giovedì 6 febbraio 2014

VIOLENZA DOMESTICA - II PARTE

INNAMORARSI DEL PROPRIO CARNEFICE? 




Era il 1973 quando a Stoccolma, presso la Kreditbanken fecero irruzione dei rapinatori i quali, tennero i dipendenti in ostaggio per sei giorni.  Dopo la liberazione, le vittime chiesero alle autorità clemenza per i propri rapinatori, mostrando di essere emotivamente legati agli stessi. Durante il periodo di incarcerazione, gli ostaggi mantennero dei contatti con loro andando frequentemente a trovarli, addirittura una ragazzi si fidanzò con un rapinatore. Come è possibile spiegare questo fenomeno?
Il criminologo che si occupò di questo caso, Nils Bejerot per definirlo, coniò  il termine “Sindrome di Stoccolma”. Quando vi è un elevato stress relativo ad una minaccia per la propria incolumità e per la propria vita, si crea una situazione di intensa paura, negazione della rabbia e dipendenza, tale dipendenza è un meccanismo di difesa, è una strategia di sopravvivenza in situazioni in cui non vi è possibilità di fuga. La vittima idealizza il proprio rapinatore, non ammette intrusioni esterne (es. polizia/ autorità giudiziaria), nutre sentimenti positivi nei suoi confronti fino ad un vero innamoramento.
La sintomatologia della Sindrome di Stoccolma può essere riportata alle mura domestiche con gli stessi meccanismi e stessa sintomatologia. Nelle donne maltrattate è una “strategia” per fronteggiare emotivamente il forte stress e le continue violenze. Lenore Wolker  la definisce come Sindrome della Donna Maltrattata chiarendo che, quando le donne non riescono a fuggire da una situazione di violenza, diventano paurose, passive, depresse, remissive e psicologicamente paralizzate questo, rende la donna incapace di difendere se stessa e i figli.
Nella fase del ciclo della violenza, detta “luna di miele”, si ha un incremento dell’illusione che il carnefice possa cambiare e che si possa porre fine alla violenza. L’abusante nel contempo, attraverso la manipolazione psicologica e la violenza, crea un ambiente tale per poter controllare fisicamente ed emotivamente la sua vittima isolandola dal lavoro, dalla famiglia e dalle relazioni sociali. L’isolamento favorisce una forte labilità emotiva e la dipendenza dal proprio con il carnefice, la vittima pensa che la propria vita dipende esclusivamente da lui e l’unico modo per sopravvivere è essergli fedele. Quando si ha paura, l’impulso naturale è quello di cercare conforto e rassicurazione da chi ci è vicino, in questo caso, l’unica persona vicina alla vittima è lo stesso carnefice che viene umanizzato e reso positivo, oggetto di cure e di compassione.
Nei contesti legali è stata associata la Sindrome della donna maltrattata al Disturbo Post-Traumatico da Stress in quanto, l’esposizione alla manipolazione psicologica continua e alla violenza, comporta gravi traumi psicologici. Alla Sindrome della donna maltrattata si affianca la Sindrome dell’uomo maltrattato in quanto, anche gli uomini possono essere vittime di abusi anche se in questo caso sono per lo più di natura psicologica e non fisica.
Le donne sono vittime di soprusi e omicidi da parte del loro partner, otto volte più degli uomini. Quando la pressione psicologica è elevata, quando si è soli e ci si sente indifesi, quando lo stress è tanto e sembra che non vi siano vie d’uscita, la nostra mente cerca di tutelarci mettendo in atto dei meccanismi inconsci che possono sembrare paradossali. E’ difficile riconoscere situazioni di violenza in questi contesti ed è difficile avvicinare la vittima.
 Dott.ssa Desirè Roberto
Centro di Psicoterapia Familiare



mercoledì 5 febbraio 2014

LEGGERE I SENTIMENTI: L'IMBARAZZO

IMBARAZZO




Tipica emozione sociale di bassa intensità facente parte del sentimento della paura.
Paura connessa, soprattutto, alla percezione che si ha di se stesso e delle proprie caratteristiche in relazione agli altri.
 L’imbarazzo è uno stato più o meno intenso e di durata variabile (da pochi secondi a pochi minuti) che si manifesta esclusivamente in una situazione sociale, caratterizzato da modificazioni psicofisiologiche e manifestazioni comportamentali che esprimono disagio quali rossore, l’irrequietezza motoria, le alterazioni della voce
Sentirsi in imbarazzo non è per nulla piacevole ed è spesso determinata dal non sapere mai bene quali atteggiamenti o comportamenti adottare in una determinata circostanza; un classico esempio è quando ci si trova in ascensore con un estraneo.
 La persona imbarazzata attribuisce un’importanza esagerata e irrealistica a ciò che gli altri vedono realmente del suo aspetto e del suo imbarazzo che viene vissuto come una minaccia all’immagine della identità sociale desiderata. L’imbarazzo rivela, quindi, ciò che per noi conta, il valore che attribuiamo agli altri e alle cose e a tutti, proprio a tutti, è capitato di provarlo ma essendo una sensazione poco piacevole, spesso, si preferisce tutti ridere dell’imbarazzo degli altri, piuttosto che del proprio. La risposta più giusta in queste situazioni è quella di e ammettere che è stata effettivamente  un’esperienza terribile ma darle, al contempo, il giusto peso. In fondo le persone che mostrano imbarazzo per le loro “malefatte sociali” sono anche quelle che vengono apprezzate di più.

