venerdì 15 febbraio 2013

SESSUALITA' III PARTE


Disturbi della sfera sessuale femminile


Disturbi della fase  appettitiva
Alla prima fase appettitiva si associano tre disturbi del desiderio: basso desiderio o desiderio sessuale inibito, avversione sessuale, desiderio eccessivo.
Disturbo da Desiderio Sessuale Ipoattivo: la caratteristica essenziale di questo disturbo è la scarsità o l'assenza di desiderio sessuale spontaneo e di fantasie sessuali. Frequentemente questo disturbo è presente in persone che hanno problemi di eccitazione o di raggiungimento dell'orgasmo. Può avere cause organiche essendo legato ad alcune patologie o all'assunzione di determinati farmaci, ad esempio antidepressivi.
Un paziente con basso desiderio sessuale può comunque soddisfare il desiderio di attività sessuale del proprio partner, anche se per lui tale esperienza può essere indifferente e non particolarmente gratificante.

Disturbo da Avversione Sessuale: la caratteristica fondamentale di questo disturbo è l'evitamento di contatti a carattere sessuale. In alcuni casi l'avversione per la sessualità può spingersi anche verso ogni generica forma di intimità, come baci e contatto fisico sessualizzato. La presenza di ansia, disgusto o timore in presenza di situazioni che possono preludere ad una intimità sessuale è frequente.
Il paziente con avversione sessuale si oppone a qualsiasi esperienza sessuale con il partner in quanto tale attività produce soltanto emozioni negative. Quando il disturbo si manifesta in tutti i casi, compresa la masturbazione, il problema assume maggiore rilevanza e nasconde cause organiche e/o psicologiche più profonde come, ad esempio, una depressione o un trauma sessuale subito durante l'infanzia o l'adolescenza. Quando è legato al partner abituale è più probabile che si tratti di un conflitto di coppia. Quando, invece, è legato a tutti gli uomini può trattarsi di una fobia generalizzata verso il sesso maschile oppure di una omosessualità latente.

Una variante opposta è quella del desiderio compulsivo o dipendenza sessuale.
Le persone con un desiderio sessuale compulsivo, o dipendenti sessuali (ninfomania), hanno attività sessuali molto frequenti e, spesso, riescono a raggiungere diversi orgasmi ogni giorno. La percentuale di donne che soffre di questo disturbo è nettamente inferiore a quella degli uomini. Queste persone sono ossessionate da sensazioni e fantasie sessuali che interferiscono con l'attività lavorativa, e che creano seri problemi all'interno delle relazioni interpersonali. Solitamente, rispondono a una vasta gamma di stimoli erotici e possono eccitarsi perfino in assenza di sollecitazioni esterne. Ciò che differenzia queste donne da altre che hanno semplicemente un sano e forte appetito sessuale, è la qualità compulsiva e coatta dei loro impulsi sessuali.
L'auto-controllo delle persone dipendenti dal sesso è così inadeguato da spingerle ad intraprendere iniziative e attività sessuali - prostituzione, uso di materiale pornografico, rapporti occasionali, ecc. - anche quando esiste la consapevolezza di rischiare la perdita del lavoro, del compagno o, in caso di rapporti non protetti, della vita. Il problema è che quando tentano di astenersi dall'attività sessuale divengono tese, ansiose e depresse. Spesso, inoltre, mettono in atto una forte pressione sessuale nei confronti del partner e ciò può avere un impatto molto negativo sulla relazione. I comportamenti sessuali compulsivi possono essere di tipo perverso - sadismo, masochismo, esibizionismo - oppure di tipo convenzionale - masturbazione, partner multipli, rapporti occasionali - ma la caratteristica di fondo è sempre la mancanza di controllo sul comportamento sessuale sintomatico.
Una singolare caratteristica del disturbo è che le persone che ne soffrono sembrano essere 'insaziabili'. Al contrario, le donne che hanno una pulsione sessuale elevata, ma normale, sono generalmente soddisfatte dopo uno o due orgasmi nell'ambito di un singolo rapporto e, comunque, non hanno problemi a tenere sotto controllo i propri impulsi sessuali. Questa peculiarità potrebbe essere causata da un deficit dei normali meccanismi di regolazione degli impulsi che, ordinariamente, modulano i nostri desideri adattandoli alle opportunità e ai pericoli dell'ambiente che ci circonda. Altre ipotesi riguardano le famiglie di origine di queste persone, spesso molto rigide e anaffettive o, al contrario, troppo intrusive e invischianti. All'interno di queste famiglie, inoltre, sono spesso presenti altri tipi di dipendenze, come l'alcolismo, il gioco d'azzardo, i disturbi alimentari, ecc.

Disturbi dell’eccitazione

Alla fase successiva, quella dell'eccitazione, si associano nell'uomo, il disturbo di disfunzione erettiva, altrimenti detto impotenza, mentre il disturbo di eccitazione nella donna è comunemente noto con il nome di frigidità.
Nella frigidità l'elemento fisiologicamente caratterizzante è l'assenza di lubrificazione vaginale, che a livello psicologico non sempre corrisponde a mancanza di eccitazione tanto che certe pazienti pur sperimentando sensazioni di piacere sessuale mancano di lubrificazione, mentre altre sperimentano la risposta fisiologica di vasocongestione, ma non provano eccitazione.
Quando il disturbo è generalizzato è possibile che sia causato da altri disagi psichici più gravi, come ad esempio, una depressione.
Altre cause possono essere legate ad un conflitto di coppia o all'atteggiamento della paziente nei confronti della sessualità in genere. Questo disturbo può essere anche legato alle modificazioni psicofisiche causate dalla menopausa, spesso accompagnata da una mancanza di lubrificazione vaginale e da disagi di tipo psicosessuale.

