Visualizzazione post con etichetta FAMIGLIA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta FAMIGLIA. Mostra tutti i post

martedì 28 agosto 2018

IL SEGRETO DEL FIGLIO




Osservo la vita dei miei figli cresce, diventare autonoma e farsi ai miei occhi sempre più misteriosa.
Penso che questo mistero sia il marchio di una differenza che deve essere preservata e ammirata anche quando può sembrare sconcertante.Resto sempre stupito di fronte alla loro bellezza e alla loro indolenza.
Infinitamente diversi da come ricordo la mia condizione di figlio.
Eppure così incomprensibilmente uguali.
Non pretendo di sapere o di comprendere nulla della loro vita, che giustamente mi sfugge e mi supera.Nel camminare fianco a fianco – nel silenzio dei nostri corpi vicini – percepisco il rumore del loro respiro come una differenza inesprimibile.È un fatto: ogni figlio porta con sé – già nel suo respiro – un segreto inaccessibile.
Nessuna illusione di condivisione empatica potrà mai venire a capo di questa strana prossimità. La gioia tra noi accade proprio quando l’incondivisibile che ci separa, genera una vicinanza senza nessuna illusione di comunione.
I nostri figli sono nel mondo – esposti alla bellezza e all’atrocità del mondo -  senza riparo.
Sono – come tutti noi – ai quattro venti della vita nonostante o grazie all’amore che nutriamo per loro.Non so davvero nulla della vita dei miei figli, ma li amo proprio per questo.
Sempre alla porta ad attenderli senza però mai chiedere loro di ritornare.Vicino, non perché li comprendo, ma perché stimo il loro segreto.

Milano – Noli – Valchiusella,
gennaio 2017
Il segreto del Figlio, Massimo Recalcati, Feltrinelli 2017

mercoledì 9 novembre 2016

ALLATTAMENTO E SESSUALITA'


Cosa avviene alla donna durante il periodo di allattamento?

La nascita di un bambino è un evento importantissimo che porta necessariamente a profondi cambiamenti nelle dinamiche del nucleo familiare preesistente, soprattutto per il passaggio dalla diade alla triade.


Questo cambiamento implica un nuovo modo di “stare insieme” per i partner, il quale talvolta va ad incidere sul benessere della coppia anche da un punto di vista sessuale. Molte donne infatti sperimentano un calo del desiderio a ridosso del periodo di allattamento, pertanto ritrovare la propria intimità di coppia diventa sempre più difficile.
Fisiologicamente l’ormone che regola il desiderio sessuale sia nell’uomo che nella donna è il testosterone.
Il bambino nella fase di allattamento mantiene attiva la produzione di latte nella neo mamma attraverso la suzione. Questo processo permette il perdurare della presenza di alti livelli di prolattina, che è un ormone che abbassa notevolmente il desiderio sessuale nella donna, e la riduzione invece del testosterone che, come dicevamo, ha la funzione opposta.
Questo processo fisiologico che la donna vive a ridosso del parto, rappresenta una spiegazione a ciò che comunemente accade nelle coppie che vivono questa delicata fase di vita. Tuttavia le dinamiche psicologiche e comportamentali che possono innescarsi successivamente sono più complesse e legate ai vissuti che sperimenta sia la donna, ma soprattutto l’uomo.
Come può sentirsi, infatti, un uomo di fronte ai cambiamenti di umore, alle ridotte attenzioni e ai rifiuti veri e propri che la donna pratica inconsapevolmente nei suoi confronti in questi momenti?
La risposta è scontata quanto svantaggiosa, infatti i maggiori rischi che si corrono riguardano i fraintendimenti, raffreddamenti reciproci e un allontanamento dei due partner.
Il sesso è una componente fondamentale nella coppia; la sua mancanza, se non momentanea, rappresenta un segnale di una frattura più profonda e lacerante, sulla quale diventa necessario poi investire molte più energie per risanarla.  
La comunicazione è indispensabile in questa fase di vita, diventa un vero e proprio compito di sviluppo per superare una crisi transitoria ed evitare che diventi invece cronica.

Dott.ssa Jessica Bianco 
Dott.ssa ivana Siena




lunedì 24 ottobre 2016

LA SEPARAZIONE AI TEMPI DI IKEA


C’è un nuovo spot dell’Ikea dove un papà bussa alla porta della sua ex compagna perché quel weekend spetta a lui tenere Leon, il loro bambino. I due adulti si salutano con un pizzico di imbarazzo misto a rancore. Probabilmente è la prima volta che si ritrovano in questa situazione dopo la rottura e non sanno ancora quali sono le mosse giuste e quelle da evitare.
Così l’uomo resta sulla soglia della porta con le mani in tasca mentre la donna avverte il bambino dell’arrivo del padre. 


