giovedì 24 marzo 2016

A CIASCUNO I PROPRI SPAZI


Avete mai provato la sensazione di sentirvi soffocati, invasi e frustrati? Se la risposta a tale quesito è SI, è probabile che si sia verificata nella vostra vita una rottura dei propri confini o addirittura un loro non riconoscimento.

I confini personali sono i limiti che definiscono dove inizia e finisce il nostro spazio personale fisico, emotivo e mentale. Questi margini, naturalmente sono flessibili, allargabili o no a secondo del tipo di relazione che vogliamo stabilire con gli altri (con il/la partner, in società, in famiglia, con i colleghi...) e a secondo della situazione in cui ci troviamo.
Edward T. Hall, un antropologo statunitense, nel corso dei suoi studi si è occupato prevalentemente di prossemica, ovvero lo studio del rapporto tra comunicazione ed uso degli spazi interpersonali, individuandone quattro tipi:
·  distanza intima (0-45  cm). Questa è la più vicina al nostro corpo, poiché in essa si verificano diversi fenomeni emozionali, per cui possono accedervi soltanto persone con le quali si sia stabilito un rapporto di intimità (genitore - figlio, coppia).
·  distanza amicale/personale (45-120 cm). Caratterizza le relazioni tra conoscenti che si sentono a proprio agio. Alla zona personale possono accedere familiari, amici, colleghi e tutte quelle persone con le quali di solito si hanno rapporti di affabilità. Questa distanza ci permette di essere maggiormente obiettivi e meno invischiati come accade nella relazione intima.
·  distanza sociale (1,2-3,5 metri). È lo spazio riservato ai contatti sociali meno profondi, più convenzionali e formali.
·  distanza pubblica (oltre i 3,5 metri). Riguarda le pubbliche relazioni, incontri di lavoro, seminari, cerimonie, conferenze e spettacoli... Tale distanza è regolata, di solito, da precisi protocolli e spesso stabilisce il potere di un individuo sugli altri.
Naturalmente la quantità di spazio di cui ognuno di noi ha bisogno è soggettiva poiché in alcuni casi può essere maggiore, in altri minore. Spesso, però, per paura di offendere l’altra persona o per quieto vivere non esercitiamo il diritto di rispettate i nostri confini e lasciamo che l’altro invada il nostro spazio, manipolandolo o obbligandoci a fare qualcosa contro la nostra volontà, ed è proprio in questi casi che ci sentiamo sopraffatti.
È fondamentale, quindi, definire e conoscere i propri confini e far in modo che essi vengano rispettati in qualsiasi relazione al fine di non creare né dipendenza né troppa distanza. Trovare il proprio equilibrio è basilare e allo stesso tempo, è necessario che esso sia dinamico.
Come facciamo allora a identificare i nostri confini? È necessario conoscere se stessi, riconoscere e sentire le proprie reazioni emotive, il pensiero che queste emozioni ci suscitano e quali azioni mettiamo in atto per gestirle. Queste sono una guida infallibile, perché quando qualcuno cerca di invadere il nostro spazio, è il corpo che per primo lo segnala, ma questo non è altro che il propagarsi della reazione che abbiamo provato a livello emotivo.
Quando ci sentiamo a disagio, infastiditi, frustrati, arrabbiati, delusi dopo un commento o un comportamento è importante capire il perché quelle  parole o quegli atteggiamenti hanno provocano in noi quelle sensazioni o reazioni. Non bisogna reprimere ciò che stiamo ‘sentendo’ perché faremmo un danno solo a noi stessi accumulando stress e tensioni che potrebbero poi sfociare in una reazione esagerata.
Se conosciamo i nostri confini, difficilmente chi si troverà di fronte a noi potrà invadere il nostro spazio. Se non riusciamo a comunicare in primis a noi stessi e poi agli altri qual è il nostro spazio, non facciamo altro che consegnare il nostro potere personale in mano all’altra persona. Quindi, come spesso accade, non è l’altro che ci invade, ma siamo noi che lasciamo i cancelli aperti e ci facciamo mettere “i piedi in testa”.
In conclusione appare chiaro come  rispettare e conoscere se stessi è fondamentale per ottenere anche il rispetto e riconoscimento altrui.