Dott.ssa Teresa Giuzio
Centro di Psicoterapia Familiare




martedì 4 febbraio 2014

PSICOSPORT

SPORT E SCARAMANZIA: IL LATO PSICOLOGICO


Come da definizione ufficialmente riconosciuta, la superstizione indica le credenze di natura irrazionale che possono influire sul pensiero e sulla condotta di vita delle persone che le fanno proprie, in particolare la credenza che gli eventi futuri siano influenzati da particolari comportamenti senza che vi sia una relazione causa-effetto.
La scaramanzia, di conseguenza,  può essere letta come una forma di superstizione la quale si manifesta attraverso frasi o gesti per attirare la buona sorte o allontanare gli eventi negativi. Soltanto in Italia, su cento persone più della metà ammette di far ricorso a gesti scaramantici in occasione di eventi di vita il cui esito è incerto; tuttavia bisogna considerare che si tratta di un fenomeno tutt’altro che ristretto alla nostra cultura, ma antico e radicato in tutte le culture del mondo, nonostante la condanna implicita dei tempi moderni.
Uno degli ambiti del quotidiano in cui si esprime maggiormente la tendenza a far ricorso a azioni scaramantiche è quello sportivo. Qui competizione, sfida e confronto in assenza di certezza, innalzano bruscamente i livelli di ansia legati alla prestazione e permettono che le reali capacità fisiche  e tecniche degli atleti vengano messe in secondo piano, sembra infatti che d’un tratto queste non bastino più per arrivare al traguardo.
Si assiste così alla creazione di veri e propri rituali innescati dal valore funzionale che lo sportivo dà ad un oggetto, a una frase, a un gesto presente durante una o più gare vincenti, inoltre, la casuale ripetizione nel tempo di una vittoria o di una buona prestazione associata al rito scaramantico convince l’atleta che le due cose siano imprescindibili. 
Molti campioni, all’interno di tutti gli ambiti sportivi esistenti, praticano dei rituali, insoliti, personalizzati, spesso unici. Dal calcio alla Formula 1, dal tennis alla Moto GP dove ad esempio uno dei gesti scaramantici più comuni tra tutti i piloti consiste nel non poggiare mai il casco per terra, nemmeno all’interno del box, per evitare che la stessa situazione possa verificarsi con una caduta. Loris Capirossi ha sempre preferito salire in sella dal lato destro della moto mentre “il Dottore” (Valentino Rossi) è solito compiere alcuni gesti metodici già all’interno del suo box prima di scendere in pista, toccandosi in sequenza le spalle, le mani e le gambe per poi dedicarsi all’attrezzatura che servirà a proteggerlo durante la corsa e, prima di entrare definitivamente in pista, si accuccia sempre alla destra della moto, in religioso silenzio quasi a raccomandarsi con lei.
Niki Lauda inseriva una monetina nei guanti, Felipe Massa indossa lo stesso paio di mutande per le qualifiche del sabato e per la gara della domenica dichiarando: "non è la superstizione a farmi vincere le corse, ma contribuisce a farmi sentire meglio".
Nel mondo del calcio può essere ricordato Pelè che ebbe un calo nella prestazione dopo aver regalato la sua maglia a un tifoso, difficoltà che lo portò a chiederne pubblicamente la restituzione; Maradona, che dopo la prima partita vinta ai Mondiali del 2010, pretese di ripetere un ricco e dettagliato rito propiziatorio andando a bordo campo con tutta la squadra per salutare i tifosi, facendosi fotografare con un membro dello staff tecnico argentino, telefonando poi alle figlie e, rientrato negli spogliatoi, facendosi portare una copia del giornale di 24 anni prima, che celebrava il secondo titolo mondiale vinto dalla sua Argentina. Solo successivamente scendeva in campo. Ma molti altri sono i personaggi di questo mondo che sono ricorsi alla questi mezzi, come non menzionare quindi il cappotto di Renzo Ulivieri, il rosario di Carlo Ancelotti quando sedeva sulla panchina del Milan,l'acqua santa di Giovanni Trapattonidurante i Mondiali di Corea ed i 26 kg di sale sparsi sul terreno di gioco di Pisa dal presidente Romeo Anconetani.
Questi rappresentativi esempi sono un mix di sacro e profano e rimarcano  l’importanza che assume il rito per gli sportivi, ma anche per i loro tifosi, i loro fan e i loro sostenitori i quali, che sia da bordo campo, dagli spalti o da davanti al televisore di casa, mantengono a loro volta i propri rituali esattamente con lo stesso scopo dei propri idoli sportivi. Una ricerca commissionata da Logitech ha dimostrato come in un campione di tifosi europei ad esempio il 65%dei maschi intervistati dichiara di sedersi sempre nello stesso punto del divano per evitare di portare sfortuna alla propria squadra, il 15% canta l'inno nazionale all'inizio di ogni partita mentre un uomo su dieci, ossia il 7%, indossa un capo di abbigliamento considerato un vero e proprio portafortuna.
Atleti e sostenitori superstiziosi condividono attraverso i rituali l’illusione di avere un controllo che apparentemente credono di non avere sull’esito della gara. Il vantaggio per l’atleta sta nel fatto che l’ansia viene placata, l’insicurezza sedata e l’individuo può dedicarsi alla concentrazione  e convogliare maggiore attenzione alla performance.
Il meccanismo di base che muove queste superstizioni non è il pensiero magico, quanto invece la credenza nella profezia auto avverante.  Secondo questa profezia, in assenza dell’oggetto o del rituale scelto e personalizzato  non si arriva alla vittoria o al raggiungimento di un obiettivo e tale pensiero influenza positivamente la prestazione tanto nello sportivo, quanto tutte le persone che affrontano le quotidiane prove di vita.
Basti pensare agli studenti universitari che, nella maggior parte dei casi, hanno un proprio rituale o un oggetto scaramantico da portare con sé in prossimità degli esami; più conosciuta è la “necessità” di cambiare strada qualora un gatto nero incroci il proprio cammino; è sconsigliabile passare sotto una scala aperta ed è fondamentale fare attenzione a non rompere gli specchi o ne patiranno ben sette anni della propria vita e di quella delle persone presenti in quel momento nella stanza.
L’andamento di una giornata è di per sé un evento stressante soprattutto se al suo interno vi è una prova da sostenere. L’impotenza, che deriva dall’esito sconosciuto di questo andamento, unita all’ansia legata dell’importanza che si restituisce all’evento atteso, crea la necessità di attribuire una parte di responsabilità a qualcuno o qualcosa al di fuori di noi. Ecco quindi che il portafortuna o il gesto scaramantico acquista importanza o addirittura diventa necessario.  Qualora l’esito positivo sia reiterato nel tempo, il valore scaramantico aumenta. Tutto ciò, però, non ha nulla di paranormale.
Lo sportivo che ha espletato il suo rituale o che porta addosso il suo oggetto portafortuna affronta con maggiore sicurezza la sua prova ed ha la possibilità di sentirsi sollevato da una parte del carico di responsabilità, il che gli permette di concentrarsi maggiormente su di sé e di conseguenza di migliorare la sua performance. È una questione di atteggiamento, quindi, con cui ci si appresta a fare qualcosa o vivere un momento, esattamente come l’evitare il gatto nero per strada dà una garanzia illusoria che tutto andrà bene per il resto della giornata, spingerà ad affrontare tutto in maniera più positiva e permetterà che la profezia auto avverante si adempia.
Non tutte le persone vivono di superstizioni, come è vero che chi invece conta su queste si muove su un continuum che va da un’influenza normale sulla vita quotidiana, ad un tratto patologico estremo che può sfociare in un Disturbo Ossessivo Compulsivo.
La scaramanzia, dunque,  ha dentro se stessa il concetto recondito che il controllo degli eventi della vita è sempre nelle nostre mani e si basa su ottimismo, sicurezza e convinzione nelle proprie capacità.

 Dott.ssa Ivana Siena

domenica 2 febbraio 2014

LEGGERE I SENTIMENTI: LA VULNERABILITA'

VULNERABILITÀ

“Quando eravamo bambini, pensavamo che una volta cresciuti non saremmo più stati vulnerabili. Ma crescere vuol dire accettare la vulnerabilità. Essere vivi significa essere vulnerabili”
Madeleine L'Engle, Walking on Water, 1980

La vulnerabilità è un sentimento a bassa intensità appartenente alla paura da cui molto spesso cerchiamo di fuggire. É la culla del nostro bambino interiore ferito e impaurito, ma è bene ricordarsi che ciò che è vulnerabile può essere ferito, ma non infranto.
Il termine vulnerabile deriva dalla parola latina “Vulnus” che letteralmente significa: ferita o lesione e vulnerabile è tutto ciò che è esposto alla possibilità di essere ferito, violato, leso, colpito, percosso, offeso, tagliato, danneggiato fisicamente, psicologicamente e/o emotivamente.
Detto ciò è logico pensare di associare la parola vulnerabilità a qualcosa di negativo. Tuttavia l’essere vulnerabili ha anche diversi aspetti positivi. Come recita un vecchio detto popolare “non ci rendiamo conto di ciò che abbiamo fino a quando lo perdiamo”, la vulnerabilità verrebbe ad essere una sensazione che ci permette di apprezzare il “qui ed ora”, che è realmente tutto ciò che possediamo. Essere consapevoli di essere vulnerabili è qualcosa che ci aiuta a valorizzare molto di più il nostro presente e ci permette di vivere pienamente ogni istante. Se accettiamo di essere persone vulnerabili potremmo imparare che “qui ed ora” è tutto ciò che realmente ci serve per essere felici.
Nello stesso modo, la vulnerabilità, più che uno stato d’animo da nascondere di fronte ad una società, la quale ci ha impresso l’idea che dobbiamo essere forti e non mostrare le nostre debolezze, potrebbe trasformarsi in una sensazione che può esserci d’aiuto per connetterci agli altri.
Essere vulnerabili, dunque, è segno di coraggio e compassione. Significa saper guardare alla nostra imperfezione con sorriso e accettazione. Se tutti noi facessimo un passo per abbattere il muro che, con forza, abbiamo costruito intorno a noi per paura che qualcuno vedesse la nostra fragilità, potremmo vivere serenamente la realtà: siamo tutti vulnerabili.



