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venerdì 2 giugno 2017

CONSAPEVOLEZZA: LO STRUMENTO PER PRENDERE IN MANO LA PROPRIA VITA



La mancanza di consapevolezza è il problema di molte persone che vivono la loro vita da spettatori.

“Avevo tutto per essere felice, ma nel profondo sapevo di non esserlo”.
Questa solo una delle affermazioni più consuete nelle persone che vivono la sensazione di non avere il controllo sulla propria vita. Più le “non azioni” aumentano, più l’avvenire appare ai loro occhi ripetitivo e minaccioso.

Esiste un istinto all’autorealizzazione che spinge ognuno di noi verso un maggiore governo della propria vita, tuttavia molte variabili impediscono che questo istinto emerga e si tende a rinunciarvi. Basti pensare al volere di un genitore che magari risulta diverso dalla naturale propensione del figlio; rappresenta sicuramente un classico movente per cambiare la propria rotta al fine di compiacere gli altri.

Ancora, scegliere un lavoro che implichi la possibilità di una sicurezza economica fissa a scapito di un lavoro che metta in luce le proprie attitudini e passioni.

La rinuncia ha un costo notevole ed a lungo andare può creare un malessere non indifferente e sfociare, nel peggiore dei casi in una depressione.

Nascere protagonisti o diventarlo

La vitalità con cui ogni bambino nasce è un enorme dato di partenza che facilita la vita. L’ambiente e l’educazione familiare pongono dei condizionamenti che possono spingere più o meno verso un’autorealizzazione.

Molte persone che non sono abituate a scegliere per sé, sacrificano una vita da inventare in virtù di una tranquillità apparente che negli anni si trasforma in inezia e porta sempre il suo conto da pagare.
Pertanto è giusto dire che tendenzialmente famiglie “controllanti” disegnano sin da subito la mappa da percorrere per i propri figli, ma questi possono, se non devono, ridisegnarla nel momento in cui se ne sente la necessità.

Assumersi la responsabilità della propria vita

Il blocco è rappresentato da una sorta di autorizzazione perenne che si attende, un permesso a poter essere se stessi senza deludere gli altri.
Questo permesso da adulti non va richiesto.

Essere adulti significa assumersi a pieno la responsabilità delle proprie scelte, delle proprie azioni e della propria vita. Fino a quando non si smette di attribuire il proprio male agli altri, al passato, alle circostanze esterne non si sarà mai attori della propria vita.

Osare e scegliere sono due verbi che implicano da un lato un rischio, dall’altro la consapevolezza di poter sostituire e certezze di ieri con delle nuove, più adatte ad affrontare il presente.


Cominciare dalle piccole consapevolezze

Diventare attore della propria vita è quindi ammettere di avere sempre una possibilità di scelta.

È quindi necessario fa cessare il fiume di consigli e indicazioni che arrivano dall’esterno ed avere il coraggio di esplorare i propri desideri ed infine, fidarsi di se stessi.

Tutto questo per definire i confini di una vita nuova, non per forza straordinaria, ma sicuro più soddisfacente.

Dott.ssa Ivana Siena

DISINNAMORARSI DI CHI NON CI VUOLE PIU'

«Come si fa a disinnamorarsi?», ma anche «come ci si disinnamora?». Sembrano domande con così tante risposte (basta guardare i risultati della ricerca di queste due domande su Google) da essere di fatto senza risposta. Almeno, senza una risposta univoca e valida in tutti i casi. Invece una risposta c’è.
Come cancellare il sentimento
Se, come spiega il presidente dell’Accademia italiana per la salute nella coppia Emmanuele Jannini, «non sappiamo cos’è che ci fa innamorare, di conseguenza è difficile stabilire come si può disinnamorarsi», una sorta di «terapia d’urto» per provare a raffreddare i sentimenti esiste. Basta «perdere la stima della persona di cui si è innamorati», afferma il sessuologo. […]




Questa una parte di un articolo del 17 Aprile 2017 comparso su Corriere.it  che lascia molto riflettere.

PUÒ DAVVERO BASTARE “PERDERE LA STIMA” DI QUELLA DATA PERSONA PER SMETTERE DI AMARLA?

Chi c’è davvero dietro una domanda simile: “come faccio a disinnamorarmi?”
Sono donne? Sono uomini? Poco importa, di sicuro sono, a mio avviso, persone che si sentono  “incastrate” in una relazione mentale, più che concreta, con un partner che non c’è più.
La necessità di disinnamorarsi lascia pensare che da parte dell’interessato vi sia una difficoltà a separarsi, non tanto fisicamente dalla persona amata, in quanto probabilmente questo passaggio potrebbe già essere accaduto, ma mentalmente, dall’idea di quel NOI, il legame.

PRIMA DI DISINNAMORARSI BISOGNA VIVERE L’INNAMORAMENTO

L’innamoramento, può essere definito come un movimento a due in cui si sperimenta la gioia di vivere, lo scambio, il rinnovamento dei propri pensieri e emozioni, l’appartenenza.
Proprio quest’ultima potrebbe rappresentare l’essenza del legame, ciò che spinge a ricercare l’Altro, in quanto al suo interno vi è un vasto numero di significati profondi che apparentemente si racchiudono nella voglia di condivisione, nel desiderio di complicità e nella ricerca di intimità.

