martedì 5 aprile 2016

"MON ROI" - Una storia come troppe

George è un uomo affascinante, seducente, passionale che sa come amare... Tony è una donna in carriera ma bisognosa d’amore. Coppia vincente e perfetta verrebbe da pensare e invece...


La regista Maiwenn, nel film “Mon roi” (2015) racconta una storia d’amore tra Tony (Emmanuelle Bercot), una donna che non riesce a liberarsi dal rapporto di dipendenza dal proprio compagno George (Vincent Cassel), “Il re degli stronzi” è così che si definisce il protagonista. Quella che sembrava essere una relazione speciale si rivela invece straziante e tormentata.


Il film inizia con l’immagine di Tony, la quale viene ricoverata in un centro di riabilitazione a seguito di un grave incidente sugli sci. Qui la donna ha la possibilità di ripensare e riflettere alla sua estenuante relazione con George, ha il tempo necessario per rispondere ai suoi perché e al come ha amato e ha permesso a se stessa di vivere una passione così soffocante e distruttiva. Tony ha di fronte un difficile processo di guarigione, un duro lavoro fisico, ma probabilmente questo dolore fisico la aiuterà a comprendere e riconoscere il dolore emotivo e finalmente  potrà essere una donna libera. L’associazione tra dolore fisico e dolore emotivo non è solo metaforica.


Quando la nostra mente si rifiuta di riconoscere le proprie emozioni,inconsciamente ci manda dei messaggi attraverso il nostro corpo, il quale è il sensore che comunica direttamente con noi.
Tony negava a se stessa la sua sofferenza emotiva, cercando sempre di giustificare i suoi comportamenti e quelli del suo compagno, ma poi qualcosa accade, quello che apparentemente può sembrare una caduta accidentale altro non è il corpo che parla, invitandola a riflettere. Le emozioni negative protratte nel tempo creano dei blocchi energetici che si somatizzano trasformandosi in disagi e quindi in malattie, proprio quello che è accaduto alla protagonista del film. Ogni parte del nostro corpo ha una sua chiave di lettura. 


Il dolore alle ginocchia, ad esempio, può indicare problemi nelle relazioni con gli altri, inflessibilità, incapacità a piegarsi, senso di orgoglio ferito, ego, testardaggine, paura verso i cambiamenti. Tutto ciò può sembrare quasi assurdo, poco pragmatico, ma se si guarda attentamente il film si può notare come queste caratteristiche si riscontrino nel vissuto della protagonista. La permanenza nel centro, inoltre le permetterà di riscoprire l’importanza e il significato dell’amicizia. Qui Tony ha la possibilità di riscoprire il piacere della libertà di vivere insieme a persone con un ceto sociale diverso dal suo e età diverse e questo le farà comprendere ancora meglio come nella vita non ci sia nessun ostacolo che non possa essere superato.

Ma chi sono veramente George e Tony? 

Lui è una personalità narcisistica, lei una dipendente affettiva, in altre parole la coppia perfetta per un amore malato.
Le persone con una personalità narcisistica sono caratterizzate da un senso di superiorità, esigenza di ammirazione e mancanza di empatia. Esprimono una credenza esagerata nel proprio valore. Spesso monopolizzano le conversazioni, sminuiscono o disprezzano le persone che si percepiscono come inferiori. Possono avere un senso del diritto e quando non ricevono il trattamento speciale a cui si crede di aver diritto,  possono diventare molto impazienti o arrabbiati. Hanno difficoltà a gestire tutto ciò che può essere percepito come una critica. Nel film, infatti, si vede come George alle prime difficoltà si allontana dalla sua compagna, andando a vivere addirittura in un’altra casa, nonostante i due coniugi avessero un figlio, voluto soprattutto da lui. Non solo lui si allontana dalle sue responsabilità paterne, ma addirittura triangola il figlio, nel momento in cui i due decidono di separarsi, minacciando Tony di non darle la possibilità di un affido congiunto.
I narcisisti, dal momento che si vedono superiori agli altri spesso pensano di essere ammirati o invidiati. Credono di essere autorizzati a soddisfare i propri bisogni senza attendere. Il protagonista, di fatto, quando sente l’esigenza di evadere dalle responsabilità coniugali e genitoriali, organizza festini a base di droga e alcool con i propri amici, senza ascoltare minimante i bisogni della sua compagna.   
La dipendente affettiva, dall’altra parte, nonostante provi una grandissima sofferenza non riesce a staccarsi da questo amore. Soffoca ogni desiderio e interesse individuale per occuparsi dell'altro. 


Nel film viene ben interpretato questo atteggiamento, infatti, la protagonista nel momento del suo dramma non riesce a riconoscere i propri bisogni. Lui le chiede i suoi spazi e lei gli lascia la sua libertà nonostante la trascuri per frequentare amici, la sua ex, anche lei dipendente affettiva. Benché il fratello la esorti sempre alla riflessione, mettendo in risalto gli atteggiamenti negativi che il marito ha nei suoi confronti, lei non riesce a guardare oltre il suo cerchio malato. La dipendente affettiva non riesce ad interrompere la relazione, perché “ama troppo”, non riesce a capire  che il vero amore è quello che ti da autonomia e reciprocità.
Nella dinamica amorosa di questo tipo, l’uomo è dapprima idealizzato come perfetto, poi denigrato come imperfetto.
Guardando queste dinamiche come spettatori del film potremmo definire Tony “succube del re degli stronzi”. In verità una dipendente affettiva ha scelto il suo partner proprio per le sue caratteristiche di narcisista autocompiaciuto e di egocentrico insensibile; ciò produce dinamiche conflittuali senza esito, veri e propri giochi senza fine. In alcuni casi, il gioco fa si che ci sia uno scambio di ruoli in un’altalena senza fine, incorrendo in quello che viene chiamato il Triangolo Drammatico (S. Karpman). All’interno di questa dinamica si alternano tre ruoli diversi: il salvatore, il persecutore e la vittima.
Il Salvatore avverte la necessità di aiutare l'altro, perché ritiene che quest’ultimo sia bisognoso del suo aiuto, mentre, invece, è lui che ha bisogno di sentirsi utile perché sono presenti sensi di colpa o insicurezza ed inferiorità. Il salvatore si preoccupa soltanto di sé e l'aiuto offerto agli altri gli serve per sentirsi accettato e amato dagli altri. La Vittima, dal canto suo, esercita una forte attrattiva sia nei confronti del Salvatore, dal quale riceve attenzioni esagerate e talvolta inutili, sentendosi così aiutato a risollevarsi dalla sue frustrazioni, sia nei confronti del Persecutore, il quale, criticandolo e maltrattandolo, lo convince sempre di più della sua inferiorità e delle sue insicurezze. Infine troviamo il persecutore. Egli nutre disperazione e rabbia che lo spingono ad assumere un atteggiamento punitivo e vendicativo nei confronti di tutti.  Da qui la dolorosa alternanza fra momenti di soggezione romantica e altri in cui si avvia una ribellione, mediante accuse (più o meno vere), insofferenza e sfida, infine mediante il distacco.
Spesso queste dinamiche “amorose”, se così possiamo definirle, sono il copione di molte storie di vita comune. La differenza tra il film e la realtà sta nel fatto che durante la visione della pellicola siamo spettatori, ma nella vita siamo attori e questo ruolo, spesso, non fa vedere con gli occhi giusti. Vincent Cassel e Emmanuelle Bercot interpretano molto bene questi due tipi di personalità, i sentimenti di rabbia, onnipotenza, dipendenza... La regista, allo stesso tempo, è riuscita ha scrivere il copione perfetto dell’amore imperfetto.

Dott.ssa Luisana Di Martino

Laureata in Psicologia, tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus


mercoledì 30 marzo 2016

MIO FIGLIO E' DISABILE

Il sostegno del gruppo

L’arrivo di un bambino altera i normali equilibri familiari e di coppia, questo evento già stressante di per sé può raggiungere livelli maggiori nel caso in cui il bambino presenti una malattia o una disabilità, fisica o psichica, la quale altera il suo normale sviluppo.


La sola presenza di un terzo nella coppia trasforma di per sé i normali equilibri e ritmi famigliari, l’intimità di coppia, il tempo libero, la cura per la propria persona; tutti questi elementi vengono sostituiti con le attenzioni di cui un bambino necessita.
Partendo da questo presupposto immaginiamo come un bambino con un disturbo dello sviluppo possa influenzare la vita dei genitori. Questo evento comporta uno stravolgimento non solo dei normali ritmi familiari ma una vera e propria rivoluzione nell’individuo; il genitore deve fronteggiare inizialmente un processo di elaborazione del lutto attraverso il quale abbandonare l’immagine del figlio sano e “perfetto”. In secondo luogo dovrà riadattare i progetti e le aspettative sul proprio futuro e  sul futuro del piccolo, prendendo atto dell’attuale situazione.
Si tratta di un processo psicologico e pratico necessario ai fini dell’accettazione della condizione del proprio bambino; la sua mancanza potrebbe influire su un percorso di crescita del bambino, infatti, il genitore che non ha superato il trauma della diagnosi potrebbe non essere in grado di fornire al proprio figlio le cure e le attenzioni a lui fondamentali per una crescita il più possibile sana.
Ma cosa succede al genitore quando deve affrontare la sua situazione al di fuori delle mura domestiche? Come cambierà la sua vita e le relazioni con gli altri?
Difficile a dirsi, ogni genitore cerca di affrontare la situazione come meglio crede, in base anche al proprio stile di personalità. Molti si iscrivono a delle associazioni di supporto, perché in queste trovano conforto, e condivisione laddove la sofferenza può essere meglio riconosciuta e compresa. Questa tipologia di genitore, soprattutto nei primi anni, tende a circondarsi di persone che hanno attraversato o stanno attraversando una situazione analoga.
Altri genitori, invece, tendono a chiudersi in un nuovo mondo fatto di solitudine e fatica, di poca comunicazione e contatti sociali diradati.
In questo caso l’errore più grande è pensare che “l’Altro” non possa comprendere cosa si prova di fronte ad una situazione critica come l’accudimento di un figlio disabile, pertanto l’isolamento risulta erroneamente essere la migliore alternativa possibile.

Diverse ricerche testimoniano come una ricca rete di supporto sociale sia fondamentale ai fini dell’elaborazione del trauma della diagnosi per questi genitori. Naturalmente la famiglia e il gruppo di amici risultano di fondamentale importanza, ma non sono i soli, esistono infatti associazioni che supportano e aiutano questi genitori, composte di  famiglie a cui è accaduto qualcosa di analogo, e che trasmettono un certo grado di competenza in merito. Per cui spesso preferiscono parlare della propria situazione che persone che stanno o hanno passato una situazione uguale alla loro. Il gruppo permette di sentirsi meno soli, più compresi. Spesso queste famiglie provano un senso di colpa per la loro situazione, alcuni si sentono addirittura responsabili per la condizione del figlio, sono spaventati dal provare emozioni contrastanti nei confronti del loro bambino.
La condivisione della propria esperienza o l’ascolto di quella altrui diventa così un momento di elaborazione delle proprie emozione, di confronto e di crescita.
Con-dividere si può leggere come un dividere-con che significa dimezzare i pesi e le fatiche con qualcun altro capace di reggere. Alleggerirsi di una sofferenza attraverso il sostegno reciproco.
Non solo chi ha vissuto uno stesso trauma può essere di aiuto, la chiave quindi sta in primis nell’esprimere il proprio malessere legato all’idea di aver procreato un bambino con dei problemi e di doverne affrontare tutte le difficoltà che ne seguono, ed in secondo luogo affidarsi, imparare a chiedere aiuto, che più che un segno di debolezza è una dimostrazione unica di coraggio!

Dott.ssa Chiara Giaquinta
Laureata in psicologia e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara.
Dott.ssa Ivana Siena
Psicologa e Psicoterapeuta


giovedì 24 marzo 2016

A CIASCUNO I PROPRI SPAZI


Avete mai provato la sensazione di sentirvi soffocati, invasi e frustrati? Se la risposta a tale quesito è SI, è probabile che si sia verificata nella vostra vita una rottura dei propri confini o addirittura un loro non riconoscimento.

I confini personali sono i limiti che definiscono dove inizia e finisce il nostro spazio personale fisico, emotivo e mentale. Questi margini, naturalmente sono flessibili, allargabili o no a secondo del tipo di relazione che vogliamo stabilire con gli altri (con il/la partner, in società, in famiglia, con i colleghi...) e a secondo della situazione in cui ci troviamo.
Edward T. Hall, un antropologo statunitense, nel corso dei suoi studi si è occupato prevalentemente di prossemica, ovvero lo studio del rapporto tra comunicazione ed uso degli spazi interpersonali, individuandone quattro tipi:
·  distanza intima (0-45  cm). Questa è la più vicina al nostro corpo, poiché in essa si verificano diversi fenomeni emozionali, per cui possono accedervi soltanto persone con le quali si sia stabilito un rapporto di intimità (genitore - figlio, coppia).
·  distanza amicale/personale (45-120 cm). Caratterizza le relazioni tra conoscenti che si sentono a proprio agio. Alla zona personale possono accedere familiari, amici, colleghi e tutte quelle persone con le quali di solito si hanno rapporti di affabilità. Questa distanza ci permette di essere maggiormente obiettivi e meno invischiati come accade nella relazione intima.
·  distanza sociale (1,2-3,5 metri). È lo spazio riservato ai contatti sociali meno profondi, più convenzionali e formali.
·  distanza pubblica (oltre i 3,5 metri). Riguarda le pubbliche relazioni, incontri di lavoro, seminari, cerimonie, conferenze e spettacoli... Tale distanza è regolata, di solito, da precisi protocolli e spesso stabilisce il potere di un individuo sugli altri.
Naturalmente la quantità di spazio di cui ognuno di noi ha bisogno è soggettiva poiché in alcuni casi può essere maggiore, in altri minore. Spesso, però, per paura di offendere l’altra persona o per quieto vivere non esercitiamo il diritto di rispettate i nostri confini e lasciamo che l’altro invada il nostro spazio, manipolandolo o obbligandoci a fare qualcosa contro la nostra volontà, ed è proprio in questi casi che ci sentiamo sopraffatti.
È fondamentale, quindi, definire e conoscere i propri confini e far in modo che essi vengano rispettati in qualsiasi relazione al fine di non creare né dipendenza né troppa distanza. Trovare il proprio equilibrio è basilare e allo stesso tempo, è necessario che esso sia dinamico.
Come facciamo allora a identificare i nostri confini? È necessario conoscere se stessi, riconoscere e sentire le proprie reazioni emotive, il pensiero che queste emozioni ci suscitano e quali azioni mettiamo in atto per gestirle. Queste sono una guida infallibile, perché quando qualcuno cerca di invadere il nostro spazio, è il corpo che per primo lo segnala, ma questo non è altro che il propagarsi della reazione che abbiamo provato a livello emotivo.
Quando ci sentiamo a disagio, infastiditi, frustrati, arrabbiati, delusi dopo un commento o un comportamento è importante capire il perché quelle  parole o quegli atteggiamenti hanno provocano in noi quelle sensazioni o reazioni. Non bisogna reprimere ciò che stiamo ‘sentendo’ perché faremmo un danno solo a noi stessi accumulando stress e tensioni che potrebbero poi sfociare in una reazione esagerata.
Se conosciamo i nostri confini, difficilmente chi si troverà di fronte a noi potrà invadere il nostro spazio. Se non riusciamo a comunicare in primis a noi stessi e poi agli altri qual è il nostro spazio, non facciamo altro che consegnare il nostro potere personale in mano all’altra persona. Quindi, come spesso accade, non è l’altro che ci invade, ma siamo noi che lasciamo i cancelli aperti e ci facciamo mettere “i piedi in testa”.
In conclusione appare chiaro come  rispettare e conoscere se stessi è fondamentale per ottenere anche il rispetto e riconoscimento altrui.

 Dott.ssa Luisana Di Martino
Laureata in Psicologia a Chieti (CH) e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara (PE).



mercoledì 23 marzo 2016

IL CORAGGIO DI DIRTELO


Un semplice dolore, fastidio, un esame di routine ... e tutto cambia.
La maggior parte delle persone, almeno una volta l’anno, si reca dal medico di famiglia per farsi prescrivere un emocromo. Questo semplice esame, però, per alcuni è l’inizio di un susseguirsi di accertamenti, approfondimenti, indagini, fino ad arrivare un giorno, ad una diagnosi:
“lei ha un carcinoma..., lei ha una neoplasia..., dagli esami effettuati è emerso che lei ha delle metastasi...”.


Il camice bianco parla, e tutto a un tratto ci si sente frastornati, stanchi, affaticati, gli occhi seguono il labiale, ma la mente è spenta e prima che ce ne rendiamo conto, siamo fuori dalla stanza, con un nuovo foglio tra le mani e un nuovo appuntamento. Da quel momento la bocca resta in silenzio e gli occhi iniziano ad urlare: “ho Paura”. Ed è questo il sentimento più legittimo, ma probabilmente non lo è il silenzio che ne consegue. Nelle righe successive cercherò di argomentare al meglio questo pensiero.
Nulla accade per caso. Pensate io sono la figlia di un ex-paziente oncologico e poi ho avuto il piacere di trascorrere, come tirocinante in psicologia, sei mesi della mia vita nel reparto di Oncologia Medica di un ospedale del centro Italia. Cosa ho imparato da questa esperienza? Ad amare ogni secondo della mia vita e di chi mi sta accanto.
Quotidianamente siamo presi da impegni, scadenze, ritmi di vita a volte soffocanti e tutto questo molto spesso ci fa perdere l’orientamento, ciò che desideriamo e sentiamo realmente. Poi un giorno arriva una diagnosi e iniziano i “se” e i “ma”, arrivano i compromessi, i rimpianti, i sensi di colpa, senza renderci conto che stiamo continuando a perdere tempo, il tutto aggravato da quel senso di paura che si chiama morte.
Ogni volta che si presenta un evento avverso nella nostra vita la domanda che sorge spontanea è: “perché proprio a me?”. Io stessa, a suo tempo, mi sono posta questa domanda, senza trovare risposta, allo stesso tempo non avevo nemmeno il coraggio di esternare questa preoccupazione, sapete perché? Perché avrei ammesso a me stessa e agli altri di aver paura.
Spesso si crede che esternare questo sentimento sia indice di debolezza. Vi posso assicurare che non è così. Tenere nascosta la paura vuol dire morire prima del tempo, come se ad ucciderti non fosse il cancro, ma tu e il tuo maledetto silenzio, quella stupida convinzione che meno se ne parla e meglio è. Idiozia.
Spesso ho sentito parenti che chiedevano al medico o allo psicologo stesso di tacere sulla diagnosi, anche io sono stata una di quelle che ha omesso, o meglio lo pensava.
Tale richiesta ha motivo di esistere in quanto si crede sia necessario proteggere la persona colpita dal male, proteggerla attraverso il silenzio, la negazione. Pensateci un attimo però... Secondo voi è possibile che un malato di cancro non sappia cosa sta per affrontare e cosa rischia? Inoltre, senza contare tutta l’informazione che si fa oggi su queste malattie, pensate davvero che chi è costretto a sottoporsi a tali cure non sappia cosa sia una chemioterapia? Una radioterapia? Sembra incredibile e poco realistico!!! È a loro che viene inserito un ago nelle vene, iniettato un medicinale che il più delle volte ti da nausea, vomito, diarrea, fa cadere i capelli, ti provoca dolore fisico...
La paura e il dolore spesso sono raccontati solo con gli occhi. Quegli occhi urlano smarrimento, tensione, negazione.
Condividere le emozioni, per molti di questi pazienti, non assicura loro la guarigione, ma assicura “il non sentirsi soli” e meno affaticati. Vi sembra poco? Pensate ad un’azione quotidiana banale, esempio portare la spesa a casa, se si è in due il peso è minore perché condividiamo quel carico. La stessa cosa accade per le emozioni. Dire “ho paura”, ammetterlo a noi stessi oltre che allo stesso caro, affetto da questa malattia, aiuterà entrambi a LOTTARE.
Probabilmente la storia avrà un finale nefasto e chi continuerà a vivere, soffrirà della mancanza di quel corpo che non vedrà più, di quell'abbraccio che faceva sentire protetti, di quella voce che  rassicurava, ma se si riesce ad esternare ciò che si prova davvero, aiuta a compensare le mancanze materiali attraverso i ricordi. Gioiosi o dolorosi che siano, li sentirete vivi, perché esternare il proprio vissuto attutisce, o elimina del tutto, il rimorso di quelle parole non dette.

La malattia purtroppo ci sarà sempre, ciò che ancora oggi manca è il coraggio di esprimere il dolore e la convinzione che sia meglio che anche l’ammalato lo possa esprimere, con l’unico intento di sentirsi meno solo e sconfitto.


Dott.ssa Luisana Di Martino
Laureta in Psicologia a Chieti (CH), tirocinante della Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara (PE)

giovedì 10 marzo 2016

IO DEVO... IO POSSO


Provate per un attimo a sostituire all’interno di una proposizione, il verbo “dovere” con il verbo “potere”. Vi accorgerete come tutto il significato della frase, ma soprattutto il vostro umore cambierà!!!



Fin da piccoli non hanno fatto altro che ripeterci: “devi fare così, non devi dire così... Devi! Devi! Devi!” Tutto sembra un obbligo, una costrizione anche leggere un libro, guardare un film, riunirsi a tavola diventa un dovere. Provate a pensare a quanto questo verbo imperante sia presente nei rapporti interpersonali o semplicemente nelle normali attività quotidiane... tutto risulta essere molto più faticoso.  
Personalmente, in qualsiasi modo io declini questo verbo, mi sento soffocata, stressata e nervosa, perché? Dovere è sinonimo di obbligo, il quale a sua volta è sinonimo di vincolo, quindi qualcosa che è dettato da qualcos’altro o da qualcun altro. Ok, ma IO dove sono? Tante volte finiamo per perderci e troppe volte ci ritroviamo a dire o pensare frasi del tipo: “avrei tanto voluto fare... e invece ho dovuto...”.

Riporterò alcuni esempi di vita quotidiana per spiegare al meglio il mio pensiero.
Probabilmente, per la maggior parte delle persone, il momento della giornata più bello è la messa a letto perché finalmente mente e corpo possono rilassarsi e invece... “devo mettere la sveglia, perché domani devo andare in ufficio prima perché..., devo portare i bambini a scuola..., devo andare in palestra e così via discorrendo” e cosa succede? La mente si affatica ancor prima di provar a rilassarsi. Proviamo allora a sostituire il verbo: “posso mettere la sveglia a quest’ora così ho la possibilità di arrivare prima in ufficio e svolgere quella commissione..., posso portare i bambini a scuola e poi potrei...” Non sembra ci si senta un po’ meno affaticati?

Tutto questo dovere, alla fine porta alla frustrazione, la quale si ripercuote sul nostro vissuto e invece di fermarci a riflettere sul perché ci sentiamo così e di conseguenza cercare di cambiare il nostro pensiero e il nostro comportamento, non facciamo altro che criticare tutto ciò che ci circonda. Apparentemente è più facile credere di cambiare ciò che esterno a noi, provate però per un periodo a cambiare il verbo dovere in potere e vedrete come tutto avrà un aspetto diverso. All’inizio crederete che siano le situazioni e le persone a esser cambiate, ma in realtà sarà il vostro pensiero. Le norme, gli impegni, le attività... rimarranno le stesse, ma la vostra mente e il vostro corpo vi ringrazieranno perché finalmente avranno perso quel senso di affaticamento e di stanchezza.
Il segreto è quindi impossessarsi di una decisione, riconoscere di essere gli artefici di una scelta che è tutta racchiusa nel verbo “potere”. Laddove posso, mi metto in condizione di fare una riflessione anche sul “voglio”.
Sembrerà strano, ma la maggior parte delle attività quotidiane, il lavoro o lo studio compresi, sono frutto di una scelta fatta anni prima, se non proprio nell’infanzia. Riconoscere questo movimento ci permette di non vivere le nostre attività come un obbligo, inoltre qualora ad oggi dovessimo riconoscere che il “devo” pesa troppo ricordiamo che siamo sempre in tempo a farci una nuova domanda: “come posso cambiare per stare meglio?”
Buona scelta!

Dott.ssa Luisana Di Martino
Laureata in Psicologia all’Università “G. D’Annunzio” di Chieti e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara.

Dott.ssa Ivana Siena
Psicologa Psicoterapeuta



venerdì 12 febbraio 2016

PAURA DI AMARE

La paura è un sentimento primario nella vita degli esseri viventi. Senza la paura le persone sottovaluterebbero i pericoli, andando incontro rischi azzardati che potrebbero portare anche alla perdita della vita stessa.


Questo vale per il pericolo di finire fuori strada mentre si sta guidando, tagliarsi con un coltello, ammalarsi se non ci si copre abbastanza dal freddo, inaridirsi frequentando persone negative. I pericoli non hanno soltanto una forma materiale, sono anche invisibili; i pericoli non sempre si possono toccare, ma si trasformano in minacce al proprio benessere, le quali entrano dentro di noi senza che ce ne accorgiamo; i pericoli possono essere virtuali, ma comunque molto invasivi e non sempre guidati da agenti “negativi”.

Pensate all’amore, questa parola dalle mille interpretazioni soggettive, che dovrebbe rappresentare un traguardo da raggiungere, un elemento di crescita personale attraverso l’altro, che dovrebbe far sorridere e far produrre al corpo umano tutta una serie di sostanze che servono a mantenere alto l’umore ed a vivere al meglio la propria vita. L’amore racchiude in sé un enorme pericolo, una modalità, un atteggiamento, un modus operandi che è rischiosissimo per determinate tipologie di persone: sto parlando della responsabilità. Quando si ama qualcuno si diventa responsabili del benessere dell’altro, infatti senza entrare necessariamente nell’aspetto patologico legato ad una dipendenza affettiva, lo stare insieme porta chiunque ad essere una fonte di felicità per il partner, chiedendo in cambio lo stesso quantitativo di rifornimento affettivo. Non è finita qui, quando il baricentro della responsabilità si sposta inevitabilmente fuori da sé, all’interno di una relazione di coppia, l’istinto di conservazione dell’essere umano cerca di “ri-centrarlo” al punto di origine. Scaturisce così il conflitto dentro se stessi tra il rimanere responsabili esclusivamente del proprio benessere (processo primordiale che si innesca dalla nascita) e l’essere responsabili anche di una quota del benessere altrui, per poi averne un ritorno secondo quello che ho prima dichiarato. Un circolo impegnativo, quindi, che richiama alla fatica fisica. Come si fa a non aver paura della fatica fisica? Ecco che ritorna il concetto di paura.

In psicologia hanno chiamato Philofobia la “paura di amare”, la quale altro non è che paura di impegnarsi per un altro diverso da sé. È ciò che fanno i bambini, i bambini si rifiutano di impegnare le proprie energie per il benessere altrui perché vivono un egocentrismo tipico della loro condizione di crescita e della loro fase di sviluppo. Anche i bambini vivono l’amore, lo sanno anche donare, lo imparano dai loro punti di riferimento che nel migliore dei casi sono i genitori e, attraverso i loro modelli lo ripropongono poi da adulti nelle relazioni con l’altro.



Quindi chi è un Philofobico? Potrei pensare ad un bambino che è costretto a vivere in un corpo di adulto. Una persona che ancora non è perfettamente in grado di prendersi cura di se stessa alla quale si chiede di prendersi cura anche di un altro. Che presunzione assurda!
Ricapitolando, la paura è necessaria, se non obbligatoria, per la sopravvivenza umana. Si può avere paura anche di qualcosa che dovrebbe renderci felici come l’amore. 

L’amore è sinonimo di impegno e tale impegno non lo si può chiedere ad un bambino, il quale deve restare libero come essere umano in diritto di scegliere ancora di che pasta comporsi e libero da vincoli relazionali come quelli che esistono tra gli adulti.
Il problema sorge quando del bambino cresce e si sviluppa il suo corpo, ma parallelamente il suo animo resta acerbo, incompleto. Egli non può che nutrirsi di paure dovute alla mole di responsabilità a cui egli non è abituato. Questo gli impedirà di mettersi alla prova, di osare allontanarsi in ambienti sconosciuti per potersi rendere conto di come tutti i pericoli vanno sfidati e di come le paure possono essere affrontate.
Allontanarsi dalla propria zona di comfort, infatti, ha anche un grande vantaggio che è quello di ingegnarsi su come sopravvivere e su come prendersi cura di sé e degli altri, in altre parole l’essere adulti. È un modo attraverso il quale l’essere umano sviluppa il coraggio di osare nella vita, di testare se stesso e i propri limiti e soprattutto di imparare a scegliere, meccanismo di vitale importanza per proseguire lungo il corso della sua vita.


A rifletterci bene è questo che rende una persona davvero libera, la possibilità di scegliere. Ed è possibile scegliere anche all’interno di un rapporto di coppia in cui siano ben delineati i propri confini (interessi, spazi fisici e mentali, tempo libero da spendere senza il partner ecc…), in modo tale da decidere di volta in volta lo spostamento del baricentro delle proprie attenzioni tra il proprio spazio e lo spazio della coppia. Riuscire in questo gioco dinamico non è facile, ma di sicuro non è impossibile.

Dott.ssa Ivana Siena  

martedì 9 febbraio 2016

PATERNITA' TARDIVA

L'OROLOGIO PSICOLOGICO MASCHILE

In Italia l'età media degli uomini che si apprestano al matrimonio è pari a 34 anni e quella delle donne a 31 anni. Leggendo questi dati appare chiaro che aumentando l’età dei coniugi che convolano a nozze, di conseguenza anche l’esperienza della genitorialità diventa più tardiva.


Il matrimonio non è, però, l’unico indice da considerare nell’analisi dei fattori che influenzano la decisione di avere un figlio in quanto, come sappiamo, molti bambini nascono da genitori che scelgono di portare avanti una convivenza piuttosto che legarsi formalmente attraverso il vincolo matrimoniale. Tuttavia anche in questi casi l’età dei partner resta comunque molto alta.
Nelle donne come negli uomini il desiderio di diventare genitore mette di fronte ad un cambiamento radicale della propria vita, delle proprie abitudini e dei propri spazi. Se nei tempi antichi i figli erano considerati la maggiore risorsa in termini di aiuto domestico e di forza lavoro, oggi sono frutto di una libera scelta che asseconda un desiderio di sottofondo da un lato di dare vita al proprio concetto interno di famiglia, dall’altro lato, in maniera più narcisistica, di lasciare la propria “impronta digitale” nel mondo.
Se per la donna un’ulteriore spinta a procreare è data dall’orologio biologico, si può asserire che per l’uomo, il quale non è soggetto invece agli stessi limiti, l’orologio è di tipo “psicologico”.
Questo orologio psicologico scandisce un tempo più lento che si trasforma in un’esperienza di tardiva paternità. Esistono però due tipologie di uomini che vivono una paternità tardiva:
Uomini tra i 50 e i 60 anni che vivono un secondo matrimonio con donne più giovani ed accettano quindi di assecondare un’esigenza più della compagna che propria, soprattutto se hanno già avuto figli durante il precedente matrimonio. Un altro figlio diventa quindi la testimonianza della nuova vita che si sta intraprendendo.
Uomini che si sono dedicati esclusivamente alla vita lavorativa che vivono quindi la paternità come l’ultima tessera mancante di un puzzle dagli incastri perfetti. Le priorità, in questo caso, sono quindi legate alla conquista della stabilità e al raggiungimento di una sicurezza finanziaria.
Qualora si tratti del primo figlio, inoltre, questo  “nuovo arrivo” rappresenta un momento di transizione tra due fasi del ciclo della vita:
- creazione di una coppia da un lato;
- trasformazione in “famiglia”, intesa come condivisione di un progetto comune di vita, dall’altro.
Come per ogni transizione anche questa crea una rottura dell’equilibrio raggiunto fino a quel momento, il che significa per il neo papà un ridimensionamento dei propri spazi personali, aumento delle responsabilità, riduzione dello spazio di coppia e dell’intimità, adeguamento dei propri tempi a quelli del bambino e necessità di fare rinunce in campo professionale e personale, tutti fattori che necessitano di un grosso impegno per essere riadattati alla nuova situazione a tre.
Se è vero che per l’uomo un figlio in età matura significa da un lato perdere qualcosa, è anche vero che, laddove vissuto come scelta pienamente consapevole e desiderata, significa aumentare la propria autostima, imparare a gestire in modo creativo nuove situazioni, evolversi nel modo di approcciarsi a agli affetti, nell’espressione dei sentimenti e delle emozioni, significa quindi guadagnare. Tutto ciò diventa  il trampolino di lancio nel percorso di sviluppo psico-fisico del nascituro, nonché elemento di crescita per lo stesso padre.

Articolo dal quale viene tratta l'intervista del quotidiano "Il Centro" di Pescara (PE) i-papa-invecchiano-primo-pupo-a-35-anni


Dott.ssa Ivana Siena
Psicologa e Psicoterapeuta

Centro di Psicoterapia Familiare