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lunedì 10 ottobre 2016

L'ABBRACCIO

Quanti significati sono celati dietro un abbraccio?


Che cos'è un abbraccio se non comunicare, condividere e infondere qualcosa di sé ad un'altra persona? 

Un abbraccio è esprimere la propria esistenza a chi ci sta accanto, qualsiasi cosa accada, nella gioia che nel dolore. 

Esistono molti tipi di abbracci, ma i più veri ed i più profondi sono quelli che trasmettono i nostri sentimenti. 

A volte un abbraccio, quando il respiro e il battito del cuore diventano tutt'uno, fissa quell'istante magico nell'eterno.  

Altre volte ancora un abbraccio, se silenzioso, fa vibrare l'anima e rivela ciò che ancora non si sa o si ha paura di sapere. 

Ma il più delle volte un abbraccio è staccare un pezzettino di sé per donarlo all'altro affinché possa continuare il proprio cammino meno solo.


 Pablo Neruda  


domenica 11 settembre 2016

IMPARIAMO AD AMARE

“Amatevi, ma non tramutate l'amore in un legame.
Lasciate piuttosto che sia un mare in movimento tra le sponde opposte delle vostre anime.
Colmate a vicenda le vostre coppe, ma non bevete da una stessa coppa.
Scambiatevi il pane, ma non mangiate da un solo pane.
Cantate e danzate insieme e insieme siate felici, ma fate in modo che ognuno di voi sia anche solo, come sono sole le corde di un liuto, sebbene vibrino alla stessa musica.
Mettetevi fianco a fianco, ma non troppo vicini. Perché la quercia non si rialza all'ombra del cipresso.” 


KHALIL GIBRAN




sabato 10 settembre 2016

LA FAMIGLIA, IL PIACERE



La casa in cui predomina il principio del piacere, al contrario di quella in cui tutto viene regolato dal potere, è abitata da bambini sicuri di sé stessi, consapevoli della differenza tra verità e inganno e in grado di cooperare per favorire il piacere e la gioia.
Ciò non vuol dire che questi bambini non mentano a volte…               Per mantenere la fiducia e l’affetto che tengono unita la famiglia, le regole devono essere poche e devono mirare a favorire il piacere di tutti i suoi membri. L’uso delle punizioni e del potere e sono una chiara manifestazione dell’indebolimento della fiducia e dell’affetto e della diminuzione della cooperazione e del reciproco piacere. La menzogna non dovrebbe essere punita perché è lampante indicazione del bisogno di accrescere la fiducia.
A. Lowen
Il Piacere, pg 109




venerdì 2 settembre 2016

ECCO ALCUNE COSE CHE HO IMPARATO DALLA VITA

Voglio condividere con voi delle parole che mi hanno colpito tantissimo, anche perché sono state pronunciate e recitate dalle mie ragazze. Racchiudono buona parte dei principi che ho tentato di infondere loro nel mio lavoro di tutoraggio e rappresentano una conferma di ciò che pensavo, ossia che ogni persona che prova con timore a guardarsi dentro tira fuori qualcosa di meraviglioso, anche se può far male.
Un gran bel gruppo Marzo/Novembre 2016!
Buon lavoro a Luisana Di Martino, a Chiara Giaquinta, ad Alessandra Errichiello, a Francesca Cappabianca, ad Alessandra Di Domenico, a Caterina Cappa e grazie per quello che mi avete insegnato...     
                                                                                                              Ivana 




Ecco alcune delle cose che ho imparato nella vita: 
Che non importa quanto sia buona una persona, ogni tanto ti ferirà. E per questo, bisognerà che tu la perdoni. 



Che ci vogliono anni per costruire la fiducia e solo pochi secondi per distruggerla. 



Che non dobbiamo cambiare amici, se comprendiamo che gli amici cambiano. 



Che le circostanze e l'ambiente hanno influenza su di noi, ma noi siamo responsabili di noi stessi. 



Che, o sarai tu a controllare i tuoi atti, o essi controlleranno te. 



Ho imparato che gli eroi sono persone che hanno fatto ciò che era necessario fare, affrontandone le conseguenze. 



Che la pazienza richiede molta pratica. 



Che ci sono persone che ci amano, ma che semplicemente non sanno come dimostrarlo. 