Leon attende seduto sul suo letto e a quel richiamo, zaino in spalla, borsa alla mano, afferra i suoi pennarelli e chiude la porta della stanza rivolgendole un lungo sguardo quasi per fotografarla, portarla con sé e non sentirne la mancanza.
Mentre la macchina corre verso casa del papà, sul finestrino si riflettono degli scenari nuovi per il bambino: strade, palazzi e quartieri insoliti, ancora da conoscere. Allora il piccolo stringe i suoi pennarelli tra le dita: forse ha già nostalgia di casa e quegli oggetti rappresentano l’unico legame con l’ambiente a lui familiare.



Giunti a casa appare ovvio che il papà abbia traslocato da poco, in corridoio c’è ancora uno scatolone con della roba da sistemare e tutt’intorno aleggia quella calma piatta tipica di un insediamento recente. Leon va alla sua nuova cameretta, apre la porta e si guarda attentamente intorno con i piedi ancora fissi sull’uscio, poi accenna un sorriso ed entra. Quella che ha davanti è la perfetta riproduzione della camera da letto della casa materna in cui ha sempre dormito, giocato e disegnato, insomma, la sua stanza, tant’è che il bambino non esita a togliersi zaino e giubbino e a sistemare i pennarelli sulla scrivania come è solito fare.


Lo spot s’intitola “Every other week” (“Ogni altra settimana”) e appartiene alla campagna “Where life happens” (“Dove ha luogo la vita”) ideata dalla nota azienda svedese per pubblicizzare i suoi prodotti attraverso episodi di vita quotidiana.
In questo caso Ikea decide di raccontare la storia di una giovane coppia di separati con un figlio da crescere a “settimane alterne” e lo fa attraverso poche semplici immagini: l’incontro tra gli ex partner, il borsone pronto ai piedi del bambino, il viaggio in macchina verso la casa del padre e l’approdo in una nuova cameretta. Scena dopo scena entriamo nelle vite dei personaggi, leggiamo le loro emozioni, immaginiamo i loro pensieri, e apprendiamo i loro nuovi rituali. Perché la separazione, una delle più frequenti crisi del ciclo di vita di un individuo, è innanzitutto un cambiamento e in quanto tale tende a spazzare via la nota e cara routine per fare spazio alla sconosciuta e a volte ostica novità.
La famiglia, quindi, è chiamata a modificare le proprie abitudini per far fronte alle nuove esigenze, dal mettere un coperto in meno a tavola alla divisione dei weekend o delle festività (Natale con la mamma, Capodanno col papà).

Cambia anche la definizione stessa di famiglia, ma non la sua essenza. Separandosi l’uomo e la donna smettono di essere una coppia, non di essere genitori, anche se spesso la rabbia o la delusione dei due partner possono avere la meglio sui bisogni di un figlio, mettendoli in secondo piano, se non addirittura dimenticandoli. In questo spot accade l’esatto contrario. La madre apre la porta all’uomo e non si oppone al fatto che il figlio passi del tempo con lui, e quest’ultimo, a sua volta, riproduce la sua cameretta nei minimi dettagli pur di far sentire il bambino “a casa”.  Perché se gli ex non possono tornare indietro per ristabilire l’unione amorosa possono di certo andare avanti e ristabilire un’unione familiare, nel rispetto del figlio, quel frutto che, nonostante tutto, continua ad esistere.

Dott.ssa Federica Giglio
Laureta in Psicologia e tirocinante alla Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara

venerdì 23 settembre 2016

COSA ACCADE NELLA COPPIA DOPO LA NASCITA DEL PRIMO FIGLIO?


Diventare genitori costituisce una tappa fondamentale della vita di coppia. La relazione tra i due partner, che prima li coinvolgeva in maniera esclusiva, ora deve essere condivisa con una terza persona, il bambino, con tutte le sue esigenze e i suoi bisogni.


