giovedì 16 maggio 2013

UNIVERSITA' della LIBERA ETA' - IL CICLO DI VITA DELLA FAMIGLIA


Si è svolta, martedì 14 Maggio 2013 presso il MU.MI di Francavilla al Mare (CH), la lezione sul “Ciclo di Vita della Famiglia” tenuta dalla dott.ssa Ivana Siena nell'ambito dell'anno accademico dell'Università della Terza Età. I partecipanti hanno approfondito la tematica oggetto della lezione palesando grande interesse in particolare sui concetti di legame, confine e dinamiche familiari.
La lezione è stata introdotta dal Prof. Massimo Pasqualone ed hanno presenziato alla stessa l’artista abruzzese Tiziana Giampaolo ed il Presidente della’Associazione Culturale MOTUS, l’Avv. Michele Accettella.

Luciano Rapa


















PAURA


RIFLESSIONI SULLA PAURA: intervista alla dott.ssa Anna Oliverio Ferraris


Che cos'è la paura? La paura è un'emozione che appartiene all'uomo, ma anche ad altri animali. È come un campanello d'allarme, una reazione dinanzi ad un pericolo, ma, a differenza degli animali, per l'uomo la paura riveste un valore ambivalente, oscilla tra istinto ed elaborazione culturale e si colloca nel cuore della nostra vita psichica divenendo un determinante fattore di crescita o d'involuzione. Basta osservare le diverse espressioni che utilizziamo per parlare della paura: paura di crescere, paura di amare, paura del futuro, paura del nulla, paura del prossimo, paura di noi stessi. Allora che ruolo gioca la paura nella sfera psichica individuale. Attraverso quali dinamiche psichiche l'individuo affronta, controlla, rielabora o subisce la paura? Quando e secondo quali modalità essa sconfina nella patologia? Come possiamo imparare a non avere paura della paura?
La paura fa parte della nostra vita quotidiana, ma quando e perché oltrepassa i suoi limiti e diviene patologia?
OLIVERIO FERRARIS: La paura è una delle emozioni fondamentali con cui noi nasciamo e che, come ogni emozione, ci serve per strutturare il nostro mondo, la nostra vita. Chi dice di non avere paura è semplicemente un incosciente, perché corre moltissimi rischi. Però non bisogna lasciare che essa superi certi limiti e che diventi invasiva, perché la si contrasta individuando i modi per fronteggiarla. Se noi pensiamo di poter avere un controllo su certe situazioni, la paura diminuisce lasciando spazio alla razionalità che interviene per trovare i modi di soluzione. Invece in certe situazioni la paura finisce per essere terrore, soprattutto quando pensiamo di non avere vie d'uscita. È importante dunque che si impari fin da piccoli a valutare i modi per fronteggiarla, che sono tanti e diversi. Quando un bambino è molto piccolo si affida alle sue figure di attaccamento. Poi man mano che cresce deve imparare a contare su sé stesso.
Qual è il confine tra paura istintiva e paura culturale?
OLIVERIO FERRARIS: La paura è sempre istintiva, poi si colora in base a fattori culturali. Naturalmente ogni epoca ha le sue paure. Nel Medioevo c'era la paura della peste nera verso cui la gente si sentiva completamente esposta, priva di difese. Oggi invece abbiamo paure diverse: la bomba atomica, il terrorismo, le armi biologiche. Ecco, tutto quello che sfugge al nostro controllo genera paura ed alcune paure sono più diffuse di altre proprio per la sensazione di non poter controllarle. 
Quando, la paura della morte, è presente nella vita psichica di un individuo?
OLIVERIO FERRARIS: In realtà tutte le paure originano da quella paura fondamentale, dalla consapevolezza che noi siamo persone finite e che un giorno moriremo. Questo è l'elemento irrisolvibile che crea tutte le altre paure. La soluzione consiste nel rassegnarci all’idea di doverci preparare a questo evento ultimo, accettando la propria condizione di esseri che nascono e che muoiono. Dobbiamo proiettarci in un sistema più vasto, perché noi facciamo parte del genere umano. Dovremmo mantenere un pizzico di quel senso di onnipotenza che appartiene ai bambini nei primi anni di vita. Un bambino pensa di non morire, pensa che muoiano gli altri, poi, man mano, si rende conto che anche per lui la morte è inevitabile.
In che modo il singolo individuo esorcizza le proprie paure?
OLIVERIO FERRARIS: Non c'è un modo particolare. Molto dipende dall'età, dall'esperienza e anche dalle caratteristiche individuali. C'è chi si rifiuta di pensarci, chi invece la sfida continuamente per sondare i suoi limiti; è il caso di chi pratica discipline sportive che spingono l’individuo al limite del possibile. Ecco, c’è chi affronta il rischio per vedere quanto egli sia è forte e quanto possa osare. Poi ci sono altri modi basati sulla razionalità, sulla strategia. Per esempio nella storia antica vi è una differenza tra il coraggio fisico di Achille e quello razionale di Ulisse. Quest’ultimo, quando si trova nella grotta di Poliremo, accetta che il ciclope mangi alcuni dei suoi compagni, senza lasciarsi prendere dal panico, perché egli ha una sua strategia. Così come ci sono tante forme di paura, ci sono altrettante forme di coraggio. È necessario che la paura sfoci nel coraggio, che non è incoscienza, perché il coraggio è qualcosa di calcolato e non sempre si manifesta nello stesso modo. Di volta in volta, valutando la situazione, si può attuare una forma di coraggio che consista nel prendere immediatamente un’iniziativa, così come invece richieda la capacità di saper aspettare il momento giusto per reagire.