Che a volte, la persona che tu pensi ti sferrerà il colpo mortale quando cadrai, è invece una di quelle poche che ti aiuteranno a rialzarti.



Che solo perché qualcuno non ti ama come tu vorresti, non significa che non ti ami con tutto se stesso. 



Che non si deve mai dire a un bambino che i sogni sono sciocchezze: sarebbe una tragedia se lo credesse. 



Che non sempre è sufficiente essere perdonato da qualcuno. Nella maggior parte dei casi sei tu a dover perdonare te stesso. 



Che non importa in quanti pezzi il tuo cuore si è spezzato; il mondo non si ferma, aspettando che tu lo ripari. 



Forse Dio vuole che incontriamo un po' di gente sbagliata prima di incontrare quella giusta, così quando finalmente la incontriamo, sapremo come essere riconoscenti per quel regalo. 
Quando la porta della felicità si chiude, un'altra si apre, ma tante volte guardiamo così a lungo a quella chiusa, che non vediamo quella che è stata aperta per noi. 



La miglior specie d'amico è quel tipo con cui puoi stare seduto in un portico e camminarci insieme, senza dire una parola, e quando vai via senti come se è stata la miglior conversazione mai avuta. 



È vero che non conosciamo ciò che abbiamo prima di perderlo, ma è anche vero che non sappiamo ciò che ci è mancato prima che arrivi. 



Ci vuole solo un minuto per offendere qualcuno, un'ora per piacergli, e un giorno per amarlo, ma ci vuole una vita per dimenticarlo. 



Non cercare le apparenze; possono ingannare. 



Non cercare la salute, anche quella può affievolirsi. 



Cerca qualcuno che ti faccia sorridere perché ci vuole solo un sorriso per far sembrare brillante una giornataccia. 



Trova quello che fa sorridere il tuo cuore. 



Ci sono momenti nella vita in cui qualcuno ti manca così tanto che vorresti proprio tirarlo fuori dai tuoi sogni per abbracciarlo davvero!



Sogna ciò che ti va; vai dove vuoi; sii ciò che vuoi essere, perché hai solo una vita e una possibilità di fare le cose che vuoi fare. 


Paulo Coelho

domenica 11 maggio 2014

AUGURI ALLE MAMME

ODE ALLA MAMMA


Auguri a quelle persone insostituibili nell'esistenza di ognuno di noi.
Auguri a quelle generatrici di vita, che ti permettono di vedere il sole, le nubi, il mare.
Auguri alle donne che amano più di qualsiasi altra cosa, forse anche più della loro stessa vita.
Auguri a quelle donne pazienti che sanno cos'è l'attesa, ti attendono per nove mesi, custodendo dentro di loro il miracolo della vita.
Auguri a quelle donne che ogni giorno nel silenzio scalano le montagne del dolore, della sofferenza, con orgoglio e a testa alta.
Auguri alle donne che non hanno paura di mettersi in gioco, non hanno paura di vivere.
Auguri a quelle mamme che accolgono sempre e non si girano dall'altra parte ma sanno sostenerti in ogni modo.
Auguri alle combattenti, alle caparbie.
Una mamma soffre dentro, ma riesce ad irradiare la  vita del proprio figlio con il suo sorriso.
Auguri a quelle mamme con cui si litiga, che non si riesce a comprendere, ma alle quali si è  legati con qualcosa di forte, di eterno, di vitale.
La vita te lo dice, Auguri Mamma sublime generatrice…