Questa transizione può essere vissuta in modo più o meno critico e può portare con sé ansie e preoccupazioni.
Una dinamica importante che emerge con la nascita del primo figlio è la ristrutturazione della propria identità individuale e di quella di coppia. I partner diventano genitori e devono confrontarsi con i compiti e le mansioni che questo comporta. Non si è più soltanto individuo in relazione all’altro membro della coppia ma si diventa mamma e papà, responsabili di una terza persona che per molto tempo dipenderà in tutto e per tutto dalle cure genitoriali.
Dedicare gran parte del tempo al nuovo arrivato potrebbe portare a perdere di vista ciò che fino a quel momento era l’intimità della coppia: il tempo prima dedicato al rapporto a due, ora è impiegato principalmente per il bambino e gli spazi di coppia acquistano una connotazione completamente diversa, fatta di biberon tutine e bavaglini.
In alcuni casi può svilupparsi un attaccamento eccessivo della madre verso il bambino, cosa che potrebbe portarla a trascurare il partner, facendolo sentire estromesso dalla nuova relazione madre-figlio, con conseguenti insoddisfazioni affettive e risentimenti che si ripercuotono all’interno del rapporto di coppia.
Tuttavia è possibile far sì che un momento così tanto atteso, come quello dell’arrivo del primo figlio, non si trasformi in un momento particolarmente difficile e critico per la coppia?
Sicuramente i cambiamenti apportati dall’arrivo del primo figlio nel nucleo familiare sono causa e fonte di stress e di preoccupazione, ma trovare un buon equilibrio di coppia prima della nascita di un figlio potrebbe essere un ottimo modo per prevenire sviluppi critici dopo la sua nascita.  Ad esempio riflettere sulle motivazioni per cui si desidera un figlio è un buon punto di partenza. Non si può infatti pensare che un figlio risolva eventuali problemi all'interno della coppia, né che andrà a riempire vuoti affettivi individuali. Quando un bimbo viene al mondo è già caricato di una serie di aspettative e desideri che lo riguardano,  investirlo di responsabilità di cui non può farsi carico piuttosto che affrontare i problemi preesistenti sarebbe ingiusto sia nei suoi confronti sia nei confronti di se stessi e del proprio partner.


È fondamentale, inoltre, non perdere di vista la coppia. Un maggiore investimento di tempo ed energie sul nuovo arrivato è fisiologico, ma è importantissimo mantenere un dialogo costante con il proprio partner, confidargli paure e desideri e coltivare i propri momenti e i propri spazi di coppia, in cui il bambino non sia presente o lo sia soltanto in modo marginale.

Solo così entrambi i partner potranno sentirsi coinvolti reciprocamente nel processo di allargamento della famiglia, con tutte le difficoltà e le conquiste che essa comporta e contemporaneamente continuare a sentirsi coppia e mantenere a la propria intimità. 
Dott.ssa Angela Liberali

Laureata in Psicologia e tirocinante presso la 
Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara

sabato 10 settembre 2016

LA FAMIGLIA, IL PIACERE



La casa in cui predomina il principio del piacere, al contrario di quella in cui tutto viene regolato dal potere, è abitata da bambini sicuri di sé stessi, consapevoli della differenza tra verità e inganno e in grado di cooperare per favorire il piacere e la gioia.
Ciò non vuol dire che questi bambini non mentano a volte…               Per mantenere la fiducia e l’affetto che tengono unita la famiglia, le regole devono essere poche e devono mirare a favorire il piacere di tutti i suoi membri. L’uso delle punizioni e del potere e sono una chiara manifestazione dell’indebolimento della fiducia e dell’affetto e della diminuzione della cooperazione e del reciproco piacere. La menzogna non dovrebbe essere punita perché è lampante indicazione del bisogno di accrescere la fiducia.
A. Lowen
Il Piacere, pg 109




mercoledì 30 marzo 2016

MIO FIGLIO E' DISABILE

Il sostegno del gruppo

L’arrivo di un bambino altera i normali equilibri familiari e di coppia, questo evento già stressante di per sé può raggiungere livelli maggiori nel caso in cui il bambino presenti una malattia o una disabilità, fisica o psichica, la quale altera il suo normale sviluppo.