 Dott.ssa Luisana Di Martino
Laureata in Psicologia a Chieti (CH) e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara (PE).



mercoledì 23 marzo 2016

IL CORAGGIO DI DIRTELO


Un semplice dolore, fastidio, un esame di routine ... e tutto cambia.
La maggior parte delle persone, almeno una volta l’anno, si reca dal medico di famiglia per farsi prescrivere un emocromo. Questo semplice esame, però, per alcuni è l’inizio di un susseguirsi di accertamenti, approfondimenti, indagini, fino ad arrivare un giorno, ad una diagnosi:
“lei ha un carcinoma..., lei ha una neoplasia..., dagli esami effettuati è emerso che lei ha delle metastasi...”.


Il camice bianco parla, e tutto a un tratto ci si sente frastornati, stanchi, affaticati, gli occhi seguono il labiale, ma la mente è spenta e prima che ce ne rendiamo conto, siamo fuori dalla stanza, con un nuovo foglio tra le mani e un nuovo appuntamento. Da quel momento la bocca resta in silenzio e gli occhi iniziano ad urlare: “ho Paura”. Ed è questo il sentimento più legittimo, ma probabilmente non lo è il silenzio che ne consegue. Nelle righe successive cercherò di argomentare al meglio questo pensiero.
Nulla accade per caso. Pensate io sono la figlia di un ex-paziente oncologico e poi ho avuto il piacere di trascorrere, come tirocinante in psicologia, sei mesi della mia vita nel reparto di Oncologia Medica di un ospedale del centro Italia. Cosa ho imparato da questa esperienza? Ad amare ogni secondo della mia vita e di chi mi sta accanto.
Quotidianamente siamo presi da impegni, scadenze, ritmi di vita a volte soffocanti e tutto questo molto spesso ci fa perdere l’orientamento, ciò che desideriamo e sentiamo realmente. Poi un giorno arriva una diagnosi e iniziano i “se” e i “ma”, arrivano i compromessi, i rimpianti, i sensi di colpa, senza renderci conto che stiamo continuando a perdere tempo, il tutto aggravato da quel senso di paura che si chiama morte.
Ogni volta che si presenta un evento avverso nella nostra vita la domanda che sorge spontanea è: “perché proprio a me?”. Io stessa, a suo tempo, mi sono posta questa domanda, senza trovare risposta, allo stesso tempo non avevo nemmeno il coraggio di esternare questa preoccupazione, sapete perché? Perché avrei ammesso a me stessa e agli altri di aver paura.
Spesso si crede che esternare questo sentimento sia indice di debolezza. Vi posso assicurare che non è così. Tenere nascosta la paura vuol dire morire prima del tempo, come se ad ucciderti non fosse il cancro, ma tu e il tuo maledetto silenzio, quella stupida convinzione che meno se ne parla e meglio è. Idiozia.
Spesso ho sentito parenti che chiedevano al medico o allo psicologo stesso di tacere sulla diagnosi, anche io sono stata una di quelle che ha omesso, o meglio lo pensava.
Tale richiesta ha motivo di esistere in quanto si crede sia necessario proteggere la persona colpita dal male, proteggerla attraverso il silenzio, la negazione. Pensateci un attimo però... Secondo voi è possibile che un malato di cancro non sappia cosa sta per affrontare e cosa rischia? Inoltre, senza contare tutta l’informazione che si fa oggi su queste malattie, pensate davvero che chi è costretto a sottoporsi a tali cure non sappia cosa sia una chemioterapia? Una radioterapia? Sembra incredibile e poco realistico!!! È a loro che viene inserito un ago nelle vene, iniettato un medicinale che il più delle volte ti da nausea, vomito, diarrea, fa cadere i capelli, ti provoca dolore fisico...
La paura e il dolore spesso sono raccontati solo con gli occhi. Quegli occhi urlano smarrimento, tensione, negazione.
Condividere le emozioni, per molti di questi pazienti, non assicura loro la guarigione, ma assicura “il non sentirsi soli” e meno affaticati. Vi sembra poco? Pensate ad un’azione quotidiana banale, esempio portare la spesa a casa, se si è in due il peso è minore perché condividiamo quel carico. La stessa cosa accade per le emozioni. Dire “ho paura”, ammetterlo a noi stessi oltre che allo stesso caro, affetto da questa malattia, aiuterà entrambi a LOTTARE.
Probabilmente la storia avrà un finale nefasto e chi continuerà a vivere, soffrirà della mancanza di quel corpo che non vedrà più, di quell'abbraccio che faceva sentire protetti, di quella voce che  rassicurava, ma se si riesce ad esternare ciò che si prova davvero, aiuta a compensare le mancanze materiali attraverso i ricordi. Gioiosi o dolorosi che siano, li sentirete vivi, perché esternare il proprio vissuto attutisce, o elimina del tutto, il rimorso di quelle parole non dette.

La malattia purtroppo ci sarà sempre, ciò che ancora oggi manca è il coraggio di esprimere il dolore e la convinzione che sia meglio che anche l’ammalato lo possa esprimere, con l’unico intento di sentirsi meno solo e sconfitto.


Dott.ssa Luisana Di Martino
Laureta in Psicologia a Chieti (CH), tirocinante della Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara (PE)

giovedì 10 marzo 2016

IO DEVO... IO POSSO


Provate per un attimo a sostituire all’interno di una proposizione, il verbo “dovere” con il verbo “potere”. Vi accorgerete come tutto il significato della frase, ma soprattutto il vostro umore cambierà!!!



Fin da piccoli non hanno fatto altro che ripeterci: “devi fare così, non devi dire così... Devi! Devi! Devi!” Tutto sembra un obbligo, una costrizione anche leggere un libro, guardare un film, riunirsi a tavola diventa un dovere. Provate a pensare a quanto questo verbo imperante sia presente nei rapporti interpersonali o semplicemente nelle normali attività quotidiane... tutto risulta essere molto più faticoso.  
Personalmente, in qualsiasi modo io declini questo verbo, mi sento soffocata, stressata e nervosa, perché? Dovere è sinonimo di obbligo, il quale a sua volta è sinonimo di vincolo, quindi qualcosa che è dettato da qualcos’altro o da qualcun altro. Ok, ma IO dove sono? Tante volte finiamo per perderci e troppe volte ci ritroviamo a dire o pensare frasi del tipo: “avrei tanto voluto fare... e invece ho dovuto...”.

Riporterò alcuni esempi di vita quotidiana per spiegare al meglio il mio pensiero.
Probabilmente, per la maggior parte delle persone, il momento della giornata più bello è la messa a letto perché finalmente mente e corpo possono rilassarsi e invece... “devo mettere la sveglia, perché domani devo andare in ufficio prima perché..., devo portare i bambini a scuola..., devo andare in palestra e così via discorrendo” e cosa succede? La mente si affatica ancor prima di provar a rilassarsi. Proviamo allora a sostituire il verbo: “posso mettere la sveglia a quest’ora così ho la possibilità di arrivare prima in ufficio e svolgere quella commissione..., posso portare i bambini a scuola e poi potrei...” Non sembra ci si senta un po’ meno affaticati?

Tutto questo dovere, alla fine porta alla frustrazione, la quale si ripercuote sul nostro vissuto e invece di fermarci a riflettere sul perché ci sentiamo così e di conseguenza cercare di cambiare il nostro pensiero e il nostro comportamento, non facciamo altro che criticare tutto ciò che ci circonda. Apparentemente è più facile credere di cambiare ciò che esterno a noi, provate però per un periodo a cambiare il verbo dovere in potere e vedrete come tutto avrà un aspetto diverso. All’inizio crederete che siano le situazioni e le persone a esser cambiate, ma in realtà sarà il vostro pensiero. Le norme, gli impegni, le attività... rimarranno le stesse, ma la vostra mente e il vostro corpo vi ringrazieranno perché finalmente avranno perso quel senso di affaticamento e di stanchezza.
Il segreto è quindi impossessarsi di una decisione, riconoscere di essere gli artefici di una scelta che è tutta racchiusa nel verbo “potere”. Laddove posso, mi metto in condizione di fare una riflessione anche sul “voglio”.
Sembrerà strano, ma la maggior parte delle attività quotidiane, il lavoro o lo studio compresi, sono frutto di una scelta fatta anni prima, se non proprio nell’infanzia. Riconoscere questo movimento ci permette di non vivere le nostre attività come un obbligo, inoltre qualora ad oggi dovessimo riconoscere che il “devo” pesa troppo ricordiamo che siamo sempre in tempo a farci una nuova domanda: “come posso cambiare per stare meglio?”
Buona scelta!

Dott.ssa Luisana Di Martino
Laureata in Psicologia all’Università “G. D’Annunzio” di Chieti e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara.

Dott.ssa Ivana Siena
Psicologa Psicoterapeuta



venerdì 12 febbraio 2016

PAURA DI AMARE

La paura è un sentimento primario nella vita degli esseri viventi. Senza la paura le persone sottovaluterebbero i pericoli, andando incontro rischi azzardati che potrebbero portare anche alla perdita della vita stessa.


Questo vale per il pericolo di finire fuori strada mentre si sta guidando, tagliarsi con un coltello, ammalarsi se non ci si copre abbastanza dal freddo, inaridirsi frequentando persone negative. I pericoli non hanno soltanto una forma materiale, sono anche invisibili; i pericoli non sempre si possono toccare, ma si trasformano in minacce al proprio benessere, le quali entrano dentro di noi senza che ce ne accorgiamo; i pericoli possono essere virtuali, ma comunque molto invasivi e non sempre guidati da agenti “negativi”.

Pensate all’amore, questa parola dalle mille interpretazioni soggettive, che dovrebbe rappresentare un traguardo da raggiungere, un elemento di crescita personale attraverso l’altro, che dovrebbe far sorridere e far produrre al corpo umano tutta una serie di sostanze che servono a mantenere alto l’umore ed a vivere al meglio la propria vita. L’amore racchiude in sé un enorme pericolo, una modalità, un atteggiamento, un modus operandi che è rischiosissimo per determinate tipologie di persone: sto parlando della responsabilità. Quando si ama qualcuno si diventa responsabili del benessere dell’altro, infatti senza entrare necessariamente nell’aspetto patologico legato ad una dipendenza affettiva, lo stare insieme porta chiunque ad essere una fonte di felicità per il partner, chiedendo in cambio lo stesso quantitativo di rifornimento affettivo. Non è finita qui, quando il baricentro della responsabilità si sposta inevitabilmente fuori da sé, all’interno di una relazione di coppia, l’istinto di conservazione dell’essere umano cerca di “ri-centrarlo” al punto di origine. Scaturisce così il conflitto dentro se stessi tra il rimanere responsabili esclusivamente del proprio benessere (processo primordiale che si innesca dalla nascita) e l’essere responsabili anche di una quota del benessere altrui, per poi averne un ritorno secondo quello che ho prima dichiarato. Un circolo impegnativo, quindi, che richiama alla fatica fisica. Come si fa a non aver paura della fatica fisica? Ecco che ritorna il concetto di paura.

In psicologia hanno chiamato Philofobia la “paura di amare”, la quale altro non è che paura di impegnarsi per un altro diverso da sé. È ciò che fanno i bambini, i bambini si rifiutano di impegnare le proprie energie per il benessere altrui perché vivono un egocentrismo tipico della loro condizione di crescita e della loro fase di sviluppo. Anche i bambini vivono l’amore, lo sanno anche donare, lo imparano dai loro punti di riferimento che nel migliore dei casi sono i genitori e, attraverso i loro modelli lo ripropongono poi da adulti nelle relazioni con l’altro.



Quindi chi è un Philofobico? Potrei pensare ad un bambino che è costretto a vivere in un corpo di adulto. Una persona che ancora non è perfettamente in grado di prendersi cura di se stessa alla quale si chiede di prendersi cura anche di un altro. Che presunzione assurda!
Ricapitolando, la paura è necessaria, se non obbligatoria, per la sopravvivenza umana. Si può avere paura anche di qualcosa che dovrebbe renderci felici come l’amore. 

L’amore è sinonimo di impegno e tale impegno non lo si può chiedere ad un bambino, il quale deve restare libero come essere umano in diritto di scegliere ancora di che pasta comporsi e libero da vincoli relazionali come quelli che esistono tra gli adulti.
Il problema sorge quando del bambino cresce e si sviluppa il suo corpo, ma parallelamente il suo animo resta acerbo, incompleto. Egli non può che nutrirsi di paure dovute alla mole di responsabilità a cui egli non è abituato. Questo gli impedirà di mettersi alla prova, di osare allontanarsi in ambienti sconosciuti per potersi rendere conto di come tutti i pericoli vanno sfidati e di come le paure possono essere affrontate.
Allontanarsi dalla propria zona di comfort, infatti, ha anche un grande vantaggio che è quello di ingegnarsi su come sopravvivere e su come prendersi cura di sé e degli altri, in altre parole l’essere adulti. È un modo attraverso il quale l’essere umano sviluppa il coraggio di osare nella vita, di testare se stesso e i propri limiti e soprattutto di imparare a scegliere, meccanismo di vitale importanza per proseguire lungo il corso della sua vita.


A rifletterci bene è questo che rende una persona davvero libera, la possibilità di scegliere. Ed è possibile scegliere anche all’interno di un rapporto di coppia in cui siano ben delineati i propri confini (interessi, spazi fisici e mentali, tempo libero da spendere senza il partner ecc…), in modo tale da decidere di volta in volta lo spostamento del baricentro delle proprie attenzioni tra il proprio spazio e lo spazio della coppia. Riuscire in questo gioco dinamico non è facile, ma di sicuro non è impossibile.

Dott.ssa Ivana Siena  

martedì 9 febbraio 2016

PATERNITA' TARDIVA

L'OROLOGIO PSICOLOGICO MASCHILE

In Italia l'età media degli uomini che si apprestano al matrimonio è pari a 34 anni e quella delle donne a 31 anni. Leggendo questi dati appare chiaro che aumentando l’età dei coniugi che convolano a nozze, di conseguenza anche l’esperienza della genitorialità diventa più tardiva.


Il matrimonio non è, però, l’unico indice da considerare nell’analisi dei fattori che influenzano la decisione di avere un figlio in quanto, come sappiamo, molti bambini nascono da genitori che scelgono di portare avanti una convivenza piuttosto che legarsi formalmente attraverso il vincolo matrimoniale. Tuttavia anche in questi casi l’età dei partner resta comunque molto alta.
Nelle donne come negli uomini il desiderio di diventare genitore mette di fronte ad un cambiamento radicale della propria vita, delle proprie abitudini e dei propri spazi. Se nei tempi antichi i figli erano considerati la maggiore risorsa in termini di aiuto domestico e di forza lavoro, oggi sono frutto di una libera scelta che asseconda un desiderio di sottofondo da un lato di dare vita al proprio concetto interno di famiglia, dall’altro lato, in maniera più narcisistica, di lasciare la propria “impronta digitale” nel mondo.
Se per la donna un’ulteriore spinta a procreare è data dall’orologio biologico, si può asserire che per l’uomo, il quale non è soggetto invece agli stessi limiti, l’orologio è di tipo “psicologico”.
Questo orologio psicologico scandisce un tempo più lento che si trasforma in un’esperienza di tardiva paternità. Esistono però due tipologie di uomini che vivono una paternità tardiva:
Uomini tra i 50 e i 60 anni che vivono un secondo matrimonio con donne più giovani ed accettano quindi di assecondare un’esigenza più della compagna che propria, soprattutto se hanno già avuto figli durante il precedente matrimonio. Un altro figlio diventa quindi la testimonianza della nuova vita che si sta intraprendendo.
Uomini che si sono dedicati esclusivamente alla vita lavorativa che vivono quindi la paternità come l’ultima tessera mancante di un puzzle dagli incastri perfetti. Le priorità, in questo caso, sono quindi legate alla conquista della stabilità e al raggiungimento di una sicurezza finanziaria.
Qualora si tratti del primo figlio, inoltre, questo  “nuovo arrivo” rappresenta un momento di transizione tra due fasi del ciclo della vita:
- creazione di una coppia da un lato;
- trasformazione in “famiglia”, intesa come condivisione di un progetto comune di vita, dall’altro.
Come per ogni transizione anche questa crea una rottura dell’equilibrio raggiunto fino a quel momento, il che significa per il neo papà un ridimensionamento dei propri spazi personali, aumento delle responsabilità, riduzione dello spazio di coppia e dell’intimità, adeguamento dei propri tempi a quelli del bambino e necessità di fare rinunce in campo professionale e personale, tutti fattori che necessitano di un grosso impegno per essere riadattati alla nuova situazione a tre.
Se è vero che per l’uomo un figlio in età matura significa da un lato perdere qualcosa, è anche vero che, laddove vissuto come scelta pienamente consapevole e desiderata, significa aumentare la propria autostima, imparare a gestire in modo creativo nuove situazioni, evolversi nel modo di approcciarsi a agli affetti, nell’espressione dei sentimenti e delle emozioni, significa quindi guadagnare. Tutto ciò diventa  il trampolino di lancio nel percorso di sviluppo psico-fisico del nascituro, nonché elemento di crescita per lo stesso padre.

Articolo dal quale viene tratta l'intervista del quotidiano "Il Centro" di Pescara (PE) i-papa-invecchiano-primo-pupo-a-35-anni


Dott.ssa Ivana Siena
Psicologa e Psicoterapeuta

Centro di Psicoterapia Familiare

lunedì 8 febbraio 2016

QUESTIONI DI CONVIVENZA, QUESTIONE DI RELAZIONI

Si litiga in casa, in famiglia, con il proprio compagno di vita, con i fratelli, con i coinquilini.
Una delle principali motivazioni è lo SPAZIO.


Che si intenda spazio fisico o psichico il denominatore comune è il CONFINE. I confini personali sono i limiti che definiscono dove inizia e finisce il proprio spazio personale fisico, emotivo e mentale. Questi limiti sono flessibili, allargabili o no a secondo del tipo di relazione che si vuole stabilire con gli altri (con il/la partner, in società, con i colleghi…) e a secondo della situazione in cui ci si trova.
Le persone necessitano di un confine all'interno del quale sentirsi a proprio agio, protetti, autentici ed è anche vero che nessuno sa da cosa dipenda la quantità di spazio che ognuno ha bisogno, è soggettiva. Tuttavia accade spesso che i confini vengano valicati, più o meno con forza e consapevolezza portando a sentimenti di rabbia, i quali, se non espressi correttamente portano all’interruzione della relazione. Un esempio estremo di rottura di un confine è la violenza fisica e sessuale, ma esempi più consueti sono le mancanze del quotidiano nell’ambito familiare, amicale e lavorativo. La distanza è lo spazio e il tempo fra due persone o due cose, mentre la COMUNICAZIONE  diventa l’unico modo per modulare tale distanza nei rapporti con gli altri.



Come fare per difendere i propri confini?

Innanzitutto entrare in contatto con se stessi, ossia riconoscere le sensazioni che si provano quando si è in contatto con qualcuno, chiunque esso sia. Fastidio, frustrazione, oppressione, rabbia, delusione sono solo alcuni dei sentimenti che si provano quando qualcuno varca il nostro confine fisico o psicologico.
Chiedersi il perché si provi quel tale sentimento ci consente una maggiore consapevolezza di quel perimetro soggettivo che deve delineare la nostra linea protettiva. Tutto diventa più chiaro e si può di conseguenza decidere la misura della giusta distanza che desideriamo tra noi e “l’Altro”.

Comunicarlo resta il passo definitivo, ma anche il più difficile da compiere in quanto subentrano resistenze di ogni tipo, dalla paura di essere giudicati all’obbligo di contenere i propri pensieri, come spesso accade nei contesti lavorativi ad esempio.

La comunicazione non verbale aiuta molto in queste situazioni, in quanto silenzio, espressioni del viso, prossemica e gestualità sono spesso più eloquenti di qualsiasi discorso.
Reprimere il proprio sentire potrebbe sembrare un'ottima soluzione temporanea, ma altro non è che un'illusione che nel tempo si trasforma in disagio e malessere. 
Cosa conviene davvero?

Dott.ssa Ivana Siena

mercoledì 13 gennaio 2016

SEMINARIO GRATUITO: NON C'E' DUE SENZA... TE

Il Centro di Psicoterapia Familiare, in collaborazione con l’Associazione Obiettivo Famiglia Onlus, organizza il seminario GRATUITO:

NON C’E’ DUE SENZA… TE. Quando la relazione di coppia diventa pericolosa.



Seminario GRATUITO sulle sfaccettature della Dipendenza Affettiva, fenomeno sempre più visibile all'interno delle relazioni di coppia.
Nella prima parte della giornata si parlerà delle varie tipologie di Dipendente Affettivo, di come nasce questo fenomeno e come può evolversi quando non si prende una reale consapevolezza delle sue conseguenze disfunzionali.
In seguito il lavoro verterà sul rischio che questa modalità di "amare" possa portare a forme di violenza tra i partner, più o meno visibili. Verrà quindi approfondita, oltre alla figura della persona che vive sulla sua pelle la Dipendenza Affettiva, la figura del partner che alimenta questo gioco relazionale, incorrendo in un circolo vizioso "vittima/carnefice" non adatto al benessere della coppia.

Per prenotarsi all'evento è necessario mandare un'email all'indirizzo: obiettivofamiglia@gmail.com.

IL POTERE DI UNA CAREZZA

Dall'Analisi Transazionale alla relazione


Fin dalla nascita uno dei bisogni fondamentali per il bambino, al pari della necessità di cibo, è il contatto fisico.
Numerose ricerche nel campo della psicologia hanno mostrato come la deprivazione sensoriale provochi danni irreparabili sia nei bambini che negli adulti, mettendo in luce, soprattutto facendo riferimento ai primi, quanto la mancanza di contatto abbia un peso specifico nello sviluppo di problematiche fisiche ed emotive.
Eric Berne scelse il termine carezza per indicare l’unità di riconoscimento sociale (modalità per riconoscere l’esistenza di una persona in senso figurato) e per rievocare questo bisogno di contatto fisico degli infanti: «Con “carezza” si indica generalmente l’intimo contatto fisico; nella pratica il contatto può assumere forme diverse. C’è chi accarezza il bambino, chi lo bacia, gli dà un buffetto o un pizzicotto. […] Per estensione, con la parola “carezza” si può indicare familiarmente ogni atto che implichi il riconoscimento della presenza di un’altra persona». 

È necessario che la persona venga riconosciuta come tale per svilupparsi bene, non basta soddisfare i suoi bisogni primari! Un banale non saluto può suscitare un effetto enorme su di noi proprio perché dietro di esso leggiamo il non riconoscimento.
Ognuno di noi sviluppa un suo stile nel dare e ricevere carezze, fondato sulla base della propria posizione esistenziale, dove per posizione esistenziale l’autore intende la modalità in cui ognuno si percepisce rispetto ad un altro o al mondo esterno e, di conseguenza, come percepisce il resto del mondo. La posizione esistenziale ideale è rappresentata dal sentirsi “OK” rispetto ad un Altro anch’esso percepito come “OK”, anche se obiettivamente risulta difficile rimanere fissi su una posizione, ma necessariamente si sperimentano tutte le altre. Vedi l’immagine:



Si potrebbe pensare che le persone cerchino esclusivamente carezze positive, sotto la falsa credenza che siano queste a muoverci su una posizione esistenziale ottimale (OK-OK), rifiutando le negative; in realtà (e può sembrare assurdo) qualsiasi tipo di carezza è meglio di nessuna carezza, in quanto il nostro bisogno di essere “accarezzati” è così importante che se non riusciamo a riceverne di positive faremo in modo di prendere almeno quelle negative. Un classico esempio è quello del maestro che riprende l’alunno ogni volta che sbaglia e lo ignora quando fa le cose per bene: pur di ricevere attenzione l’allievo continuerà a sbagliare. Questo spiega perché certi comportamenti si rinforzano, mentre altri passano inosservati.
Nella nostra cultura la logica delle carezze è legata al complesso di inferiorità, il quale inevitabilmente porta con più facilità a svalutare l’altro, piuttosto che valorizzarne i suoi punti di forza. Carezze negative di questo tipo apparentemente nutrono la propria autostima, perché mettono l’autore in una posizione giudicante tipica di chi si sente migliore degli altri, impedendo tuttavia lo slancio verso la posizione esistenziale costruttiva, quella del “io sono Ok, tu sei Ok”, in cui la persona realizza una visione del mondo dove c'è posto per sé e anche per l'altro, riconoscendone pari dignità e valore. In questa prospettiva le persone possono sperimentare sentimenti di gioia e di autoefficacia, portando avanti, anche collaborando, progetti di vita significativi. Riconoscersi delle capacità e dei diritti, riconoscersi degni di affetto e di stima e usare questa lente anche quando si guarda il prossimo, permette alle persone di stare nel mondo dandosi la possibilità anche di cambiarlo, o di contribuire quantomeno a cambiare, modificare, migliorare il proprio ambito di vita. Questa posizione può essere accettata solo quando si dispone di un numero notevole di informazioni su noi stessi e sugli altri. Come riuscirci? Imparando a leggere e ad ascoltare i nostri stati dell’Io (Genitore, Adulto, Bambino), mettendo da parte le svalutazioni (di sé e dell’altro)  dando voce alle valorizzazioni, alle carezze positive, perché soltanto in questo modo potremo considerarci realmente Adulti.

Concludo citando Berne:


“Voglio amarti senza aggrapparmi a te,
voglio apprezzarti senza giudicarti,
voglio essere con te senza invaderti,
invitarti senza comandare,
averti senza sensi di colpa,
criticarti senza incolparti,
aiutarti senza insultarti,
se posso avere la stessa cosa da te,
allora possiamo veramente, incontrarci
e arricchirci reciprocamente.”

Dott. Simone Ferrazzo

Laureato in Psicologia, attualmente impegnato nel Tirocinio Formativo presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara. 



mercoledì 9 dicembre 2015

“WAITING FOR…” COME NON RIMANERE DELUSI DAGLI ALTRI


A quanti di noi capita di dire: “Mi aspettavo questo o quello da te” oppure “La vita è ingiusta con me, non meritavo questo”.
L’essere umano non è composto soprattutto da acqua, ma bensì da aspettative.
Viviamo costantemente con l’assurda convinzione che l’intero mondo sia in debito con noi da quando abbiamo messo piede sulla Terra.
Se sono una persona rispettosa, sensibile e responsabile, perché non ricevo lo stesso in cambio? Perché le persone non rispecchiano le mie idee ed appagano le mie esigenze?
Essere le vittime di qualcuno è purtroppo una strada molto invitante, in cui spesso è facile inciampare.
Ogni giorno ci creiamo delle idee sul mondo e su come debba funzionare che vanno ben oltre la realtà, un insieme di teorie utopistiche che vengono presto disconfermate. Per sopravvivere a queste continue frustrazioni invece di interrogarci sul nostro atteggiamento nei confronti della vita, risolviamo il tutto creandoci una nuova illusione, ovvero “il mondo fa schifo e le persone sono crudeli”.
Perché preferiamo costruirci mondi alternativi perfettamente arredati, piuttosto che vivere la realtà e le persone per quello che sono?
Probabilmente crediamo che tutto questo ci aiuti ad andare avanti, ci aiuti a reagire di fronte agli insuccessi e alle delusioni, ci sembra più utile  incolpare il nostro destino, la nostra cattiva stella, i nostri genitori o l’amica di turno, piuttosto che cominciare un dialogo con noi stessi; è di gran lunga meno doloroso, apparentemente, mettere in discussione chi mi circonda piuttosto che me.
Ma uscire da questo circolo vizioso si può, bisogna accettare e dare energia alla nostra parte adulta, riconoscendo le nostre potenzialità e responsabilità. Nella vita nulla ci viene donato per magia, ma siamo noi a costruirci le nostre opportunità, le nostre relazioni, i nostri amori e le nostre delusioni. Abbiamo il potere di scegliere, di decidere cosa fare della nostra vita, siamo noi gli artefici del nostro destino e questo a volte può far paura, perché vuol dire riconoscersi come unici responsabili del nostro dolore e della nostra gioia, perché alla fine dei giochi tutto quello che di buono faremo nella nostra esistenza sarà frutto delle decisioni prese e di quelle evitate, di quello che ci siamo permessi di vivere e non, alla fine, prima o poi, dovremmo fare i conti solo con noi stessi e non con quello che le altre persone potevano fare per noi.

Nessuno ha il potere di salvarci, le persone che incontriamo possono farci compagnia lungo il sentiero della vita, possono tenderci una mano quando la strada diventa faticosa, ma bisogna tener presente che il viaggio è solo nostro.
Le leggi della vita sono molto precise, ma non sono una condanna, se iniziamo a renderci conto del fatto che siamo assolutamente responsabili di ogni cosa che accade alla nostra esistenza, saremo nelle condizioni di poter migliorare la nostra vita. Sostituiamo le nostre assurde aspettative, concentrandoci sul creare anziché sperare o peggio aspettare, ricordandoci bene in mente queste parole: “io sono il padrone del mio destino. Io sono il capitano della mia anima“.

Dott.ssa Valentina D’Alessio
Laureata in Psicologia e tirocinante presso l'Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara