lunedì 11 febbraio 2013

SESSUALITA'


IL BISBIGLIO DEL PIACERE FEMMINILE



“Se il mondo è nato da un capriccio di Dio, allora la donna è l’essere il cui sommo fattore ha voluto manifestare al meglio il lato imprevedibile della sua insondabile natura”

Arthur Shopenhauer

Proprio Shopenhauer, che nel suo trattato sulle donne le denigra in ogni modo possibile, riconosce loro però un “onore sessuale” che si differenzierebbe da quello maschile. Infatti per la donna è prioritario e più significativo,  anche se per lui consiste nell’opinione generale che Lei non si sia concessa mai a nessuno.
È scontato che la rivoluzione sessuale degli ultimi anni si discosta nettamente dal pensiero di secoli fa. Anche se una mentalità simile a quella dell’autore è rimasta aggrappata nelle menti di uomini spesso insicuri e retrogradi fino ai giorni nostri.
Il cambiamento in atto riguardo il sesso e la sessualità ha portato a una poderosa diffusione dell’informazione sull’argomento, si parla di sesso ovunque, nelle scuole, attraverso i mass media e addirittura se ne può parlare anche in famiglia.
Molti miti attorno al sesso sono stati messi in discussione, ad esempio la convinzione che gli uomini sappiano più delle donne, che siano “più esperti” quindi che loro siano più interessati ad un rapporto fisico indipendentemente dal fatto che siano impegnati o solitari.
Ciò che è stato scritto sulla sessualità della donna, sia in ambito artistico che scientifico, riflette le conoscenze che l’uomo ha del mondo femminile. La donna viene intesa come un oggetto per l’uomo il cui compito è di essere attraente e di partorire bambini: la sua vita trova giustificazione nell’amore e nell’allevamento dei figli. A causa del predominio maschile e del conseguente ruolo femminile subalterno, le donne accettano questo giudizio.
Molti tabù e valori tradizionali sono stati messi in discussione e la sessualità è diventata un diritto fondamentale di tutte le persone libere.
Nonostante l’impatto di questa rivoluzione sessuale investa tutte le classi sociali, l’intensità e la velocità con cui ciò avviene sono ancora regolati da fattori culturali e socio-economici.
Non si può certo intendere una differenziazione per classi sociali come lo si faceva in passato, ma una sorta di differenze esistono ancora tra persone che oggi chiameremmo più colte rispetto ad altre meno fortunate sotto questo punto di vista. Pertanto sessualmente parlando si può dire che nelle classi “operaie”, in passato, ma oserei dire ancora oggi, aveva un’importanza maggiore il godimento sessuale dell’uomo a discapito dei bisogni e del piacere femminile. In quest’ottica gli uomini venivano e vengono incoraggiati ad avere rapporto prima del matrimonio, mentre per le ragazze questo risulterebbe ancora motivo di condanna, esattamente aderente al pensiero di Shopenhauer. Proprio per questo il sesso femminile deve sapere il meno possibile e vivere la propria sessualità all’insegna del pudore e della riservatezza.
Rimwater suggerisce che una rete sociale chiusa, che porta a posizioni più conservatrici riguardo la nudità e tutto ciò che riguarda la sessualità, ostacola notevolmente l’adattamento individuale alla morale sessuale in trasformazione: “l’eredità di socializzazione di un sistema in cui uomini e donne si rivolgono a reti sociali differenti rende il cambiamento difficile e diminuisce la frequenza con cui le coppie sviluppano relazioni sessuali reciprocamente soddisfacenti”.
L’esplosione dell'informazione su argomenti riguardanti la sessualità sembra, paradossalmente, contrastare, in particolare nel nostro paese, una diffusa disinformazione che spesso si associa a ritrosìa a parlare pubblicamente di ciò che viene considerata una propria esperienza privata, molto personale, da difendere dalle altrui indiscrezioni o, in certi casi, quando esibita, da  manipolare per renderla più socialmente approvabile con riferimento a certi standard più ideali che reali.
Tale atteggiamento verso il sesso, incide non poco su buona parte dei disturbi sessuali che verranno trattati nei prossimi articoli.