PER DISINNAMORARSI È NECESSARIO ESSERE APPARTENUTI AD UN SISTEMA
Ha a che fare con il vissuto antico, più o meno appagante, di  essere parte di un sistema, il primo resta sempre la famiglia d’origine.
Generalmente si può dire che una persona appartiene ad un sistema quando si riconosce parte di esso per valori, regole, tradizioni, comportamenti.
Pertanto la ricerca di appartenenza nei sistemi successivi (coppia) è un proprio bisogno, necessario per il benessere di ognuno.

SOLO SE SI APPARTIENE SI PUÒ ESSERE LIBERI DI SEPARARSI

L’incastro che vive il partner che si dispera nel tentativo di disinnamorarsi, potrebbe quindi dipendere dal non essere mai appartenuti ad una coppia. Potrebbe essere il tentativo di un riscatto affettivo per uno squilibrio d’amore. “Non mi sono sentito/a parte della nostra coppia”, “Ho rincorso l’altro tante volte”. Potrebbe sembrare un credito in sospeso con il partner che però dipende da una mancanza più antica.
Se la relazione finisce può dipendere dal modo di relazionarsi, dalle richieste reciproche, dai bisogni personali messi in secondo piano, da paure che si insinuano dentro di noi sin da bambini, dalle vere motivazioni che ci sono dietro la scelta di quel partner.

Coloro che hanno necessità di disinnamorarsi possono cominciare quindi dall’innamorarsi di se stessi, dal capire cosa li porta a mettere il partner al centro della propria vita anche quando lui/lei rifiuta il rapporto.
Disinnamorarsi a mio avviso non dovrebbe essere denigrare la figura dell’altro, ma dare, senza ombra di dubbio, più valore a se stessi.
Dott.ssa Ivana Siena

Fonte: Psiche.Org



LEGGI ALTRO SU:www.centropsicoterapiafamiliare.it

martedì 10 gennaio 2017

COME STAR BENE CON GLI ALTRI. L'AUTOSTIMA

Una delle maggiori richieste rivolte a specialisti della psicologia è come migliorare il rapporto con gli altri, con il partner, con i genitori, con i colleghi; molti non sanno che stanno parlando della loro autostima.


La tendenza a percepire l’altro con cui si entra in relazione come “problematico” è molto comune e racchiude difficoltà di comunicazione per le quali non si riesce a vedere chiaramente una possibilità di risoluzione. 

Questa sensazione costante e pervasiva ha in realtà a che fare con la percezione che si ha di sé, spesso messa in crisi proprio dagli altri intorno che, sempre attraverso la comunicazione, ci danno conferme o apparenti dimostrazioni di ciò che siamo. 
Non sempre, però, l’immagine che gli altri ci rimandano indietro è corretta, oggettiva, spassionata; è anzi facile che sia distorta da pregiudizi, bisogni, e tutto ciò che necessitano di vedere in noi per esorcizzare le loro paure. 

L’idea che abbiamo di noi stessi è una costruzione molto complessa, della quale non siamo nemmeno pienamente consapevoli.
L’autostima è proprio la percezione che si ha di sé, quella che si costruisce proprio attraverso i feedback di cui parlavamo sopra. Si possono individuare almeno cinque importanti aree della vita quotidiana attraverso le quali si costruisce: quella sociale, quella scolastica/professionale, familiare, estetico-corporea, intellettivo-culturale (la sensazione di avere delle abilità mentali ed una cultura adeguate e valorizzate nel proprio ambiente).  

Cosa comportano i diversi livelli di autostima


Questa valutazione di sé è dinamica e si muove nel tempo su un continuum che prevede due estremi, quello positivo e quello negativo. 
La bassa autostima aumenta il senso di insicurezza ed inadeguatezza, la convinzione di non essere in grado di  poter contare su se stessi e di essere quindi padroni della propria vita in quanto il pensiero e, ancora peggio, il giudizio degli altri sono fondamentali alla propria sopravvivenza emotiva. La prima cosa di cui è importante rendersi conto è il fatto che già la semplice idea che ci siamo fatti di noi stessi tende a condizionare il nostro comportamento in modo tale da “autoconfermare” l’idea stessa: è il cosiddetto effetto della “profezia  autoavverante”

Nei casi di bassa autostima, la profezia è di tipo catastrofico e viene quindi confermata di volta in volta dal bisogno impellente di fare di un altro esterno il nostro punto di riferimento in quanto “Io non sono capace da solo” di decidere, agire, pensare. Nei casi più gravi sorge una dipendenza verso l’esterno che conferma quindi il proprio sentirsi inutili e invisibili.

 L’eccesso di autostima


Non da meno risulta l’eccesso opposto del continuum in cui un’alta autostima, che, come dicevamo, è necessaria per star bene con se stessi e con gli altri, può diventare a suo modo un  problema.
Troppa sicurezza di sé,  la convinzione di star facendo sempre e comunque la cosa giusta, impediscono una visione obiettiva della realtà.
Questa modalità prevede che la persona non riesca più a confrontarsi con il mondo esterno e ritenga di possedere una saggezza interna che non le permette di accorgersi dei propri errori. 