Disturbi della fase orgasmica

Nella fase orgasmica si riscontrano nell'uomo tre generi di disturbi (eiaculazione impossibile, eiaculazione ritardata ed eiaculazione precoce; la donna, invece può accusare il disturbo dell'orgasmo precoce e quello di mancanza d'orgasmo.
Difficile è nella donna la diagnosi di orgasmo precoce cui segue solitamente fastidio nella continuazione del rapporto.
Per quanto riguarda l'altro disturbo femminile associato alla fase orgasmica, la mancanza o inibizione dell'orgasmo nella donna, comunemente detta anorgasmia, viene considerata primaria nel caso in cui la paziente non abbia mai avuto in vita sua  n'esperienza ritmica con un inizio ed una fine, diversa dal massimo piacere, mentre l'anorgasmia cosiddetta secondaria va riferita alla mancanza di esperienza orgasmica con il partner attuale, mentre si parla di anorgasmia situazionale  quando si raggiunge l'orgasmo solo con la masturbazione. Inoltre a sfatare molti pregiudizi e fantasie su tale disturbo sessuale, secondo l'attuale modello neurofisiologico, quasi tutte le donne possono raggiungere l'orgasmo con la stimolazione sufficientemente prolungata del clitoride prodotta dal pene muovendosi in vagina (orgasmo clitoridèo), mentre di queste circa il 60% possono raggiungere l'orgasmo coitale. Infine, certe donne raggiungono l'orgasmo solo con fantasie erotiche. Nella valutazione clinica di una lamentata disfunzione orgasmica va sempre considerato il disfunzionamento sessuale di entrambi i partner per evitare che un'eventuale inibizione orgasmica femminile o la non sincronizzazione dell'eccitazione nel rapporto possano essere addebitate all'eiaculazione precoce del maschio. Infatti motivi socio-culturali portano più a premere sugli uomini affinché durante il rapporto soddisfino le donne che non viceversa per cui si è più facilmente propensi a vedere nel mancato controllo orgasmico una disfunzione eiaculatoria piuttosto che un problema solo o anche del partner femminile. Il sintomo può manifestarsi, secondo i casi, con il partner abituale, con altri partner o in qualunque attività sessuale, compresa la masturbazione. Le cause organiche sono rare nella donna anorgasmica. I fattori psicologici che possono causare un'inibizione dell'orgasmo femminile sono essenzialmente di tre tipi: 
a) cause superficiali, come un'auto-osservazione ossessiva (spectatoring) durante il rapporto
b) cause banali, come un'insufficiente stimolazione clitoridea
c) cause più profonde legate a conflitti psicologici o relazionali con il partner o con la figura paterna.
C'è da dire che alcune donne sono incapaci di raggiungere l'orgasmo durante il coito, a meno che non vengano stimolate con le mani direttamente sul clitoride: questo, però, non sempre rappresenta un problema di anorgasmia. Spesso si tratta semplicemente di una normale variante della risposta sessuale femminile.


Altri disturbi della sessualità femminile

Tra i disturbi sessuali femminili che non hanno nulla a che fare  con le cinque fasi del rapporto sessuale si considerano le cosiddette fobie sessuali. Diagnosticamente le fobie rientrano tra i disturbi d'ansia  e consistono in una forma particolare di paura non controllata, sproporzionata alla situazione e caratterizzata dall'evitamento della situazione temuta. Nel caso particolare di fobie sessuali la paura eccessiva, da cui l'evitamento, riguarda l'accettazione del pene in vagina.  Si fa qui riferimento a due tipi di disturbi.
Il primo  prende il nome di dispareunia e trattasi di rapporto sessuale doloroso durante o dopo la penetrazione, spesso come diretta conseguenza  di un patologia organica, anche se non si esclude che possano concorrere fattori psicologici.
L'altro disturbo, molto più diffuso e più tipicamente fobico riguarda l'impossibilità per l'uomo di entrare in  vagina del partner perché  i due muscoli dell'ostio vaginale sono molto resistenti. Tale disturbo prende il nome di vaginismo dove una forte componente  è costituita dall'ansia anticipatoria. Come per l'anorgasmia, anche qui, nella valutazione psicologica della paziente disturbata si distingue, ai fini di un efficacie intervento terapeutico, un vaginismo primario (da sempre), un vaginismo secondario ed un vaginismo situazionale. Questo diffusissimo problema psicosessuale  è responsabile della maggior parte di matrimoni non consumati e spesso la intensa paura che porta all'evitamento del rapporto è dovuta a disinformazione di tipo anatomico ("come è fatto") e fisiologico (" come funziona") sull'apparato genitale sia femminile sia e maschile.
La dispareunia è dovuta quasi sempre a cause organiche. Può essere causata da infezioni e irritazioni dei genitali esterni o della vagina, da una fimosi clitoridea, da un imene imperforato o rigido, da un trauma da parto o dall'esito di interventi chirurgici. Possibili cause psicologiche sono un'elevata ostilità che, non riuscendo ad esprimersi direttamente verso il partner, trova sbocco nella somatizzazione dolorosa.
Le cause organiche del vaginismo, invece, se si esclude un trauma o un'infiammazione vaginale ricorrente, sono molto rare. I fattori psicologici più ricorrenti vanno rintracciati soprattutto nel rapporto fra queste donne e la propria madre: in molti casi, infatti, esiste una situazione di dipendenza psicologica della paziente nei confronti della figura materna. In altri casi si possono riscontrare, invece, un'educazione religiosa molto rigida, tentativi di stupro, una scarsa educazione sessuale o una disfunzione erettile del partner.