Matteo Sborgia

venerdì 2 maggio 2014

L'IRONIA SECONDO MATTEO

UN RESPIRO PROFONDO E VITALE


L'ironia è una dote caratteriale che non tutti hanno, ma a cui ognuno dovrebbe aspirare.
L'ironico non è uno stolto, ma  una persona acuta, profonda che sa cosa vuol dire vivere.
La vita con i suoi momenti belli, quelli brutti è un'altalena di emozioni positive e negative che fanno parte di noi, sono dentro noi.
L'ironia è quella capacità di vedere il sole anche quando non c'è; anche quando è buio pesto e ci son le nuvole essa ti permette di vedere un cielo terso, perché la vita dipende da come la si prende. L'ironia, la positività, lo stupore aiutano a togliere le nuvole a vedere al di là di noi stessi.
L'ironico  riesce a vivere bene perché, anche quando ci sono dei momenti bui, sa sorprendersi, sa trovare nell'inerzia quella forza motrice per sorridere alla vita.
L'ironico riesce ad amare la vita anche quando le cose non vanno perché in fin dei conti è l'innamorato per eccellenza della vita stessa. Ricordiamoci che siamo un capolavoro, il capolavoro della nostra esistenza, siamo l'essenza del nostro vivere, la forza per compiere tutto questo è dentro noi. Essere ironici permette a chiunque di vedere il sole dove apparentemente non c'è e di essere quindi padroni di se stessi, del proprio tempo, del proprio sorriso.
L'ironia, dunque è purezza, è libertà. Non bisogna vergognarsi di esprimerla. Coloro che vivono di ironia sono degli esegeti della vita stessa, la interpretano a loro modo senza perdere mai il gusto di viverla, perché hanno compreso che un giorno senza ironia è un giorno perso.
Viva l'ironia, viva la forza degli ironici perché ogni volta che c'è un po' di ironia la nostra anima ne giova!


Matteo Sborgia


Matteo Sborgia è un ragazzo di Pescara (PE), iscritto alla Magistrale di Lettere Moderne all'Università di Chieti (CH). Contribuisce a questo blog attraverso i suoi pensieri, riflessioni che esprimono la capacità delle persone di non arrendersi mai di fronte alle difficoltà della vita.

giovedì 27 marzo 2014

LA FELICITA' SECONDO MATTEO

COS'E' LA FELICITA'?


La felicità è un diritto che l'uomo, in quanto essere umano, possiede.
Non si sa bene cosa sia però una cosa è certa: tutti la cercano, tutti la vogliono.
E' soggettiva perché non esiste una formula, ma ogni uomo, nel tempo, comprende qualcosa di essa.
Esistono vari modi per essere felici. C'è chi la felicità la acquisisce grazie ad una situazione, ad un evento, ad esempio.
Beh è davvero misterioso, enigmatico stabilirne i contorni, non si può comprendere appieno perché l'uomo inconsapevolmente abbia questo bisogno.
Quello che si può dire sicuramente è che l'essere umano fa di questa ricerca il fondamento della sua vita. Perché in fondo la felicità non è altro che uno stato d'animo, una scelta. L'essere umano infatti può scegliere se essere felice, felice della sua vita. La felicità non è eliminare i problemi, ma cambiare la visione che talvolta abbiamo di essi. Se l'uomo è felice affronta e percepisce le difficoltà in maniera diversa.
A sua volta, la difficoltà non è una barriera ma diventa un ponte per metterci alla prova e dimostrare il vero valore di noi uomini. Perché l'uomo vale e può senz'altro essere padrone di se stesso. Può riuscire anche nei momenti negativi a non farsi annichilire dalle situazioni.
La felicità è misteriosa, deve essere riconosciuta nel piccolo. Chi riesce a scovare nell'ordinario lo straordinario può dirsi felice, perché l'uomo non si accontenta mai e spesso non si rende conto che tutto quello di cui ha bisogno fa già parte del suo quotidiano, è lì a portata di mano.
È qualcosa che non vedi ma percepisci, La senti. Gli altri però la vedono nei nostri occhi; quando siamo felici abbiamo la luce dentro e con quella stessa luce illuminiamo la vita degli altri.
Matteo Sborgia
Matteo Sborgia è un ragazzo di Pescara (PE), iscritto alla Magistrale di Lettere Moderne all'Università di Chieti (CH). Attraverso questa riflessione sulla Felicità lancia la sua sfida alle difficoltà della vita testimoniando l'importanza di assaporare il gusto delle piccole cose del quotidiano.