dott.ssa Ivana Siena


PSICOLOGIA DELLO SPORT

La costruzione di un gruppo vincente




Una squadra di calcio è composta da circa venti calciatori che di anno in anno si trovano a cambiare compagni di gioco e a riorganizzare il proprio stile in vista dei nuovi obiettivi preposti.  All’inizio della stagione calcistica i nuovi ingressi comportano una riorganizzazione del gruppo squadra che si muove su vari livelli. In questa fase iniziale si è in cerca di una nuova identità di gruppo ed è importante capire quali sono gli strumenti (potenzialità dei giocatori) di cui si dispone. È la fase della conoscenza e della scoperta reciproca, in cui si cercano di definire regole e confini e dove ognuno cerca di orientarsi nella ricerca di un personale modo di stare nel gruppo.
Il gruppo costituisce la base della squadra; ha una sua struttura che si regge su regole esplicite ed implicite attraverso le quali si manifestano i tipici meccanismi di interazione dei suoi appartenenti. All’interno di questo contesto quella che viene chiamata “coesione sociale” è rappresentata dall’unione di squadra e dalla collaborazione con i tecnici, che ogni giocatore si impegna a costruire in funzione dello scopo comune. Mantenere una tale coesione presuppone che ogni componente del gruppo dovrà sentirsi parte di esso, ma nello stesso tempo anche dipendente dagli altri membri del gruppo per far sì che le loro interazioni si mantengano costanti e produttive nel tempo.
Tuttavia va detto che mentre un allenatore deve obbligatoriamente tenere sotto controllo gli interessi globali della squadra, i calciatori sono concentrati su quelli individuali. Nel calcio di oggi i giocatori sono attenti al risultato individuale, ai successi, alla propria crescita personale, più che a instaurare un vero spirito di gruppo.
Tali esigenze unite all’eterogeneità degli atleti, per età, cultura di provenienza, esperienze pregresse, portano allo stadio del conflitto e della ribellione. Questa nuova entità sociale, condita dalle varie dinamiche di gruppo che si formano, è lo scenario di un palcoscenico in cui si vanno stabilendo i ruoli con i relativi status.
Se si riprende il concetto secondo cui i personaggi appartenenti al mondo del calcio possono essere paragonati al sistema famiglia, si può pensare al gruppo dei giocatori come a un sottosistema figli e, di conseguenza, fratelli. Nelle famiglie numerose è possibile identificare ruoli e funzioni di ogni figlio, specifici stili di attaccamento rispetto alle figure genitoriali (nel caso specifico allenatore e vice) ed anche diversificate modalità di costruzione del proprio senso di appartenenza che fungerà da faro nelle sua realizzazione personale e professionale (performance calcistiche).
Allo stesso modo l’identificazione dei ruoli e delle funzioni all’interno del gruppo diventa interscambiabile tra i due mondi citati. Un primo ruolo tipico è quello del leader: in un sottosistema fratelli è facile pensare al figlio maggiore come leader del gruppo di consanguinei, come nel calcio tale posizione può essere facilmente confusa con quella del capitano. Nulla di più sbagliato, in quanto il capitano di una squadra di calcio è spesso riconosciuto nella sua posizione, sì per anzianità, per legame con la maglia, per esperienza accumulata, ma non è detto che sia un buon motivatore, un risolutore di conflitti. Allo stesso modo, non è scontato trovare tali caratteristiche nel fratello più grande, a maggior ragione se si considera che le caratteristiche di personalità di ogni figlio sono influenzate da molteplici fattori, come il contesto fisico e temporale della nascita, il clima familiare durante la crescita ecc.. Gli studi sociali insegnano che l’aspirante leader (membro Alpha) è l’individuo più assertivo, quello con più spinta competitiva, più motivazioni, colui che cerca di affermare la sua presenza nel gruppo favorendo un clima favorevole e di unità di intenti, ma soprattutto gode di un riconoscimento che è frutto di una scelta genuina e spontanea da parte del resto della squadra (figlio intraprendente).
A far da sfondo alla competizione ci sono i potenziali gregari, giocatori che si schierano al fianco del leader, senza la pretesa di emergere nei ruoli. Spesso si tratta di atleti che accettano di fare da supporto, che danno il meglio delle loro energie, ma che non cercano di superare il livello standard della loro performance (figlio riservato).
La stella della squadra rappresenta un ruolo ben definito. Questo giocatore mette a disposizione del gruppo la sua competenza e la sua esperienza allocandosi in una posizione specializzata, assolutamente non passiva tanto da essere anch’egli confuso nel il ruolo del leader, ma solo dal pubblico. Tuttavia, all’interno del gruppo, gode comunque di uno status elevato proprio grazie alle sue competenze e ai risultati che riesce a far raggiungere alla squadra (figlio prediletto).
Infine esistono, quasi inevitabilmente, i così detti marginali, i membri esclusi, i potenziali capri espiatori. In questo ruolo vengono riconosciuti calciatori che, per incapacità di gestire lo stress in o per coinvolgimento in particolari vicende scandalistiche, diventano responsabili di errori che ricadono inevitabilmente su tutta la squadra. Oltre a sanzioni disciplinari il capro espiatorio subisce anche la perdita di fiducia da parte del gruppo  che contribuisce all’emarginazione della sua figura (pecora nera della famiglia).
Questa fase di distribuzione dei ruoli è necessaria per l’effettivo funzionamento del gruppo. Attraverso questo processo vengono minimizzate le somiglianze e amplificate le differenze e adesso i membri possono raggiungere la “giusta” distanza tra loro, il tempo dell’autonomia. E’ la fase in cui realmente si forma la coesione di cui si parlava sopra e il gruppo  può evolversi in un’unità compatta chiamata squadra.