Altri disturbi sessuali, non collegabili alle fasi del rapporto fanno riferimento a sensi di inadeguatezza per il proprio aspetto fisico, per misura e forma dei propri organi sessuali e per le prestazioni sessuali tanto da incidere sull'eventuale rapporto e sulla stessa relazione sessuale. Altri si riferiscono all'esperienza di disagio collegato a modalità di conquiste sessuali ripetute di una successione di partner che giocano il ruolo di oggetti da utilizzo (dongiovannismo o sindrome del Don Giovanni e ninfomania) dove la persona, probabilmente con caratteristiche narcisiste di personalità, maschera il timore di intimità ed empatia.


Altri disturbi ancora riguardano uno sperimentato disagio per il proprio orientamento sessuale. E a tale disagio fa diretto riferimento, a i fini diagnostici, l'attrazione sessuale esclusiva o predominante, per persone dello stesso sesso, con o senza relazione fisica. Non è, si badi, l'omosessualità di per sé considerata comportamento disturbato, diversamente da ciò che fino a poco tempo fa si pensava, ma è il marcato e persistente disagio del paziente di provare continua eccitazione omosessuale ad essere classificato come omosessualità egodistonica tra i disturbi sessuali.

A tale problema si possono collegare i disturbi di identità di genere, quelli cioè che si riferiscono alla consapevolezza del proprio sesso di appartenenza. Tali disturbi, quando si manifestano, nella grande maggioranza dei casi, iniziano ad apparire durante la fanciullezza sotto forma di senso di estraneità, con persistente e marcato disagio, nei riguardi del proprio sesso anatomico e desiderio intenso di essere di sesso opposto. Se, poi a queste caratteristiche si aggiunge pure una persistente preoccupazione, per almeno due anni, di sbarazzarsi delle proprie caratteristiche sessuali ed acquisire quelle dell'altro sesso, allora la diagnosi che in tal caso viene fatta è di transessualismo. Altri disturbi dell'identità di genere riguardano pazienti adulti con comportamenti di travestimento a carattere temporaneo. 

Infine  un'ultima categoria  di disturbi sessuali ci rimanda alle deviazioni sessuali diagnosticate con il nome di parafilie. Le parafilie sono disturbi della preferenza sessuale e consistono nel ritenere indispensabili per la propria eccitazione sessuale fantasie o atti insoliti e anche bizzarri che, comunque, deviano dall'atto sessuale secondo il modello di riferimento inizialmente illustrato. Tali fantasie o atti possono essere riferiti ad oggetti (tipo articoli di abbigliamento, orine, feci, immondizie o altro) ad animali (zoofilia) oppure riguardano la sofferenza propria e/o del proprio partner, a volte non sempre consenziente (masochismo e sadismo sessuale).
Infine tali atti possono venire indirizzati verso persone non consenzienti ed allora tali disturbi acquistano rilevanza legale come nel caso dell'esibizionismo, frotterismo, pedofilia, coprolalia telefonica, tanto per citarne alcuni dei più diffusi.
Può associarsi al sadismo sessuale lo stupro, episodio ad alta frequenza e solitamente sottostimato. Infatti certi stupratori si eccitano per il dolore provato dalle loro vittime, certi altri, i più numerosi, vengono invece eccitati dall'aver costretto con la forza una persona non consenziente ad accettare un rapporto sessuale, ma non si eccitano osservando la sofferenza della vittima.

Sessualità insoddisfacente
Anche se la vita sessuale non sembra presentare formalmente alcun problema, in realtà può dimostrarsi insoddisfacente per la donna. Ciò può essere dovuto a molti motivi, innanzitutto ad una sorta di inibizione della libera espressione dei desideri e delle emozioni. Oltre a ciò, è abbastanza frequente che la donna consideri primario l'appagamento maschile rispetto a quello femminile, e che quindi tenda a mettere in secondo piano le proprie esigenze. Infine, per la paura di essere abbandonate, criticate o svalutate, è possibile accettare rapporti sessuali o particolari pratiche sessuali senza che se ne provi reale desiderio. Ciò crea frustrazione, rabbia, autobiasimo ed una sessualità insoddisfacente. La difficoltà ad abbandonarsi, il senso di colpa, di inadeguatezza per il proprio corpo, il proibirsi pratiche sessuali che invece sarebbero vissute come piacevoli, porta ad una vita sessuale solo superficialmente adeguata e gratificante. Problemi di questo tipo sono piuttosto frequenti e spesso la donna non è neppure pienamente consapevole della incompletezza e della mancanza di totale libertà nella propria dimensione sessuale.

Dott.ssa Ivana Siena

VEDI ANCHE: II PARTE  e I PARTE

giovedì 14 febbraio 2013

SESSUALITA' II PARTE


Un po’ di storia



 

Nel 1970 Masters e Johnson, abbandonando il classico termine di "frigidità", definirono l'incapacità della donna a raggiungere l'orgasmo come "disfunzione orgasmica". Fu, quindi, Helen Kaplan nel 1974 a distinguere le difficoltà della fase di eccitazione (da lei denominate "disfunzione sessuale generale") da quelle della fase dell'orgasmo (la "disfunzione orgasmica" appunto).
In seguito, Jehu (1979) distinse nella disfunzione sessuale generale:
- una disfunzione vaso congestiva, che si riferisce alle carenze nelle risposte di lubrificazione e di vasocongestione, tipiche della fase di eccitazione;
- una insufficiente gratificazione sessuale, riguardante una carenza di esperienza soggettiva di piacere e di  eccitamento connessa alla fase di eccitazione di tipo fisiologico.
È rarissimo che il disturbo si presenti unicamente come assenza di tumescenza e/o lubrificazione, ma è quasi sempre in comorbidità con un disturbo dell'orgasmo, soprattutto, o del desiderio.
Risulta, così, più utile tenere in considerazione, definendo il disturbo, anche la sensazione soggettiva di eccitamento sessuale e non solo quella oggettiva.