sabato 8 marzo 2014

LEGGERE I SENTIMENTI: INSICUREZZA

INSICUREZZA



L’insicurezza è una condizione psicologica di media intensità appartenente al sentimento della tristezza. E’ caratterizzata da una percezione di sé come povero di abilità e produce conseguenze più o meno invalidanti sia a livello di autostima ed accettazione di sé, sia nei rapporti interpersonali, affettivi, professionali e lavorativi.
Si manifesta con comportamenti che spesso privano di quella serenità e di quel benessere interiore a cui tutti tendiamo e con una sensazione di smarrimento che fa dubitare di quello che si pensa e fa temere di prendere decisioni sbagliate.
 L’insicurezza, di per sé non è dannosa; anzi, in alcuni casi, può essere utile a farci compiere la scelta più giusta e può essere definita come funzionale alla persona. Le persone, infatti, che sentono di avere solo certezze, di possedere una capacità di comprensione o di conoscenza illimitata o comunque superiore agli altri possono essere considerate decisamente pericolose: le culture integraliste, il fanatismo nei suoi vari campi d'azione, ne sono la dimostrazione più ampia. Essa, però, diventa
patologica quando, anziché essere legata ad una specifica situazione, diventa una sensazione che persiste nel tempo, che interessa più ambiti e che si fa sentire anche rispetto a banali decisioni quotidiane. Diventa un tratto di personalità che guida e condiziona quasi tutte le attività. In questi casi, l’insicurezza porta con sé la mancanza di fiducia nelle proprie capacità, l’abbassamento dell’autostima, un forte senso di fallimento, il timore di non essere in grado di fare le cose nel modo migliore e, addirittura, il timore di non riuscire a farsi volere bene dalle altre persone.
Inoltre l’insicurezza relativa al proprio aspetto fisico o alle proprie competenze sociali, viene talvolta mascherata da spavalderia, arroganza o atteggiamenti di superiorità. Gli insicuri, inoltre, tendono al perfezionismo, ad avere un senso di responsabilità ed una scrupolosità esagerati: con facilità possono cadere preda dei sensi di colpa o di vergogna quando hanno la sensazione di aver trasgredito il loro rigido codice morale. La bassa stima di sé e la loro convinzione, più o meno conscia, di non essere meritevoli di affetto si manifesta con estrema ansia e con il bisogno di mantenere il controllo sugli altri.
Le possibili cause dell’insicurezza
  • La mancata formazione della fiducia di base: ossia la con considerazione positiva di sé che nasce nel bambino in virtù della considerazione positiva manifestata nei suoi riguardi dal padre o dalla madre. Se questa immagine è positiva egli acquisirà una considerazione positiva di sé, se invece è svalutativa, avverrà il contrario.
  • Il rapporto con il genitore o figure significative: il rifiuto o la scarsa accettazione da parte dei genitori o le etichette familiari  (il buono, il figlio inconcludente, il piccolo di casa…)
  • Il perfezionismo: tipico di chi non si accontenta mai delle proprie prestazion. L’insicuro perfezionista mira sempre troppo in alto sentendosi spesso deluso, sconfitto e inadeguato
  • Traumi sociali o ambientali: eventi traumatici improvvisi e/o imprevedibili (malattie, catastrofi, perdita del lavoro, precarietà …)

La persona insicura per fronteggiare il suo disagio può mettere in atto delle strategie difensive che inizialmente risultano funzionali, in quanto aiutano l’insicuro ad evitare e a non esporsi alla sofferenza che l’insicurezza genera, ma che se cronicizzate si rivelano responsabili di un comportamento relazionale controproducente per il benessere psicologico della persona. Alcune possono essere:
  • La chiusura: “se con gli altri sto male, preferisco stare da solo”;
  • La fuga: “visto che non ce la faccio scappo”;
  • L’evitamento: “non mi sento sicuro, quindi mi ritraggo”;
  • L’immobilità: “ ho paura di sbagliare, quindi non mi muovo”;
  • La dipendenza: “non ce la faccio, quindi mi aggrappo”;
  • La rinuncia al legame affettivo: “meglio senza di te che con te”;
  • La ricerca insaziabile d’amore: “dimostrami che mi ami perché non ci credo”;
  • Il discredito dell’altro: “Più ti svaluto, più valorizzo me stesso”;
  • La rigidità: “Sto bene così e non cambio”;
  • La testardaggine: “Guai a chi mi dice cosa devo fare”.
L’insicurezza genera insicurezza, i dubbi che solleviamo ostacolano il nostro potenziale più dei nostri reali limiti Ricordiamoci, infine, che così come la paura assecondata aumenta la paura, il coraggio conquistato incrementa il coraggio. 
Dott.ssa Teresa Giuzio