La sola presenza di un terzo nella coppia trasforma di per sé i normali equilibri e ritmi famigliari, l’intimità di coppia, il tempo libero, la cura per la propria persona; tutti questi elementi vengono sostituiti con le attenzioni di cui un bambino necessita.
Partendo da questo presupposto immaginiamo come un bambino con un disturbo dello sviluppo possa influenzare la vita dei genitori. Questo evento comporta uno stravolgimento non solo dei normali ritmi familiari ma una vera e propria rivoluzione nell’individuo; il genitore deve fronteggiare inizialmente un processo di elaborazione del lutto attraverso il quale abbandonare l’immagine del figlio sano e “perfetto”. In secondo luogo dovrà riadattare i progetti e le aspettative sul proprio futuro e  sul futuro del piccolo, prendendo atto dell’attuale situazione.
Si tratta di un processo psicologico e pratico necessario ai fini dell’accettazione della condizione del proprio bambino; la sua mancanza potrebbe influire su un percorso di crescita del bambino, infatti, il genitore che non ha superato il trauma della diagnosi potrebbe non essere in grado di fornire al proprio figlio le cure e le attenzioni a lui fondamentali per una crescita il più possibile sana.
Ma cosa succede al genitore quando deve affrontare la sua situazione al di fuori delle mura domestiche? Come cambierà la sua vita e le relazioni con gli altri?
Difficile a dirsi, ogni genitore cerca di affrontare la situazione come meglio crede, in base anche al proprio stile di personalità. Molti si iscrivono a delle associazioni di supporto, perché in queste trovano conforto, e condivisione laddove la sofferenza può essere meglio riconosciuta e compresa. Questa tipologia di genitore, soprattutto nei primi anni, tende a circondarsi di persone che hanno attraversato o stanno attraversando una situazione analoga.
Altri genitori, invece, tendono a chiudersi in un nuovo mondo fatto di solitudine e fatica, di poca comunicazione e contatti sociali diradati.
In questo caso l’errore più grande è pensare che “l’Altro” non possa comprendere cosa si prova di fronte ad una situazione critica come l’accudimento di un figlio disabile, pertanto l’isolamento risulta erroneamente essere la migliore alternativa possibile.

Diverse ricerche testimoniano come una ricca rete di supporto sociale sia fondamentale ai fini dell’elaborazione del trauma della diagnosi per questi genitori. Naturalmente la famiglia e il gruppo di amici risultano di fondamentale importanza, ma non sono i soli, esistono infatti associazioni che supportano e aiutano questi genitori, composte di  famiglie a cui è accaduto qualcosa di analogo, e che trasmettono un certo grado di competenza in merito. Per cui spesso preferiscono parlare della propria situazione che persone che stanno o hanno passato una situazione uguale alla loro. Il gruppo permette di sentirsi meno soli, più compresi. Spesso queste famiglie provano un senso di colpa per la loro situazione, alcuni si sentono addirittura responsabili per la condizione del figlio, sono spaventati dal provare emozioni contrastanti nei confronti del loro bambino.
La condivisione della propria esperienza o l’ascolto di quella altrui diventa così un momento di elaborazione delle proprie emozione, di confronto e di crescita.
Con-dividere si può leggere come un dividere-con che significa dimezzare i pesi e le fatiche con qualcun altro capace di reggere. Alleggerirsi di una sofferenza attraverso il sostegno reciproco.
Non solo chi ha vissuto uno stesso trauma può essere di aiuto, la chiave quindi sta in primis nell’esprimere il proprio malessere legato all’idea di aver procreato un bambino con dei problemi e di doverne affrontare tutte le difficoltà che ne seguono, ed in secondo luogo affidarsi, imparare a chiedere aiuto, che più che un segno di debolezza è una dimostrazione unica di coraggio!

Dott.ssa Chiara Giaquinta
Laureata in psicologia e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara.
Dott.ssa Ivana Siena
Psicologa e Psicoterapeuta


martedì 9 febbraio 2016

PATERNITA' TARDIVA

L'OROLOGIO PSICOLOGICO MASCHILE

In Italia l'età media degli uomini che si apprestano al matrimonio è pari a 34 anni e quella delle donne a 31 anni. Leggendo questi dati appare chiaro che aumentando l’età dei coniugi che convolano a nozze, di conseguenza anche l’esperienza della genitorialità diventa più tardiva.