Confrontando le differenze

Quando si parla di disturbi sessuali si fa riferimento ad uno o più comportamenti sessuali disturbati, disadattivi, comportamenti cioè che, per vari motivi, non consentono il raggiungimento esclusivo del piacere, scopo del rapporto sessuale. Alcuni dei disturbi della sessualità possono avere una causa organica in quanto dipendono da malattie di competenza medica, anche se, molte volte, sulla base organica si innestano problematiche di natura psicologica tanto che solitamente trattasi di patologie miste che nella pratica clinica richiedono la collaborazione tra psicoterapeuti, urologi e ginecologi.
Altri disturbi, invece, sono esclusivamente psicosessuali e hanno a che fare con il funzionamento cognitivo (ragionamenti, pensieri, immagini, aspettative) emozionale e comportamentale.
Un problema che investe la sfera sessuale di una persona, però, non è sempre da considerare un disturbo. Occorre valutare alcuni aspetti fondamentali quali il disagio che il problema o l'anomalia causano a livello interpersonale. In assenza di questo requisito il problema non può essere definito una disfunzione sessuale.
Prima di presentare i vari disturbi psicosessuali può essere utile cercare di comprendere i meccanismi che portano all'instaurarsi ed al successivo mantenimento di una disfunzione sessuale. A tal fine cerchiamo di immaginare il comportamento di una donna e di un uomo mentre stanno facendo l'amore il cui scopo, di base, dovrebbe essere il raggiungimento del piacere in modo esclusivo. Entrambi i partner dunque cercano solamente il piacere e non un piacere a condizione di qualcos'altro, inoltre, il piacere ricercato da entrambi per essere completo non può ridursi solamente a quello di tipo orgasmico, ma allargarsi a tutta una gamma di percezioni piacevoli, tra cui il guardarsi, l'annusarsi, il toccarsi, dove sono coinvolti i sensi interni ed esterni. Se a ciò ognuno dei partner aggiunge anche i suoi pensieri, immagini aspettative ed emozioni, ovviamente positive, l'esperienza del piacere diventa allora un'esperienza integrata in cui non c'è spazio  per confronto, manipolazione e competizione che riducono, se non distruggono il piacere esclusivo.
Il rapporto sessuale consiste in un'esperienza integrata, in cui si mescolano tra loro elementi  cognitivi, emozionali e comportamentali, e tale esperienza deriva in parte dalla nostra struttura biologica e in parte da esperienze sviluppate in base all'educazione ricevuta (casa, scuola, parrocchia). Pertanto gran parte di ciò che avviene durante il rapporto sessuale non è casualità o pura improvvisazione, ma comporta pensieri, conoscenze, abilità sociali che sono state apprese durante un percorso caratterizzato da alcune esperienze significative che si sono verificate soprattutto durante l'età evolutiva.
Prima del 1970 tutti i disturbi sessuali erano divisi in due categorie di base: impotenza e frigidità. Oggi si diagnostica invece una vasta gamma di disturbi che per loro caratteristiche si possono raggruppare in cinque categorie.
La prima, grande categoria fa riferimento alla dinamica processuale del rapporto sessuale dove due partner si incontrano per una piacevole esperienza integrata, secondo la modalità  sopra descritta. Vedremo infatti come buona parte dei disturbi sessuali tra i più diffusi si relaziona alle varie fasi che compongono l'esperienza del rapporto sessuale visto processualmente come qualcosa che ha un inizio ed una fine tra loro collegate.
Dal punto di vista fisiologico si conviene (Master, Johnson, Kaplan) a vedere il rapporto sessuale come un processo caratterizzato da cinque fasi temporali (curva di Master e Johnson della risposta sessuale), tutte necessarie per "fare bene l'amore".
  • La prima di queste riguarda il desiderio (fase appettitiva), purtroppo spesso trascurato quando si fa l'amore contro voglia o per far piacere a qualcuno.
  • La fase appettitiva è seguita da quella dell'eccitazione, effetto del desiderio che, con il passare degli anni, diventa sempre più l'effetto fisiologico di opportune stimolazioni.
  • La fase dell'eccitazione corrisponde all'erezione nel maschio e alla lubrificazione vaginale nella femmina.
  • All'eccitazione segue poi, nella dinamica del rapporto, la fase del plateau che consiste in uno stato di massima eccitazione.
  • La fase successiva a quella della massima eccitazione è quella orgasmica che comporta l'attivazione automatica di processi muscolari, là dove le precedenti fasi si caratterizzavano per l'attivazione di processi vascolari. L'orgasmo è una risposta riflessa raramente controllata.
Nella donna i meccanismi non sono così fisiologicamente chiari come nell'uomo e spesso l'orgasmo viene scambiato con il palateau. D'altra parte dobbiamo considerare che il primo studio sull'orgasmo femminile in laboratorio risale appena alla fine degli anni Cinquanta!
La quinta ed ultima fase del rapporto sessuale è quella della risoluzione che per l'uomo si allunga con l'aumentare dell'età tanto che, per fare un esempio, se a 30 anni può essere di mezz'ora a 80 si dovrà attendere anche 24 ore prima di essere pronti per un nuovo rapporto sessuale.

Dott.ssa Ivana Siena

lunedì 11 febbraio 2013

SESSUALITA'


IL BISBIGLIO DEL PIACERE FEMMINILE



“Se il mondo è nato da un capriccio di Dio, allora la donna è l’essere il cui sommo fattore ha voluto manifestare al meglio il lato imprevedibile della sua insondabile natura”

Arthur Shopenhauer

Proprio Shopenhauer, che nel suo trattato sulle donne le denigra in ogni modo possibile, riconosce loro però un “onore sessuale” che si differenzierebbe da quello maschile. Infatti per la donna è prioritario e più significativo,  anche se per lui consiste nell’opinione generale che Lei non si sia concessa mai a nessuno.
È scontato che la rivoluzione sessuale degli ultimi anni si discosta nettamente dal pensiero di secoli fa. Anche se una mentalità simile a quella dell’autore è rimasta aggrappata nelle menti di uomini spesso insicuri e retrogradi fino ai giorni nostri.
Il cambiamento in atto riguardo il sesso e la sessualità ha portato a una poderosa diffusione dell’informazione sull’argomento, si parla di sesso ovunque, nelle scuole, attraverso i mass media e addirittura se ne può parlare anche in famiglia.
Molti miti attorno al sesso sono stati messi in discussione, ad esempio la convinzione che gli uomini sappiano più delle donne, che siano “più esperti” quindi che loro siano più interessati ad un rapporto fisico indipendentemente dal fatto che siano impegnati o solitari.
Ciò che è stato scritto sulla sessualità della donna, sia in ambito artistico che scientifico, riflette le conoscenze che l’uomo ha del mondo femminile. La donna viene intesa come un oggetto per l’uomo il cui compito è di essere attraente e di partorire bambini: la sua vita trova giustificazione nell’amore e nell’allevamento dei figli. A causa del predominio maschile e del conseguente ruolo femminile subalterno, le donne accettano questo giudizio.
Molti tabù e valori tradizionali sono stati messi in discussione e la sessualità è diventata un diritto fondamentale di tutte le persone libere.
Nonostante l’impatto di questa rivoluzione sessuale investa tutte le classi sociali, l’intensità e la velocità con cui ciò avviene sono ancora regolati da fattori culturali e socio-economici.
Non si può certo intendere una differenziazione per classi sociali come lo si faceva in passato, ma una sorta di differenze esistono ancora tra persone che oggi chiameremmo più colte rispetto ad altre meno fortunate sotto questo punto di vista. Pertanto sessualmente parlando si può dire che nelle classi “operaie”, in passato, ma oserei dire ancora oggi, aveva un’importanza maggiore il godimento sessuale dell’uomo a discapito dei bisogni e del piacere femminile. In quest’ottica gli uomini venivano e vengono incoraggiati ad avere rapporto prima del matrimonio, mentre per le ragazze questo risulterebbe ancora motivo di condanna, esattamente aderente al pensiero di Shopenhauer. Proprio per questo il sesso femminile deve sapere il meno possibile e vivere la propria sessualità all’insegna del pudore e della riservatezza.
Rimwater suggerisce che una rete sociale chiusa, che porta a posizioni più conservatrici riguardo la nudità e tutto ciò che riguarda la sessualità, ostacola notevolmente l’adattamento individuale alla morale sessuale in trasformazione: “l’eredità di socializzazione di un sistema in cui uomini e donne si rivolgono a reti sociali differenti rende il cambiamento difficile e diminuisce la frequenza con cui le coppie sviluppano relazioni sessuali reciprocamente soddisfacenti”.
L’esplosione dell'informazione su argomenti riguardanti la sessualità sembra, paradossalmente, contrastare, in particolare nel nostro paese, una diffusa disinformazione che spesso si associa a ritrosìa a parlare pubblicamente di ciò che viene considerata una propria esperienza privata, molto personale, da difendere dalle altrui indiscrezioni o, in certi casi, quando esibita, da  manipolare per renderla più socialmente approvabile con riferimento a certi standard più ideali che reali.
Tale atteggiamento verso il sesso, incide non poco su buona parte dei disturbi sessuali che verranno trattati nei prossimi articoli.

dott.ssa Ivana Siena


PSICOLOGIA DELLO SPORT

La costruzione di un gruppo vincente




Una squadra di calcio è composta da circa venti calciatori che di anno in anno si trovano a cambiare compagni di gioco e a riorganizzare il proprio stile in vista dei nuovi obiettivi preposti.  All’inizio della stagione calcistica i nuovi ingressi comportano una riorganizzazione del gruppo squadra che si muove su vari livelli. In questa fase iniziale si è in cerca di una nuova identità di gruppo ed è importante capire quali sono gli strumenti (potenzialità dei giocatori) di cui si dispone. È la fase della conoscenza e della scoperta reciproca, in cui si cercano di definire regole e confini e dove ognuno cerca di orientarsi nella ricerca di un personale modo di stare nel gruppo.
Il gruppo costituisce la base della squadra; ha una sua struttura che si regge su regole esplicite ed implicite attraverso le quali si manifestano i tipici meccanismi di interazione dei suoi appartenenti. All’interno di questo contesto quella che viene chiamata “coesione sociale” è rappresentata dall’unione di squadra e dalla collaborazione con i tecnici, che ogni giocatore si impegna a costruire in funzione dello scopo comune. Mantenere una tale coesione presuppone che ogni componente del gruppo dovrà sentirsi parte di esso, ma nello stesso tempo anche dipendente dagli altri membri del gruppo per far sì che le loro interazioni si mantengano costanti e produttive nel tempo.
Tuttavia va detto che mentre un allenatore deve obbligatoriamente tenere sotto controllo gli interessi globali della squadra, i calciatori sono concentrati su quelli individuali. Nel calcio di oggi i giocatori sono attenti al risultato individuale, ai successi, alla propria crescita personale, più che a instaurare un vero spirito di gruppo.
Tali esigenze unite all’eterogeneità degli atleti, per età, cultura di provenienza, esperienze pregresse, portano allo stadio del conflitto e della ribellione. Questa nuova entità sociale, condita dalle varie dinamiche di gruppo che si formano, è lo scenario di un palcoscenico in cui si vanno stabilendo i ruoli con i relativi status.
Se si riprende il concetto secondo cui i personaggi appartenenti al mondo del calcio possono essere paragonati al sistema famiglia, si può pensare al gruppo dei giocatori come a un sottosistema figli e, di conseguenza, fratelli. Nelle famiglie numerose è possibile identificare ruoli e funzioni di ogni figlio, specifici stili di attaccamento rispetto alle figure genitoriali (nel caso specifico allenatore e vice) ed anche diversificate modalità di costruzione del proprio senso di appartenenza che fungerà da faro nelle sua realizzazione personale e professionale (performance calcistiche).
Allo stesso modo l’identificazione dei ruoli e delle funzioni all’interno del gruppo diventa interscambiabile tra i due mondi citati. Un primo ruolo tipico è quello del leader: in un sottosistema fratelli è facile pensare al figlio maggiore come leader del gruppo di consanguinei, come nel calcio tale posizione può essere facilmente confusa con quella del capitano. Nulla di più sbagliato, in quanto il capitano di una squadra di calcio è spesso riconosciuto nella sua posizione, sì per anzianità, per legame con la maglia, per esperienza accumulata, ma non è detto che sia un buon motivatore, un risolutore di conflitti. Allo stesso modo, non è scontato trovare tali caratteristiche nel fratello più grande, a maggior ragione se si considera che le caratteristiche di personalità di ogni figlio sono influenzate da molteplici fattori, come il contesto fisico e temporale della nascita, il clima familiare durante la crescita ecc.. Gli studi sociali insegnano che l’aspirante leader (membro Alpha) è l’individuo più assertivo, quello con più spinta competitiva, più motivazioni, colui che cerca di affermare la sua presenza nel gruppo favorendo un clima favorevole e di unità di intenti, ma soprattutto gode di un riconoscimento che è frutto di una scelta genuina e spontanea da parte del resto della squadra (figlio intraprendente).
A far da sfondo alla competizione ci sono i potenziali gregari, giocatori che si schierano al fianco del leader, senza la pretesa di emergere nei ruoli. Spesso si tratta di atleti che accettano di fare da supporto, che danno il meglio delle loro energie, ma che non cercano di superare il livello standard della loro performance (figlio riservato).
La stella della squadra rappresenta un ruolo ben definito. Questo giocatore mette a disposizione del gruppo la sua competenza e la sua esperienza allocandosi in una posizione specializzata, assolutamente non passiva tanto da essere anch’egli confuso nel il ruolo del leader, ma solo dal pubblico. Tuttavia, all’interno del gruppo, gode comunque di uno status elevato proprio grazie alle sue competenze e ai risultati che riesce a far raggiungere alla squadra (figlio prediletto).
Infine esistono, quasi inevitabilmente, i così detti marginali, i membri esclusi, i potenziali capri espiatori. In questo ruolo vengono riconosciuti calciatori che, per incapacità di gestire lo stress in o per coinvolgimento in particolari vicende scandalistiche, diventano responsabili di errori che ricadono inevitabilmente su tutta la squadra. Oltre a sanzioni disciplinari il capro espiatorio subisce anche la perdita di fiducia da parte del gruppo  che contribuisce all’emarginazione della sua figura (pecora nera della famiglia).
Questa fase di distribuzione dei ruoli è necessaria per l’effettivo funzionamento del gruppo. Attraverso questo processo vengono minimizzate le somiglianze e amplificate le differenze e adesso i membri possono raggiungere la “giusta” distanza tra loro, il tempo dell’autonomia. E’ la fase in cui realmente si forma la coesione di cui si parlava sopra e il gruppo  può evolversi in un’unità compatta chiamata squadra.

Dott.ssa Ivana Siena

Fonte: FORZAPESCARA.TV

martedì 5 febbraio 2013

III PARTE DEPRESSIONE POST PARTUM



Sintomatologia e valutazione del rischio


La PND oggi è convenzionalmente riconosciuta a livello scientifico in base ai sistemi di classificazione diagnostica DSM-IV  e ICD-10. Il DSM-IV include la voce “post partum” nella sezione “specificazione per la descrizione del più recente episodio di alterazione dell’umore” dove infatti è contemplata la voce “ con esordio nel post partum” entro le prima quattro settimane dopo il parto, sottolineando che i sintomi non sono diversi da quelli dell’alterazione del tono dell’umore al di fuori di questo periodo.
I sintomi maggiormente frequenti negli episodi depressivi che si manifestano nel post partum, benchè non siano specifici per essi, sono: fluttuazione dell’umore, caratterizzate da un rapido alternarsi del tono dell’umore con sintomi di tristezza, svogliatezza, pianto, caduta della concentrazione; preoccupazione eccessiva per il benessere del bambino: l’intensità di queste preoccupazioni può variare dall’iper-coinvolgimento fino a veri e propri deliri.
La presenza di gravi ruminazioni mentali e pensieri deliranti relativi al neonato si associa ad un rischio particolarmente elevato di danneggiare fisicamente ed emotivamente il bambino.
L’infanticidio è spesso associato ad episodi depressivi psicotici che si verificano nel post partum, caratterizzati da allucinazioni che ordinano alla donna di uccidere il figlio o da deliri di possessione demoniaca del neonato. L’uccisione del bambino può anche verificarsi duranti gravi episodi di alterazione dell’umore post partum, privi di deliri e di allucinazioni specifici.
Riconoscere e diagnosticare precocemente la PND risulta spesso difficile soprattutto per la natura mascherata ed ambigua dei primi sintomi. I primi segni depressivi si manifestano, appunto, in modo subdolo e la forma mascherata iniziale può evolversi in modo silente per lungo tempo. Si può assistere, nei primi mesi, ad una depressione “sorridente”.
In altri casi, la madre depressa tende a vivere in modo ritirato con il suo bambino e fatica a riconoscere ed ammettere il suo stato di sofferenza. Uno dei motivi che impediscono alla madre di cercare aiuto sembra essere l’immaginario popolare che trasmette un quadro idilliaco di felicità entro  il quale bisognerebbe trovare istintivamente i gesti dell’efficacia materna.
La sintomatologia della PND appare in modo conclamato tra le 8 e le 12 settimane dopo il parto. In ogni madre si può manifestare una diversa costellazione di sintomi, che variano in base alle caratteristiche individuali, psicosociali ed ambientali. I sintomi più frequenti sono:
·        Umore depresso e tristezza;
·        Disinteresse in varie attività;
·        Affaticamento  e mancanza di energia;
·        Agitazione o rallentamento psicomotorio;
·        Pianto persistente ed immotivato;
·        Bassa autostima;
·        Sensi di colpa ed auto biasimo;
·        Pensieri di morte, ideazioni suicidarie;
·        Ansia;
·        Irritabilità;
·        Pessimismo;
·        Ruminazione ossessiva;
·        Senso di solitudine;
·        Scarsa capacità di concentrazione;
·        Difficoltà nel prendere decisioni;
·        Difficoltà di memoria;
·        Disturbi del sonno;
·        Disturbi dell’appetito;
·        Disturbi della sfera sessuale;
·        Melanconia.
I fattori di rischio della PND, schematicamente, sono rappresentati da:
·        Un basso status socioeconomico;
·        Fattori biologici dati soprattutto dai cambiamenti dei tassi di alcuni ormoni nei primi giorni dopo il parto ( come il progesterone);
·        Fattori ostetrici-ginecologici: vari studi hanno indagato le possibili associazioni tra aspetti legati alla storia della gravidanza e del parto e la comparsa della PND;
·        Fattori psicosociali come gli eventi di vita stressanti o negativi recenti nel corso della gravidanza; le difficoltà nel rapporto di coppia; la cattiva qualità della relazione con il partner; lo scarso sostegno sociale.
Anche alcuni fattori psicologici possono avere un ruolo nell’aumentar il rischio di sviluppo della PND, come:
·        La storia personale o familiare di disturbi psichiatrici;
·        La depressione e l’ansia durante la gravidanza;
·        La maternity blues;
·        Fattori di personalità;
·        Il temperamento difficile del bambino.
La depressione produce nelle madri una generale limitazione dell’espressione dell’affettività: tale predisposizione, ricavabile dall’aspetto triste, teso, ansioso e talvolta irritato, si esprime nella tendenza ad evitare il contatto fisico e visivo con il bambino, mediante la messa in atto di atteggiamenti punitivi, oppure attraverso il mancato coinvolgimento in attività comuni.
Le madri depresse si impegnano poco in comportamenti di imitazione: appaiono generalmente ritirate o inibite, oppure estremamente ipercontrollate ed intrusive. Inoltre, queste donne, incontrano numerose difficoltà nell’interpretare correttamente i segnali inviati dal bambino, non riuscendone a soddisfare le esigenze fisiologiche primari. Ad esempio, durante l’allattamento, tendono ad evitare il contatto visivo con il figlio, non riuscendo a comprendere adeguatamente i ritmi di suzione.
Anche il motherese, peculiare tipo i linguaggio che le madri producono istintivamente nelle interazioni con i bambini piccoli, è spesso influenzato negativamente dal disturbo depressivo.
La valutazione o assesment della PND è di primaria importanza per promuovere un intervento precoce sulla donna, sulla costruzione della relazione madre-figlio e sulla relazione di coppia. L’assesment riguarda sia la possibilità di individuare, fin dalla gravidanza, le donne a rischio, sia di individuare correttamente le donne che soffrono di PND.
Gli strumenti maggiormente utilizzati in ambito scientifico prevedono l’utilizzo di questionari di autovalutazione ed interviste psichiatriche semistrutturate; i primi strumenti sono di screening e danno informazioni sulla presenza della sintomatologia depressiva, mentre i secondi consentono una diagnosi precisa di PND.
La valutazione della depressione post natale non si rivela un’operazione facile; bisogna sempre tenere in considerazione la difficoltà della donna stessa a riconoscere i segnali di allarme di uno stato depressivo. Difficile risulta anche la prevenzione in quanto: la comparsa del disturbo è legata alla compresenza di vari fattori di tipo ereditario, ambientale, psicologico e sociale che rendono complessa l’individuazione del disturbo e il suo riconoscimento può essere occultato dalla natura ambigua dei primi sintomi.

Dott.ssa Valentina Mossa

Psicologa, laureata  presso l'Università G. D'Annunzio  di Chieti (CH), impegnata nel tirocinio formativo presso l'associazione Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara (PE). 


lunedì 4 febbraio 2013

II PARTE DEPRESSIONE POST PARTUM


Dalla gravidanza all'essere madre



La gravidanza in sé porta la donna a dover affrontare una serie di compiti adattivi e trasformativi che vengono attivati sia dai cambiamenti somatici che da quelli psichici.
Come affermato da Ammaniti nel 1992 (Ammaniti M., “Pensare per due”, Editori Laterza, Roma-Bari, 2008), la stretta relazione tra la dimensione corporea e quella mentale portano la donna a ripiegarsi da un lato su se stessa, ritirandosi in una sorta di fusione mentale con il feto e dall’altro ad identificarsi con una madre che saprà prendersi cura del proprio bambino.
A differenza di altre forme di patologia psichiatrica, in cui le alterazioni del comportamento presentano forme più evidenti, nella depressione post natale non sembra emergere nulla: queste donne sono tormentate da pensieri ossessivi, dal carattere talmente coercitivo da travolgere ogni tentativo di contenimento.
Chi è vicino non si rende conto dell’oscuro malessere che le tormenta e che, nella maggior parte dei casi, viene tenuto sotto controllo ma che, in alcune situazioni, può improvvisamente insorgere, come a seguito di un corto circuito mentale imprevedibile.
Questi casi non sono rari: infatti una donna su dieci durante la gravidanza e nel primo anno di vita del figlio va incontro ad un disturbo depressivo, ben diverso dalla più che normale reazione fisiologica depressiva che si verifica subito dopo il parto.
Non necessariamente un rischio depressivo nella madre determinerà problemi nel suo rapporto con il figlio, dal momento che la nascita di quest’ultimo rappresenterà una grande occasione di cambiamento che spesso favorisce l’acquisizione di una migliore organizzazione psichica.
La sofferenza che queste donne si portano dentro è tale da rendere la gravidanza un peso troppo gravoso per loro. I loro pensieri negativi possono diventare talmente intrusivi da polarizzare quasi completamente il loro mondo psichico; in casi più gravi può accadere che la donna, non vedendo vie di fuga, maturi l’idea del suicidio oppure che arrivi a sopprimere il proprio figlio dopo la nascita, vedendo in tale gesto l’unica possibilità reale di evitargli sofferenze che il futuro, secondo le sue fantasie, gli riserverebbe.
Questi pensieri intrusivi, associati a comportamenti materni potenzialmente violenti, si avvicinano al disturbo ossessivo-compulsivo, dal momento che possono essere legati ai comportamenti di verifica compulsiva messi in atto dai genitori. Le loro idee ossessive ( ovvero idee avvertite come angoscianti che si impongono alla loro coscienza come parassiti e che non possono essere eliminate con la volontà) riguardano pensieri di fare del male al bambino, di poter perdere il controllo, di impazzire o di potersi fare del male.
A partire da alcuni studi condotti da Winnicott, Leckman e collaboratori nel 1999, si è messo in luce che nelle prime due settimane successive al parto, i genitori hanno pensieri insistenti sul figlio: circa il 95% delle madri e l’80% dei padri presenta preoccupazioni riferite allo stato di salute del bambino; nel caso di genitori che aspettano il primo figlio, compaiono anche preoccupazioni riguardanti le modalità di accudimento.
Bisogna anche sottolineare che durante la gravidanza, il 37% dei genitori riporta pensieri insistenti, seppur fugaci, di fare del male fisico al proprio figlio, come scuoterlo, colpirlo oppure buttarlo giù da un edificio.
Il fattore più insidioso della depressione materna è rappresentato dal fatto che, nella maggior parte dei casi, questa non viene riconosciuta e compresa: questo, ostacola e peggiora la condizione materna.
La pressione sociale che la madre depressa si trova a dover affrontare, può essere così forte da produrre in lei sentimenti di vergogna o di colpa, dal momento che non riesce come dovrebbe e come gli altri si aspettano ad essere felice di aspettare o di avere un bambino.
Nel patrimonio della specie umana è profondamente radicata l’idea della capacità di prendersi cura dei propri figli. Questa predisposizione innata è stata descritta nel 1996 da George e Solomon nel costrutto di “caregivingsystem”, in base al quale, a partire dalla prima adolescenza, si comincia a sviluppare un’attitudine genitoriale che potrà realizzarsi pienamente in corrispondenza dell’attesa e della nascita di un bambino.
Nel casi delle madri depresse, però, si assiste alla messa in atto di comportamenti difensivi che Guedeney ha descritto come il paradosso della madre depressa: la donna ritiene di non avere il diritto di sentirsi triste o infelice o depressa in un momento che dovrebbe essere caratterizzato, come detto, secondo il senso comune, da grande felicità e senso di realizzazione; nel momento in cui ella riconosce la propria depressione tende a giudicarsi in termine morali considerandosi una cattiva madre. Di conseguenza, non è in grado di comunicare alle persone a lei più vicine le sue preoccupazioni e finisce per chiudersi in un universo abitato solo da pensieri terribili.
Pertanto, la depressione può interferire con la capacità della madre di prendersi cura del figlio.
La depressione post partum, o PND, rientra in un quadro patologico di gravità media ed è considerata l’espressione più comune della patologia post partum.
Si verifica nel 10% circa delle nascite, è più frequente nelle madri-adolescenti, può durare qualche settimana ma anche qualche mese, posto che una delle sue caratteristiche è un’evoluzione sotto tono che tende alla cronicità.
Se non riconosciuta e trattata può continuare anche dopo un anno dall’esordio e ampliare così in termini indefiniti le ripercussioni negative sul bambino.
Tra le manifestazioni allarmanti della depressione post partum si devono considerare i tentativi di suicidio ( sotto il profilo psicologico) della madre, dei quali, invece, viene fatto oggetto il figlio.
La genesi di tutto ciò è una fantasia (conscia o inconscia) secondo cui il bambino soffre e soffrirà ogni sorta di male, da cui solo la morte potrà salvarlo.
Le dinamiche inconsce del filicidio, in questo caso, implicano la proiezione di sé o, quanto meno, di una parte di sé sul bambino. La morte del bambino implica, alla luce di questa fantasia, il solo modo di eliminare il terrore e al tempo stesso di liberarsi da ciò che genera terrore. 
Dott.ssa Valentina Mossa

Psicologa, laureata  presso l'Università G. D'Annunzio  di Chieti (CH), impegnata nel tirocinio formativo presso l'associazione Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara (PE).