 Cosa fare per migliorare la propria autostima


Non si nasce con la giusta autostima, essa va piuttosto coltivata, curata, alimentata durante il corso dell'esistenza. Una sana autostima permette di percepirsi in modo realistico e di riequilibrarsi costantemente e in maniera indipendente dal giudizio altrui. 

La lotta al miglioramento continuo richiede un impegno costante nel tempo e una volontà forte di mettersi in gioco in prima persona, lavorando sulle proprie percezioni e su ciò che le ha radicate a partire dall’infanzia fino all’età adulta. 

Una chiave di svolta importante inoltre sta nel valore soggettivo della diversità e della differenziazione rispetto agli altri e al mondo esterno, dove per differenziazione si intende autodefinirsi ed individualizzarsi, per evitare la fusione relazionale e conservare l'obiettività emotiva  all'interno del sistema a cui si appartiene.



Dott.ssa Ivana Siena

martedì 13 settembre 2016

COME FARE LA PACE CON SE STESSI


Una maggiore conoscenza ed accettazione di noi stessi non può che farci sentire più sereni ed aperti verso il mondo, questo perché accertarsi nella propria totalità è il primo passo per poter fare i conti con quelli che sono i nostri bisogni reali.



La serenità è uno stato d'animo che a volte ci appare irraggiungibile o difficile da realizzare, perché molto spesso cerchiamo di esercitare un controllo costante sulla nostra vita e su ciò che concerne il lavoro, la famiglia e le relazioni. Inoltre la pressione sociale ci spinge, il più delle volte, verso la ricerca costante di perfezionismo.

Restless, cioè agitato, è un termine inglese che descrive uno stato d'animo di frustrazione, pressione, e stanchezza. Ora, di fronte ad un comportamento che è carico di stress, l'agitazione può provocare la rottura degli equilibri interiori, mettendo in crisi sia chi sperimenta questa situazione in prima persona ma anche chi vive questa situazione di riflesso.
L'agitazione è in realtà uno stato d'animo che tutti abbiamo sperimentato almeno una volta nella vita. Qualunque tipo di evento, che sia una lite, il cambiamento di casa o anche avvenimenti felici come l'innamorarsi o l'organizzare una vacanza, può provocare una tempesta emozionale della quale ricerchiamo la causa  nell'ambiente circostante. La ragione è invece nella relazione che abbiamo con noi stessi.

Quindi “pace” non significa necessariamente “calma piatta”, ma per raggiungerla è spesso sufficiente allentare l'eccessivo controllo che esercitiamo sulla nostra vita, in quanto controllare troppo gli eventi equivale ad essere costantemente scontenti.
L'insoddisfazione, la paura del cambiamento e la passività, deformano la percezione che noi abbiamo della realtà, impedendoci di essere sereni con noi stessi e gli altri.

Quindi, per superare la scontentezza è necessario conoscersi un po' di più. Come è possibile essere sicuri che i sogni che coltiviamo e le ambizioni che abbiamo siano i nostri, se prima non ci guardiamo dentro? Il paradosso è sempre dietro l'angolo, ci auguriamo la pace ma ci sovraccarichiamo di aspettative, vogliamo il riconoscimento degli altri senza conoscere noi stessi e siamo fautori del carpe diem, mentre la nostra mente è proiettata nel futuro.

Per raggiungere la serenità e prendere le distanze dal circolo vizioso dell'autosvalutazione è necessario riconnettersi con la nostra parte profonda, capire a fondo i propri bisogni, non caricarsi di aspettative irrealizzabili ed ancor più fondamentale, accettarsi per quello che si è.

Dott.ssa Alessandra Errichiello


Tirocinante di Psicologia presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara

lunedì 12 settembre 2016

INTERVISTA A JIMMI FASCINA

F: Buongiorno Jimmi Fascina. Siamo qui con Lei oggi perché rimasti colpiti da un servizio fotografico che ha svolto recentemente.
Prima, però, di arrivare al servizio fotografico vorrei che mi facesse una breve presentazione di Lei.

J: Buongiorno. Oh, bella domanda! Chi sono? Un filosofo, uno scrittore, un artista, semplicemente una persona che vuole conoscere se stesso a fondo perché credo che alla fine la vita sia un processo in cui noi siamo infiniti, abbiamo infinite possibilità. Da bambini facciamo tantissime cose, poi ci perdiamo, perdiamo queste cose … e passiamo la vita a cercare di recuperarle; ed è quello che sto cercando di fare. Direi quindi che sto cercando di recuperare il contatto con chi ero, con chi sono stato.

F: Come professione?

J: Prevalentemente la mia professione è fare il coach, sono un coach professionista. Aiuto le persone ad acquisire maggior consapevolezza, a raggiungere gli obiettivi, a motivarsi. Fondamentalmente a raggiungere ciò che davvero desiderano perché credo fortemente nelle infinite possibilità dell'essere umano. Poi tra le altre cose sono un operatore olistico quindi lavoro con l'energia, sia a contatto che a distanza. Sono stato un cuoco per 10 anni, sono un massaggiatore, fotografo, scrivo, canto, mi interesso di formazione, quindi formo le persone in vari settori.

F: Da cosa è nato questo progetto con Mario Siega, “El sueño de la razón produce monstruos”?