Il matrimonio non è, però, l’unico indice da considerare nell’analisi dei fattori che influenzano la decisione di avere un figlio in quanto, come sappiamo, molti bambini nascono da genitori che scelgono di portare avanti una convivenza piuttosto che legarsi formalmente attraverso il vincolo matrimoniale. Tuttavia anche in questi casi l’età dei partner resta comunque molto alta.
Nelle donne come negli uomini il desiderio di diventare genitore mette di fronte ad un cambiamento radicale della propria vita, delle proprie abitudini e dei propri spazi. Se nei tempi antichi i figli erano considerati la maggiore risorsa in termini di aiuto domestico e di forza lavoro, oggi sono frutto di una libera scelta che asseconda un desiderio di sottofondo da un lato di dare vita al proprio concetto interno di famiglia, dall’altro lato, in maniera più narcisistica, di lasciare la propria “impronta digitale” nel mondo.
Se per la donna un’ulteriore spinta a procreare è data dall’orologio biologico, si può asserire che per l’uomo, il quale non è soggetto invece agli stessi limiti, l’orologio è di tipo “psicologico”.
Questo orologio psicologico scandisce un tempo più lento che si trasforma in un’esperienza di tardiva paternità. Esistono però due tipologie di uomini che vivono una paternità tardiva:
Uomini tra i 50 e i 60 anni che vivono un secondo matrimonio con donne più giovani ed accettano quindi di assecondare un’esigenza più della compagna che propria, soprattutto se hanno già avuto figli durante il precedente matrimonio. Un altro figlio diventa quindi la testimonianza della nuova vita che si sta intraprendendo.
Uomini che si sono dedicati esclusivamente alla vita lavorativa che vivono quindi la paternità come l’ultima tessera mancante di un puzzle dagli incastri perfetti. Le priorità, in questo caso, sono quindi legate alla conquista della stabilità e al raggiungimento di una sicurezza finanziaria.
Qualora si tratti del primo figlio, inoltre, questo  “nuovo arrivo” rappresenta un momento di transizione tra due fasi del ciclo della vita:
- creazione di una coppia da un lato;
- trasformazione in “famiglia”, intesa come condivisione di un progetto comune di vita, dall’altro.
Come per ogni transizione anche questa crea una rottura dell’equilibrio raggiunto fino a quel momento, il che significa per il neo papà un ridimensionamento dei propri spazi personali, aumento delle responsabilità, riduzione dello spazio di coppia e dell’intimità, adeguamento dei propri tempi a quelli del bambino e necessità di fare rinunce in campo professionale e personale, tutti fattori che necessitano di un grosso impegno per essere riadattati alla nuova situazione a tre.
Se è vero che per l’uomo un figlio in età matura significa da un lato perdere qualcosa, è anche vero che, laddove vissuto come scelta pienamente consapevole e desiderata, significa aumentare la propria autostima, imparare a gestire in modo creativo nuove situazioni, evolversi nel modo di approcciarsi a agli affetti, nell’espressione dei sentimenti e delle emozioni, significa quindi guadagnare. Tutto ciò diventa  il trampolino di lancio nel percorso di sviluppo psico-fisico del nascituro, nonché elemento di crescita per lo stesso padre.

Articolo dal quale viene tratta l'intervista del quotidiano "Il Centro" di Pescara (PE) i-papa-invecchiano-primo-pupo-a-35-anni


Dott.ssa Ivana Siena
Psicologa e Psicoterapeuta

Centro di Psicoterapia Familiare

venerdì 9 ottobre 2015

MA QUALI GENITORI IDEALI?

L’Associazione Italiana di Psicologia sostiene che “Le affermazioni secondo cui i bambini, per crescere bene, avrebbero bisogno di una madre e di un padre, non trovano riscontro nella ricerca internazionale […]".


Infatti i risultati delle ricerche psicologiche hanno da tempo documentato come il benessere psico­sociale dei membri dei gruppi familiari non sia tanto legato alla forma che il gruppo assume, quanto alla qualità dei processi e delle dinamiche relazionali che si attualizzano al suo interno. 
In altre parole, non sono né il numero né il genere dei genitori a garantire di per sé le condizioni di sviluppo migliori per i bambini, bensì la loro capacità di assumere questi ruoli e le responsabilità educative che ne derivano.
In particolare, la ricerca psicologica ha messo in evidenza che ciò che è importante per il benessere dei bambini è la qualità dell’ambiente familiare che i genitori forniscono loro, indipendentemente dal fatto che essi siano dello stesso sesso.”


Va ricordato con forza che, oltre alla famiglia, è la società ad avere un forte impatto sullo sviluppo emotivo del bambino. Essa condiziona la personalità umana nei suoi aspetti esterni - di comportamento – e in quelli interiori – pensieri, opinioni, sentimenti – sin dalla nascita, influenzandola profondamente durante tutto il corso dello sviluppo sia tramite gli atti e gli atteggiamenti intenzionali che gli adulti rivolgono al bambino, sia tramite un’azione più generale che si attua sotto forma di informazione, di suggestione, di regola, di esempio. Dare l’esempio, questo è il nostro compito! E che sia quello giusto, di tolleranza e affetto, non di deleteria stigmatizzazione.