È possibile trasmettere le paure per contagio?
OLIVERIO FERRARIS: La paura è molto contagiosa, perché noi siamo degli animali gregari che vivono in gruppo e se qualcuno individua una minaccia, la trasmette agli altri attraverso segnali specifici. Scatta l’allarme che, spesso, anziché venire elaborato al fine di trovare una soluzione adeguata per fronteggiarlo, si trasforma in panico incontrollabile. In caso di incendio all'interno di uno spazio dove siano radunate moltissime persone, come uno stadio, una sala cinematografica o un teatro, coloro che si trovano in prossimità delle uscita di sicurezza si precipitano fuori, mettendo in agitazione coloro che invece sono collocati più in dietro. Se in questi casi ci si limita alla reazione istintiva, allora assistiamo alla tragedia di chi viene calpestato, di chi viene colto da malore, e così via, se, invece, pensiamo alla strategia migliore, che è quella di aspettare che i primi escano rapidamente dalla sala e che gli altri aspettino qualche secondo, la tragedia sarebbe evitata. Ma questi comportamenti debbono essere insegnati. È per questo che, in alcuni locali, vengono effettuati delle simulazioni di crisi, per poter sondare il modo migliore per consentire l’evacuazione dell’edificio senza che vi siano danni alle persone.
Noi sappiamo che condividere le paure con altri ci aiuta a superarle. Quindi condividere la paura è un bene?
OLIVERIO FERRARIS: Si. Raccontarsi le paure spesso significa esorcizzarle. Esistono delle paure che, per alcune persone, non hanno alcuna soluzione e la disperazione di fronte a questa consapevolezza spesso può venire alleviata, se non addirittura rimossa, dalla condivisione con gli altri della paura stessa. È quanto è accaduto nei campi di concentramento, dai quali non c’era via d'uscita, ma la possibilità di stare insieme agli altri aiutava nei momenti critici.
Molte persone, per paura di affrontare la realtà, si adeguano ad essa. Secondo Lei, questo conformismo, deriva dalla paura di essere sé stessi?
OLIVERIO FERRARIS: Si. Ci sono persone che preferiscono adeguarsi, conformarsi al gruppo piuttosto che esporsi a sostenere una tesi non condivisa dalla collettività. Questo perché l’idea di rimanere soli aumenta il livello di paura e di ansia. Soltanto chi è sicuro di sé ha il coraggio di portare avanti un’idea che ritiene giusta. Ecco perché il coraggio è qualcosa che si costruisce nel corso di tutta la vita a partire dai primi anni; esso è indispensabile per la costruzione della stima di sé. Due persone che hanno vissuto le stesse situazioni difficili di vita, potrebbero averle vissute in maniera completamente diversa e, in genere, le vive meglio chi ha dei punti di riferimento, chi al di fuori sa di avere degli amici che contano su di lui, chi ha una notevole stima di sé, chi ha una visione abbastanza ottimistica nella vita per cui pensa che le difficoltà, per quanto gravi, possano essere superate. Chi invece non è riuscito nel corso della vita a maturare una personalità tale, allora pensa di non poter fare nulla in prima persona, perché secondo lui è l'ambiente che decide e che regola la vita degli individui.
Quindi c'è bisogno sempre e comunque dell'appoggio di un'altra persona?
OLIVERIO FERRARIS: In effetti chiunque dovrebbe avere sufficiente sicurezza in sé stesso per riuscire a fronteggiare le difficoltà da solo pur sapendo che da qualche parte ci sono delle persone che la pensano come lui. Crescendo l’individuo interiorizza una serie di sicurezze e di conoscenze della realtà, tali da spingerlo all’elaborazione di strategie di comportamento valide.
 Lei nel Suo libro ha scritto che le donne tendono a manifestare la paura più degli uomini. Perché accade questo e come cambiano le paure dall'uomo alla donna?
OLIVERIO FERRARIS: Si, per una questione in gran parte di tipo culturale. Mentre la donna, fin da bambina, può manifestare le proprie paure senza che scattino, da parte del gruppo, meccanismi inibitori, lo stesso non si può dire per il maschio che deve invece celare le proprie paure, viverle e risolverle in silenzio perché questo è indice di forza.
Ciò nonostante non significa che gli uomini non vivano delle emozioni; hanno soltanto imparato a non manifestarle, perché questo sarebbe una prova di debolezza. In questo senso direi che le donne sono più avvantaggiate perché, oltre che poter esprimere le proprie emozioni liberamente, possono parlarne liberamente per superarle.
In molti casi potrebbe essere anche l'ignoranza una delle cause della paura?
OLIVERIO FERRARIS: Si. È il caso di chi, trovandosi di fronte ad una situazione complessa, non ha elementi per risolverla, perché sin da piccolo non gli sono stati insegnati dagli educatori. Ecco, che, subentrano allora le superstizioni. Malinowski, a proposito di una popolazione di pescatori, racconta che quando essi andavano a pescare in laguna adottavano appropriate tecniche di pesca, mentre, prima di andare in alto mare, facevano dei riti magici. Questo accadeva perché non avevano una tecnica in grado di fronteggiare quel tipo di ambiente e dunque contavano sul fato, sulla superstizione. È qui che gioca l’ignoranza.