J: Non conoscevo Mario, prima di trovarlo ovunque andassi, ed io giro molto, ho vari interessi, ed anche lui.
L’ho poi notato su Facebook e mi sono chiesto: chi è questo tipo? I suoi interessi erano molto simili ai miei ed ho iniziato a dare un occhio ai suoi scritti. L’ho trovato di grande sensibilità, gli ho chiesto l'amicizia e abbiamo iniziato a sentirci. Poi ho scoperto che la sua passione principale è anche la mia, la fotografia per cui ho visto un po' di lavori che ha fatto e mi hanno colpito molto perché notavo una ricerca del particolare: Mario esprimeva una certa sensibilità nelle foto, ho notato che lui andava oltre l'aspetto tecnico e così gli ho detto mesi fa: “Mario se hai un progetto fotografico da fare, ti va di coinvolgermi?”. Lui ha accettato.
Volevo creare, perché quando ho bisogno di staccare da una situazione dolorosa e devo riprendermi preferisco creare in qualche forma artistica, scrivendo, con la fotografia o altro.

Nel frattempo Mario mi ha detto:“Mi vengono in mente un paio di posti in cui scattare.” Ti va di fare foto di nudo?”
Io sono rimasto un po' sorpreso, normalmente a me non piace fare foto di nudo perché fondamentalmente io mi reputo molto brutto fisicamente, per cui l'idea di posare nudo, ossia di mostrare quello che io stesso non ho piacere di far vedere, mi ha messo molto in difficoltà. Tuttavia mi sono anche detto “ok”, io sono portato a pensare che di fronte alle paure, a differenza delle persone che scappano, io posso affrontarle, proprio perché so che per poter superare una cosa bisogna attraversarla.

F: Sempre per la conoscenza di sé, allora.

J: Si esatto!

F: Qui troviamo delle foto che hanno mosso la nostra curiosità. Allora io partirei da questa di cui ci ha colpito particolarmente la frase. La leggo un attimo:

“Per anni ho avuto paura di essere o diventare pazzo come lo era mia madre.
Sono stato chiamato pazzo, senza che le persone che me lo dicevano capissero realmente cosa significasse per me.
Mi hanno detto che sono troppo magro, o troppo brutto, o che il mio corpo è brutto, o che non andavo mai bene come sono. Sono stato giudicato severamente anche da chi amo e spesso sono stato ferito da questi giudizi.
Ho avuto sempre paura di ritornare in una stanza particolare in cui ho bruciato una parte della mia vita, troppo presto, troppo in fretta, in un periodo in cui non sarebbe stato lecito nemmeno ferire così un essere umano, perché troppo presto, prima ancora che sviluppi una vera personalità gia' lasci delle bruciature enormi sull'Anima.
Allora mi sono detto: e se per una volta interpretassi e mettessi in scena le mie paure e il mio caos? La mia follia con un atto psicomagico alla Jodorowsky?
Quando riuscirai a prendere i tuoi traumi più grandi, le tue paure e trasformarle in arte, in qualcosa di bello, a rendere meraviglia le tue bruttezze più profonde, il tuo senso di inadeguatezza, quando del tuo dolore ne farai davvero la tua forza, allora e solo allora forse starai facendo i primi passi per iniziare davvero a superarle, quando non avrai più paura di mostrare fuori, quello che non avevi il coraggio di guardare Dentro.
Un passo alla volte decisivo, per superare la parte di me (di noi...) che è mediocre, verso il coraggio, di Essere.
Te.”



J: In effetti c'è molo dietro. Non è un caso che sia stata scelta questa foto come immagine rappresentativa del progetto. In fondo si scorge la scritta neuro psichiatria. Quando ho visto questa scritta sul muro  ho detto: “ Ok, adesso ho capito che cosa voglio fare!”. 
È stato lì che ho capito qual era il senso di tutto questo cioè ho rimesso insieme vari input che si traducono nello scritto che vi ho allegato, nel quale che c'è una riferimento a vari elementi della mia storia passata, delle cose che mi sono state dette, il mio modo di vivere me stesso, la mia fisicità, il fatto di voler dare un messaggio, tutta una serie di cose. In quel momento volevo rappresentare le mie paure, le mie debolezze, gli aspetti non raccontabili, nascosti, in ombra della mia famiglia, del mio vissuto personale, del rapporto con  mia madre.
L'arte tendenzialmente porta a guarire sia chi la fa sia chi la riceve.

F: Quindi mettere in luce ciò che è nascosto. Sia fisicamente, che interiormente.

J: Esatto, la fotografia permette di farlo il testo ti permette di mettere fuori la voce dell'anima. Infatti, concludo dicendo un passo alla volta ti permette di vedere TE.
Chi non vive o non ha vissuto un senso di inadeguatezza o ha subito un giudizio che rappresenta poi una cosa di cui vergognarsi? Tantissimi di noi per cui questo tipo di messaggio può arrivare a toccare tante persone e diventa appunto un progetto più arduo.

F: ok, Poi passiamo a quest'altra foto. Qui c'è un evidente diciamo ricorso al Signore degli Anelli come mai questa scelta?