Vorrei concludere con un pensiero di Antonino Ferro psichiatra e psicoanalista, presidente della Società Psicoanalitica Italiana:

«Che ben vengano bambini di coppie che si amano e che siano capaci di buoni accoppiamenti mentali. Non sarà il sesso biologico dell’uno o dell’altro ad aver più peso ma le attitudini mentali dell’uno e dell’altro. I figli li faccia chi ha voglia di accudirli con amore. Ciò che conta, in fondo, è che ogni bambino abbia il suo Presepe, la sua festa, che sia accolto e amato come un prodigio, poi sul sesso biologico di bue e asinello non ci perderei molto tempo».

Dott. Simone Ferrazzo

Laureato in Psicologia e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara

martedì 6 ottobre 2015

A COME AUTOSTIMA

Stare bene con se stessi vuol dire stare ben con gli altri. 



Una delle maggiori richieste rivolte a specialisti della psicologia è come migliorare il rapporto con gli altri, con il partner, con i genitori, con i colleghi. La tendenza a percepire l’altro con cui si entra in relazione come “problematico” è molto comune e racchiude difficoltà di comunicazione per le quali non si riesce a vedere chiaramente una possibilità di risoluzione.

Questa sensazione costante e pervasiva ha in realtà a che fare con la percezione che si ha di sé, spesso messa in crisi proprio dagli altri intorno che, sempre attraverso la comunicazione, ci danno conferme o apparenti dimostrazioni di ciò che siamo. 
Non sempre, però, l’immagine che gli altri ci rimandano indietro è corretta, oggettiva, spassionata; è anzi facile che sia distorta da pregiudizi, bisogni, e tutto ciò che necessitano di vedere in noi per esorcizzare le loro paure.

L’idea che abbiamo di noi stessi è una costruzione molto complessa, della quale non siamo nemmeno pienamente consapevoli ed si può racchiudere nel concetto di autostima.
L’autostima è la percezione che si ha di sé, quella che si costruisce proprio attraverso i feedback di cui parlavamo sopra. Si possono individuare almeno cinque importanti aree della vita quotidiana attraverso le quali si costruisce: quella sociale, quella scolastica/professionale, familiare, estetico-corporea, intellettivo-culturale (la sensazione di avere delle abilità mentali ed una cultura adeguate e valorizzate nel proprio ambiente).  

Questa valutazione di sé è dinamica e si muove nel tempo su un continuum che prevede due estremi, quello positivo e quello negativo.
La bassa autostima aumenta il senso di insicurezza ed inadeguatezza, la convinzione di non essere in grado di  poter contare su se stessi e di essere quindi padroni della propria vita in quanto il pensiero e, ancora peggio, il giudizio degli altri sono fondamentali alla propria sopravvivenza emotiva. La prima cosa di cui è importante rendersi conto è il fatto che già la semplice idea che ci siamo fatti di noi stessi tende a condizionare il nostro comportamento in modo tale da “autoconfermare” l’idea stessa: è il cosiddetto effetto di “profezia che si autoavvera”. 

Nei casi di bassa autostima, la profezia è di tipo catastrofico e viene quindi confermata di volta in volta dal bisogno impellente di fare di un altro esterno il nostro punto di riferimento in quanto “Io non sono capace da solo” di decidere, agire, pensare. Nei casi più gravi sorge una dipendenza verso l’esterno che conferma quindi il proprio sentirsi inutili e invisibili.

Non da meno risulta l’eccesso opposto del continuum in cui un’alta autostima, che come dicevamo è necessaria per star bene con se stessi e con gli altri, può diventare a suo modo un  problema. Troppa sicurezza di sé,  la convinzione di star facendo sempre e comunque la cosa giusta, impediscono una visione obiettiva della realtà. Questa modalità prevede che la persona non riesca più a confrontarsi con il mondo esterno e ritenga di possedere una saggezza interna che non le permette di accorgersi dei propri errori.

Non si nasce con la giusta autostima, essa va piuttosto coltivata, curata, alimentata durante il corso dell'esistenza. Una sana autostima permette di percepirsi in modo realistico e di riequilibrarsi costantemente e in maniera indipendente dal giudizio altrui.

La lotta al miglioramento continuo richiede un impegno costante nel tempo e una volontà forte di mettersi in gioco in prima persona, lavorando sulle proprie percezioni e su ciò che le ha radicate a partire dall’infanzia fino all’età adulta.