Secondo Moravia la coscienza è paura, l'incoscienza è coraggio. Lei è d'accordo con questa affermazione?
OLIVERIO FERRARIS: No. Non sono d'accordo. A mio avviso l'incosciente non è coraggioso, ma una persona che non vede il pericolo e per questo rischia molto. Potrebbe anche andargli bene, ma allora, anziché contare sulla ricerca della soluzione di quel pericolo, si affida alla fortuna che, però, non sempre è dalla nostra parte.
Si può dire che per l'individuo, crescendo, la paura diventi sempre più astratta? Per esempio il bambino, quando è piccolo, ha paura del fuoco perché sa che, se si avvicina, si scotterà, quindi sentirà dolore. L’adulto invece ha paura del suo futuro?
OLIVERIO FERRARIS: In un certo senso è così. Ogni età ha le sue paure. Il neonato alla nascita ha paura dei rumori forti, del dolore, ma non del buio, perché viene da un luogo buio. Avrà paura del buio intorno ai due, tre anni, perché si sarà abituato alla differenza luce/buio, dunque capirà che al buio ha un minore controllo della realtà. Quindi ha la paura non del buio, ma nel buio. Un bambino di due o tre anni non ha ancora paura dei mostri, perché non ha abbastanza fantasia per rappresentarseli, mentre un bambino di quattro o cinque anni incomincia già a avere paura dei fantasmi, dell'uomo nero e così via. A quattro o cinque anni incomincia a sentire parlare di morte e comincia a farsene una prima idea, soprattutto in caso di morte di una persona che lui conosce o anche di un animale a lui caro. A sette o otto anni può cominciare ad avere paura degli incidenti, dei ladri, oppure delle punizioni. Un adolescente invece sviluppa paure inerenti al suo rapporto con gli altri. Egli deve essere più autonomo, deve fronteggiare tutta una serie di situazioni sociali, spesso ha paura di fare una brutta figura in determinate occasioni. Si tratta di paure sociali per un ambiente che ancora non controlla bene, perché anche in questo ambito bisogna acquisire delle competenze. E man mano che si va avanti si impara. Più si conosce, in genere, più la paura diminuisce. Maggiore è la conoscenza e minore è la paura. L’esperienza insegna, anche se talvolta è traumatizzante. Prendiamo il caso di un individuo che ha assistito ad una rapina. È probabile che egli sviluppi un trauma per rimuovere il quale si debbano mettere in atto alcune tecniche specifiche. Perché questa è un'altra caratteristica della paura: più si lascia passare il tempo, più c'è il rischio che s'ingigantisca a causa della nostra immaginazione. È questo che ci differenzia dagli animali, perché mentre loro vivono nel presente rispondendo istintivamente a uno stimolo, noi, in più, abbiamo la capacità di rielaborare mentalmente le esperienze, di collegarle tra loro o, come nell’esempio, di ingigantire un problema.
Il filosofo Heidegger dice che l'angoscia è la disposizione fondamentale che ci mette di fronte al nulla. Secondo Lei qual'è la differenza tra angoscia e paura?
OLIVERIO FERRARIS: L’angoscia è qualcosa di molto diffuso che dipende dalle paure di natura esistenziale. Per esempio, se io ho paura dell’aereo usufruirò, per viaggiare, di un altro mezzo di trasporto, se ho paura dei luoghi chiusi o troppo affollati, preferirò quelli all’aria aperta. Queste sono strategie. Però, se, la paura è nella mia psiche, come la paura costante della morte e del pericolo in generale, allora è incontrollabile e, per questo, nessuna strategia sarà in grado di eluderla. L’unica via d’uscita potrebbe essere quella di convogliare questo tipo di paure su un unico aspetto dell'esistenza, in modo da poterlo controllare e quindi risolverle. 
Vedere rappresentata in televisione la paura della morte può avere su di noi un effetto catartico oppure no?
OLIVERIO FERRARIS: Spesso la rappresentazione cinematografica e anche teatrale della paura serve a far uscire fuori le nostre, a liberarcene. Se le paure sono lì, non sono dentro di me. Dipende dalla capacità dell’artista di renderla catartica. In genere tutti questi film sulla paura, questi film horror, vogliono avere un po' questa funzione. Una persona si specchia nelle proprie paure, però intanto è seduto in una poltrona, sa che non gli può succedere niente, poi esce e si libera. Purché la rappresentazione di queste paure non sia eccessiva e con dei tagli terrificanti, altrimenti alcune persone potrebbero rimanere traumatizzate o addirittura praticarla per sortirne gli effetti in prima persona. È sempre una questione di misura. Per questo, dicevo, dipende dalla capacità del regista.
La psicoterapia cerca di aiutare l'individuo a superare le proprie paure, ma con quali metodi?
OLIVERIO FERRARIS: Ci sono vari metodi. Intanto bisogna vedere se è una paura localizzata e superficiale, legata a un trauma specifico oppure se è una paura di tipo esistenziale, più profonda. Nel caso in cui si cada da cavallo e si abbia paura di rimontare in sella, la terapia è abbastanza facile, perché ci si riavvicina al cavallo, con cautela, senza però lasciar passare troppo tempo. Se invece, dietro a quella paura, che sembra specifica, c'è un problema esistenziale, un'insicurezza di fondo, una mancanza di autostima, allora si ha a che fare con un problema più grave e dunque la terapia psicologica consisterà nel risalire all’origine di questo stato di crisi.

lunedì 13 maggio 2013

LEZIONE UNIVERSITA' DELLA LIBERA ETA' a cura di LUCIANO RAPA


Francavilla al Mare, lezione sul "Ciclo di vita della famiglia"


L’Università libera età presenta martedì 14 Maggio (ore 16:00) presso il Mu.Mi (Piazza San Domenico, 1) una lezione sul "Ciclo di vita della famiglia", tenuta dalla Dottoressa Ivana Siena, associata Motus. Nell’incontro si affronteranno tutte le fasi cruciali che un individuo incontra nel suo cammino esistenziale in relazione al trascorrere del tempo e ai meccanismi che si instaurano con il partner e con gli altri membri del nucleo familiare destinati a riverberare i suoi effetti sul singolo soggetto (scelta del partner, matrimonio, nascita del primo figlio e sua adolescenza, svincolo del figlio dalla famiglia d'origine e vecchiaia). Psicologa e Psicoterapeuta ad orientamento Sistemico Relazionale, Responsabile del Centro di Psicoterapia Familiare, la Dott. Siena collabora con il Centro PSY - Psicologia Applicata di Pescara e svolge attività di coordinamento e tutoraggio nell'Associazione Obiettivo Famiglia Onlus. “L’obiettivo della lezione è quello di fornire conoscenze sulle fasi del ciclo vitale della famiglia con particolare attenzione ai momenti critici di cui sono composte e alle possibili risorse familiari da attivare”, dichiara la docente. “La famiglia è un sistema vivente, un’organizzazione di persone in continua crescita e cambiamento, impegnate reciprocamente a portare a termine i diversi compiti di sviluppo nel corso della vita. È proprio l’assunzione di precise responsabilità e compiti di sviluppo che consente alla famiglia di far fronte alla riorganizzazione dei ruoli di ogni membro al suo interno”. La lezione avrà ingresso aperto e nessun costo dunque per i partecipanti.

Luciano Rapa




sabato 11 maggio 2013

PATTO CONIUGALE


Il patto coniugale




La relazione si fonda su un patto fiduciario tra le due persone in cui si dà risalto all’intimità tra i partner che diventa struttura fondamentale della vita insieme ( per intimità intendiamo la capacità di entrambi di manifestare all’altro ciò che pensa, prova e sente, aspettandosi di ricevere empatia, comprensione, condivisione e sostegno).
Il patto coniugale si fonda attraverso la costituzione della realtà condivisa ( condividere il tempo, le emozioni, le esperienze etc con un approccio dinamico ed empatico) mediante un sistema di credenze condiviso e con una costante coscienza della realtà e la pianificazione del futuro, ovvero il progetti di vita insieme.
Gli elementi che costituiscono il patto coniugale sono:
1)   La comune attrattiva: forte sensazione di essere attratti dall’altro per le sue caratteristiche fisiche e sessuali;
2)  La consensualità: conformità di voleri ed opinioni che si traduce nell’approvazione reciproca;
3)  La consapevolezza: entrambi i partner devono essere coscienti dei voleri morali che ispirano l’altro;
4)  L’impegno a rispettare il patto stesso: ciò richiede una comunicazione sincera, simmetrica e complementare;
5)  La delineazione di un fine: il risultato a cui mira la coppia.

Esistono due tipi di patto coniugale:
1)   Patto Dichiarato ( esplicito ): è una dichiarazione di impegno nella relazione, formulata esplicitamente e pubblicamente ( la formula che si recita durante la cerimonia del matrimonio) e che richiama la valenza etica del vincolo reciproco.
2)  Patto Segreto ( implicito ): esso si trova racchiuso in una linea di confine tra il conscio e l’inconscio di ogni membro della coppia; è un intreccio inconsapevole, su base affettiva, della scelta reciproca e può essere definito come un incastro di bisogni, desideri, paure, speranze. La natura di tale patto trova origine nella storia pregressa dei partner e nei modelli genitoriali assorbiti da ognuno di loro.
Il patto segreto può essere:
a)   Praticabile: attraverso la loro unione i partner soddisfano bisogni ed affetti reciproci; questo risulta flessibile perché può essere riformulato secondo il mutamento dei bisogni affettivi e delle attese delle persone lungo il percorso di vita. Ha quindi una funzione adattiva e permette di fronteggiare e superare le crisi coniugali.
b)  Impraticabile: in questo caso il patto segreto non esiste perché l’intesa è nulla e lo scambio è impossibile. Nel patto impraticabile l’altro, nella sua realtà e nel suo bisogno, non viene percepito e il mondo psichico della coppia  costituito da uno sfruttamento reciproco sulla base dei bisogni esclusivamente individuali.
c)   Rigido: lo scambio avviene ma nell’evoluzione dei bisogni reciproci l’intesa segreta si consuma. In questo patto quando si è esaurita la soddisfazione di quella particolare forma di incastro tra i vari bisogni dei partner si genere la corrosione del legame. E’ il caso di coniugi che concentrano tutte le loro risorse e tutti i loro interessi nell’educazione del figlio, tralasciando lo sviluppo del piano coniugale.

Il Patto Dichiarato può essere:
a)   Fragile: se è povero di impegno.
b)  Formale: se si basa su delle regole e su una rigida contrattualità.
c)   Assunto: se interiorizzato adeguatamente da un punto di vista cognitivo ed affettivo.

Il modo in cui la coppia riesce a superare gli eventi critici dipende dalla confluenza tra il patto dichiarati e il patto implicito:
·        Quando il patto dichiarato è assunto e il patto segreto è praticabile la coppia funzione in maniera creativa e riesce a superare positivamente le avversità;
·        Quando  il patto dichiarato è formale e il patto segreto è impraticabile la coppia vive in un forte disaccordo: vi è un clima di insoddisfazione e di ingiustizia perché i bisogni che i due partner sperano di soddisfare reciprocamente vengono costantemente disattesi;
·        Quando il patto dichiarato è fragile e quello segreto è impraticabile la coppia vive in una situazione di deprezzamento;
·        Quando il patto dichiarato è formale e il patto segreto è rigido vi è il rischio del crollo del patto;
·        Quando il patto dichiarato è fragile e quello segreto è rigido vi è il rischio della povertà del patto e quindi del legame.

Scogliere il patto dichiarato ( attraverso la separazione o il divorzio) non sempre porta a scogliere il patto segreto. A tal proposito Cigoli parla di “legame disperante”: un membro della coppia non riesce a smettere di credere in quel legame oppure uno dei due cerca di scrollarsi di dosso l’altro, di annullare la sua presenza, negando la storia e la propria partecipazione alla stessa.


 CENTRO DI PSICOTERAPIA FAMILIARE

IL CENTRO




sabato 4 maggio 2013

BENESSERE


VOGLIO COMINCIARE A PRENDERMI CURA DI ME…


Ma cosa significa effettivamente? Il modo in cui una persona si prende cura di sé testimonia la stima che ha nei confronti di se stessa.
Certe persone credono che prendersi cura di sé soprattutto significhi fare un bagno caldo con una bella musica ed una candela profumata, in verità è un concetto che si lega al rispetto di sé, della propria persona, al riconoscere il proprio valore,  i propri limiti e volerli superare facendo tutto il possibile per migliorarsi. Significa imparare a dire NO, concedersi il diritto di essere se stessi, soddisfare i propri bisogni affettivi, fare un lavoro che offra piacere, motivazione, valorizzazione, sono tutti modi per prendersi cura di sé.
Uscire da una relazione in cui ci si sente giudicati, dire a qualcuno che i suoi atteggiamenti ci feriscono, allontanarsi da certe persone, sono tutti modi per prendersi cura di sé.
Prendersi cura di sé non significa seguire i propri impulsi sconsideratamente, significa riflettere, riconoscere le proprie esigenze, i propri bisogni e soddisfarli adeguatamente.

SIPEM SoS MARCHE

La psicologia dell'emergenza si rivolge

alle persone colpite da una catastrofe, da un

lutto, da un trauma, ma anche ai soccorritori,

cioè alle persone che intervengono per

prime e che, assieme ai sopravissuti,

sperimentano sentimenti di impotenza,

angoscia, ansia, disperazione.

Sosteniamo questo indispensabile servizio

con il 5x1000


mercoledì 1 maggio 2013

FESTA DEI LAVORATORI


La perdita del posto di lavoro o il fallimento della propria attività, il proprio percorso professionale che si è costruito e maturato nel tempo, non genera conseguenze negative solo a livello economico. Dietro la perdita dell’occupazione si nasconde un ‘male oscuro‘ che talvolta è difficilmente ravvisabile o che spontaneamente il soggetto coinvolto non riesce a portare alla luce. Quali sono le conseguenze a livello emotivo e psicologico di chi si trova ad affrontare una perdita professionale, che rappresenta una porzione fondamentale del nostro vissuto?

E' stato chiesto a Pier Giovanni Bresciani, Presidente SIPLO, la Società Italiana di Psicologia del Lavoro e dell’Organizzazione, e docente delle Università di Bologna e di Genova, quali sono le reazioni più frequenti e i campanelli dall’allarme da non sottovalutare, e in che modo le persone vicine possono offrire una forma di supporto a chi ha subito la perdita del proprio lavoro.
A livello emotivo, quali sono le conseguenze generate dalla notizia della perdita del lavoro?
L’esperienza della disoccupazione, quanto più è involontaria, inaspettata e subìta, provoca generalmente, in chi ne è suo malgrado protagonista, emozioni e sentimenti di grande intensità e di segno ‘negativo’, che sono il risultato di un ‘lavoro cognitivo’ (in genere inconsapevole) che le persone fanno in relazione a sé stesse, giungendo in qualche modo ad attribuirsi la responsabilità principale, se non esclusiva, di ciò che è loro accaduto: possono così manifestarsi comportamenti riferibili a scarsa fiducia in sé stessi, ansia ed anche angoscia, a senso di colpa, vergogna.

A lungo termine quali sono le reazioni più frequenti nei soggetti inoccupati?
Il senso di fallimento e di sconforto generale che si accompagna alla perdita del lavoro può condurre a un progressivo vissuto di impotenza e a una sorta di abbattimento generale, per cui diventa difficile sforzarsi di agire o anche solo pensare di dover reagire ‘in qualche modo’: come ha osservato già molto tempo fa il sociologo Lazarsfeld, il rischio è quello di un atteggiamento apatico. L’esperienza della disoccupazione può poi provocare anche comportamenti di aperto rifiuto e non accettazione, alimentando atteggiamenti di ostilità e aggressività: in certi casi si tratta di una strategia più o meno consapevole per ‘distogliere da sé’ il sospetto di essere il colpevole della situazione; in altri casi invece si tratta della ‘razionale’attribuzione ad altri (le persone più vicine e significative; le organizzazioni con cui si è in rapporto; le istituzioni di governo e tutela) della causa della disoccupazione, e quindi delle conseguenze negative che si stanno sperimentando.

La perdita del lavoro può provocare anche disturbi psicosomatici o alterare lo stato di salute? 
La disoccupazione, come altri eventi della vita particolarmente stressanti (life events),  quanto più sia prolungata nel tempo e venga affrontata con la percezione di non disporre di adeguate risorse e di adeguato supporto, può avere un impatto pesante anche sulla salute psicofisica. Le conseguenze più frequenti riguardano fenomeni di insonnia, di mancanza di appetito, fino a e vere e proprie sindromi psicosomatiche che possono anche sfociare in patologie gastriche o cardiovascolari, magari aggravate da comportamenti quali il fumo o l’assunzione di alcool, psicofarmaci o sostanze stupefacenti. Non vanno poi sottovalutati a livello familiare, i conflitti e le crisi di coppia e nei rapporti con i figli: tali atteggiamenti sono infatti l’effetto, da un lato del peggioramento della qualità di vita del disoccupato, ma dall’altro anche del clima di insicurezza, di preoccupazione e di conflitto che chi ha perso il lavoro vive quotidianamente.
Come possono intervenire le persone vicine al soggetto disoccupato?
Sono due i ‘circoli viziosi’ pericolosi e da evitare per chi perde il lavoro: da un lato quello ‘tutto interno’ auto-colpevolizzante, fatto di ‘ruminazione’ sulle proprie responsabilità, sfiducia in sé e negli altri, vergogna, isolamento sociale e chiusura relazionale, apatìa, mancanza di progettualità e di iniziativa, incapacità di ‘pensare il futuro’; e dall’altro, all’opposto, quello ‘tutto esterno’ deresponsabilizzante, fatto di ricerca di un capro espiatorio, lamentazioni continue, accuse e conflitti permanenti. Il compito delle persone vicine, dalla famiglia agli amici, riguarda proprio queste aree di intervento: dalla ricostruzione della fiducia in sé stessi,  all’offrire luoghi di ‘rielaborazione’ e di ‘contenimento’ dell’esperienza, far si che il disoccupato riconosca il problema della disoccupazione senza negarlo, ma anzi condividendolo con altri che vivono lo stesso tipo di esperienza. E’ importante stimolare il soggetti a  mantenersi informato sulle opportunità di lavoro fruibili, oltre che ad utilizzare tutte le risorse professionali e socio-istituzionali disponibili, ma anche intraprendere corsi d’azione che consentano di ricostruire e valorizzare le proprie esperienze, competenze e risorse.

 Fonte: infoiva.com

lunedì 29 aprile 2013

I NOSTRI SERVIZI


La PSICOTERAPIA INDIVIDUALE a orientamento sistemico pone al centro del suo interesse l'individuo e le sue relazioni.
   

Il malessere psicologico di un individuo può manifestarsi in modo generalizzato ma, di solito, esso si manifesta con diversa intensità nei diversi contesti relazionali. A volte si avvertono problemi ricorrenti sul lavoro, o in famiglia o nelle relazioni di coppia o nell'ambito della sessualità; questi mettono l'individuo in una condizione critica e ripetitiva.
Le relazioni instaurate nei diversi contesti hanno infatti ripercussioni diverse sulla persona che, per risalire a quei meccanismi relazionali che le procurano sofferenza, deve essere aiutata ad analizzare i diversi tipi di relazione.
L'attenzione del terapeuta sarà rivolta ai pensieri, alle emozioni, alle storie e ai vissuti della persona con un'attenzione particolare alla dimensione relazionale ed interattiva. Nell'approccio sistemico l'individuo viene aiutato a comprendere i modelli relazionali alla base dei comportamenti che creano sofferenza.

LA PSICOTERAPIA DI COPPIA: si sceglie ove si riscontrino problemi di relazione, conflittualità, crisi della coppia, difficoltà nella sfera sessuale, ma anche nel caso di sintomi di tipo nevrotico o psicosomatico a carico di uno dei suoi membri.

Il lavoro del terapeuta è volto a riconoscere il significato del disagio o del sintomo contestualizzandolo alla luce della fase del ciclo vitale in cui esso si manifesta, delle regole di relazione della coppia, della storia personale dei suoi membri e di quella delle loro famiglie d'origine.
Mediante la relazione terapeutica, il terapeuta introduce gli elementi utili ad eliminare il disagio, a modificare le regole rigide e ripetitive che la coppia mette in atto, a riportare l'equilibrio precario in cui si trova la coppia ad uno più funzionale ad essa, facendo leva sulle risorse e sulle potenzialità dei partner.
In altri casi, quando le difficoltà manifestate sono riferite alla separazione, la terapia di coppia aiuta ad affrontarla in modo meno traumatico.

La PSICOTERAPIA FAMILIARE è l'intervento di elezione quando il disagio, che può riguardare in maniera diretta anche un solo componente del nucleo, adulto, bambino o adolescente si ripercuote sulla famiglia mettendone in crisi l'equilibrio.

Le difficoltà specifiche si possono esprimere attraverso canali diversi: sintomi psichici, comportamentali, somatici di un componente, disagio familiare o/e elevata conflittualità e segnalano problematiche all'interno del nucleo che necessitano di essere affrontate tempestivamente e risolte in modo adeguato.
Di fronte alla necessità della famiglia di superare il disagio che sta sperimentando, la fase di impasse in cui si trova e ritrovare benessere personale e familiare, la terapia familiare sistemico-relazionale è il trattamento d'elezione per apportare un cambiamento nella situazione in atto.
Spesso la famiglia in situazioni di difficoltà tende ad agire, in modo inconsapevole, dinamiche relazionali, comportamenti ripetitivi e tentate soluzioni che sostengono e alimentano il disagio anziché risolverlo.
Nella terapia familiare, il problema che la famiglia porta in terapia viene contestualizzato e compreso nel suo significato alla luce di più livelli di osservazione: quello delle relazioni che in essa intercorrono, della sua storia evolutiva, della fase del ciclo vitale che sta attraversando, delle storie personali dei suoi componenti e delle famiglie d'origine.
Il percorso di terapia familiare è volto ad eliminare le difficoltà, intervenendo sulle dinamiche interattive disfunzionali in atto e facendo leva sulle risorse e potenzialità latenti della famiglia per condurla alla soluzione delle problematiche e ad un nuovo equilibrio che possa consentire il benessere personale dei suoi membri e quello dell'intera famiglia.

GRAVIDANZA


Aspetti psicologici della gravidanza


Al momento dell’accertamento della gravidanza molteplici sono i sentimenti e le  emozioni sperimentate dalla donna. Alla gioia si accostano timori, incertezze, senso di realizzazione della propria vita, paura di non farcela, timore di non possedere “l’istinto materno”. I segnali del corpo confermano il cambiamento dallo stato psicologico di figlia, che inevitabilmente in questo momento si riattiva, sul piano delle emozioni, dell’esperienza con la propria madre. Ed è proprio il riconoscimento e il recupero di questa esperienza a consentire il reperimento dentro di se della capacità di essere oggi capace di dare cura.
Come ritenuto da molto autori, si può pensare alla gravidanza come un’ulteriore “fisiologica crisi” nel percorso di crescita e maturazione (Randaccio, De Paolo; 2004).  Una crisi necessaria per l’abbondono di fasi precedenti e all’acquisizione di un nuovo stato nella vita.
Sono però, in rapporto alle differenze individuali, le modalità di “entrata, superamento ed uscita dalla crisi” a determinare la possibilità di costruzione di quello che Stern ha descritto “assetto materno”.
I cambiamenti corporei sono correlati necessari al cambiamento psicologico, con il quale si integrano.
Per questo gli sviluppi nello studio della salute mentale hanno portato ad occuparsi dei disturbi psicopatologici che possono insorgere nella donna dal momento del concepimento fino al primo anno dal parto. In disaccordo con le prime teorie sulla gravidanza come un periodo di relativo benessere e quasi “immunità” dai disturbi psichici, attualmente risulta sempre più rilevante in letteratura la testimonianza di patologia psichiatrica in tale periodo (Giardineli, Cecchelli, Innocenti; 2008).
La gravidanza, per i profondi cambiamenti biologici, psicologici e sociali che comporta, può rappresentare un importante fattore di stress ed essere considerata sia agente eziologico per l’insorgenza di disturbi psichici in soggetti vulnerabili, che elemento favorente scompensi psicopatologico in donne già affette patologia psichiatrica.
I quadri clinici che più frequentemente si riscontrano in questo periodo sono i disturbi d’ansia e i disturbi dell’umore.
Il disturbo d’ansia, caratterizzato da preoccupazione eccessiva ed incontrollabile accompagnata da sintomi quali astenia, scarsa concentrazione, irrequietezza e disturbi del sonno, può preesistere alla gravidanza o insorgere in tale periodo, ma si pone il problema della diagnosi differenziale con il più comune vissuto di apprensione/preoccupazione della donna che aspetta un figlio. Generalmente tali preoccupazioni non interferiscono con il funzionamento normale della donna, a volte possono raggiungere una intensità pari al disturbo d’ansia. In questo caso è più appropriata comunque la diagnosi di disturbo dell’adattamento con ansia, dato che è identificabile un evento scatenante (la gravidanza) e la durata è inferiore solitamente ai sei mesi.
Secondo gli autori è importante non sottovalutare tali preoccupazioni della donna nel periodo perinatale in quanto è stato rilevato come coloro che hanno manifestato un disturbo d’ansia in gravidanza, abbiano una probabilità tre volte superiore di sviluppare un disturbo depressivo nel postpartum.
Il DOC disturbo ossessivo-compulsivo, durante la gravidanza ha una frequenza di poco inferiore ai dati sulla popolazione generale, mentre nel periodo postpartum è addirittura superiore. Il DOC ad esordio perinatale presenta delle caratteristiche sintomatologiche specifiche. Tutti gli autori concordano nel rilevare la presenza costante di ossessioni aggressive, soprattutto di far male al bambino, di pensieri intrusivi. Tale attitudine del pensiero, se associata ad una vulnerabilità genetica, neurologica in una donna in gravidanza e/o postpartum, può far esordire una patologia conclamata di tipo ossessivo compulsivo. 

Centro di Psicoterapia Familiare