“Ogni giorno combattiamo una battaglia con il nostro specchio. 
Vediamo un'immagine che dovremmo essere noi, ma non facciamo che riempirla di dardi. Spigoli appunti che lacerano la nostra Anima, che lanciamo ripetendo all'infinito le voci che abbiamo incorporato dentro di noi. Le voci dei nostri genitori che riuscivano sempre a trovarci un difetto anche se avevamo il visto pulito, e i capelli in ordine. 
Le voci dei nostri compagni di classe che si facevano gioco di noi perchéeravamo troppo magri, troppo grassi, non con il seno abbastanza grande, non con la faccia adatta per essere accettati.
Guardiamo il nostro volto e non ci piacciamo. Poco alla volta quel mostro lo interiorizziamo. Non lo vediamo, ma il nostro Gollum interiore c'è, potrebbe essere il guardiano del nostro anello d'oro, l'amore per noi stessi, il pieno accesso alla nostra anima, e invece diventa il nostro carnefice peggiore, lo guardiamo e gli diciamo tutti i giorni che facciamo schifo, che non siamo degni, che siamo indecenti, quanto ci fa paura la nostre pelle nuda, quando ci spaventano i nostri difetti che gli ALTRI potrebbero vedere. Non ci accettiamo noi, come potrebbero accettarci gli altri?
Siamo i peggiori giudici dei nostri difetti, io lo sono stato e lo sono ancora, sembra che massacrarci da soli sia il nostro sport preferito, sembra che Gollum lo vogliamo diventare veramente. 
Così diventiamo evanescenti, il nostro sé, diventa evanescente, scompare, per adeguarsi a quello che vogliono gli altri. Per essere accettati, per far contenti gli altri ed esserne riconosciuti. Dobbiamo osare, osare guardare i nostri mostri, rappresentarli, abbracciare il nostro mostro interiore, il nostro Gollum bavoso, e chissà forse solo in quel modo riusciremo per una volta a prenderci il nostro tessssssooorooo, noi stessi. La nostra parte più fragile.”





J: Come vedi all'inizio parlo di dardi no?! Tutto questo mi ha ispirato questo concetto: noi ci specchiamo, guardiamo di fronte  allo specchio però quello che vediamo di fronte allo specchio non ci piace, quindi in qualche modo vediamo sempre il nostro gemello brutto, vediamo sempre la parte di noi che ci rende terribilmente severi con essa.
Quel mostro è noi, non siamo noi magari ma è una parte di noi che non vogliamo abbracciare, che non vogliamo guardare, che ci fa schifo, che ci fa sentire inadeguati. Quella parte nutrita costantemente dalle critiche  che noi ripetiamo dentro di noi come un registratore impazzito, ripetendo semplicemente quello che ci hanno detto i nostri genitori: “non vai bene così, sistemati i capelli, non ti vestire scollata, non sorridere troppo,  perché vai vestito così?”.
Cerchiamo di renderci belli per gli altri, di renderci adeguati per gli altri, noi come se veramente scomparissimo per essere, per fare, in modo da essere accettati  e per fare in modo che gli altri ci dicano ok puoi esistere, puoi essere visto. Il problema è che noi non ci vediamo.
Gollum cos'è?, è un personaggio che mostra una persona normale che è stata poi corrotta quando è entrata a contatto con l'anello per cui pian piano assume sempre di più degli aspetti più mostruosi. Ha una doppia personalità, una parte sana in cui c'è lui e una parte “insana”, mostruosa, deforme, brutta perché è brutto anche fisicamente nonostante sia il custode di qualcosa di prezioso. Per questo c'è questo parallelismo con Gollum; quando lui dice “il mio Tessssorooo” rimarca la deformazione, perché la voce non è la sua, ma rappresenta, a mio parere, la voce delle persone che vengono tenute dentro di noi, che ci giudicano.

F: Di questo invece che cosa mi vuole dire?? sembra molto un indirizzare il messaggio a qualcuno…