Una chiave di svolta importante inoltre sta nel valore soggettivo della diversità e della differenziazione rispetto agli altri e al mondo esterno, dove per differenziazione si intende autodefinirsi ed individualizzarsi, per evitare la fusione relazionale e conservare l'obiettività emotiva  all'interno del sistema a cui si appartiene.



Dott.ssa Ivana Siena

lunedì 20 aprile 2015

ESSERE O NON ESSERE, QUESTO E' IL PROBLEMA!

Transessualismo e Adolescenza nel XXI secolo

 
Se dovessi definire il XXI secolo non potrei trovare espressione migliore di "We Can"="Noi  Possiamo".
Ma possiamo cosa???
Possiamo essere tutto ciò che vogliamo? Possiamo reinventarci giorno dopo giorno, prendere tutti quei parametri preconfezionati dalla società, come la nazionalità, lo stato civile, il genere,e gettarli dalla finestra? Possiamo essere realmente uomini liberi?
È davvero difficile poter dare una risposta a tutto, e forse un pò spaventa, ma confrontandomi con le persone ed ascoltando le tante notizie che provengono dal mondo, una cosa ha attirato la mia attenzione: com'è essere transessuale oggi?
Sembra talmente naturale per noi classificarci come uomo o donna, che il più delle volte lo diamo per scontato, non pensando che spesso qualcuno possa sentir opprimente l'essere rilegato in questo bipolarismo.
Parole come transgender, queer, terzo sesso, intersessualità, crossdressing invadono la TV e i giornali, riecheggiano nelle nostre teste, e a volte ne ignoriamo il reale significato. Sono Tutti termini che ci fanno sobbalzare o stranire, perchè ci mettono in contatto con nuovi tipi di realtà per troppo tempo non riconosciute, ma che esistono.
Ma proprio perchè siamo nell'epoca del "Possibile", non si può più continuare a far finta di nulla, a non vedere che l'uomo cambia, che è flessibile, che varia; c'è l'esigenza impellente di conoscere e comprendere per rispettare l'altro e noi, per essere d'aiuto, per essere realmente liberi.
IL DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali) ne parla in termini di DIG, disturbo dell'Identita' Di Genere, che nasce da una mancata corrispondenza tra la percezione interiore della propria identità di genere e il sesso biologico in cui si è nati, e che comporta una forte sensazione di estraneità e di disagio.
La sofferenza della persona transessuale però, è spesso dovuta non tanto alla propria condizione intrinseca, ma alle pressioni e alle violenze che esercita sull’individuo una società come la nostra, caratterizzata da un binarismo sessuale rigido e preconfezionato.
Inoltre, viene da chiedersi se è più o meno giusto parlare di disturbo, o meglio quanto etichettare questo disagio non accresca la tendenza a stigmatizzare e a considerare patologica qualunque espressività identitaria che si discosti dal modello maschio-femmina?
Un aspetto essenziale di tale problematica riguarda la giovane età in cui può comparire, infatti è proprio tra il primo e  il terzo anno di vita del bambino che si instaura l’identità di genere.
Quindi già dall’età di due-tre anni si potrebbe vivere un disagio rispetto la percezione di sé e la situazione si aggrava fortemente nell’adolescenza, fase in cui i cambiamenti puberali trasmettono al mondo un’immagine di sè in contrasto con il proprio sentire.
Dunque è importante intervenire nel modo corretto per salvaguardare il benessere psicofisico di questi bambini e adolescenti.
Ma in che consiste il modo corretto?
Delle risposte, da diverse parti del mondo, cominciano ad emergere, come ad esempio il progetto di  una  clinica olandese dove si "sospende" la pubertà degli adolescenti transgender.
Il VU Medical Center, alla periferia di Amsterdam, ha sviluppato un metodo per la presa in carico di teenager che presentano disforia di genere. Tale protocollo prevede, per i ragazzi di 12 anni, l'uso di farmaci appositi che bloccano la produzione degli ormoni sessuali e, dopo un periodo che può arrivare al massimo a 4 anni, se viene confermata la diagnosi di disforia di genere gli adolescenti sono reindirizzati, grazie a un’altra terapia ormonale, verso la pubertà dell’altro sesso.
Quello che per molti può essere vista come un'affrettare le cose o una manipolazione, ha esattamente lo scopo opposto, ovvero la sospensione della pubertà serve proprio per prendere tempo ed arrivare a una diagnosi accurata e a un’età in cui si può fare una scelta consapevole, migliorando nel frattempo il benessere psicologico degli adolescenti.
