale è rafforzare le capacità della coppia
genitoriale di trovare degli accordi
nel rispetto delle esigenze personali e dei figli. Il mediatore è un
Terzo nella coppia che permette ai suoi componenti di raggiungere un’intesa
reciproca e durevole su questioni che riguardano la gestione dei figli oltre
che sulla situazione economica .
Aree
di intervento:
Problematiche
relative a fasi critiche della vita (eventi traumatici, fobie, ansia, passaggi
evolutivi, ecc.) personali, di coppia o familiari;
Difficoltà di relazione
e di comunicazione all'interno della coppia e della famiglia (tra coniugi,
genitori e figli, fratelli, ecc.);
Conflittualità nella
gestione di separazioni e divorzi;
Sostegno alla
genitorialità e supporto psico-educativo;
Criticità scolastiche e
di apprendimento;
Difficoltà e
conflittualità legate all'ambiente lavorativo;
Prevenzione del disagio
(rischi correlati all'abuso / dipendenza di sostanze psicoattive, gioco e
internet).
Pescara, Via Nicola Fabrizi, 60 - cpfpescara@gmail.com - 349.5948873
Pescara, Via Nicola Fabrizi, 60 - cpfpescara@gmail.com - 349.5948873
venerdì 19 ottobre 2012
Lentamente muore
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.
(P. Neruda)
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.
(P. Neruda)
giovedì 18 ottobre 2012
"I Cormorani"
... i cormorani sono uccelli marini,
che, prima di abbandonare il nido,
regrediscono a comportamenti appresi
nelle prime ore di vita: dondolano, pigolano,
poi spiccano il volo.
Fanno un passo indietro per poi farne due in avanti,
in una sorta di "re-progressione" biologica.
Cosi anche nell'umano:
"ritornare per rifare le valigie e ripartire dinuovo"
significa approfittare di un incontro emozionale,
un viaggio a ritroso, per riscoprire il nutrimento affettivo,
il senso di Sè,
per poi spontaneamente "ripartire per il proprio viaggio"..
A.Canevaro, psichiatra psicoterapeuta
martedì 9 ottobre 2012
Approfondimento - Psicologia dello sport
Lo spogliatoio e lo spirito di gruppo
Foto: www.forzapescara.tv
Si dice che lo spogliatoio è l’anima della squadra. Attraverso quella porta gli individui diventano gruppo, si vestono di un colore, di un’identità. Dentro quelle mura si indossano le scarpe che rappresentano gli strumenti del mestiere, la base di tutto, il collegamento tra le estremità di un corpo, mente e piedi, questi ultimi intesi come sostegno del peso dell’individuo e del carico della sua esperienza tecnica. In questo spazio il giocatore comunica con dialoghi, sguardi, atteggiamenti e respiri, il suo voler “stare dentro” la squadra, il suo voler contribuire all’essenza storica di quel nome che è chiamato in campo a difendere. Se in campo il campione è tenuto a mostrare la sua competenza tecnica, è nello spogliatoio che può esprimere se stesso in relazione agli altri. In questo spazio, il gruppo si compone così di tanti rapporti individuali che si intersecano e diventano la solida rete che deve proteggere da eventuali cadute, dagli attacchi del mondo esterno (squadra avversaria, mass media) e ciò rappresenta la costante che accompagna importanti squadre di seria A come anche piccole squadre dilettantistiche.
Il gruppo squadra di calcio è un gruppo in cui i calciatori si ritrovano insieme per il solo motivo di aver sottoscritto un contratto con la medesima società. Molte difficoltà possono quindi insorgere da questo fattore e diventa importante, al fine di superarle, la struttura relazionale del gruppo, la rete di comunicazione attuabile sui vari livelli: tra membro e membro del gruppo, tra i sottogruppi, tra conduttore e singoli membri o sottogruppi. Tali interazioni, oltre che in campo, si esplicano maggiormente nello spogliatoio dove il confronto è costante e si lavora per una maggiore coesione, ovvero un grado di solidarietà tra gli appartenenti al gruppo e la condivisione di norme comuni che producano il senso di appartenenza.
Qualora il comportamento di alcuni membri e l’idoneità dei loro atteggiamenti o prestazioni vengano messe in discussione, si possono sviluppare situazioni di conflitto. Nel conflitto, però, esiste un’opportunità di sviluppo e crescita, uno spazio di possibile creatività, in cui attivare competenze legate alla negoziazione ed alla comunicazione; non deve pertanto essere messo a tacere o curato, piuttosto controllato e gestito come segnale (sintomo) per ridefinire la situazione. Se il Mister riesce ad attuare con successo comportamenti mirati a ridurre il conflitto, l’ostilità può essere sostituita con la coesione e il gruppo-squadra potrà, quindi, considerarsi maturo, per cui gli sforzi dei singoli componenti vengono proiettati al raggiungimento dello scopo comune.
La frase “i panni sporchi si lavano in famiglia” aggiunge significato al valore dello spogliatoio e si unisce alla simbologia che c’è dietro questo luogo fisico in cui si discutono i problemi del gruppo ed ognuno può sentirsi libero di esprimersi poiché ciò che accade lì dentro non ne attraversa le mura. Rappresenta quindi una garanzia ed una tutela reciproca di cui ognuno di loro fa uso ad esempio nel confronto con i mass media che, indirettamente con gli articoli, ma esplicitamente nelle interviste, lavorano per far emergere le dinamiche di spogliatoio, probabilmente conosciute nell’ambiente, che però non vengono confermate ai giornalisti, ai commentatori ed al pubblico della tifoseria. La vittoria in sé resta il fine ultimo di una squadra di calcio, mentre tutto il percorso che si costruisce per ottenerla passa attraverso un impegnativo lavoro di definizione del gruppo che avviene proprio nello spogliatoio. Esiste, dunque, un’influenza molto forte tra spirito di squadra, senso di appartenenza e risultato della prestazione: la loro interazione genera coesione e rende il gruppo squadra più stabile e candidato all'altezza ad una prestazione vincente.
dott.ssa Ivana Siena
http://www.forzapescara.tv/altri-sport/3648-lo-spogliatoio-e-lo-spirito-di-gruppo-approfondimento.html
venerdì 21 settembre 2012
Cos'è la Terapia Sistemico - Relazionale
Le origini della Terapia Sistemico Relazionale
Il movimento della psicoterapia sistemica affonda le sue
radici nella cultura americana degli anni cinquanta, caratterizzata dal
prevalere di una tendenza volta al superamento della settorializzazione degli
studi e di recupero di un approccio olistico ai problemi.
Lo sviluppo di nuove discipline, come l'antropologia e la sociologia, da' un contributo significativo alla conoscenza dei contesti in cui l'individuo vive, in particolare allo studio delle influenze che le relazioni e l'organizzazione familiare sembrano giocare sullo sviluppo della personalita'.
Con i concetti di sistema, organizzazione, causalita' circolare ed equifinalita' viene sottolineata la necessita' di considerare ogni fenomeno nella prospettiva dell'intero e l'impossibilita' di considerarlo come somma delle parti scomponibili, analizzabili in termini di causa-effetto.
Lo sviluppo di nuove discipline, come l'antropologia e la sociologia, da' un contributo significativo alla conoscenza dei contesti in cui l'individuo vive, in particolare allo studio delle influenze che le relazioni e l'organizzazione familiare sembrano giocare sullo sviluppo della personalita'.
Con i concetti di sistema, organizzazione, causalita' circolare ed equifinalita' viene sottolineata la necessita' di considerare ogni fenomeno nella prospettiva dell'intero e l'impossibilita' di considerarlo come somma delle parti scomponibili, analizzabili in termini di causa-effetto.
Sicuramente un grande contributo alla elaborazione del
modello e' stata data anche dai cibernetici, che hanno aperto la strada alle
considerazioni che conducono poi gli autori appartenenti alla cosiddetta Scuola
di Palo Alto (fra cui Beavin, D. D. Jackson, P. Watzslawick,
C. Szluski) e a Gregory Bateson di mettere a fuoco il modello che
poi si e' evoluto nella direzione della terapia sistemica che oggi conosciamo.
Terapia della Famiglia: i concetti fondamentali
A differenza degli altri approcci che si basano
sull'individualita' del soggetto, nella terapia della famiglia l'individuo (il
paziente) viene considerato una parte del tutto (il sistema).
Il "sistema" e' l'insieme delle relazioni che circondano ed influiscono nella vita della persona (quindi la famiglia, ma anche il contesto sociale).
Secondo questo approccio, l'individuo e' in grado di influire sul contesto, come il contesto influisce sull'individuo:
Quindi la "persona malata" e' in qualche modo espressione/influenza/frutto di un contesto (es. famiglia), come il contesto e' espressione/influenza/frutto della persona (la dinamica circolare di tipo cibernetico).
Il "sistema" e' l'insieme delle relazioni che circondano ed influiscono nella vita della persona (quindi la famiglia, ma anche il contesto sociale).
Secondo questo approccio, l'individuo e' in grado di influire sul contesto, come il contesto influisce sull'individuo:
Quindi la "persona malata" e' in qualche modo espressione/influenza/frutto di un contesto (es. famiglia), come il contesto e' espressione/influenza/frutto della persona (la dinamica circolare di tipo cibernetico).
Dalla teoria generale dei sistemi e' stata ricavata una
forma di terapia che parte dall'idea che, detto in maniera semplice:
- una malattia psicologica presenta una serie di schemi relazionali che si ripetono con costanza (e quindi sono stabili)
- per operare un cambiamento si devono interrompere/modificare questi schemi
- quando si rompono/modificano questi schemi si apre una fase caratterizzata da un periodo di riorganizzazione del sistema individuo/famiglia/societa'.
In questa fase si inserisce l'operazione terapeutica dove il
terapeuta, con i suoi strumenti (comunicazione, teoria di riferimento, ecc.)
accompagna/guida il processo di cambiamento.
La Terapia della Famiglia ha costruito quindi la sua
metodologia clinica intorno all'idea che il disagio psichico puo' essere colto
attraverso l'osservazione delle relazioni umane: quindi, non sul singolo, ma
osservando due o piu' persone.
Si tratta di relazioni specifiche, peculiari e necessarie per lo sviluppo di ogni individuo: quelle, ad esempio, che vengono a costituirsi all'interno del nucleo familiare.
Il paziente, allora, non e' colui che subisce ed esibisce un sintomo, ma, paradossalmente, e' esso stesso un sintomo: quello di una famiglia disfunzionale.
Si tratta di relazioni specifiche, peculiari e necessarie per lo sviluppo di ogni individuo: quelle, ad esempio, che vengono a costituirsi all'interno del nucleo familiare.
Il paziente, allora, non e' colui che subisce ed esibisce un sintomo, ma, paradossalmente, e' esso stesso un sintomo: quello di una famiglia disfunzionale.
Da questo interessante approccio epistemologico, nel corso
degli anni, si sono evolute molte modalita' d'intervento applicabili ai piu'
svariati contesti: familiare, aziendale, sociale, etc.
sabato 15 settembre 2012
Psicologia dello Sport - Approfondimento
Il Ruolo dell'Allenatore come Motivatore
Fonte: www.forzapescara.tv
Negli sport, come nella vita, la capacità di spingere l’altro verso una migliore prestazione fisica o mentale è diventata, negli ultimi anni, una vera e propria metodologia per gestire efficacemente il raggiungimento di obiettivi. L’attenzione degli psicologi che si occupano di sport, nel caso specifico di calcio, è andata concentrandosi sul concetto di motivazione per poi studiarne i meccanismi e le caratteristiche peculiari al fine di migliorare le prestazioni in campo. Vari autori hanno espresso alcune ipotesi sul concetto di motivazione, ma tutte concordano con il principio secondo cui l’atteggiamento ed il comportamento, mirati ad uno scopo, dipendono da una spinta interna, emotiva, cognitiva ed anche fisiologica che determina la qualità della prestazione, soprattutto in competizioni come quelle calcistiche.
La figura del motivatore o Mental Coach, nasce negli Stati Uniti una cinquantina di anni fa, e viene oggi più che mai impiegata in vari sport individuali,come anche di gruppo. In campo calcistico, è generalmente ritenuta valida l’equazione per cui un Mister è un grande allenatore solo se sa essere anche un grande motivatore. Un buon allenatore quindi non pensa solo a vincere oggi, ma getta le basi con i suoi ragazzi per la vittoria di domani. Crea il fattore di crescita per la squadra a prescindere dal suo livello di preparazione tecnico-tattica, ma si muove attraverso la valorizzazione del singolo giocatore nelle sue competenze e nel processo di condivisione e fusione con quelle dei suoi colleghi/compagni. È un facilitatore del cambiamento, una persona che stimola e indirizza le energie del singolo giocatore e lo aiuta a prendere consapevolezza delle sue potenzialità. Guida la squadra verso una meta, insegnando ai singoli membri come mettere a disposizione del gruppo il proprio patrimonio individuale.
Un delineato processo motivazionale risulta necessario soprattutto a seguito di insuccessi ripetuti nel tempo. Molti giocatori concentrano tempo ed energie sulle sconfitte, su ciò che avrebbero potuto fare e non hanno fatto, su ciò che avrebbero potuto ottenere e non hanno ottenuto.
Questa visione dell’errore comporta in sé altri errori:
- il giocatore, in maniera inconsapevole, continuando a pensare e a rivivere dentro di sé gli insuccessi del passato, non solo accumula ulteriore negatività e insicurezza, ma condiziona le sue capacità all’insuccesso anche nel futuro;
- l’altro aspetto ulteriormente sfavorevole, è che l’atleta, ripercorrendo nel tempo gli insuccessi del passato, potrebbe commettere l’errore di attribuire il fallimento a sé stesso, alla propria persona, alla propria identità e non a quei comportamenti che sicuramente sono stati la reale causa di quegli insuccessi e che si sono incrociati con le scelte e le azioni degli altri appartenenti alla squadra.
Quasi sempre un allenatore di calcio è stato prima un giocatore, questo agevola la comprensione di tutte le dinamiche che si verificano in campo e dentro o fuori lo spogliatoio e permette di entrare facilmente in sintonia con il gruppo. Al Mental Coach, quindi, non deve solo interessare analizzare le cause dei mancati successi, ma affiancare l’individuo affinché si alleni e si abitui a creare i propri sentieri mentali e motivazionali che lo conducano alla peak performance (massimo della prestazione); in sostanza, fare in modo che egli utilizzi la propria mente non come un freno ma come un acceleratore di risultati.
dott.ssa Ivana Siena
Fonte: http://www.forzapescara.tv/pescara-calcio/3513-il-ruolo-dell-allenatore-come-motivatore-approfondimento.html
giovedì 13 settembre 2012
SU DI ME
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