Stanze scure, dentro di noi. 
Ne sbarriamo le porte con muro di mattoni e le chiudiamo a chiave ben serrate.
Stanze nere in fondo alle scalinate delle nostra Anima, che non osiamo mai scendere, per non correre il rischio di incontrare i nostri io più impresentabili.
Le stanze del dolore, le pain room dove abbiamo rinchiuso i nostri demoni interiori.
Quelli che speriamo, che ci illudiamo ogni giorno di poter nascondere agli altri, demoni che ballano e danzano di nascosto dentro di noi, anche se non li vediamo e che ci sono, che aspettano, aspettano la prossima relazione, la prossima persona, il prossimo evento importante della nostra vita. Aspettano, Aspettano.
Non abbiamo mai il coraggio di farla quella discesa, il nostro viaggio nel nostro inferno dantesco personale.
Lì sotto ci aspettano accucciate, delle cose con denti aguzzi e artigli.
Aspettano che qualcuno anche solo osi fare quella discesa per sbranarci e farci a brandelli.
La nostra stanza di Emily è lì, con le nostre paure rinchiuse a farci compagnia, pronte a sussurrarci all’orecchio per il resto della nostra vita cosa non va bene di noi, chiedendoci di non uscire mai più da quella stanza, di non vivere più come ha fatto la grande poetessa Dickinson.
Scendere ogni gradino è doloroso. Ci fa ricordare. Ci fa ricordare quello che volevamo dimenticare, quello che non abbiamo il coraggio di guardare e affrontare ogni giorno, tutte le nostre paure di vivere veramente. Ci fa ricordare che le cose che facciamo ogni giorno per compensare, gli impegni di cui ci abbuffiamo quotidianamente per non pensare, sono cazzate, che non hanno realmente importanza se non affrontiamo i nostri demoni, se non superiamo la nostra naturale paura di vivere.
Sono dovuto diventare un mostro per poter imparare ad accettare quello che mi dicevi, che ero troppo magro per te mentre facevamo l’Amore, che ero troppo brutto, che non avevo un petto abbastanza grande come avresti voluto tu, che ero troppo strano. 
Sarebbe stato più semplice accarezzarmi sulla testa, accogliere i miei mostri, farmi sentire che andavo bene com’ero, ma a te non andava bene. E’ più facile odiare e disprezzare che amare, lo so. Troppo impegnativo amare, perdonare, accettare, voleva dire prendersi delle responsabilita' nei confronti dell'altro, rendersi conto del suo sentire.
Chissà forse accettando l’altro per com’è avresti imparato anche ad accettare e ad accarezzare sulla testa i tuoi di demoni senza credere di ucciderli uccidendo un’altra persona per non affrontare te stessa/stesso, perché non volevi vedere la tua magrezza, la tua bruttezza, la tua anoressia, i tuoi disturbi che proiettavi su di me. Rifiutando me hai rifiutato te stesso/stessa. Rifiutando i tuoi mostri hai rifiutato la parte di te che doveva da sempre guarire. Potevi farlo, potevi guarire ma non ne hai avuto il coraggio, il coraggio di guardati allo specchio e vedere che non ero io il mostro ma eri tu a vedere in me i mostri che pesano sulla tua coscienza e me li attaccavi addosso. Perché ti viene così difficile Amare e di conseguenza Amarti anche se ti riempi tanto le bocca della parola Amore? Perché ti viene più facile accusare gli altri all’esterno che guardare te stesso riflesso allo specchio e accarezzarlo?
Allora sono dovuto diventare un mostro io, interpretarlo, per poter guardare in faccia i miei di mostri e guarirli.
Ho dovuto incarnare l’orrore del mio corpo nudo, lo schifo che mi faccio ogni volta che mi guardo allo specchio e vedo le mie ossa troppo lunghe, il petto troppo magro che a te non piace, la mia schiena storta, il mio collo troppo lungo, il corpo che chissà quale ingegnere divino si è scordato di finire di costruire come hai detto tu. E tu per sapendolo l’hai ucciso con una parola, sarebbe bastata una carezza cazzo, una carezza e una semplice parola: “Vai bene così.” Un abbraccio. E sarebbe stato tutto ok.
Quando spalanchi la porta della tua dark room, la tua stanza oscura, e lasci liberi i tuoi demoni, dopo che sono usciti tutti allora puoi iniziare a vedere la luce in fondo al tunnel, la Speranza in fondo al vaso di pandora, risalire alla Luce e respirare 6 respiri come dice il maestro Bosso.
Sarai sempre un mostro, questo non rendere il tuo petto più maschile, o ti farà ingrassare se sei troppo magro, ma riuscirai forse per la prima volta, 
a Vedere. Te.




J: Si è un indirizzare a qualcuno però è anche vero che nel frattempo avevo fatto delle cose, ho riletto l’Inferno della Divina Commedia, che è la parte più oscura di Dante. Così la foto è molto scura e gli unici “punti di luce” sono rappresentati dalla persona. Quindi ho iniziato a vedere questi elementi cioè la stanza è scura, la porta murata, una porta spalancata come se qualcosa fosse scappato via, poi c'è questa figura che sta seduta sui gradini con le mani così che sembra quasi un demone un  mostro.
Ho iniziato a comporre tutto il testo e mi sono domandato: “ che cos'è questa?”. Una stanza scura dove dentro c'è qualcosa con i denti aguzzi con gli artigli, che sta lì in attesa, ed è una parte di noi che normalmente muriamo viva perché non la vogliamo vedere perché è impresentabile.
Non siamo più sani, accettabili, perdiamo completamente il controllo e abbiamo paura di finire la nostra vita, non siamo più noi stessi… siamo completamente folli. Fare la discesa dantesca e al tempo stesso anche una risalita, per cui è abbastanza complesso come pezzo d’arte, anche quello che ho scritto è un messaggio per un’altra persona, ma in realtà è un messaggio per tutti quelli che leggono, comunque ha un potere molto forte. Credo che tante persone quando l’hanno letto ci si sono identificate.