In Olanda, ogni piccolo paziente viene preso in carico da un team multidisciplinare che deve accertare se soffra davvero di disforia di genere,  è previsto una servizio di consulenza psicologica, che segue anche i genitori, figure essenziali in questo percorso, anche loro con la propria sofferenzza ed i propri bisogni, primo tra tutti prendersi cura dei propri figli. La sofferenza di chi presenta disforia di genere, infatti, lascia tracce persistenti, provocando danni concreti, questi ragazzi presentano tassi molto più alti della media di ansia, depressione, pensieri suicidi e disturbi alimentari.
Ma quali sono i reali vantaggi di tale procedura?
Gli esperti di Amsterdam parlano di risultati  impressionanti sia psicologici che fisici:
-il funzionamento psicologico migliora, gli adolescenti hanno meno problemi a scuola, con i compagni, nel loro ambiente sociale, calano i pensieri suicidi, l’ansia, i sintomi depressivi, in generale diminuisce la sofferenza psicologica;
-da un punto di vista fisico, se questi ragazzi e ragazze decideranno di cambiare davvero sesso, potranno evitare in seguito interventi invasivi e dolorosi e avranno un aspetto fisico molto più convincente nell’altro genere.
La sospensione della pubertà può essere considerata come un aiuto ad affrontare tutto questo in un periodo più calmo, senza lo stress e le pressioni del corpo che cambia, inoltre va sottolineato il fatto che non è un intervento irreversibile, in quanto è possibile tornare indietro senza che ci siano conseguenze durature. Solo arrivati all'età di 16 anni, se si sentono pronti, i pazienti possono iniziare ad assumere ormoni dell’altro sesso, mentre le operazioni chirurgiche per la rettificazione del sesso, come la ricostruzione genitale o la mastectomia, si possono intraprendere solo dopo i 18 anni.
Per quanto riguarda il nostro Paese, la sola richiesta di introdurre una tale procedura ha sollevato molteplici accuse ai medici di voler sottoporre i  bambini a manipolazioni biologiche.
L'iniziativa qui presentata può suscitare non poche perplessità, dubbi e controversie, ma sono dell'idea che questo "protocollo" rappresenti un primo segnale che qualcosa comincia a cambiare, è  in ogni caso un passo avanti, un modo di costruire un "ponte", di fornire un aiuto concreto. Probabilmete se si iniziasse a cambiare prospettiva almeno in parte la situazione cambierebbe, se l'obiettivo diventasse realmente quello di prendersi cura e di supportare l'asolescente e la sua famiglia, si riuscirebbe concretamente ad essere d'aiuto, a rendere il tuttto meno difficile, lento e complicato.
Ci si chiede se i bambini siano in grado di poter scegliere per loro stessi, ci si sente alle volte in colpa e responsabili del problema, ma se guardiamo ed ascoltiamo questi bambini invece la cosa più evidente è che per loro non c’è nulla di ambiguo o strano.
I dubbi e le incertezze devono rappresentare il motore della crescita, non il limite, e questo è possibile solo lavorando insieme su una adeguata informazione e una forte sensibilizzazione che cominci dalle famiglie, dalle scuole e da tutte quelle istituzioni che rivestono un ruolo essenziale nella nostra quotidianeità.
Dovremmo fermarci un momento e provare a chiederci se fosse facile alzarci una mattina, guardarci allo speccho e non riconoscerci, ma soprattutto non essere riconosciuti dal mondo esterno. Leggendo i vari articoli che circolano sul web una frase di un ragazzo mi risuona in mente: "Per voi è facile: andate al lavoro, litigate, vi ammalate, però siete sempre voi. Io ho un problema molto più grande: mi sveglio la mattina, mi metto una maschera e dico: ok, andiamo a recitare una parte”.  Non si può rimanere indifferenti e inermi di fronte a questa sofferenza, bisogna intervenire, anche a piccoli passi, ad esempio riconoscendo i segni di un probabile problema di identità di genere invece di banalizzarli, lasciando liberi i bambini di esprimersi come più si sentono a loro agio e non temendo di rivolgersi ad uno speacilista in grado di fornire un adeguato supporto psicologico non solo al ragazzo, ma all'intero nucleo familiare.
 
Dott.ssa Valentina D'Alessio
Laureata in Psicologia e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara