giovedì 9 gennaio 2014

LEGGERE I SENTIMENTI: L'OSTILITA'

OSTILITA’


“In una seppur motivata ostilità non è proficuo il rancore nascosto, ma un aperto chiarimento; perché produce l’emozione necessaria che chiarisce i fatti, separa il giusto da quello ingiusto, e fa vedere quello che c’è da vedere”
Richard Wagner



L'ostilità è un sentimento ad alta intensità appartenente alla rabbia. E’ un atteggiamento o un comportamento malevolo (da nemico) verso una persona o, spesso, la si subisce da parte di persone che la hanno adottata come stile di relazione con gli altri. La persona che utilizza l’ostilità come forma relazionale, lo fa solo per proteggere la sua identità dalla squalificazione derivante da esperimenti sociali finiti male.
Infatti l’ostilità viene utilizzata per tenere sotto pressione gli altri ed estorcere indulgenza e rassicurazioni sul fatto di essere accettati all’interno di una rete sociale sicura dalla quale si ha paura di essere emarginati o messi in condizione di non poter ricevere le ricompense che si pensa di meritare. Nel caso tali paure venissero confermate e la persona ricevesse risposte aggressive o minacce di abbandono, la porterebbero in una condizione totale di caos e confusione di tipo psicotico. L’ostilità nella sua forma aggressiva è decisamente insopportabile, ma anche nelle altre maniere in cui si manifesta rende decisamente sgradevole l’esistenza di coloro che si trovano a subirla.
Bisognerebbe fare appello all’impegno e alla capacità di trovare soluzioni nuove e originali che, seppur non la elimineranno.


 Dott.ssa Teresa Giuzio
Centro di Psicoterapia Familiare

mercoledì 8 gennaio 2014

TERZA ETA'