LEGGERE I SENTIMENTI: ESSERE COMPIACIUTI

COMPIACIMENTO




Il compiacimento è un sentimento di bassa intensità appartenente alla gioia. Si può definire come un’ intima soddisfazione per un bene proprio o altrui. Non si tratta di un piacere assoluto, ma bensì relativo: non si può essere compiaciuti in generale, lo si può essere soltanto in relazione a qualcosa (piacere-con), come per esempio, per una vittoria, per la bontà di un pasto, per un apprezzamento.
In realtà, però, il compiacimento è un sentimento più intimo, che , anche se non necessariamente, molte volte scaturisce dallo scorgere in sé la causa di ciò di cui poi ci si compiace. Compiaciuto per una vittoria in cui si ha avuto un peso, per la bontà di un pasto preparato con le proprie mani o dal figlio a cui si è pagato un corso di cucina, per un apprezzamento che in fondo sappiamo ben riposto.
Il compiacimento, però, non ha sempre un’accezione positiva. Spesso capita di incontrare persone che manifestano comportamenti compiacenti, di acquiescenza che sembra acritica, grazie ai quali evitano di prendere posizione in prima persona e di mostrare quello che realmente sentono, pensano e vogliono. Si tratta di persone che, se interpellate, sono solite rispondere con frasi del tipo: «Non ho niente da dire», «Sono d’accordo con gli altri», «La penso come lui», «Decidete voi» e così via. È un modo di agire che si può  riscontrare sia nell’ambito di una relazione diadica che di gruppo e può suscitare, in chi ne è  spettatore, reazioni molto diverse che vanno dal disprezzo e dal fastidio all’approvazione e al riconoscimento positivo.
La  compiacenza con le sue conseguenti implicazioni, é diretta verso di noi, per arricchire noi stessi, per soddisfare le nostre esigenze: vogliamo la cosa o la persona perché ci piace, ci diletta, ci arricchisce, perché abbiamo scoperto in essa un bene per noi stessi. 
Dott.ssa Teresa Giuzio

mercoledì 5 febbraio 2014

LEGGERE I SENTIMENTI: L'IMBARAZZO

IMBARAZZO




Tipica emozione sociale di bassa intensità facente parte del sentimento della paura.
Paura connessa, soprattutto, alla percezione che si ha di se stesso e delle proprie caratteristiche in relazione agli altri.
 L’imbarazzo è uno stato più o meno intenso e di durata variabile (da pochi secondi a pochi minuti) che si manifesta esclusivamente in una situazione sociale, caratterizzato da modificazioni psicofisiologiche e manifestazioni comportamentali che esprimono disagio quali rossore, l’irrequietezza motoria, le alterazioni della voce
Sentirsi in imbarazzo non è per nulla piacevole ed è spesso determinata dal non sapere mai bene quali atteggiamenti o comportamenti adottare in una determinata circostanza; un classico esempio è quando ci si trova in ascensore con un estraneo.
 La persona imbarazzata attribuisce un’importanza esagerata e irrealistica a ciò che gli altri vedono realmente del suo aspetto e del suo imbarazzo che viene vissuto come una minaccia all’immagine della identità sociale desiderata. L’imbarazzo rivela, quindi, ciò che per noi conta, il valore che attribuiamo agli altri e alle cose e a tutti, proprio a tutti, è capitato di provarlo ma essendo una sensazione poco piacevole, spesso, si preferisce tutti ridere dell’imbarazzo degli altri, piuttosto che del proprio. La risposta più giusta in queste situazioni è quella di e ammettere che è stata effettivamente  un’esperienza terribile ma darle, al contempo, il giusto peso. In fondo le persone che mostrano imbarazzo per le loro “malefatte sociali” sono anche quelle che vengono apprezzate di più.

Dott.ssa Teresa Giuzio
Centro di Psicoterapia Familiare




domenica 2 febbraio 2014

LEGGERE I SENTIMENTI: LA VULNERABILITA'

VULNERABILITÀ

“Quando eravamo bambini, pensavamo che una volta cresciuti non saremmo più stati vulnerabili. Ma crescere vuol dire accettare la vulnerabilità. Essere vivi significa essere vulnerabili”
Madeleine L'Engle, Walking on Water, 1980