Dott.ssa Ivana Siena

Fonte: FORZAPESCARA.TV

martedì 5 febbraio 2013

III PARTE DEPRESSIONE POST PARTUM



Sintomatologia e valutazione del rischio


La PND oggi è convenzionalmente riconosciuta a livello scientifico in base ai sistemi di classificazione diagnostica DSM-IV  e ICD-10. Il DSM-IV include la voce “post partum” nella sezione “specificazione per la descrizione del più recente episodio di alterazione dell’umore” dove infatti è contemplata la voce “ con esordio nel post partum” entro le prima quattro settimane dopo il parto, sottolineando che i sintomi non sono diversi da quelli dell’alterazione del tono dell’umore al di fuori di questo periodo.
I sintomi maggiormente frequenti negli episodi depressivi che si manifestano nel post partum, benchè non siano specifici per essi, sono: fluttuazione dell’umore, caratterizzate da un rapido alternarsi del tono dell’umore con sintomi di tristezza, svogliatezza, pianto, caduta della concentrazione; preoccupazione eccessiva per il benessere del bambino: l’intensità di queste preoccupazioni può variare dall’iper-coinvolgimento fino a veri e propri deliri.
La presenza di gravi ruminazioni mentali e pensieri deliranti relativi al neonato si associa ad un rischio particolarmente elevato di danneggiare fisicamente ed emotivamente il bambino.
L’infanticidio è spesso associato ad episodi depressivi psicotici che si verificano nel post partum, caratterizzati da allucinazioni che ordinano alla donna di uccidere il figlio o da deliri di possessione demoniaca del neonato. L’uccisione del bambino può anche verificarsi duranti gravi episodi di alterazione dell’umore post partum, privi di deliri e di allucinazioni specifici.
Riconoscere e diagnosticare precocemente la PND risulta spesso difficile soprattutto per la natura mascherata ed ambigua dei primi sintomi. I primi segni depressivi si manifestano, appunto, in modo subdolo e la forma mascherata iniziale può evolversi in modo silente per lungo tempo. Si può assistere, nei primi mesi, ad una depressione “sorridente”.
In altri casi, la madre depressa tende a vivere in modo ritirato con il suo bambino e fatica a riconoscere ed ammettere il suo stato di sofferenza. Uno dei motivi che impediscono alla madre di cercare aiuto sembra essere l’immaginario popolare che trasmette un quadro idilliaco di felicità entro  il quale bisognerebbe trovare istintivamente i gesti dell’efficacia materna.
La sintomatologia della PND appare in modo conclamato tra le 8 e le 12 settimane dopo il parto. In ogni madre si può manifestare una diversa costellazione di sintomi, che variano in base alle caratteristiche individuali, psicosociali ed ambientali. I sintomi più frequenti sono:
·        Umore depresso e tristezza;
·        Disinteresse in varie attività;
·        Affaticamento  e mancanza di energia;
·        Agitazione o rallentamento psicomotorio;
·        Pianto persistente ed immotivato;
·        Bassa autostima;
·        Sensi di colpa ed auto biasimo;
·        Pensieri di morte, ideazioni suicidarie;
·        Ansia;
·        Irritabilità;
·        Pessimismo;
·        Ruminazione ossessiva;
·        Senso di solitudine;
·        Scarsa capacità di concentrazione;
·        Difficoltà nel prendere decisioni;
·        Difficoltà di memoria;
·        Disturbi del sonno;
·        Disturbi dell’appetito;
·        Disturbi della sfera sessuale;
·        Melanconia.
I fattori di rischio della PND, schematicamente, sono rappresentati da:
·        Un basso status socioeconomico;
·        Fattori biologici dati soprattutto dai cambiamenti dei tassi di alcuni ormoni nei primi giorni dopo il parto ( come il progesterone);
·        Fattori ostetrici-ginecologici: vari studi hanno indagato le possibili associazioni tra aspetti legati alla storia della gravidanza e del parto e la comparsa della PND;
·        Fattori psicosociali come gli eventi di vita stressanti o negativi recenti nel corso della gravidanza; le difficoltà nel rapporto di coppia; la cattiva qualità della relazione con il partner; lo scarso sostegno sociale.
Anche alcuni fattori psicologici possono avere un ruolo nell’aumentar il rischio di sviluppo della PND, come:
·        La storia personale o familiare di disturbi psichiatrici;
·        La depressione e l’ansia durante la gravidanza;
·        La maternity blues;
·        Fattori di personalità;
·        Il temperamento difficile del bambino.
La depressione produce nelle madri una generale limitazione dell’espressione dell’affettività: tale predisposizione, ricavabile dall’aspetto triste, teso, ansioso e talvolta irritato, si esprime nella tendenza ad evitare il contatto fisico e visivo con il bambino, mediante la messa in atto di atteggiamenti punitivi, oppure attraverso il mancato coinvolgimento in attività comuni.
Le madri depresse si impegnano poco in comportamenti di imitazione: appaiono generalmente ritirate o inibite, oppure estremamente ipercontrollate ed intrusive. Inoltre, queste donne, incontrano numerose difficoltà nell’interpretare correttamente i segnali inviati dal bambino, non riuscendone a soddisfare le esigenze fisiologiche primari. Ad esempio, durante l’allattamento, tendono ad evitare il contatto visivo con il figlio, non riuscendo a comprendere adeguatamente i ritmi di suzione.
Anche il motherese, peculiare tipo i linguaggio che le madri producono istintivamente nelle interazioni con i bambini piccoli, è spesso influenzato negativamente dal disturbo depressivo.
La valutazione o assesment della PND è di primaria importanza per promuovere un intervento precoce sulla donna, sulla costruzione della relazione madre-figlio e sulla relazione di coppia. L’assesment riguarda sia la possibilità di individuare, fin dalla gravidanza, le donne a rischio, sia di individuare correttamente le donne che soffrono di PND.
Gli strumenti maggiormente utilizzati in ambito scientifico prevedono l’utilizzo di questionari di autovalutazione ed interviste psichiatriche semistrutturate; i primi strumenti sono di screening e danno informazioni sulla presenza della sintomatologia depressiva, mentre i secondi consentono una diagnosi precisa di PND.
La valutazione della depressione post natale non si rivela un’operazione facile; bisogna sempre tenere in considerazione la difficoltà della donna stessa a riconoscere i segnali di allarme di uno stato depressivo. Difficile risulta anche la prevenzione in quanto: la comparsa del disturbo è legata alla compresenza di vari fattori di tipo ereditario, ambientale, psicologico e sociale che rendono complessa l’individuazione del disturbo e il suo riconoscimento può essere occultato dalla natura ambigua dei primi sintomi.

Dott.ssa Valentina Mossa

Psicologa, laureata  presso l'Università G. D'Annunzio  di Chieti (CH), impegnata nel tirocinio formativo presso l'associazione Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara (PE). 


lunedì 4 febbraio 2013

II PARTE DEPRESSIONE POST PARTUM


Dalla gravidanza all'essere madre



La gravidanza in sé porta la donna a dover affrontare una serie di compiti adattivi e trasformativi che vengono attivati sia dai cambiamenti somatici che da quelli psichici.
Come affermato da Ammaniti nel 1992 (Ammaniti M., “Pensare per due”, Editori Laterza, Roma-Bari, 2008), la stretta relazione tra la dimensione corporea e quella mentale portano la donna a ripiegarsi da un lato su se stessa, ritirandosi in una sorta di fusione mentale con il feto e dall’altro ad identificarsi con una madre che saprà prendersi cura del proprio bambino.
A differenza di altre forme di patologia psichiatrica, in cui le alterazioni del comportamento presentano forme più evidenti, nella depressione post natale non sembra emergere nulla: queste donne sono tormentate da pensieri ossessivi, dal carattere talmente coercitivo da travolgere ogni tentativo di contenimento.
Chi è vicino non si rende conto dell’oscuro malessere che le tormenta e che, nella maggior parte dei casi, viene tenuto sotto controllo ma che, in alcune situazioni, può improvvisamente insorgere, come a seguito di un corto circuito mentale imprevedibile.
Questi casi non sono rari: infatti una donna su dieci durante la gravidanza e nel primo anno di vita del figlio va incontro ad un disturbo depressivo, ben diverso dalla più che normale reazione fisiologica depressiva che si verifica subito dopo il parto.
Non necessariamente un rischio depressivo nella madre determinerà problemi nel suo rapporto con il figlio, dal momento che la nascita di quest’ultimo rappresenterà una grande occasione di cambiamento che spesso favorisce l’acquisizione di una migliore organizzazione psichica.
La sofferenza che queste donne si portano dentro è tale da rendere la gravidanza un peso troppo gravoso per loro. I loro pensieri negativi possono diventare talmente intrusivi da polarizzare quasi completamente il loro mondo psichico; in casi più gravi può accadere che la donna, non vedendo vie di fuga, maturi l’idea del suicidio oppure che arrivi a sopprimere il proprio figlio dopo la nascita, vedendo in tale gesto l’unica possibilità reale di evitargli sofferenze che il futuro, secondo le sue fantasie, gli riserverebbe.
Questi pensieri intrusivi, associati a comportamenti materni potenzialmente violenti, si avvicinano al disturbo ossessivo-compulsivo, dal momento che possono essere legati ai comportamenti di verifica compulsiva messi in atto dai genitori. Le loro idee ossessive ( ovvero idee avvertite come angoscianti che si impongono alla loro coscienza come parassiti e che non possono essere eliminate con la volontà) riguardano pensieri di fare del male al bambino, di poter perdere il controllo, di impazzire o di potersi fare del male.
A partire da alcuni studi condotti da Winnicott, Leckman e collaboratori nel 1999, si è messo in luce che nelle prime due settimane successive al parto, i genitori hanno pensieri insistenti sul figlio: circa il 95% delle madri e l’80% dei padri presenta preoccupazioni riferite allo stato di salute del bambino; nel caso di genitori che aspettano il primo figlio, compaiono anche preoccupazioni riguardanti le modalità di accudimento.
Bisogna anche sottolineare che durante la gravidanza, il 37% dei genitori riporta pensieri insistenti, seppur fugaci, di fare del male fisico al proprio figlio, come scuoterlo, colpirlo oppure buttarlo giù da un edificio.
Il fattore più insidioso della depressione materna è rappresentato dal fatto che, nella maggior parte dei casi, questa non viene riconosciuta e compresa: questo, ostacola e peggiora la condizione materna.
La pressione sociale che la madre depressa si trova a dover affrontare, può essere così forte da produrre in lei sentimenti di vergogna o di colpa, dal momento che non riesce come dovrebbe e come gli altri si aspettano ad essere felice di aspettare o di avere un bambino.
Nel patrimonio della specie umana è profondamente radicata l’idea della capacità di prendersi cura dei propri figli. Questa predisposizione innata è stata descritta nel 1996 da George e Solomon nel costrutto di “caregivingsystem”, in base al quale, a partire dalla prima adolescenza, si comincia a sviluppare un’attitudine genitoriale che potrà realizzarsi pienamente in corrispondenza dell’attesa e della nascita di un bambino.
Nel casi delle madri depresse, però, si assiste alla messa in atto di comportamenti difensivi che Guedeney ha descritto come il paradosso della madre depressa: la donna ritiene di non avere il diritto di sentirsi triste o infelice o depressa in un momento che dovrebbe essere caratterizzato, come detto, secondo il senso comune, da grande felicità e senso di realizzazione; nel momento in cui ella riconosce la propria depressione tende a giudicarsi in termine morali considerandosi una cattiva madre. Di conseguenza, non è in grado di comunicare alle persone a lei più vicine le sue preoccupazioni e finisce per chiudersi in un universo abitato solo da pensieri terribili.
Pertanto, la depressione può interferire con la capacità della madre di prendersi cura del figlio.
La depressione post partum, o PND, rientra in un quadro patologico di gravità media ed è considerata l’espressione più comune della patologia post partum.
Si verifica nel 10% circa delle nascite, è più frequente nelle madri-adolescenti, può durare qualche settimana ma anche qualche mese, posto che una delle sue caratteristiche è un’evoluzione sotto tono che tende alla cronicità.
Se non riconosciuta e trattata può continuare anche dopo un anno dall’esordio e ampliare così in termini indefiniti le ripercussioni negative sul bambino.
Tra le manifestazioni allarmanti della depressione post partum si devono considerare i tentativi di suicidio ( sotto il profilo psicologico) della madre, dei quali, invece, viene fatto oggetto il figlio.
La genesi di tutto ciò è una fantasia (conscia o inconscia) secondo cui il bambino soffre e soffrirà ogni sorta di male, da cui solo la morte potrà salvarlo.
Le dinamiche inconsce del filicidio, in questo caso, implicano la proiezione di sé o, quanto meno, di una parte di sé sul bambino. La morte del bambino implica, alla luce di questa fantasia, il solo modo di eliminare il terrore e al tempo stesso di liberarsi da ciò che genera terrore. 
Dott.ssa Valentina Mossa

Psicologa, laureata  presso l'Università G. D'Annunzio  di Chieti (CH), impegnata nel tirocinio formativo presso l'associazione Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara (PE). 

domenica 3 febbraio 2013

I PARTE DEPRESSIONE POST PARTUM


Cos'è la Depressione Post Partum




Negli ultimi anni, anche grazie all’attenzione mediatica data a drammatiche vicende di cronaca, il termine depressione post partum è entrato a far parte del vocabolario degli italiani.
Le conseguenze di tale depressione non coinvolgono solo la madre stessa ma la diade madre-bambino, il rapporto con il partner e tutti i rapporti che ruotano attorno alle figure genitoriali.
La tempestiva valutazione e la prevenzione della depressione postnatale, purtroppo, non risultano essere facile a causa della natura mascherata e subdola dei primi sintomi che ne rendono difficile il riconoscimento da parte della donna e dei suoi familiari e per questo, spesso, non vi è una richiesta di aiuto.
Risulta pertanto utile offrire alle madri un costante supporto da parte di operatori competenti, come psicologi, ostetriche etc che devono collaborare tra di loro.
Se questo sostegno alla maternità viene previsto dai piani sanitari inglesi, olandesi, francesi e svedesi, in Italia, nonostante i molti disegni di legge, risulta carente.
Per poter parlare di depressione post partum è necessario parlare anche della gravidanza e di come questa rappresenti non solo un periodo di crescita per le future madri, ma un periodo di crisi, che le porterà a dover riorganizzare il proprio assetto psicologico, la relazione con il proprio corpo e il rapporto, non solo con il partner, ma con tutte le figure rappresentative per lei e per il nascituro.
La gravidanza diventa un momento cruciale dello sviluppo della donna a cui fa seguito l’acquisizione di un livello di integrazione più maturo, caratterizzato proprio dalla risoluzione dei precedenti conflitti infantili.
Si è soliti considerare la gravidanze, specie la prima e la gravidanza nella sua prima fase, come momento di crisi, intendendo per crisi l’insieme dei cambiamenti che si verificano in concomitanza con alcuni eventi nodali della vita.
Sotto l’influenza di fattori biologici e psicologici, tra loro complementari ed interattivi, si realizzano, in questo periodo, trasformazioni sostanziali proprio rispetto ai fattori strutturanti l’organizzazione della personalità. La gravidanza, pertanto, costituisce una fase critica della vita, nella quale lo sviluppo psicologico è chiamato, in certa misura, a mutare direzione, il che comporta una sorta di ripresa nella crescita individuale: si tratta, conseguentemente, di una fase ricca di innumerevoli potenzialità evolutive, ma nel contempo aperta a rischi da non sottovalutare.
Questo periodo di crisi, dunque, assume una doppia valenza: da un lato di tipo evolutivo e dall’altro di estrema vulnerabilità, con impliciti rischi di distorsioni psicopatologiche essendo la donna soggetta ad una profonda destrutturazione e successiva riorganizzazione del suo senso di identità, in cui i cambiamenti prodotti dallo stato interessante possono essere vissuti come delle minacce alla propria integrità.
Si tratta quindi di un faticoso e lungo cammino, dove gli elementi simbiotici (essere madre, la formazione dell’unità madre-bambino) e quelli di individuazione-separazione (avere un bambino, immaginare il nascituro come altro da sé), confermano alla donna l’integrità del proprio corpo contro delle fantasie inconsce di deterioramento, dando l’avvio ad una relazione simmetrica madre-bambino. 

Dott.ssa Valentina Mossa

Psicologa, laureata  presso l'Università G. D'Annunzio  di Chieti (CH), impegnata nel tirocinio formativo presso l'associazione Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara (PE). 

sabato 2 febbraio 2013

DISABILITA'


In attesa di un bambino "imperfetto"




Nella società moderna ogni famiglia, intesa come “organizzazione di persone in continuo cambiamento e crescita”, è impegnata a portare a termine diversi compiti di sviluppo nel corso del suo ciclo di vitale. Essa attraversa una successione di quattro fasi, delimitate da alcuni eventi critici, che introducono, significative trasformazioni di ordine strutturale, relazionale, psicologico e organizzativo.
Dal momento iniziale in cui viene a crearsi la nuova coppia, si entra nella fase di procreazione in cui si assiste alla crescita dei figli fino allo svincolo; l’ultima fase è detta dell’invecchiamento con la conseguente morte di uno dei coniugi. È risaputo che alla nascita di un figlio sono connesse profonde aspettative di gratificazione personale e sociale. Se il figlio nasce con un handicap, l’evento si trasforma in angosciante e luttuoso. È dalla seconda fase quindi che si evidenziano le maggiori problematiche interne alla famiglia: il bambino nato non corrisponde a quell’ideale che si attendeva, mentre il figlio portatore di handicap  realizza i fantasmi del bambino “anormale”, presente nell’immaginario di tutte le donne incinte.
La famiglia in cui vive un bambino disabile è una famiglia a rischio: sono state rilevate alte percentuali di separazioni, di distacco dalla vita attiva e di relazione, sono frequenti depressioni della madre e pressoché costanti situazioni di nevrosi e di disadattamento dei fratelli. Ogni  famiglia è però costretta al conformismo e deve fare riferimento ossessivamente ai ruoli e alle tappe evolutive che la nostra cultura definisce per il bambino normodotato, ma molti indici di normalità cadono drammaticamente.
Le famiglie con un bambino disabile (evento imprevedibile e non scelto), cominciano a differenziarsi dalle altre a partire dalla nascita del figlio includendo problemi di accettazione, percezione dell’handicap, compiti di cura, riorganizzazione della coppia.
Il suo trauma, che condiziona tutti i rapporti successivi, è costituito anche dalla modalità con cui la famiglia viene informata e prende conoscenza dell’handicap del figlio. La scoperta può essere immediata o tardiva ma quasi sempre avviene nella solitudine dei genitori senza un appoggio medico-psicologico che dia consapevolezza sui deficit e sulle possibilità di recupero. La carenza e la distorsione delle notizie rende difficile soprattutto l’intervento attivo dei familiari nel processo della riabilitazione, il cui fallimento costituirà una permanente diffidenza per gli ulteriori interventi educativi, riabilitativi e di socializzazione nei confronti del figlio.
Pertanto un concreto intervento di supporto psicologico sarebbe auspicabile sin dai primi momenti in cui si viene a conoscenza di un eventuale handicap del nascituro, con il fine di far emergere, in tutti i membri della famiglia, le risorse necessarie per condurre una vita il più regolare possibile.

 Dott.ssa Ivana Siena

Per Riflettere





“Nessun vento aiuta colui che non ha
un porto al quale dirigersi”

                                                                                                                                                             M. de Montaigne






venerdì 1 febbraio 2013

PSICOLOGIA DELLA COPPIA


Crisi extraconiugale: perché si tradisce



La scoperta o la rivelazione di un tradimento rappresenta una delle circostanze che più sconvolgono l’assetto di una coppia.
Non è possibile identificare uno stesso modo di reagire ad un tradimento perché ogni coppia, che attraversa una crisi con questa modalità di espressione, attribuirà  i più svariati significati e le più singolari motivazioni all’accaduto che sono legati alla fase di vita della coppia, al personale sistema di valori di ogni partner, alle dinamiche individuali e di coppia, come anche al sistema socioculturale di appartenenza.
Le sensazioni classiche da parte di entrambi i membri coinvolti sono disorientamento e irrazionalità, come se si venisse travolti da un uragano, l’uno con la convinzione di averlo subito, l’altro membro con la consapevolezza di essergli andato incontro.
Quando la scelta di tradire avviene in coppie con matrimoni di lunga data  ed entrambi richiedono l’intervento di un terzo competente quale lo psicologo o lo psicoterapeuta, la crisi e il tradimento devono essere inquadrati come un’opportunità di poter sviluppare schemi relazionali di sostegno reciproco che siano più funzionali ai cambiamenti a cui la coppia viene inevitabilmente sottoposta nel tempo.
Di fronte ad una relazione extraconiugale in matrimoni di lunga durata la sopravvivenza del legame e del patto coniugale è sicuramente in pericolo più che in ogni altra crisi del ciclo vitale della coppia, che sia il  distacco dalle famiglie d’origine o la nascita dei figli.
La stabilità di un matrimonio, soprattutto se decennale, porta i coniugi alla convinzione di aver raggiunto le vette più ambite che sono appunto l’unione e la famiglia. In verità proprio tale raggiungimento di obiettivi mette in discussione quelli che sono i bisogni reali di ognuno di loro soprattutto in vista dell’innalzamento dell’età. Il contratto coniugale viene revisionato, rivalutato in virtù di una nuova ricerca di equilibrio tra dipendenza/indipendenza, autonomia e gli schemi classici a cui sono abituati che soffocano i reali bisogni individuali.
La crepa che va a prodursi diventa un fertile terreno per far sorgere una crisi extraconiugale. È possibile identificare quelli che sono i segnali dell’insorgere di una crisi del genere in cui ricorrere a una relazione extraconiugale appare una soluzione appetibile:
-          Evitamento costante dei conflitti: le conflittualità sono nascoste o tenute fuori dal matrimonio e il rapporto è mantenuto rigidamente stabile. Tuttavia l’apparente fiducia è una base poco solida in quanto non si basa sulla soddisfazione vicendevole di necessità reali;
-          Evitamento dell’intimità: alcune coppie prevedono un rapporto privo di intimità sin dall’inizio, altre ci arrivano nel tempo. Il distacco emotivo che si crea dall’impossibilità di condividere sensazioni personali e problemi limita il vissuto emotivo dei coniugi, pertanto una nuova avventura serve a riaccendere sessualmente ed emotivamente il coniuge per confermare la sua capacità di desiderare ed essere desiderato;
-          Rapporti sessuali insoddisfacenti: quando uno o entrambi i coniugi rinunciano ad affrontare problemi sessuali quali disfunzioni, mancanza di desiderio, di sensibilità sessuale o l’utilizzo del sesso come imposizione di potere;
-          Il mito del matrimonio e della famiglia ideale: sono quei coniugi considerati coppie ideali, ma che fondano la loro relazione sulla famiglia più che sul reale legame intimo ed emotivo;
-          Squilibrio di potere nel rapporto: il blocco della coppia resta tale perché nessuno dei due si sente in grado di fare il primo passo per romperlo. Si avalla l’idea che la simmetria tra i due sia necessaria non riconoscendo l’importanza di esprimere la propria diversità;
-          Sfide alla struttura coniugale: tipico della nostra società in cui i ruoli tra moglie e marito sono delineati anche dalle posizioni socio economiche. Pertanto se una moglie persegue obiettivi lavorativi che la portano a guadagnare più del marito si può creare uno sbilanciamento di potere nella relazione che spinge l’altro alla ricerca di conferme del suo ruolo di “maschio” in relazioni extraconiugali. Lo stesso accade quando è il lavoro ad assorbire pienamente l’uomo lasciando la donna in uno stato di solitudine.
L’intervento terapeutico con coppie in cui uno dei partner ha tradito o continua a tradire prevede un lungo percorso di rivelazione reciproca. Il sistema include simbolicamente anche la presenza del terzo (amante) che non può essere escluso nella ricostruzione delle dinamiche che la coppia porta in terapia. Il primo passo è rappresentato dall’assunzione da parte di entrambi delle responsabilità delle proprie azioni e dal riconoscimento delle conseguenze che esse hanno e avranno sul coniuge e sulle altre persone della famiglia. L’obiettivo da raggiungere diventa la “scelta del coniuge tradito” nella sua totalità, ossia l’intenzione di impegnarsi nel rapporto per raggiungere nuovamente una vera intimità domestica, in tutti i suoi più velati significati.

"La Crisi della Coppia" Cortina Editore 1999
Dott.ssa I. Siena

mercoledì 30 gennaio 2013

LA SINDROME DI REBECCA


Gelosia retroattiva


L’amore è quel sentimento che spinge uomini e donne a speciali reazioni fisiche ed emotive spesso non programmate o che oltrepassano la soglia della razionalità. È caratterizzato da una vasta gamma di sfaccettature tra le quali affiora la gelosia. Quando si ama qualcuno, molto spesso si ha il timore di perderlo e, messa in questi termini, la gelosia rientra in un livello di normalità fisiologica caratterizzata da comportamenti di allerta nei confronti degli atteggiamenti, apparentemente o realmente, anomali del partner. Così una semplice ed inaspettata telefonata, un’uscita fuori programma o un casuale ritardo nel rientrare a casa genera quel pizzico di curiosità, a volte anche invadente, da parte del partner geloso il quale da il via alla ricerca anche dei più piccoli ed insignificanti indizi su cui fondare ipotesi che saranno destinate a stimolare la sua angoscia e la sua inquietudine.
Nel momento in cui tale sentimento è però dettato dalla paura che qualcun altro possa privarci dell’oggetto del nostro amore, la gelosia può correre il rischio di trasformarsi in una sorta di malattia diventando quindi patologica. Un aspetto che può incrementare il livello di gelosia è, ad esempio, l’intensità del rapporto che il partner ha vissuto con l’ ex soprattutto nei casi di condivisione di momenti importanti come un figlio, una convivenza o se il ricordo della precedente storia è ricco di stima ed affetto reciproco.
Una chiara espressione di gelosia patologica, riferibile a questo tipo di esempi, è la cosiddetta sindrome di “Rebecca” che prende il suo nome da un film di  Alfred Hitchcock, ispirato dal celebre romanzo di Daphne du Maurier “ Rebecca la prima moglie”. Libro e film raccontano la storia di una donna che sposa un vedovo e va a vivere nella casa in cui il ricco uomo aveva vissuto con la prima moglie. La donna si rende conto che il marito,  ossessionato dal ricordo della defunta Rebecca di cui è ancora innamorato e che considera perfetta, allude a  continui confronti  tra lei e la ex compagna.
Tale sindrome indica oggi la gelosia che si prova per il passato sentimentale dell’altro, una particolare forma retroattiva nei confronti della persona amata, alle volte immotivata e ingiustificata che può diventare una vera e propria ossessione.                                                                                    
Le persone affette da tale sindrome sono accecate dalla gelosia non rendendosi conto che spesso il “pericolo ex” in realtà non esiste, che la minaccia dipende effettivamente da loro poiché includono questa presenza all’interno del rapporto di coppia. Questo genere di gelosia dipende da svariati fattori quali ad esempio: la scarsa autostima, che porta alla continua svalutazione delle proprie capacità e caratteristiche positive in favore di una idealizzazione dell’ex compagno\a   del proprio partner, l’ansia, che rende difficile controllare o gestire gli attacchi di gelosia; ed infine la presenza di pregresse storie d’amore problematiche o complesse che hanno lasciato delle ferite aperte e hanno reso vulnerabili alla paura del riproporsi dell’ insuccesso amoroso. La “gelosia dell’ex” nei casi più gravi può diventare un disturbo psichiatrico, con episodi di gelosia patologica e comportamenti paranoici e deliranti. Ciò è dovuto ad un disturbo di tipo ossessivo-compulsivo, che aggredisce la mente della persona gelosa di giorno come durante il riposo notturno, fino a farle avere delle difficoltà nel distinguere nettamente tra passato e presente. La Sindrome di Rebecca agisce infatti, anche quando i riferimenti pericolosi vengono ridotti al minimo o sono semplicemente casuali: il pensiero ossessivo trascura i dati di realtà e si fonda su una carente lettura della mente dell’altro, al quale viene attribuita l’intenzione di ricordare il partner precedente in virtù di un legame affettivo che non si è mai sciolto.
Quando si verificano queste interazioni l’emozione prevalente è una rabbia profonda che gradualmente pregiudica la qualità della relazione, il dialogo fra i partner, la costruzione di un rapporto che sia in grado di collocarsi nel tempo presente integrando le diverse fasi di vita degli individui coinvolti.                                                                                                                  A volte però i sensori di colui o colei che sospetta non si attivano per pura paranoia o insicurezza ma le ansie sono giustificate da particolari comportamenti messi in atto dal partner come quello di non parlare mai del/della ex innescando nell’altro una curiosità eccessiva e ossessiva che ha lo scopo di riempire i vuoti del passato, oppure quando ne parla molto male ma in realtà pensa esattamente il contrario, o ancora quando i due sono grandi amici poiché non si riesce a chiudere un rapporto o per paura o perché ci si sente gratificati. Il quadro peggiora se il partner, non comprendendo o sottovalutando la gravità del fenomeno, parla liberamente delle esperienze vissute in passato senza curarsi di ciò che potrebbe scatenare: il rimuginare dell’altro, il quale non tollera che vengano menzionati luoghi ed eventi che appartengono ai legami già vissuti e in generale viene travolto da un pensiero ricorrente in merito alla figura di chi l’ha preceduto, alle sue doti più brillanti, agli elementi che potrebbero aver reso speciale e ineguagliabile quel rapporto.             
Intervento terapeutico: la gelosia retroattiva si può vincere ma il lavoro deve essere suddiviso tra i due partner. Lui o lei dovrebbero imporsi di NON pensare continuamente alla vecchia storia, tantomeno di paragonarla alla nuova. Il partner interessato necessita di modificare l’atteggiamento, cercare di essere più sensibile, dovrebbe essere aiutato mettendo in evidenza il suo comportamento e il fastidio che provoca. Allo stesso tempo il nuovo arrivato non deve sentirsi in competizione con il passato, che spesso è morto e sepolto.
Una vecchia storia non deve essere sepolta e dimenticata. In fin dei conti fa parte di noi e quando si costruisce un nuovo rapporto è importante parlare del passato per conoscersi meglio e per imparare dagli errori commessi. Non bisogna però prenderla come parametro di riferimento e giudicare ogni nuova esperienza con quella passata.                                                        
Il problema va affrontato e non sottovalutato: è consigliata una psicoterapia individuale per abbattere insicurezze e aumentare l'autostima, ma l’ideale è una psicoterapia di coppia per lavorare sulla fiducia, sul legame che si sta formando e sul patto (implicito ed esplicito) che li ha uniti inizialmente, con l’obiettivo di uscirne più forti di prima.
  Dott.ssa Ivana Siena