 Dott.ssa Teresa Giuzio
Centro di Psicoterapia Familiare

sabato 1 febbraio 2014

VIOLENZA DOMESTICA

BAMBINI: SPETTATORI SILENZIOSI


Grembiuli colorati, bambini emozionati e strepitanti davanti alle porte di una scuola sfoggiano le loro cartelle nuove. Bambini al parco giocano a nascondino, si rincorrono, gridano, le loro risate riecheggiano nell'aria. Bambini che amano il pallone e le macchine, bambine che pettinano le loro bambole e giocano a fare le principesse. Bambini che ridono, bambini ingenui, bambini che nella loro semplicità sanno fare emozionare, bambini che soffrono ma che, come piccoli soldati, celano dietro a grembiulini stirati o giochi colorati il proprio dolore.
Spettatori silenziosi di violenze domestiche. Non importa a quale forma di violenza assistano, quella fisica non è più minacciosa di quella verbale ma, piuttosto, la violenza è tanto più cruenta, terrificante, quanto più rappresenta una minaccia per chi la subisce. Alzare eccessivamente il tono della voce o minacciare, soprattutto se attraverso l'uso di oggetti, può assumere per il bambino lo stesso significato di una scena fisica di violenza. Molto conta anche la reazione della vittima, questa rappresenta l’indicatore della pericolosità della situazione e l’attribuzione di significato.
Quali sono le conseguenze a lungo termine sulla personalità del bambino? Violenza può generare altra violenza?
Come tutti ben sanno i bambini apprendono per imitazione e questo modello di comportamento sarà sicuramente appreso dal bambino il quale, impara che per risolvere un problema è necessario un comportamento violento perché questo è l’unico metodo di “risoluzione” di conflitti che conosce.  In casa i bambini terrorizzati sono molto taciturni, cercano come possono di evitare qualsiasi comportamento che possa far arrabbiare i genitori o possa favorire una lite, sono pietrificati dal terrore della messa in atto di violenza ed evitano di piagnucolare o di mostrare il proprio dissenso.
Il clima familiare in questi contesti è intriso di terrore, minacce, violenza, insulti, svalutazioni, rimproveri, umiliazioni, critiche e il bambino si sente ferito, triste e spesso si fa portavoce di un grande senso di colpa. Ritiene di essere il colpevole delle liti genitoriali, la sua sfera psichica e quella emotiva non sono ancora adeguatamente sviluppate soprattutto per quanto concerne la razionalità, non riesce a dare spiegazioni al comportamento genitoriale e l’unico nesso logico che motivi la violenza del genitore nei confronti dell’altro è pensare che sia stato lui a causarlo, di aver fatto o detto qualcosa che ha scatenato la lite e la furibonda violenza.
Questo è un atteggiamento che accomuna anche i bambini in sede di separazione, divorzio o in caso di lutto: l’infante pensa che la morte o l’abbandono da parte dei uno dei genitori possano essere avvenuti a causa sua.
Quando i bambini sono spaventati, il mondo può sembrare enorme, minaccioso, pericoloso, un posto dove non si sentono sicuri e in cui non possono fidarsi degli altri. Assistere alla violenza di un genitore sull'altro crea confusione nel bambino, in quanto, sono proprio le figure che dovrebbero prendersi cura di lui, i propri i genitori da cui si aspetta protezione, accadimento e fiducia, a “rompere” questo legame. Si lede in questo modo il  legame di attaccamento tra bambino e genitori, relazione all'interno della quale il piccolo può  sentirsi protetto e sicuro, relazione fondamentale per lo sviluppo corretto del bambino.
Ogni bambino necessita di punti cardini, essenziali per il proprio sviluppo che, in questo caso, vengono a sgretolarsi: vede le sue figure di riferimento da un lato impotenti, disperate, terrorizzate (spesso la madre) e dall'altro paurose, minacciose e pericolose (spesso il padre).  Si crea così  un modello relazionale distorto e patologico, a causa del forte e costante stress e dell’equilibrio psico-fisico materno precario che,  influenzerà i rapporti affettivi che l'adolescente, e l'adulto poi, instaureranno nel corso della vita. Il bambino maturerà portando con sé degli stereotipi di  genere che prevedono, la svalutazione della figura femminile e, un’alterata percezione dei ruoli e dell’identità di genere. Attribuirà infatti all’uomo connotati di forza, violenza, potere e alla donna debolezza, inferiorità e sottomissione.
Spesso al bambino taciturno tra le mura domestiche si contrappone un bambino violento e aggressivo all’esterno, con gli amici o con i compagni di scuola. Lo stress accumulato tra le mura domestiche, la carica emotiva e la tensione crescenti trovano spazio all’esterno. Dopo aver vissuto tanta violenza assumono atteggiamento di difesa di pseudo potenza, appaiono “duri” e si comportano come tali, sono spesso bulli, si prendono gioco di altri e assumono un comportamento violento mettendo in atto un’inversione di ruoli, lui il carnefice non più la vittima. In altri casi invece il bambino mantiene il ruolo di vittima anche all’esterno, può avere atteggiamenti compiacenti e di sottomissione, bassa autostima,  distacco emotivo, disturbi
d'ansia, somatizzazioni che, faranno da filo conduttore in tutta la vita e potrebbero dare forma a  forti vissuti depressivi, difficoltà genitoriali, relazionali e possibili disturbi della personalità.



Figlio chi t’insegnerà le stelle
se da questa nave non potrai vederle…

-Roberto Vecchioni, Figlio-




 Dott.ssa Desirè Roberto
Centro di Psicoterapia Familiare

venerdì 31 gennaio 2014

ADOZIONE

E' necessario dire ad un bambino che è stato adottato?