La vulnerabilità è un sentimento a bassa intensità appartenente alla paura da cui molto spesso cerchiamo di fuggire. É la culla del nostro bambino interiore ferito e impaurito, ma è bene ricordarsi che ciò che è vulnerabile può essere ferito, ma non infranto.
Il termine vulnerabile deriva dalla parola latina “Vulnus” che letteralmente significa: ferita o lesione e vulnerabile è tutto ciò che è esposto alla possibilità di essere ferito, violato, leso, colpito, percosso, offeso, tagliato, danneggiato fisicamente, psicologicamente e/o emotivamente.
Detto ciò è logico pensare di associare la parola vulnerabilità a qualcosa di negativo. Tuttavia l’essere vulnerabili ha anche diversi aspetti positivi. Come recita un vecchio detto popolare “non ci rendiamo conto di ciò che abbiamo fino a quando lo perdiamo”, la vulnerabilità verrebbe ad essere una sensazione che ci permette di apprezzare il “qui ed ora”, che è realmente tutto ciò che possediamo. Essere consapevoli di essere vulnerabili è qualcosa che ci aiuta a valorizzare molto di più il nostro presente e ci permette di vivere pienamente ogni istante. Se accettiamo di essere persone vulnerabili potremmo imparare che “qui ed ora” è tutto ciò che realmente ci serve per essere felici.
Nello stesso modo, la vulnerabilità, più che uno stato d’animo da nascondere di fronte ad una società, la quale ci ha impresso l’idea che dobbiamo essere forti e non mostrare le nostre debolezze, potrebbe trasformarsi in una sensazione che può esserci d’aiuto per connetterci agli altri.
Essere vulnerabili, dunque, è segno di coraggio e compassione. Significa saper guardare alla nostra imperfezione con sorriso e accettazione. Se tutti noi facessimo un passo per abbattere il muro che, con forza, abbiamo costruito intorno a noi per paura che qualcuno vedesse la nostra fragilità, potremmo vivere serenamente la realtà: siamo tutti vulnerabili.



 Dott.ssa Teresa Giuzio
Centro di Psicoterapia Familiare

martedì 21 gennaio 2014

IL LUTTO

AFFRONTARE UNA PERDITA


“Tutto ciò che ci è più caro ci può essere strappato;
ciò che non può essere tolto è il nostro potere di
scegliere quale atteggiamento assumere dinanzi
a questo avvenimento”
Victor Frankl



La morte è una tra le paure ancestrali più radicate negli esseri umani la quale, in ogni epoca e in ogni luogo, ha vissuto e vive di particolari rituali che vengono utilizzati per elaborarla, se non addirittura per esorcizzarla.
Il lutto è il sentimento di intenso dolore che si prova per la perdita di una persona cara ma può accompagnare anche altri importanti momenti di cambiamento e separazione quali un trasferimento geografico, un cambiamento nel proprio ruolo sociale, la fine di un lavoro, la nascita di un figlio malato o l'impossibilità di mettere al mondo un figlio, la separazione dal coniuge, ecc.
Vivere un lutto, implica la necessità di dover affrontare e sentire tutta una serie di sensazioni negative, che riguardano il dolore, la tristezza e la disperazione per l’accaduto. Questo dolore è talmente forte che alcune persone per evitare di star male, o per esser forti davanti agli altri, tendono a chiudere in un cassetto le emozioni più difficili e dolorose, facendo finta che ciò non sia accaduto, rischiando, in tal modo, di ottenere l’effetto contrario ossia aumentando la tensione psicologica e rallentando il processo di elaborazione del lutto stesso.
A chiunque sia mancato un figlio, un coniuge, un genitore, un fratello, un nonno, un amico, sente di aver perso una parte di se stesso e, com'è naturale, sperimenta un periodo di sofferenza e di difficoltà che porta a sentirsi soli e deprivati del suo affetto, della sua esistenza. Il senso di vuoto psichico, emotivo e, a volte, anche fisico, determina spesso un profondo stato di confusione tale da far sì che la persona si trovi senza più punti di riferimento.
Il dolore che si prova nell’elaborazione di un lutto è una reazione naturale e imprescindibile dell’essere umano e l’intensa sensazione di tristezza vissuta dopo la morte di una persona è spesso associata al dolore. Dolore che tocca il nostro passato e la nostra capacità di guardare avanti: non solo perdiamo il calore della presenza della persona amata, e con questa una parte di noi stessi e della nostra storia, ma anche lo sguardo in avanti che si esprimeva in progetti e prospettive.
Il lutto è la conseguenza di uno strappo, di una penosa lacerazione: ci sentiamo feriti nel corpo così come nel nostro modo di relazionarci agli altri, nella nostra possibilità di pensare al futuro come nei nostri sentimenti più intimi. E’ una ferita, il cui processo di cicatrizzazione e di guarigione richiede tempo e fatica, un vero e proprio lavoro per poter tornare a vivere una vita sicuramente molto diversa da quella di prima e che, con il tempo, si scoprirà essere densa di valore se solo si riesce ad integrare la perdita nella trama della nostra vita.
La sofferenza per la morte di una persona amata prende forme diverse a seconda del rapporto che esisteva con chi è scomparso, del modo in cui la persona è morta, di come ognuno di noi affronta le difficoltà, nonché di tanti altri fattori come l'età, la fede religiosa, l'identità di genere, il livello di istruzione, le  precedenti esperienze di perdita, le difficoltà legate alla situazione generale e il tipo di sostegno a disposizione. L'esperienza della morte sarà, dunque, raccontata e vissuta da ognuno di noi in modi diversi ma anche all'interno della stessa persona, ci saranno momenti in cui un’esperienza, una sensazione, un pensiero, prenderà il sopravvento su altri. Si vive sballottati tra periodi in cui si è sommersi da ondate di sofferenza, nella quale si perdono il senso e il valore del vivere, e momenti in cui si torna a vedere la luce e si può riprendere, anche se solo per un attimo, il respiro.
Benché ognuno di noi viva in modi diversi la sua sofferenza, ci troviamo tutti ad affrontare un percorso almeno in  parte comune, fatto di fasi diverse e ostacoli da superare che Kubler-Ross teorizza in cinque fasi:

1.    Negazione/Rifiuto (in principio si nega il lutto come naturale meccanismo di difesa);
2.   Rabbia (quando si realizza la perdita, subentra un enorme carico di dolore che provoca una grande rabbia alle volte rivolta verso se stessi o persone vicine o, in molti casi, verso la stessa persona defunta);
3.   Negoziazione (si tenta di reagire all’impotenza cercando delle risposte o trovando soluzioni per spiegare o analizzare l’accaduto);
4.   Depressione (ci si arrende alla situazione razionalmente ed emotivamente);
5.   Accettazione (si accetta l’accaduto, riappacificandosi con esso, spesso sperimentando fasi di depressione e rabbia di natura moderata, volte a riconciliarsi definitivamente con la realtà).

L’elaborazione del lutto è un processo che viene vissuto da ognuno di noi in modi differenti e tali fasi non vengono attraversate da tutti e non necessariamente in tale ordine. Non è detto, infatti, che “piangere” o “deprimersi” sia un passaggio obbligato, così come, non sempre di arriva alla fase di accettazione. Ciò non vuol dire che il lutto resti irrisolto o che si debba intervenire necessariamente per paura di conseguenze o intoppi futuri nel benessere psicofisico della persona. Ogni persona ha bisogno del suo tempo e dei suoi spazi. Solo con il passare del tempo cambia il rapporto con il proprio dolore: lo stato di sofferenza si attutisce e gradualmente la vita comincia ad apparire meno vuota. Non c'è nulla che possa sostituire chi si è perduto: la sofferenza non può essere evitata né negata. E' necessario appropriarsi del proprio dolore, addomesticarlo, renderlo pensabile e vivibile aspettando che si verifichi quella trasformazione per cui la pena e la disperazione non vengono cancellate ma si tramutano in forza e ricchezza interiore. Il contatto con la morte, infatti, contiene, in sé, la possibilità di un'esperienza radicalmente trasformatrice.

Una donna, in preda alla disperazione per la perdita dell'unico figlio, si recò da un vecchio saggio per chiedere un incantesimo che lo riportasse in vita. Il saggio, dopo un lungo silenzio, disse: “Portami un seme di senape dalla casa dove non c'è mai stata la sofferenza: con quello porterò via il dolore dalla tua vita”. La donna si mise in cammino e presto scoprì che ogni casa aveva sofferto i suoi drammi: colpita dalla visione di tanta sofferenza, si fermò a soccorrere gli altri. E ne fu così coinvolta che dimenticò di cercare il  seme magico, senza capire ciò che aveva tolto la disperazione dalla sua vita.
(Antica storia cinese)

 Dott.ssa Teresa Giuzio
Centro di Psicoterapia Familiare