Siamo ciechi al buio, negli infiniti corridoi di noi stessi. Infiniti perche' mai realmente terminati. Abbiamo vissuto tante prove, siamo caduti cosi' tante volte che ci hanno dovuto mettere su di una sedia a rotelle perche' a furia di cadute ci siamo rotti le ossa cosi' tante volte che non siamo più in grado di sostenerci da soli sulle nostre gambe, allora ci siamo inventati le automobili perche' non riuscivamo più a raggiungerci, ad incamminarci.
Il peso di quello che ci portiamo dentro, degli infiniti corridoi della nostra oscurità e' insostenibile. Abbiamo accumulato un male incurabile dentro di noi, infiniti sassolini ai piedi che non abbiamo avuto il coraggio di toglierci per alleggerirci. Presto abbiamo iniziato a farci guidare da qualcun altro e a lasciare che sia lui a dare una direzione alla sedia della nostra vita. Abbiamo preferito rimanere a guardare comodamente la tv. Le immagini che vedevamo in movimento sembravano coprire il riflesso del nostro viso che ci guardava con gli occhi sbarrati e delusi: "E' questa la vita che volevi fare da bambino? E' questa la persona che volevi diventare?" Ma le immagini riflesse almeno riflettono una parvenza di vita, ti dici, quella vita che hai cosi' tanta paura di allungare le braccia davanti a te e afferrare, se solo...se solo osassi... Con il tempo hai iniziato a scambiare quella parvenza di vita per chi sei. Hai scambiato quei sassi pesanti sulla tua sedia comoda e l'oscurità delle tue prove per la tua vita. Hai iniziato a vergognarti della bellezza originale del tuo volto fino a coprirlo in pubblico con una maschera che ti facesse sentire più sicura. Sei pieno di vergogna e non ti ricordi più che faccia hai. Ti vergogni di sognare e desiderare perche' e' una cosa. Da bambini, cosi' ti hanno insegnato. Sei finito nella tua personale caverna di Platone finendo solo per vedere immagini della realta' in movimento, immerso nel tuo buio. Illusioni. Ecco che senza nemmeno accorgertene sei scivolato nella tua Emily Room personale dove rimarrai fermo al buio per sempre, nella tua oscurità. La verità e' che ti faceva troppa paura la tua luce. Temi cosi' tanto il giudizio degli altri mia cara creatura, che avresti paura di rimanere accecato dal tuo Sole interiore proprio come Icaro.
Da quando la tua luce ti spaventa, al punto che dovevi coprire la tua faccia per accecarti? Eppure facendo cosi' non sarai mai realmente finito e resti indefinito, perche' nessun cammino o percorso può dirsi completo se non ti rendi conto che dal buio devi andare verso la tua luce senza averne paura. Forse non risplenderai sempre allo stesso modo tutti I giorni, ma se lo farai, coinvolgerai altre persone a fare lo stesso, e tante luci ad intermittenza l'una vicina all'altra assieme possono formare una parola: calore umano.
Abbi il coraggio di spalancare le porte che tieni chiuse dentro di e lascia uscire la tua luce guardandola in faccia per farla risplendere, se no, tutto questo dolore che hai patito non sara' servito a niente. 


Poi c’è anche il discorso della sedia a rotelle, che è la metafora del fatto che noi ci sediamo per stare comodi, più comodi nelle nostre sicurezze,nella nostra libertà e lasciamo che sia qualcun altro, la società, la televisione, il nostro capo, la nostra famiglia, la nostra fidanzata, nostro marito, a decidere per noi perché è più comodo sapere che non dobbiamo decidere, tant’è vero che poi non affrontiamo le cose che dobbiamo affrontare.
Ci abbuffiamo di attività di cose che non ci servono: televisione, attività che magari ci impediscono di avere un reale contatto con noi stessi con la nostra anima perché ci spaventa tantissimo, invece di andare a vedere effettivamente con che… cioè qui ancora c’è la paura, ancora non vedo un’uscita, l’uscita ci sarà dopo, infatti ci dopo ci sono poche foto in cui finirò a scrivere cose a riguardo. C’è ancora molto da scrivere.

F: Parliamo un po’ della follia.

J: Come ti dicevo prima mia madre era una persona che ha avuto molto a che fare con la follia, io l’ho avuta in casa, ci ho vissuto quindi sento la follia costantemente vicino a me. A volte si traduce in “paura di diventare folle”, altre volte mi sembra di esserlo con certezza. Vorrei evitare in qualsiasi modo di esserlo, vorrei evitare di domandarmi sempre cosa è reale e cosa non lo è, cosa è sano e cosa non è sano.
Un po’ di follia nella vita ci vuole, perché altrimenti perdiamo il contatto con la nostra parte bambina.    
Come dice uno scrittore, noi siamo un cerchio che è un IO grande, pian piano i vari insediamenti, le critiche, ne tagliano dei pezzi, quindi il cerchio si stringe sempre di più e noi diventiamo sempre più piccoli fino a formare un puntino minuscolo, invece dovremmo recuperare quell'aspetto della follia, cioè forse è il senso di tutto il progetto è capire qual è il punto in cui la follia è ancora sana.
In qualche modo “ci vuole il folle”, perché il folle è colui che ha coraggio, il coraggio di fare quello che le persone normali non farebbero mai.

F: e quindi che cos'è per lei la follia?

J: Che cos'è per me la follia? La follia forse è il coraggio di smettere di vivere aspettandosi di fare qualcosa che gli altri vorrebbero. Cioè il folle è l'unica persona libera perché è quello che fa cioè a dispetto del fatto che quello che fa potrebbe ferire o danneggiare gli altri però comunque lo fa da persona libera cioè non fa una cosa condizionato. Il folle è libero dalle condizioni. La follia è la libertà dalle condizioni, da tutte le condizioni, accettabili o meno accettabili, ma è la libertà da tutte le condizioni.

F: Di questa esperienza cosa l'ha colpita di più?

J: Sicuramente che un progetto nato per caso, per gioco, senza un'idea, abbia potuto trasmettere dei messaggi così profondi.
Mi ha colpito anche la bravura di Mario nel saper rappresentare, involontariamente con la sua sensibilità, il mio mondo interiore. Si, questa cosa mi è piaciuta tantissimo!