L’ANZIANO E LO SPAZIO




L’innalzamento della vita media dei cittadini è una tendenza comune a numerosi Paesi sviluppati e presenta profili economici e sociali di grande rilievo.
Una parte degli anziani, tra i 65 e i 79 anni, è spesso autosufficiente e coloro che hanno redditi medi non hanno particolari difficoltà, soprattutto se vivono in famiglia, costituiscono una risorsa importante in quanto spesso dediti alla cura dei nipoti e all’assistenza dei familiari più anziani o disabili. Sempre più spesso sono coinvolti in attività di interesse sociale e costituiscono una risorsa importante nel volontariato.
Posto che l’Italia è il Paese dell’Unione Europea con la più alta aspettativa di vita, la situazione nazionale viene raffigurata in termini positivi, con qualche preoccupazione legata all’aumento della richiesta di servizi sociali connessa all’invecchiamento della popolazione.
Di fronte a questo fenomeno gli assetti sociali e le istituzioni risultano poco flessibili e mostrano uno scarso adattamento, spesso è presente un'insufficiente preparazione culturale.
Oggi una persona ultrasessantacinquenne, rispetto al passato, è generalmente molto più attiva, informata, attenta a se stessa e ai propri bisogni, ma non è cambiata la sua considerazione sociale, ancora fortemente legata a una certa rappresentazione stereotipata della fase conclusiva della vita (ricordi, fatica, solitudine, disabilità, sensazione di inutilità).
L'inevitabile riduzione delle capacità sensoriali, cognitive e prestazionali sono una premessa perché si crei, nell'interiorità psichica della persona anziana, una modificazione della percezione spaziale e dell'esperienza integrata di spazio e tempo.
Affrontare la tematica dell’anziano e delle interrelazioni che egli mantiene con l’ambiente significa dover trattare non solo di una esperienza soggettiva dello spazio, ma anche dover superare il pregiudizio che vede l’anziano unicamente come oggetto passivo del cambiamento.
Diverse rotture simultanee segnano il passaggio dall’età matura alla vecchiaia, queste intaccano necessariamente lo “spazio di vita” dell’individuo e  inducono a vivere in ambiti spaziali sempre più ristretti (es. quartiere, casa, stanza). Questo progressivo “ritiro” riguarda almeno tre livelli:
·        Il primo si riferisce al “macro-sistema-sociale”, in relazione alla perdita, da parte del soggetto, dello status precedente a causa del pensionamento.
·        Successivamente vi sono cambiamenti nel “medio-sistema ambientale”, dovuti alla minore possibilità di interscambio con amici e parenti.
·        Il terzo ambito, quello del “micro-sistema”, riguarda tutti quei cambiamenti nella vita privata dell’anziano che lo pongono in un ruolo diverso e a volte periferico nei confronti della famiglia: morte del coniuge, matrimonio dei figli…
Cause storiche, legate all’evoluzione socio-economica, possono venire chiamate in causa per spiegare l’isolamento dell’anziano, infatti è con l’avvento della società industriale che si comincia a parlare di terza età. Scompaiono con la famiglia patriarcale, tipica della società contadina, le caratteristiche di co-abitazione, con-vivenza e collaborazione (Baracco,1978).
Nella famiglia nucleare l’anziano si trova a vivere isolato dalla famiglia dei figli e  spesso in una condizione di solitudine in quanto la struttura sociale non è in grado di sopperire al bisogno di relazioni sociali, soprattutto quando vengono meno, con il pensionamento, quelle connesse con i luoghi di lavoro.
Il modello di vita della società industriale permette a malapena il mantenimento delle relazioni di vicinato, all’anziano non viene più riconosciuta una reale e attiva interazione con l’ambiente.
In termini di “spazio” l’anziano vede limitarsi sia il rapporto con lo “spazio sociale” mediante una diminuzione delle possibilità di interazione con gli altri, sia con lo “spazio abitativo” quando deve “scegliere” il ricovero in istituti.
La maggior parte degli anziani rifiuta la casa di riposo, ha scarso interesse verso la convivenza con i figli e tende al mantenimento della propria casa, anche di fronte a problemi di salute.
L’abitazione,rappresentando una continuità con il passato, riveste un’importanza decisiva sullo stile di vita di un anziano. Ogni spazio con il quale l’individuo viene a contatto diviene uno “spazio vissuto”, si può parlare di vere e proprie “mappe mentali” diverse per ogni individuo.
Quindi lo spazio non deve essere inteso astrattamente, ma come spazio vissuto, caricato di significati emozionali e di ricordi, sperimentato attraverso le azioni e il proprio corpo.
L'anziano chiudendosi allo spazio esterno ed assistendo alla senescenza del proprio corpo, incrocia una esperienza modificata di corporeità e di spazio-temporalità nella quale il tempo appare accorciato e gli spazi ridotti.
Vivere in uno spazio non vuol dire solo appartenervi fisicamente, ma modificarlo, determinarlo, in sostanza appropriarsene, realizzandosi nell'incontro con gli altri.
La spazialità deve quindi avere un "carattere affettivo " e permettere una possibilità relazionale.
Risulta quindi facilmente comprensibile la difficoltà della persona anziana ad adattarsi ai cambiamenti di abitazione, agli spostamenti d'ambiente o a semplici modificazioni della organizzazione della vita quotidiana.
Questa difficoltà nei confronti del cambiamento rivela il bisogno di abitare uno spazio familiare, non anonimo, circondato da consuetudini, usi ed oggetti che definiscano l'area di sicurezza ed il rispetto di sé stesso e della propria storia.
Lo spazio è quindi anche spazio di relazione ed interazione, particolarmente evidente nelle situazioni comunitarie.
L'atteggiamento nei confronti della persona anziana, anche da parte di chi è deputato a funzioni di assistenza, tende spesso a metterne in evidenza la parte deficitaria e malata, generando un rapporto poco paritario e di necessità, causa di frustrazione e di risentimento. Basti pensare al disinvolto uso del " tu " da parte del personale medico e alla eccessiva, dolorosa familiarità e disinvoltura con la quale vengono affrontate situazioni e tematiche emotivamente coinvolgenti, riguardanti il rispetto del proprio corpo, dell'intimità o dei propri segreti.
È possibile riscontrare un’analogia straordinaria nell'atteggiamento abitualmente mantenuto nei confronti dei soggetti disabili o dei pazienti psichiatrici e comprendiamo, quindi, come il ricovero per una causa “x” venga spesso vissuto e, di conseguenza rifiutato, come un esproprio totale della propria vita e della propria capacità decisionale, perdendo in maniera non reversibile la possibilità di autodeterminarsi e decidere rispetto al proprio codificato sistema di valori.
Risulta fondamentale, per la serenità dell’anziano, la creazione di uno spazio di “relazione”, formato dall’insieme delle persone che sono significativamente legate da vincoli affettivi.
Lo sviluppo di questo “spazio” può avere riscontro anche nel modo in cui viene progettato lo spazio abitativo, favorendo criteri mediante il quale il territorio individuale e il territorio di gruppo trovano il modo di incontrarsi e separarsi armonicamente.
La dimensione “pubblica” della condizione anziana diventa di grande importanza, poiché fino ad alcuni anni fa era unicamente collegata a interventi assistenziali.
La vecchiaia è tempo che passa, anzi che è passato, oppure tempo che manca, oppure è tempo perduto nel senso di non partecipato o ricordato, quasi non vissuto, ma è anche tempo scandito, determinato, rigido in certe organizzazioni di vita istituzionali.
Il tempo è tuttavia anche una delle possibilità della vecchiaia, tempo per riposare e per ricordare, per meditare, tempo per insegnare, per testimoniare, quindi non solo tempo come perdita, malinconia ed oblio, ma come ricchezza, potenzialità e sviluppo.
Pensare, o meglio ripensare al tempo ed allo spazio nella senilità, consente di scoprire e di riappropriarsi di forme e dimensioni di vita in altro modo inevitabilmente perdute, necessarie e feconde anche per chi si occupa di terapia ed assistenza alla persona anziana.
Consentire alla persona anziana di mantenere le proprie residue capacità decisionali, permetterà anche a chi se ne prende cura di non vivere in maniera totalizzante, onnipotente ed alla lunga eccessivamente gravosa, il rapporto con la persona anziana e con il suo bisogno di cura.
L'incontro con problematiche tanto complesse e coinvolgenti, quali quelle connesse all'invecchiamento richiede grande sensibilità, ma anche la consapevolezza di operare tenendo profondamente conto delle esigenze e delle progettualità dell'altro, anche quando queste paiano poco condivisibili, adoperando empatia e rispetto ed arrogandosi il meno possibile decisioni gravi, qualche volta in grado di sconvolgere la vita degli individui.

Dott. De Leonardis Gianfranco

Centro di Psicoterapia Familiare

martedì 7 gennaio 2014

LEGGIAMO I SENTIMENTI: L'ANSIA

ANSIA

L'ansia non ci sottrae il dolore di domani, ma ci priva della felicità di oggi
Leo Buscaglia



L'ansia indica uno stato d’animo di media intensità appartenente al sentimento della paura, il quale presuppone la presenza di una battaglia interiore. E’ uno stato psichico, prevalentemente cosciente, caratterizzato da una sensazione di paura, più o meno intensa e duratura, che può essere connessa o meno ad uno stimolo specifico (interno o esterno). L’ansia è una reazione emotiva ad un pericolo percepito che non è così ovvio agli occhi degli altri; capita molto spesso, infatti, che gli altri ci prendano in giro quando scoprono che andare al supermercato o guidare l’automobile ci provoca tanta agitazione. Questo fa si che l’ansia venga vissuta come un’esperienza molto spiacevole, soprattutto perché ci fa sentire delle persone diverse, strane, a volte addirittura pazzi.
Chi soffre d’ansia cerca in tutti i modi di nasconderla agli altri, proprio perché gli altri ci hanno insegnato che ci si deve vergognare di queste cose. Ed è per questo che l’ansioso spesso vive se stesso come una persona diversa dagli altri, rifugiandosi nella propria solitudine.
L'ansia, invece, è un fenomeno normale di cui tutti facciamo esperienza in continuazione seppure in misura e con frequenza molto variabile, lo stesso diceva che L'atto della nascita è la prima esperienza d'ansia e quindi la fonte e il prototipo della sensazione d'ansia. E’, quindi, una dimensione inevitabile del vivere umano con cui è necessario confrontarsi quotidianamente.
Quindi, finché si mantiene a livelli normali, l’ansia è uno stimolo essenziale per la buona riuscita delle piccole e grandi attività che compongono il nostro quotidiano, se, invece, produce una reazione eccessiva, immotivata o sproporzionata rispetto alle situazioni, l'ansia sfocia nel patologico.


 Dott.ssa Teresa Giuzio
Centro di Psicoterapia Familiare

martedì 24 dicembre 2013

BUONE FESTE










IL NATALE

LA DEPRESSIONE NATALIZIA





Euforia collettiva, shopping forzato, riunioni con i parenti. Per molte persone il Natale diventa uno “spettro” che fa paura.  L’atmosfera natalizia coincide con la fine dell’anno, con lo stilare il bilancio obbligato con se stessi degli eventi più o meno importanti vissuti, con la paura che qualcosa improvvisamente cambi allo scoccare dell’ultima mezzanotte dell’anno e con la sensazione di essere inghiottiti da un futuro tanto pieno di nuove speranze quanto di incertezze.
''Mai come in questo periodo - sottolinea il neurologo Sorrentino - si registra un'incidenza così alta di depressione, a causa del cambio di stagione e delle abitudini, della riduzione della luce e soprattutto del confronto fra l'euforia collettiva e il proprio malessere. Questo clima di felicità a tutti i costi - spiega- aggrava il disagio psichico preesistente, la persona si avvita su se stessa, guarda in maniera pessimistica il proprio passato e si sente sola”.
Il Natale, inoltre,  porta con sé una alterazione dei regolari ritmi di vita, che  espone a stimoli insoliti: le pause dal lavoro portano spesso dei vuoti che non si sa spesso come riempire e la convivenza prolungata e forzata con altre persone, con i ruoli sociali imposti in primis, costringe a fare i conti con aspetti irrisolti delle relazioni, magari anche conflittuali, che generano ansia e tensione.
Il vissuto di solitudine quindi si mescola al senso di colpa nei confronti di chi, nel medesimo contesto invece, vive questo evento come una festa e come momento peculiare di  incontro e ritrovamento dei legami familiari.  Da non sottovalutare inoltre l’angoscia e il senso di vuoto accentuati da eventuali lutti, o perdite,  subiti e non ancora superati. L’assenza della persona cara, come anche un cambiamento radicale sperimentato,  vengono avvertiti maggiormente quando nelle festività il quotidiano si ferma e il caos dei preparativi diventa solo un fastidioso rumore.
 Il malessere percepito come più opprimente è una spia che la mente accende rispetto a qualcosa vissuto come irrisolto o problematico. L'ascolto di questo segnale è il primo passo per individuare il problema nascosto, la causa vera del dolore ed è un processo fondamentale da parte di colui che lo vive come anche delle persone che lo circondano. Convertire questo disagio in un’opportunità per guardarsi dentro e conoscersi, imparare a chiedere aiuto sono fasi imprescindibili per andare incontro a una reale rinascita, che rappresenta poi ciò che il significato del Natale vuole insegnare. 

Dott.ssa Ivana Siena

mercoledì 18 dicembre 2013

LEGGERE I SENTIMENTI: IL TERRORE

IL TERRORE



La libertà è qualcosa che incute, veramente, terrore.
Saul Bellow, Il dono di Humboldt, 1975

Credo nel potere del riso e delle lacrime come antidoto all'odio e al terrore.
Charlie Chaplin

L'ansioso edifica i suoi terrori e poi vi si installa: è un pelandrone della vertigine.
Emil Cioran, Il funesto demiurgo, 1969

In questo mondo, non c'è che il terrore per difendersi dall'angoscia.
Louis Scutenaire, Le mie iscrizioni 1943-1944, 1945


Il terrore è una delle emozioni che si colloca all’interno del sentimento della paura in una posizione di alta intensità.  Rappresenta, infatti, uno stato di paura incontrollabile per un pericolo imminente, ma non necessariamente reale, ed è spesso associato all’incapacità di razionalizzare le effettive dimensioni del rischio. Questa emozione nasce in una condizione che genera paura ed è lo stato d’animo di chi è impossibilitato a gestire gli avvenimenti circostanti, sia reali che immaginati. Quando la paura è sproporzionata, eccessiva e persistente e non riferita ad un pericolo concreto può tradursi in disagio e sofferenza per la persona (si può pensare all’attacco di panico e alle fobie). Le situazioni che terrorizzano maggiormente sono quelle che si manifestano all’improvviso e delle quali non si riesce ad avere controllo. Queste ultime rappresentano i casi estremi, quelli per i quali è possibile sentirsi “paralizzati”.
Oltre il terrore subentra il panico.

 Dott.ssa Barbara Leonardi
Centro di Psicoterapia Familiare


venerdì 13 dicembre 2013

LEGGERE I SENTIMENTI: L'ENTUSIASMO

ENTUSIASMO


Entusiasmo.
Fra tutti i sentimenti è il più bello perché il più generoso.
L'entusiasmo è un moto d'animo, contagioso, che crea gioia e non chiede niente.
Chi riesce a entusiasmarsi anche in tempi di crisi ha un passaporto per il futuro,
che lo porterà ovunque.
( Lina Sotis, Corriere 1/11/12)

L’entusiasmo è una commozione dell'animo ad alta intensità appartenente al sentimento della gioia.
Si tratta di energia della mente focalizzata e orientata sul successo di una determinata azione priva di paura e di aspettative; non a caso chi ha entusiasmo dà luogo ad una forma di contagio, attraverso le qualità che lo caratterizzano, che spesso sono rintracciabili in chi ha l’attitudine al comando: "Il merito genera la fiducia, la fiducia genera l'entusiasmo e l'entusiasmo conquista il mondo" (Cottingham)
L'entusiasmo è voglia di essere, è voglia di fare, è voglia di vivere, ne è un esempio la cosiddetta “fortuna del principiante” in cui l’entusiasmo è fonte sicura di successo oppure la forza inesauribile dei bambini potrebbe essere una altra forma di come l’entusiasmo sia semplicemente il grande motore della vita.
Viene espresso in vive manifestazioni di gioia, di eccitazione, di ammirazione; un sentimento di appassionato interesse nei confronti di un ideale o di una causa politica, religiosa o sportiva.Una "personalità entusiastica" è quella di chi è particolarmente eccitabile, avventuroso, costantemente indaffarato in molte attività con l'energia e, appunto, l'entusiasmo dell'eterno ragazzo che passa da un'attività o da un interesse all'altro, senza mai approfondirne nessuna, perché teme di esserne deluso.
Tutte le volte che provate entusiasmo per qualche cosa, fermatevi un momento a percepirlo. Respiratelo, memorizzatelo, fatelo vostro, vivetelo come se fosse una parte costante ed indissolubile di voi stessi. La vostra mente vi ringrazierà.


Dott.ssa Teresa Giuzio
Centro di Psicoterapia Familiare

giovedì 12 dicembre 2013

LEGGERE I SENTIMENTI: LA DELUSIONE

LA DELUSIONE




La delusione è uno stato d'animo di media intensità appartenente al sentimento della tristezza. E’ un’amarezza che nasce quando le aspettative, le speranze riposte in qualcosa o in qualcuno non trovano riscontro nella realtà.
Quando si prova delusione ci si sente falliti e insicuri, come se il mondo ci crollasse addosso con tutto il peso delle persone, degli avvenimenti, delle speranze e delle aspettative, le quali, dopo un’attenta analisi della realtà, ci appaiono diversi da come la propria mente li aveva elaborati.
Dopo la delusione non vogliamo saperne più nulla. Ci lascia dentro un enorme dolore al momento che la proviamo e senza alcun dubbio, un’ottima esperienza di vita che serve per non commettere gli stessi errori. Dopo la delusione, anche se fa sentire molto male, bisogna rialzarsi anziché farla diventare un comodo atteggiamento mentale per giustificare la rassegnazione, l’abbandono e la diffidenza sistematica nei confronti della vita. Agendo così, non facciamo altro che castigare ulteriormente noi stessi. Ogni porta che chiudiamo, per amarezza o per paura di subire una nuova delusione, è un ulteriore modo di rinunciare volontariamente ad una possibilità di essere nuovamente  felici, senza nemmeno aver provato a lottare. Aprire delle porte è sempre un rischio ma solo correndo qualche rischio possiamo esperire nuove possibilità di crescita e di arricchimento. La delusione è ciò che serve a l’uomo per crescere, divenire saggio e dunque realmente maturo.

“Niente ferisce, avvelena, ammala, quanto la delusione.
Perché la delusione è un dolore che deriva sempre da una speranza svanita, una sconfitta che nasce sempre da una fiducia tradita cioè dal voltafaccia di qualcuno o qualcosa in cui credevamo. E a subirla ti senti ingannato, beffato, umiliato. La vittima d’una ingiustizia che non t’aspettavi, d’un fallimento che non meritavi. Ti senti anche offeso, ridicolo, sicché a volte cerchi la vendetta. Scelta che può dare un po’ di sollievo, ammettiamolo, ma che di rado s’accompagna alla gioia e che spesso costa più del perdono”.


UN CAPPELLO PIENO DI CILIEGE, Oriana Fallaci


Dott.ssa Teresa Giuzio
Centro di Psicoterapia Familiare

domenica 8 dicembre 2013

LEGGERE I PROPRI SENTIMENTI - II PARTE

FELICITA’

“La felicità non è avere quello che si desidera, ma desiderare quello che si ha.”
Oscar Wilde



E’ uno stato d’animo di media intensità appartenente al sentimento della gioia. Condizione (più o meno stabile) di soddisfazione totale che viene quasi sempre descritta cosi: "E' difficile dire cosa sia, ma lo so che quando la sento, è solo un stato di benessere, un stare bene”. Spesso si concepisce la felicità come una sensazione di benessere che si prova quando si ottengono dei risultati come l'acquisto di una bella casa, un nuovo compagno, una promozione, ma ciò che si percepiva come una solida felicità finisce, poi, per dissolversi rapidamente. Si cerca, allora, di riconquistarla con il raggiungimento di nuovi traguardi. Come se la felicità risiedesse sempre nel domani.
La felicità non deve essere qualcosa che ci accadrà nel futuro. La felicità non deve essere domani, deve essere qui ed ora, dove ci troviamo, con le persone con cui siamo, con le cose che facciamo. Ora, non domani.
Saggi, formatori, leader religiosi e psicologi ci insegnano che la felicità è uno stato che non si raggiunge mai in modo definitivo ma bisogna imparare a scoprirla educandosi alla cura di sé attimo per attimo.

Se essere sempre felici è forse una chimera, migliorare la qualità della propria vita è alla portata di tutti. Basta crederci, impegnarsi, scegliere gli strumenti giusti. 
Se vuoi essere felice, comincia ad essere felice” ( Leo Tolstoy).
Dott.ssa Teresa Giuzio
Centro di Psicoterapia Familiare

domenica 1 dicembre 2013

DA "IL CENTRO" DEL 30/11/2013


IL CENTRO DI PSICOTERAPIA FAMILIARE 


RISPONDE


Approfondimento del quotidiano “Il Centro” sul tema “paternità tardiva”: come mai gli uomini rimandano questa fase del ciclo vitale della famiglia e cosa comporta a livello relazionale. 
Pagina 7, Il Centro  del 30/11/2013