Una domanda che spesso si pongono i genitori che hanno preso in adozione bambini molto piccoli (generalmente prima dei due anni), è se è opportuno dire al proprio bambino che è stato adottato. Questo interrogativo è legato all'ipotesi che il bambino, proprio perché piccolo, non ricorderà nulla delle sue origini. Tuttavia, da esperienze cliniche, risulta che i bambini adottati anche molto piccoli ricordano “oscuramente” qualche elemento del loro ambiente natio e delle parole e dei segni della loro lingua originale, elementi che spesso compaiono nei sogni in modo misterioso ed inquietante. Un bambino molto piccolo è facilmente in grado di instaurare una relazione affettiva con i nuovi genitori, nonostante ciò non bisogna sottovalutare che egli conserva dentro di sé le tracce dell’abbandono che possono manifestarsi con una moltitudine di disturbi (alimentari, del sonno, di natura psicosomatica ecc...).
Talvolta i genitori adottivi si chiedono se non sia meglio che il bambino creda di essere un figlio naturale, tentando così di non “etichettarlo” come diverso dagli altri bambini. Resta in dubbio l’idea che il “sentirsi diverso” sia davvero una sensazione legata esclusivamente al bambino, oppure se sia invece dei genitori.
In passato tenere all'oscuro il bambino dalle sue origini era pratica molto diffusa, mentre oggi si ritiene opportuno raccontargli la verità per tutelare la serenità del nucleo familiare. I bambini sono molto sensibili a piccole variazioni del tono della voce, a discorsi interrotti al loro apparire, ad imbarazzi che riguardano l’argomento dell’adozione e captano inconsapevolmente qualcosa di misterioso che li riguarda, diventando così diffidenti e sospettosi. Tutto questo può comportare difficoltà relazionali tra genitori e figlio.
Si è visto che molti figli adottivi, una volta informati sulla verità della loro nascita, affermano di averla sempre velatamente avvertita come un elemento inquietante che li riguardava. Inoltre nel momento in cui ne vengono a conoscenza, per cause accidentali o meno, la consapevolezza improvvisa rischia di trasformarsi in un trauma che spesso il bambino non è in grado di fronteggiare. Potrebbero svilupparsi, così, vissuti di duplice abbandono e potrebbe venir meno la fiducia nei confronti dei genitori adottivi.
Una delle difficoltà che riscontrano i genitori nel dire da subito la verità al proprio figlio adottivo, riguarda probabilmente la mancata elaborazione dell’impossibilità a generare naturalmente. L’adozione, che li ha resi padri e madri, non è stata sufficiente a rimarginare una ferita che tentano di dimenticare o di colmare.
Nell’adozione può accadere che i nuovi genitori idealizzino il bambino per rivestirlo di un ruolo centrale all’interno della famiglia. L’intento, prevalentemente inconscio, è quello di lenire l’ansia relativa a ciò che di ignoto porta il bambino con sé compresa la verità che esistano da qualche parte dei genitori naturali che sono stati privati di questo figlio. Sentimenti di rivalità e di “furto” rispetto alla madre naturale possono alimentare le fantasie di un’appropriazione indebita e colpevole, che vengono perlopiù rimosse.
La cosa migliore è dire la verità fin dall’inizio, cogliendo ogni minima occasione per parlare della realtà dei fatti. Non ha molta importanza se il bambino è troppo piccolo per poter capire: da ricerche effettuate, risulta che i bambini capiscono la differenza tra l’essere nato in una famiglia e l’essere stato adottato all’incirca verso i cinque anni, ma è consigliabile parlarne anche da prima. Si può affrontare l’argomento con parole semplici non appena, ad esempio, il bambino si mostri incuriosito verso una donna in evidente stato di gravidanza. Si può dire che la signora ha un bambino nella pancia, ma che lui non è stato nella pancia della sua mamma bensì in quella di un’altra signora che non ha potuto tenerlo con sé anche se, forse, lo avrebbe desiderato; una mamma che sperava che ci fossero altri due genitori che avrebbero potuto farlo crescere al posto suo.
Parlare dell’adozione fin dall’inizio non farà sentire al bambino ingannato rispetto alle sue origini e farà sentire i genitori più tranquilli nel rispondere alle domande del figlio, quando questi sarà in grado di formularle.
Una delle paure più grandi dei genitori adottivi è quella di pensare che i bambini, una volta scoperta la verità, non li ameranno più, evenienza spesso legata a fantasie più che a dati di fatto. Dal punto di vista del bambino, conoscere la sua vera storia sin dall’inizio rappresenta un’occasione per avere fiducia nelle possibilità che la vita offre, in quanto gli si insegna che nonostante i suoi genitori biologici non siano più presenti, lui ha a disposizione altre due figure che possono fornirgli amore e modelli di identificazione.
Se il bambino, come quasi sicuramente accadrà, comincerà ad incuriosirsi alle circostanze della propria nascita o se farà domande a riguardo, deve essere ascoltato e deve ottenere delle risposte congrue e reali, ovviamente mediate in base all'età. La verità diventa così la chiave per instaurare un rapporto di fiducia tra le due parti permettendo al bambino di sentirsi legittimato a fare domande perché ci sarà sempre qualcuno pronto a rispondergli.
Spesso rimane nei coniugi la convinzione, a livello inconsapevole, che la genitorialità adottiva sia inferiore a quella naturale e questo porta loro a pensare che, nonostante tutto, il bambino appartenga ai genitori naturali e che le cose che verranno fatte per lui non saranno mai sufficienti a rendere i genitori adottivi “degni” come quelli che invece gli hanno donato la vita. Nascondere la vera storia li fa sentire, inconsapevolmente, meno “paragonabili” e quindi meno in discussione rispetto alle proprie capacità di essere genitori.
Un altro timore dei genitori è che il figlio non si affezioni a loro, soprattutto se non è piccolissimo ed ha avuto contatti con i genitori naturali e che, una volta grande, il bambino voglia riallacciare i rapporti con questi ultimi. Il tentativo del figlio adottivo di ricercare le proprie origini evidenzia il senso di competizione che può esserci nei genitori adottivi rispetto a quelli naturali. Tali fantasie vengono vissute come un senso di fallimento personale, poiché i genitori adottivi non riescono a considerare la "curiosità genealogica", comune negli adolescenti adottati, come una tappa fisiologica e normale. Piuttosto si nutrono di un alto grado di autosvalutazione che ripropone loro la propria sterilità originaria, ferita mai rimarginata.
 Anche se può risultare molto complicato per i genitori adottivi, la cosa migliore e “giusta” per il bambino è aiutarlo a mantenere un legame con il suo ambiente di origine: se è possibile e, ovviamente, se il bambino lo desidera, è importante visitare il luogo da cui proviene come anche aiutarlo a mantenere i rapporti con eventuali  fratelli che, come spesso accade, vengono adottati da altre famiglie. Mantenere un legame con le sue origini farà sentire al bambino adottato che la sua infanzia non è perduta e gli darà la possibilità di perdonare l’abbandono subito.
Se il genitore sente disagio ed angoscia nell’affrontare le domande del bambino, al di là delle sue convinzioni razionali, è necessario che si ricorra ad una figura competente che possa aiutare lui, genitore, in questo arduo compito, ed il bambino nella difficile conquista che è lo strutturarsi della propria identità, affinché possa integrare il dolore dell’abbandono con il piacere del nuovo attaccamento. Ciò che conta maggiormente non è la ricostruzione della realtà storica, ossia dei fatti avvenuti, ma quella delle emozioni ad essi collegate.

Bibliografia:

Bosi S., Guidi D. (1991), Guida per i genitori adottivi, Mondadori, Milano.

Dell'Antonio A. (1986), Le problematiche psicologiche dell'adozione nazionale e internazionale, Giuffrè, Milano.

Galli J. E Viero F. (2001), Fallimenti adottivi. Prevenzione e riparazione Armando Editore, Roma.

Monaco M.F., Castellani P.P. (1994), Il figlio del desiderio. Quale genitore per l’adozione?, Ed. Bollati Boringhieri, Torino.
 Dott.ssa Barbara Leonardi
Centro di Psicoterapia Familiare

martedì 21 gennaio 2014

IL LUTTO

AFFRONTARE UNA PERDITA


“Tutto ciò che ci è più caro ci può essere strappato;
ciò che non può essere tolto è il nostro potere di
scegliere quale atteggiamento assumere dinanzi
a questo avvenimento”
Victor Frankl



La morte è una tra le paure ancestrali più radicate negli esseri umani la quale, in ogni epoca e in ogni luogo, ha vissuto e vive di particolari rituali che vengono utilizzati per elaborarla, se non addirittura per esorcizzarla.
Il lutto è il sentimento di intenso dolore che si prova per la perdita di una persona cara ma può accompagnare anche altri importanti momenti di cambiamento e separazione quali un trasferimento geografico, un cambiamento nel proprio ruolo sociale, la fine di un lavoro, la nascita di un figlio malato o l'impossibilità di mettere al mondo un figlio, la separazione dal coniuge, ecc.
Vivere un lutto, implica la necessità di dover affrontare e sentire tutta una serie di sensazioni negative, che riguardano il dolore, la tristezza e la disperazione per l’accaduto. Questo dolore è talmente forte che alcune persone per evitare di star male, o per esser forti davanti agli altri, tendono a chiudere in un cassetto le emozioni più difficili e dolorose, facendo finta che ciò non sia accaduto, rischiando, in tal modo, di ottenere l’effetto contrario ossia aumentando la tensione psicologica e rallentando il processo di elaborazione del lutto stesso.
A chiunque sia mancato un figlio, un coniuge, un genitore, un fratello, un nonno, un amico, sente di aver perso una parte di se stesso e, com'è naturale, sperimenta un periodo di sofferenza e di difficoltà che porta a sentirsi soli e deprivati del suo affetto, della sua esistenza. Il senso di vuoto psichico, emotivo e, a volte, anche fisico, determina spesso un profondo stato di confusione tale da far sì che la persona si trovi senza più punti di riferimento.
Il dolore che si prova nell’elaborazione di un lutto è una reazione naturale e imprescindibile dell’essere umano e l’intensa sensazione di tristezza vissuta dopo la morte di una persona è spesso associata al dolore. Dolore che tocca il nostro passato e la nostra capacità di guardare avanti: non solo perdiamo il calore della presenza della persona amata, e con questa una parte di noi stessi e della nostra storia, ma anche lo sguardo in avanti che si esprimeva in progetti e prospettive.
Il lutto è la conseguenza di uno strappo, di una penosa lacerazione: ci sentiamo feriti nel corpo così come nel nostro modo di relazionarci agli altri, nella nostra possibilità di pensare al futuro come nei nostri sentimenti più intimi. E’ una ferita, il cui processo di cicatrizzazione e di guarigione richiede tempo e fatica, un vero e proprio lavoro per poter tornare a vivere una vita sicuramente molto diversa da quella di prima e che, con il tempo, si scoprirà essere densa di valore se solo si riesce ad integrare la perdita nella trama della nostra vita.
La sofferenza per la morte di una persona amata prende forme diverse a seconda del rapporto che esisteva con chi è scomparso, del modo in cui la persona è morta, di come ognuno di noi affronta le difficoltà, nonché di tanti altri fattori come l'età, la fede religiosa, l'identità di genere, il livello di istruzione, le  precedenti esperienze di perdita, le difficoltà legate alla situazione generale e il tipo di sostegno a disposizione. L'esperienza della morte sarà, dunque, raccontata e vissuta da ognuno di noi in modi diversi ma anche all'interno della stessa persona, ci saranno momenti in cui un’esperienza, una sensazione, un pensiero, prenderà il sopravvento su altri. Si vive sballottati tra periodi in cui si è sommersi da ondate di sofferenza, nella quale si perdono il senso e il valore del vivere, e momenti in cui si torna a vedere la luce e si può riprendere, anche se solo per un attimo, il respiro.
Benché ognuno di noi viva in modi diversi la sua sofferenza, ci troviamo tutti ad affrontare un percorso almeno in  parte comune, fatto di fasi diverse e ostacoli da superare che Kubler-Ross teorizza in cinque fasi:

1.    Negazione/Rifiuto (in principio si nega il lutto come naturale meccanismo di difesa);
2.   Rabbia (quando si realizza la perdita, subentra un enorme carico di dolore che provoca una grande rabbia alle volte rivolta verso se stessi o persone vicine o, in molti casi, verso la stessa persona defunta);
3.   Negoziazione (si tenta di reagire all’impotenza cercando delle risposte o trovando soluzioni per spiegare o analizzare l’accaduto);
4.   Depressione (ci si arrende alla situazione razionalmente ed emotivamente);
5.   Accettazione (si accetta l’accaduto, riappacificandosi con esso, spesso sperimentando fasi di depressione e rabbia di natura moderata, volte a riconciliarsi definitivamente con la realtà).

L’elaborazione del lutto è un processo che viene vissuto da ognuno di noi in modi differenti e tali fasi non vengono attraversate da tutti e non necessariamente in tale ordine. Non è detto, infatti, che “piangere” o “deprimersi” sia un passaggio obbligato, così come, non sempre di arriva alla fase di accettazione. Ciò non vuol dire che il lutto resti irrisolto o che si debba intervenire necessariamente per paura di conseguenze o intoppi futuri nel benessere psicofisico della persona. Ogni persona ha bisogno del suo tempo e dei suoi spazi. Solo con il passare del tempo cambia il rapporto con il proprio dolore: lo stato di sofferenza si attutisce e gradualmente la vita comincia ad apparire meno vuota. Non c'è nulla che possa sostituire chi si è perduto: la sofferenza non può essere evitata né negata. E' necessario appropriarsi del proprio dolore, addomesticarlo, renderlo pensabile e vivibile aspettando che si verifichi quella trasformazione per cui la pena e la disperazione non vengono cancellate ma si tramutano in forza e ricchezza interiore. Il contatto con la morte, infatti, contiene, in sé, la possibilità di un'esperienza radicalmente trasformatrice.

Una donna, in preda alla disperazione per la perdita dell'unico figlio, si recò da un vecchio saggio per chiedere un incantesimo che lo riportasse in vita. Il saggio, dopo un lungo silenzio, disse: “Portami un seme di senape dalla casa dove non c'è mai stata la sofferenza: con quello porterò via il dolore dalla tua vita”. La donna si mise in cammino e presto scoprì che ogni casa aveva sofferto i suoi drammi: colpita dalla visione di tanta sofferenza, si fermò a soccorrere gli altri. E ne fu così coinvolta che dimenticò di cercare il  seme magico, senza capire ciò che aveva tolto la disperazione dalla sua vita.
(Antica storia cinese)

 Dott.ssa Teresa Giuzio
Centro di Psicoterapia Familiare

giovedì 16 gennaio 2014

LEGGERE I SENTIMENTI: LA SODDISFAZIONE


SODDISFAZIONE




La soddisfazione è un’esperienza soggettiva di bassa intensità appartenente al sentimento della gioia. E’ l’appagamento di un'esigenza, di un'aspettativa, di un desiderio, vale a dire quando ottengo ciò che desidero e voglio.
Il termine soddisfazione, viene, solitamente utilizzato per designare un'esperienza soggettiva di piacere, costituita per lo più dall'emozione che accompagna il raggiungimento di una meta.
Per sentirsi soddisfatti, però, le cose devono andare nello stesso identico modo in cui le abbiamo immaginate; “voglio che le cose vadano come mi aspetto e reagisco quando ciò non avviene”.
Non si è soddisfatti perché si gioca una partita, ma se la si vince o se si viene premiati. Non si è soddisfatti per le cose che si imparano, ma se si supera l’esame o se si prende un ottimo voto.
La soddisfazione, quindi, passa dalla pretesa che tali cose si realizzino, una continua corsa a fare di più, sempre di più o per avere di più, sempre di più. Proprio per tale pretesa che essa è spesso subdola: sono soddisfatto di aver vinto una gara o aver superato un esame, e adesso? La soddisfazione dura poco e subito nasce una nuova idea da realizzare, una nuova pretesa da soddisfare. Come un cane che si morde la coda la soddisfazione personale ci impone di continuare a correre per realizzare altri traguardi.
In tal modo, la soddisfazione rischia, talvolta, di divenire una trappola: come un criceto corriamo nella ruota sempre più veloce, senza renderci conto che così facendo non godremo mai del panorama che ci circonda. Quindi, se la soddisfazione diventa un imperativo categorico, perdiamo completamente la nostra libertà. È giusto lottare per le cose in cui crediamo ma, nello stesso tempo, è sciocco attaccarci ad esse e pretendere che il mondo si sottometta al nostro volere.


Dott.ssa Teresa Giuzio
Centro di Psicoterapia Familiare

martedì 14 gennaio 2014

LEGGERE I SENTIMENTI: LA CALMA

CALMA



La calma sconcerta la collera.
(Maxence Van der Meersch, Perché non sanno quello che fanno, 1933)

La calma è il sentimento a bassa intensità appartenente alla gioia.
E’ l'espressione di uno stato di sanità e di benessere in cui lo stato interiore è abitato da una condizione di pace e di armonia priva di paura e di ansietà.
La vita è ritmata da momenti più o meno stressanti, più o meno felici e più o meno prevedibili. Per affrontarli, bisogna imparare a controllarti, a dosare le emozioni, le reazioni, e a non abbattersi dinanzi al primo ostacolo. In tali situazioni, infatti, mantenere la calma è indispensabile per vivere sereni. Così, se resti bloccato nel traffico o sull'orlo dell'esaurimento nervoso perché i tuoi figli urlano da un'ora, la soluzione migliore non è quella di metterti a urlare pure tu ma trova il tempo di respirare profondamente prima di dire o di fare qualunque cosa; esamina la gravità della situazione e pensa ai mezzi a tua disposizione per risolvere il problema. Se riesci a farlo, sei già sulla buona strada anche perché in un mondo in cui tutto va di fretta, il silenzio è raro e trovare momenti di calma può essere complicato.
Ognuno di noi vorrebbe trovare più spazio per la calma, per quei momenti in cui si è in grado di fermarsi e osservare ciò che accade intorno a sé, ma non si tratta di qualcosa a cui solo poche persone possono accedere, chiunque può scegliere di essere calmo e di rendere la tranquillità il suo approccio alla vita. Inoltre le persone calme hanno la capacità di rimanere imperturbabili e concentrati anche durante i momenti difficili e riescono ad influenzare gli altri in un modo positivo e rassicurante soprattutto in un mondo così, dove non è sempre tutto così facile. Chi riesce a mantenere la calma rimane padrone di se stesso e questa loro capacità è fonte di ammirazione per la maggior parte di noi e spesso ci sentiamo grati per essere così vicini a tale tranquillità, la quale, d’altra parte, è una qualità che va ricercata e sviluppata.


Dott.ssa Teresa Giuzio
Centro di Psicoterapia Familiare

lunedì 13 gennaio 2014

LEGGERE I SENTIMENTI: IL PANICO

PANICO


I problemi sorgono soltanto se agiscono esclusivamente in profondità e non li prendiamo nelle nostre mani in modo da dare loro una forma e una direzione precise: “Se eludiamo questo compito, essi ci trascinano a rimorchio e noi diventiamo le loro vittime: li si può paragonare a una slitta lanciata a grande velocità giù per una china coperta di neve, senza nessuno alla guida. Dobbiamo piantarci saldamente in testa alla slitta, con la briglia in mano, e non sedere dietro o, peggio, cercare di non salirci affatto, perché così facendo si finisce per essere presi dal panico ".
Carl Gustav Jung


Il panico è un sentimento ad alta intensità appartenente alla paura. Il termine “panico” deriva dal nome del dio Pan (il dio dei boschi), una divinità greca raffigurata con corna e piedi di capra, che con il suono della zampogna incuteva un improvviso spavento. Si diceva che chi lo avesse incontrato nei boschi fosse impazzito e fuggito per la paura. Infatti il panico nasce a fronte di un pericolo, reale o presunto, che può portare a comportamenti avventati o inconsulti ed è costituito da un preciso periodo di intensa paura o disagio, agitazione, tremore, sudorazione, forte tachicardia.
Le persone prese dal panico hanno pensieri come “Avrò un infarto” o “Ora svengo”, pensieri così reali da chiamare l’autoambulanza o da andare in ospedale. Questo modo di pensare contribuisce a peggiorare i sintomi e di conseguenza i pensieri trasformando il singolo attacco di panico in un vero e proprio disturbo. Spesso si tenta di fuggire dalla situazione o dalle persone che provocano malessere mettendo in atto meccanismi rassicuranti come il portarsi con sé medicinali, se si teme un attacco di cuore.
È evidente che una simile modalità di comportamento sia molto limitante, senza considerare che potrà creare serie difficoltà nei rapporti interpersonali, soprattutto se si arriva a non uscire più di casa causata dalla paura di un imminente, nuovo, attacco.
Riassumendo, la paura patologica, comunemente detta panico, si può definire come il risultato del complesso processo di relazioni che l’individuo ha con se stesso (il controllo che fa perdere il controllo), con gli altri (la richiesta di aiuto e di rassicurazione che fa sentire incapaci di fare da soli) e con il mondo (l’evitamento delle situazioni temute che invalida).
Prendiamoci, dunque, una pausa di riflessione ed evitiamo di fare calcoli e proporzioni a caso sperando di imbroccare la via giusta: è facile rendersi conto di quanto fallace sia questa speranza tenendo conto delle infinite possibilità che ci sono e soprattutto del fatto che il panico e la fretta sono cattivi consiglieri e portano quasi inevitabilmente a perdersi.


Dott.ssa Teresa Giuzio
Centro di Psicoterapia Familiare