F: Ha altri progetti futuri legati a questa tematica?

J: Legati a questa tematica per adesso no, però non escludo di fare altri progetti fotografici, o di scrittura o magari degli scatti prodotti da me. Vorrei fare una cosa legata alla musica perché sono anche cantante, scrivo. Un giorno vorrei diventare un cantautore e fare un progetto con insieme musica, fotografia, teatro che utilizza fotografia, testo, luci, location, lavoro con il pubblico, psicologia, energia, quindi far in modo di creare qualcosa che vada a lavorare con i dolori delle persone.

F: L'intervista è finita. La ringraziamo di cuore.

J: Grazie a voi!

Dott.ssa Francesca Cappabianca


Dott.ssa Francesca Cappabianca

sabato 13 agosto 2016

L'INCAPACITA' DI PRENDERE DECISIONI

«Pochi uomini in generale hanno fede in
se stessi, e di questi pochi gli uni ricevono la fiducia in
sorte come utile cecità o come parziale ottenebramento
del loro spirito (che cosa scorgerebbero se potessero
vedere se stessi fino in fondo!); gli altri se la devono prima
di tutto conquistare; tutto quello che essi fanno di
buono, di valente, di grande è in primo luogo un argomento
contro lo scettico che dimora in essi: si tratta di
convincere o di persuadere costui, e per questo occorre
quasi del genio».
Friedrich Nietzsche




Decidere, soprattutto in momenti importanti della vita, non è semplice.

A chi non è capitato di tentennare nel prendere una decisione, o di rimandarla?
Addirittura ci sono persone che si trascinano decisioni continuando a procrastinarle per lunghi anni.
Ma cosa si nasconde dietro l' incapacità di decidere?
Sono molti gli aspetti da considerare: c’è la paura di sbagliare, la paura di agire, la paura del fallimento, il temere il giudizio degli altri.
Così capita di rimandare decisioni, nella speranza che le cose si risolvano da sole.
Nel frattempo, però, tutto questo tempo passato a rimuginare sul da farsi ha un solo effetto: quello di tenerci paralizzati mentre il mondo continua a girare. È un’incapacità che può limitare tanto la nostra vita.
La paura di sbagliare è forse la più ricorrente tra le tipologie di timore di fronte al rischio di una decisione: quanto più questa è cruciale, tanto più l’esitazione si fa pressante fino a diventare paralizzante.
La paura di non essere all’altezza di assumersi la responsabilità di decidere è sicuramente una delle forme più frequenti di timore di fronte a scelte importanti. Come appare immediatamente chiaro, ciò ha molto a che fare con l’autostima, ovvero con quanto ci riteniamo capaci di valutare al meglio le cose e quanto ci sentiamo in grado di sostenere il peso delle decisioni assunte e dei loro effetti. Pertanto, in questo caso, la lotta sembra tutta tra il sé e il sé. I fattori esterni invece, sono un corollario determinante.
Come si impara a scegliere, a decidere?

In primo luogo, facendolo. Compiere scelte è un’arte che richiede esercizio, come le arti marziali, la volontà e praticamente tutte le capacità interiori di noi esseri umani. E la palestra migliore è la vita di tutti i giorni.
I modelli sociali e familiari protettivi inducono all’evitamento delle responsabilità personali e alla loro crescente delega: più una società garantisce agiatezza ai suoi membri, più questi si adagiano sulla delega delle decisioni. «Le abitudini ci asserviscono dolcemente», e lo fanno quanto più sono comode: la comodità di delegare l’onere delle responsabilità ad altri e di rifuggire dal timore di dover decidere è diventata un costume sociale oltre che una propensione individuale.
Tuttavia, purtroppo e per fortuna, anche la più agiata delle esistenze, prima o poi, obbliga a compiere scelte e ad assumere decisioni: chi non si dimostra all’altezza va in crisi o soccombe sotto un peso insostenibile.
Appare chiaro che se la persona si trova costantemente a combattere contro le svalutazioni del suo persecutore interno, quando dovrà operare scelte, i dubbi si faranno più atroci e la lotta interiore ancora più estenuante.
Hai mai provato a pensare che forse la tua difficoltà nel prendere decisioni può legarsi a molteplici situazioni e relazioni impostate in passato? Che può essere dovuta ad una tua posizione di "passività" rispetto a qualcuno (forse i tuoi genitori?)che tu vivi come più competente, più capace e più "dominante", in confronto al quale forse non ti senti all'altezza?
Un sostegno psicoterapeutico può certamente aiutare a svelare e comprendere queste cause e quindi a trasformarle.

Gli indecisi devono rendersi consapevoli che decidere è comunque inevitabile. Perché anche il non decidere è di per sé prendere comunque una decisione, forse la peggiore fra tutte. Gli indecisi dovrebbero imparare a mettersi in gioco e a sviluppare il coraggio di rischiare, anche commettendo degli errori. Gli errori spesso si rivelano produttivi in quanto fonte di esperienza. Come dice il detto “sbagliando si impara”. Certo, la scelta perfetta non esiste, ma in fin dei conti, anche se sbagliamo, non casca il mondo!
Dott.ssa Caterina Cappa
Laureta in Psicologia e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara