domenica 14 aprile 2013

SEMINARIO GRATUITO


SEMINARIO GRATUITO - L'APPROCCIO SISTEMICO NELLA PSICOLOGIA DELLA FAMIGLIA


 La famiglia è un sistema vivente, un’organizzazione di persone in continua crescita e cambiamento, impegnate reciprocamente a portare a termine i diversi compiti di sviluppo nel corso della vita. È proprio l’assunzione di precise responsabilità e compiti di sviluppo che consente alla famiglia di far fronte alla riorganizzazione dei ruoli di ogni membro al suo interno.
A partire dalla fase iniziale in cui due persone si scelgono e decidono poi di dare vita ad una coppia stabile, continuando attraverso le varie tappe evolutive, la famiglia deve far fronte a  particolari eventi che riguardano principalmente l'ingresso, l'aggiunta di un nuovo membro (ad esempio la nascita di un figlio) e l'uscita o la perdita di un suo componente (come l'uscita di casa dei figli per una vita propria o il decesso di un suo componente).
Inoltre, eventi cosiddetti paranormativi (incidenti, malattie ecc.), minacciano l’equilibrio familiare proprio perché caratterizzati da drammaticità ed imprevedibilità.
Sono momenti critici di vita che necessitano la messa in campo delle risorse che la famiglia ha a disposizione per raggiungere un nuovo soddisfacente equilibrio che le permetta di passare alla fase evolutiva successiva del ciclo vitale.
L’obiettivo del seminario è quello di fornire conoscenze sulle fasi del ciclo vitale della famiglia con particolare attenzione ai momenti critici di cui sono composte e alle possibili risorse familiari da attivare.





DESTINATARI


Il seminario è aperto agli operatori del settore e agli studenti (Insegnanti, pedagogisti, educatori, medici, psicologi, mediatori familiari, assistenti sociali) e a chiunque fosse interessato all'acquisizione di competenze relative al tema proposto.




CONDUTTRICE
Dott.ssa Siena Ivana, Psicologa, Psicoterapeuta ad orientamento Sistemico – Relazionale, Direttrice del Centro di Psicoterapia Familiare di Pescara, Coordinatrice dell’Associazione Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara.






DOVE E QUANDO
L'incontro si svolgerà a Pescara presso la sede di Igea, Via Pisa 6, il 24 MAGGIO dalle 18.00 alle 19.30.




ISCRIZIONI E COSTI
La partecipazione al seminario è gratuita e riservata ai soli soci.
Per partecipare è necessario associarsi a Igea (per chi non fosse già socio): la tessera associativa della validità di 12 mesi - in alcun modo vincolante per gli anni successivi - prevede il versamento della quota associativa di 10 euro.

E' necessaria la prenotazione entro e non oltre il 13 maggio.

Verrà rilasciato attestato di partecipazione.

PER PRENOTAZIONI: IGEACPS

PSICOLOGIA DELLO SPORT




“Le aspettative degli adulti verso i giovani giocatori o atleti” è un tema importante che pone l’accento su ciò che si cela dietro la scelta, più o meno deliberata, di intraprendere questo tipo di carriera sportiva. Complici i sogni irrealizzati e le aspettative sempre più alte dei genitori, i bambini di oggi sono, già dalle scuole elementari  impegnati in una media di tre attività extrascolastiche di cui almeno una ha a che fare con il mondo dello sport.
I maschietti dai cinque ai dodici anni devono essere bravi a scuola, devono suonare la chitarra o il pianoforte, parlare le lingue e  giocare bene a calcio, spesso a prescindere dal reale talento espresso. Nasce così un vero e proprio business di scuole calcio, alimentato dal fanatismo dei genitori, basti pensare che quelle riconosciute dalla Federazione sono circa settemila ed alcune di loro rappresentano un vivaio per squadre ufficiali. Questa frenetica corsa al successo personale è mossa dallo stereotipo della vita del calciatore, soldi, popolarità e potere in certi casi, che comunemente viene intesa come il raggiungimento dell’autorealizzazione, apice della scala di bisogni di ogni essere umano.
Dietro questo modello ideale di vita si nasconde però un limite che è rappresentato dall’impossibilità concreta di proseguire un corretto percorso di studi che permetta al ragazzo, calcisticamente talentuoso, di sperimentarsi in altre abilità per cui è portato. È da tener presente che la carriera calcistica è relativamente breve, pertanto un calciatore di trentacinque anni, non necessariamente di serie A, si ritrova a reinventare la sua vita post carriera, investendo i soldi guadagnati in attività che rilascino comunque un profitto, ma che non sempre portano ad una reale soddisfazione personale, incorrendo così in rischi patologici gravi.
È d’obbligo una distinzione tra i calciatori italiani e quelli di altri paesi del mondo che hanno un sistema educativo diverso. È risaputo infatti che determinati calciatori stranieri, provenienti da paesi più poveri dell’Italia, imparano a giocare a calcio per strada, luogo d’elezione per riempire il tempo laddove non è concesso loro il privilegio di accedere ad una istruzione adeguata alla loro età. Senza contare che spesso il calcio diventa, in questi casi, una valida alternativa a deviazioni verso strade delinquenziali ed autodistruttive.
In questi paesi non esiste il concetto di Intelligenze Multiple (come definito da Gardner) ad esempio, dove per intelligenza è inteso il potenziale biologico che può essere più o meno sviluppato, a seconda delle opportunità disponibili e delle decisioni personali prese dagli individui di una cultura specifica. Così come definite dall’autore, le Intelligenze Multiple sono otto: linguistica, logico-matematica, musicale, spaziale, corporeo-cinestesica, interpersonale, intrapersonale e naturalista, tutti ambiti che vengono riconosciuti e potenziati attraverso l’istruzione scolastica. Quella corporeo-cinestesica, lo dice la parola stessa, ha a che fare con le abilità motorie ed è pertanto quella maggiormente potenziata dai calciatori e dagli atleti in generale. Le altre intelligenze restano nel patrimonio genetico più o meno sviluppate.
Ove un adolescente capace decida di proseguire nella carriera da calciatore, potrebbe trovarsi a riporre in un angolo le altre abilità possedute e ad incentrare ogni energia a livello corporeo, tralasciando la possibilità di professioni alternative. Da ciò nasce il pregiudizio secondo cui i calciatori sono ignoranti, ingrati, sbruffoni; molti di loro confermano le loro carenze linguistiche durante le interviste post partita. Un pregiudizio negativo, seppur fondato, va a travolgere tutta una categoria, lasciando invisibili i personaggi che rappresentano l’eccezione alla regola. Un esempio è rappresentato da Guglielmo Stendardo, 31 anni, calciatore oggi dell’Atalanta, con un passato nella Lazio e prima ancora nella Juventus. Proprio lui, come altri, ha scelto di impegnarsi negli studi universitari in Giurisprudenza, e pochi mesi fa ha sollevato polemiche con la sua richiesta di partecipare all’esame di abilitazione, penalizzando la sua presenza in un incontro di Coppa Italia contro la Roma. L’allenatore Colantuono lo ha punito, lasciando trapelare una conferma al pensiero secondo cui “un professionista strapagato non ha l’impellenza di svolgere un’altra professione”.  
Oggi esiste un progetto ideato dall’Associazione Italiana Calciatori, “Ancora in carriera”, già alla seconda edizione, con l’obiettivo di sviluppare le competenze professionali dei calciatori a fine carriera per consentire loro un pieno inserimento nel mondo del lavoro dentro e fuori dallo sport.
Spesso il nutrire pregiudizi relativamente a determinate categorie di persone porta a modificare il proprio comportamento sulla base delle credenze socialmente condivise, con la conseguenza di creare condizioni tali per cui si va a confermare tale pensiero, ad esempio scegliendo di sacrificare gli studi in nome della carriera (una profezia auto avverante).  Chissà cosa ne penserebbe Pietro Mennea, con le sue quattro lauree, le sue docenze universitarie, i suoi venti libri scritti e il suo record mondiale imbattuto per ben diciassette anni! 
Dott.ssa Ivana Siena

PSICOLOGIA DELLO SPORT





“Quella tra l’allenatore e la sua squadra è una vera e propria relazione amorosa". È una storia d’amore d’altri tempi in cui la donna (squadra) veniva allevata, cresciuta ed educata da genitori severi ed esigenti (Società Calcistica) che hanno trasfuso in lei morale, dedizione e senso del dovere nei confronti di un progetto di vita essenziale: la prosecuzione della  famiglia in nome del rispetto e della dignità del casato. Come nei tempi antichi  la donna doveva occuparsi della casa e dei figli, da sempre nello sport e nel calcio, la squadra è la gestante che mette alla luce, di volta in volta, piccoli e grandi traguardi intesi come investimenti per il futuro. Alte quindi erano all’epoca le aspettative dei suoi genitori e ardua risultava essere la scelta del consorte adeguato a portare avanti questo progetto di vita comune.
La scelta dell’uomo perfetto per questo connubio era influenzata dalle decisioni del padre della sposa, che prediligeva il prestigio e l’onore di cui quest’uomo godeva, da tramandare poi alla prole. Tale scelta verteva quindi su un uomo più anziano, scevro dagli ardori giovanili, ma con competenze provate a livello fisico e mentale. I due partner si incontravano poco prima del matrimonio, suggellavano il loro patto attraverso uno scambio di doni e fedeltà reciproca trovandosi a gestire la loro unione pur avendo una conoscenza poco approfondita l’uno dell’altra, impegnati a far aumentare le loro affinità e a superare le loro divergenze che si potevano ripercuotere sulla nascita dei figli (performance).
La donna è sempre stata la portatrice della dote familiare, che nel paragone calcistico è rappresentata dall’insieme dei talenti che si esprimono nella squadra. La dote era messa a totale disposizione del consorte che se ne doveva prendere cura,  nel tentativo di potenziarla ed arricchirla. Seppur trattandosi di un matrimonio combinato non era escluso che il sentimento autentico dell’amore potesse nascere e consolidarsi nella procreazione di numerosi figli a cui affidare la decorosa sopravvivenza della stirpe.
L’allenatore e la sua squadra diventano tutt’uno nel loro matrimonio calcistico, ma come accade nella vita quotidiana, l’amore per poter divenire “eterno” non può rimanere solo un sentimento provato, bensì deve divenire un “atto di volontà”, una decisione consapevole di voler unire la propria vita a quella di un altro. Necessita di impegno, passione e intimità, tre componenti che vengono costantemente minacciate dalle difficoltà che si incontrano sul cammino. Gli insuccessi, la supervisione costante dei “genitori della sposa”, gli attacchi psicologici dei familiari stretti (la stampa) nonché il giudizio e la disapprovazione della gente esterna ma comunque influente (la tifoseria), mettono a gran rischio la stabilità di questa relazione. Un allenatore, in quanto marito, porta con sé la grande responsabilità di gestire la sua famiglia, di prendere le decisioni più adatte alla sopravvivenza di questo nucleo, di proteggerlo dai pericoli esterni e, non meno importante, di provvedere al sostentamento e alla realizzazione dei suoi figli. Quando tutto questo sistema di compiti evolutivi non funziona come dovrebbe e calano i livelli di passione, intimità ed impegno reciproco,  si può andare incontro ad uno scioglimento del patto matrimoniale.
L’allenatore può abbandonare il tetto coniugale dimettendosi dopo una serie di fallimenti di cui si attribuisce la responsabilità, può “tradire” rincorrendo un vecchio amore che fino a quel momento non ha avuto l’opportunità di coltivare, o può essere esonerato dal “padre della sposa” per inadempienza dei suoi doveri coniugali.
Sempre la Società Calcistica si occupa in sua assenza di provvedere a riempirne il vuoto, nella speranza di ricreare una nuova coppia soddisfacente e più funzionale.  Tuttavia un amore, seppur nato da basi di convenienza, spesso si trasforma nella conferma di quella prima scelta e, nonostante la crisi che attraversa, lascia dei profondi segni della sua importanza. Un ritorno a casa del primo marito, per quanto possa sembrare un errore, può in determinati casi rappresentare un nuovo inizio, soprattutto laddove l’intensità di quel sentimento provato viene testimoniata anche da chi sta intorno alla coppia, oppure quando i figli, frutto di quell’amore, hanno sì continuato a crescere, ma senza crearsi una vera identità che necessita dalla presenza di entrambi i genitori che li hanno messi al mondo. Guardare alla crisi come un’opportunità per rivedere se stessi, il proprio contesto di appartenenza e per migliorarsi è una risorsa fondamentale per l’evoluzione di ogni sistema, anche quello calcistico. Con questa visuale è possibile pensare agli errori commessi come insegnamenti, al perdono come strumento per riavviare il nastro inceppato e al “ritorno” come possibile punto di partenza”.
Dott.ssa Ivana Siena

giovedì 11 aprile 2013

PSICOLOGIA DELL'EMERGENZA


Dentro e fuori dalla catastrofe


La Psicologia dell'Emergenza è un settore della Psicologia nato in Italia nell'ottobre del 1997, quando il Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi attiva - nello stesso anno - l'intera comunità degli Psicologi italiani a seguito del terremoto Umbria-Marche.
Nata dalla Psichiatria d'Urgenza, dalla Psicologia Militare e dal Disaster Mental Health, la Psicologia dell'Emergenza si è progressivamente sviluppata fino a diventare una vera e propria disciplina con caratteristiche proprie.
Essa si occupa degli interventi clinici e sociali in situazioni di calamità.
Si rivolge a popolazioni e a singoli individui che hanno dovuto subire un evento traumatico originato da cause naturali (terremoti...) e/o dall'uomo (guerre...).

La finalità che consegue tale branca è il recupero della normalità delle popolazioni colpite o esposte all'evento traumatico, per aiutarle a riacquistare la capacità di gestire le proprie difficoltà, anche facendo ricorso a servizi psicologici predisposti.
Tra gli ambiti di lavoro dello Psicologo vi è quindi anche quello delle Emergenze, ne diviene operatore - con ruoli e mansioni proprie - a fianco e/o come supporto delle Forze dell'Ordine, della Protezione Civile, degli Operatori del pronto soccorso, dei Volontari...
Tutti gli Operatori - Psicologo compreso - quando vengono chiamati a prestare aiuto devono mettere in atto azioni al fine di migliorare una situazione difficile o alleggerire il peso di un dramma.

Pensiamo al terremoto dell'Abruzzo.
Subito dopo l'evento c'è stato bisogno di allestire un campo base, la segreteria, la mensa... e di rispondere alle continue domande che venivano poste in relazione a:
·                 quando sarebbero arrivate le nuove case,
·                 quale sarebbe stato il funzionamento della vita di campo,
·                 a chi rivolgersi in caso di bisogno,
·                 se potevano esserci persone ancora incastrate nelle proprie abitazioni...
Ci sono anche situazioni difficili in cui i superstiti chiedono dove siano finiti i familiari che, magari, durante una scossa erano in casa.
Immaginiamo oppure un incidente stradale che ha causato la morte di un ragazzo.
Come dirlo ai familiari? Come provocare il meno possibile dolore? Che parole utilizzare?

È qui che la figura dello Psicologo diviene indispensabile, poiché si occupa direttamente sia delle persone colpite sia degli altri Operatori che spesso non hanno la formazione adeguata per far fronte a situazioni difficili da gestire e - pur essendo estremamente competenti nello specifico del loro lavoro - possono avere difficoltà in tutti quei casi in cui è necessario saper comunicare bene e relazionarsi con molta delicatezza.
Allo stesso modo possono essere aiutati dallo Psicologo a gestire la propria emotività e lo stress che situazioni del genere inevitabilmente comportano.
Riassumendo, lo Psicologo opera:
·                 Prima - pianificazione degli interventi, gestione e sviluppo della formazione del personale di soccorso.
·                 Durante - organizzazione della rotazione del personale, supporto alle vittime.
·                 Dopo l'emergenza - supporto psicologico.
Si pone l'obiettivo di salvaguardare e, in alcuni casi, ripristinare l'equilibrio psichico delle vittime e dei soccorritori che abbiano vissuto eventi traumatici, di riorganizzare il tessuto sociale e facilitare il recupero della sicurezza collettiva.
Il raggiungimento di tali scopi avviene attraverso lo studio, la prevenzione e il trattamento dei fenomeni psichici e sociali determinati da un evento traumatico in soggetti o nella comunità.
La formazione del personale di soccorso
Rispetto alle aree in cui opera lo Psicologo, in questo articolo tratteremo la formazione degli operatori dell'Emergenza, di cui ho avuto esperienza diretta.
Lo Psicologo può formare operatori che lavorano in ambiti diversi.
Pensate ad esempio a chi interviene in un terremoto o a chi presta servizio nel soccorso stradale e deve poi comunicare il decesso delle persone coinvolte ai familiari, o ancora a chi deve placare risse, crisi, pianti...

In ognuna delle situazioni citate l'operatore deve possedere doti comunicative di un certo tipo, deve anche saper contenere e gestire situazioni complesse e delicate.
La formazione quindi è importante per tutte quelle figure professionali che si trovano a gestire situazioni particolari. A tal proposito la formazione degli operatori dell'emergenza risulta di fondamentale importanza.
Come dicevamo nel paragrafo precedente, essi sono competenti nelle abilità che riguardano la loro professionalità (pensiamo agli operatori che devono allestire un campo base dopo un evento calamitoso, il dover sistemare tende, etc.), ma a volte hanno difficoltà nel rapportarsi con le persone vittime di un evento calamitoso, come per esempio un terremoto.
A mio parere, una metodologia che risulta essere efficace è quella che prevede la mescolanza di teoria e pratica durante gli incontri di gruppo. Non lezioni accademiche a un pubblico silenzioso e attento, ma lezioni che prevedano un coinvolgimento da parte dei partecipanti.
Questa metodologia, infatti, permette di offrire uno spazio volto alla discussione e all'elaborazione, promuovendo uno scambio di esperienze e una crescita professionale.
Ritengo utile inoltre, durante la formazione, porre uno sguardo particolare rivolto agliaspetti emotivi degli operatori, che sono quelli che spesso arrivano prima al cuore di chi è in una situazione particolare.

La formazione dovrebbe essere strutturata in due parti:
1.              la prima relativa alle nozioni teoriche del tema che si andrà ad affrontare nel corso,
2.            la seconda parte deve essere più pratica e aperta allo scambio attraverso role playing, esercitazioni, lavori di gruppo.
Durante la formazione anche l'attenzione a piccole cose è fondamentale, come la disposizione delle sedie dei partecipanti in forma circolare in modo tale da potersi guardare l'un l'altro.
Una volta fissate le regole principali, che lo Psicologo cercherà sempre di far rispettare - come "parlare uno alla volta" e "alzare la mano per prendere la parola" - in base all'argomento della formazione darà degli input, per esempio:
·                 "Emozioni provate prima della partenza"
·                 "Rapporti con la cittadinanza"
·                 "Comunicazione del decesso"...
Quando un operatore porta la sua esperienza o un comportamento non consono con la situazione vissuta, è molto importante non "puntare il dito" su di lui (e questo dovrebbe essere evitato anche da parte degli altri partecipanti). È bene invece cercare di chiarire quale sarebbe stata la pratica migliore fornendo una spiegazione, e sostenendo comunque la persona per l'azione compiuta.
Gli aspetti positivi dati da una modalità "aperta" - più simile a una discussione che a una lezione accademica - sono una maggior partecipazione, coinvolgimento, condivisione di esperienze e scambio di consigli da parte dei partecipanti stessi. Ne vedremo un esempio nel prossimo paragrafo.
Tra gli aspetti negativi possono esservi il farsi travolgere eccessivamente dalle emozioni da parte dei partecipanti, facilitazione della critica dell'operato degli altri, possibilità che l'uno tolga spazio di parola all'altro.

Centro di Psicoterapia Familiare
 Fonte: humantrainer.com

Per maggiori info: SIPEM MARCHE

mercoledì 10 aprile 2013

DISTURBI


DISTURBO D'ANSIA


Con il termine ansia si intende un particolare stato di attivazione psicofisica che normalmente ci permette di far fronte a diverse situazioni, come svolgere prestazioni o compiti. Ha la funzione di mediare tra il mondo esterno ed il nostro mondo psichico interno rendendoci capaci di affrontare i problemi della vita e di adoperarci per migliorare il nostro adattamento all'ambiente esterno permettendo quindi lo sviluppo e la crescita della nostra  personalità.
Si tratta in questi casi della cosidetta ansia positiva, fisiologica, funzionale.
Tuttavia può accadere che di fronte ad eventi stressanti o a situazioni nuove da affrontare o di pericolo, la risposta psicofisica sembra non essere adeguata e funzionale tanto da creare stati d'animo spiacevoli fino a condizioni di malessere e disagio dell'intera persona, sia a livello fisico che mentale.
In questi casi si potrebbe trattare di disturbi d'ansia.
Sono risposte psicofisiche tese all'evitamento di alcune situazioni vissute come stressanti o pericolose, o al controllo di circostanze od eventi che hanno causato un elevato stress per la persona.
Tali risposte psicofisiche, dovute all'attivazione del sistema nervoso autonomo, vengono sperimentate sia a livello cognitivo (pensieri, convinzioni, percezioni) che somatico. In quest'ultimo caso i sintomi più frequenti riguardano la respirazione, la frequenza cardiaca, la temperatura corporea, la sudorazione. Nello specifico tali sintomi saranno descritti nei singoli disturbi.
I più frequenti possono essere il disturbo d'ansia generalizzato, l'attacco di panico, il disturbo da stress post traumatico. Talvolta gli stati ansiogeni possono portare a fobie o a disturbi ossessivi compulsivi.

 DISTURBO DA ANSIA GENERALIZZATO
Tale disturbo viene anche indicato con l'espressione "ansia diffusa" in quanto la sensazione di eccessiva preoccupazione  è persistente ed incontrollabile, può riguardare qualsiasi tipo di attivtà o circostanza.
Gli adulti con Disturbo d’Ansia Generalizzato spesso si preoccupano per circostanze quotidiane, abitudinarie, come responsabilità lavorative, problemi economici, salute dei familiari, disgrazie per i propri figli o piccole cose (come faccende domestiche, riparazioni all’automobile, far tardi agli appuntamenti).
I bambini tendono a preoccuparsi per le proprie capacità e per la qualità delle loro prestazioni ad esempio scolastiche o sportive.
L’ansia e la preoccupazione possono essere accompagnate da irrequietezza, facile affaticabilità, difficoltà a concentrarsi e a rilassarsi, irritabilità, tensione e dolori muscolari, sonno disturbato, presenza di tic alle palpebre o in altre parti del corpo o tremori.
Possono occorrere anche sintomi somatici come rossore, sudorazione, batticuore, nausea, diarrea, sensazioni di freddo, bocca secca, nodo alla gola, mani sudate, pollachiuria (aumento della frequenza delle urine), respiro poco profondo.

ATTACCO DI PANICO
Si tratta di un'eccessiva reazione fisica e psichica dovuta alla percezione di un pericolo imminente anche se in realtà non è tale. Le caratteristiche principali sono l'intensa paura di morire che si manifesta improvvisamente e la breve durata. I  sintomi più frequenti possono essere palpitazioni, sudorazione eccessiva, vertigini, sensazione di soffocamento, dolore o fastidio al petto, nausea e disturbi addominali, vampate di calore, brividi, tremori. L’attacco ha un inizio improvviso, raggiunge rapidamente l’apice (di solito in 10 minuti o meno), ed è spesso accompagnato da un senso di pericolo o di catastrofe imminente e da urgenza di allontanarsi.

FOBIA SOCIALE
Si manifesta come una intensa paura di esporsi a certe situazioni o prestazioni sociali come parlare in pubblico o parlare a qualcuno o di essere osservati mentre si sta facendo qualcosa. È presente una forte preoccupazione di apparire imbarazzati, di avere vuoti di memoria, di essere quindi giudicati deboli, timidi dagli altri. Questi timori possono portare ad un livello di disagio molto elevato fino all'evitamento delle situazioni sociali quindi di parlare, mangiare, bere o scrivere in pubblico (timore che gli altri vedano il tremore delle mani).
Un'altra caratteristica di questo disturbo è una marcata ansia che precede le situazioni temute. In questo caso si tratta di ansia anticipatoria che si manifesta già prima di affrontare la situazione temuta e che potrebbe rendere la prestazione realmente scadente o percepita come tale.
L'evitamento, la paura e l'ansia possono interferire significativamente con la routine quotidiana, con il funzionamento lavorativo e con la vita sociale.

FOBIA SPECIFICA
È  rappresentata dalla paura estrema di oggetti, animali o situazioni specifiche che in relatà non sono pericolosi per la persona, che spesso determina condotte di evitamento.
Una paura marcata, persistente e eccessiva quando si è in presenza di, o quando si aspetta di affrontare un oggetto o una situazione specifici. Questa risposta può prendere la forma di un "attacco di panico" causato dalla situazione o sensibile alla situazione. Mentre gli adolescenti e gli adulti con questo disturbo riconoscono che questa paura è eccessiva o irragionevole, questo può non accadere nei bambini. Più spesso lo stimolo fobico viene evitato, ma talvolta sopportato nel timore.
Una forte sensazione di ansia precede la situazione temuta, è la cosidetta ansia anticipatoria che può quindi portare all'evitamento dell'oggetto, della situazione temuti ed interferire quindi con il normale svolgimento delle attivtà quotidiane e lavorative della persona. Quindi oltre alla paura di imbattersi nello stimolo temuto si prova anche paura di provare tale sensazione.
Le fobie specifiche sono state raggruppate secondo la tipologia. Le più diffuse sono le fobie verso animali o insetti, verso situazioni ambientali o naturali (temporali, acqua, vento, altezze), riguardo elementi corporei (sangue, ferite, iniezioni).

DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO
E' caratterizzato da pensieri, immagini e/o impulsi ricorrenti che creanno allarme e paura e costringono a mettere in atto azioni mentali o comportamenti ripetitivi che richiedono del tempo (almeno un'ora al giorno) e causano disagio ed interferiscono nello svolgimento delle attività quotidiane.
In particolare le ossessioni sono idee, pensieri, impulsi o immagini persistenti, sono vissute come intrusive e inappropriate, e causano ansia o disagio marcati. L’individuo è capace di riconoscere che le ossessioni sono il prodotto della sua mente e non vengono imposte dall’esterno.
Le ossessioni più frequenti sono pensieri ripetitivi di contaminazione (es., essere contaminati quando si stringe la mano a qualcuno), dubbi ripetitivi (es., chiedersi se si è lasciata la porta), la necessità di avere le cose in un certo ordine (es., disagio intenso quando gli oggetti sono in disordine), impulsi aggressivi o terrifici e fantasie.
La persona con ossessioni di solito cerca di ignorare o sopprimere tali pensieri o impulsi o di neutralizzarli con altri pensieri o azioni (cioè, una compulsione).
Le compulsioni sono comportamenti ripetitivi (cioè lavarsi le mani, riordinare, controllare) o azioni mentali (es., pregare, contare, ripetere mentalmente delle parole) il cui obiettivo è quello di prevenire o ridurre l’ansia o il disagio e non quello di fornire piacere o gratificazione. Nella maggior parte dei casi, la persona si sente spinta a mettere in atto la compulsione per ridurre il disagio che accompagna un’ossessione o per prevenire qualche evento o situazione temuti. Ad esempio gli individui afflitti dall’ossessione di avere lasciato una porta aperta possono essere spinti a controllare la porta a intervalli di pochi minuti. Per definizione le compulsioni sono chiaramente eccessive e non connesse in un modo realistico con ciò che sono designate a neutralizzare o prevenire. Le compulsioni più comuni comprendono lavarsi e pulire, contare, controllare, richiedere o pretendere rassicurazioni, ripetere azioni e mettere in ordine.

AGORAFOBIA
La caratteristica essenziale dell'agorafobia è l’ansia relativa al trovarsi in luoghi o situazioni dai quali può essere difficile (o imbarazzante) allontanarsi, o nei quali può non essere disponibile aiuto in caso di "attacco di panico" o sintomi tipo panico (per es., paura di avere un attacco improvviso di vertigini o di diarrea. L’ansia determina tipicamente l’evitamento di una varietà di situazioni che possono includere stare fuori casa da soli o stare a casa da soli; essere in mezzo alla folla; viaggiare in automobile, autobus o aereoplano; oppure essere su un ponte o in ascensore. Alcune persone sono in grado di esporsi alle situazioni temute, ma le sopportano con considerevole paura.

DISTURBO DA STRESS POST TRAUMATICO
Il Disturbo post-traumatico da stress si manifesta con una serie di sintomi di disagio innescati dall’esperienza di eventi traumatici stressanti, come la personale esposizione ad eventi dolorosi, a una malattia grave, al rischio di morire o ad altre serie minacce alla propria integrità fisica o a quella di familiari e amici stretti (catastrofi naturali, violenze personali, incidenti, lutti, ecc.).
Centro di Psicoterapia Familiare
 Fonte: psicologiapertutti.it

lunedì 8 aprile 2013

PSICOLOGIA EVOLUTIVA III Parte


Preadolescenza e adolescenza



L’adolescenza (ormai prolungata fino a 25 anni) e la preadolescenza (per le bambine inizia intorno ai 10 anni, per i maschi intorno ai 12), sono termini che vanno utilizzati nel contesto storico e culturale a cui si riferiscono. Infatti, nascono come definizioni e problematiche, con la rivoluzione industriale e dalle trasformazioni che questa ha comportato sia pratiche che di riflesso, nei ruoli familiari. Da una società patriarcale, dove il bambino passava repentinamente allo stato di adulto e lavorava fin dalla tenera età, si è passati a una società in cui  il progresso, il maggiore benessere (l’alimentazione più abbondante e migliore ha determinato l’abbassamento  dell’età dello sviluppo e l’aumento della durata dell’età fertile), la lotta per la parità dei sessi, la presa di coscienza dei diritti dei minori e i cambiamenti di ruolo dei genitori, nonché le diverse scelte educative, hanno provocato nell’essere umano un’estensione del periodo di dipendenza dal nucleo familiare, un allungamento del percorso formativo e di studi e una posticipazione dell’inserimento nel mondo del lavoro. A 29 anni l’80% dei maschi vive ancora in famiglia. Paradossalmente a uno sviluppo fisico precoce, corrisponde una più lenta autonomia e un ingresso differito nell’età adulta. Mancano anche dei riti di passaggio chiari (presenti nelle società primitive) che traghettavano in modo netto gli individui da una fase (fanciullezza, adolescenza) all’altra (età adulta).
Nella rappresentazione del senso comune l’adolescenza è definita come la stagione della vita più incerta e problematica. L’adolescente non è più un bambino ma non è ancora un adulto. Questo duplice movimento, rinnegamento della propria identità infantile e ricerca di una nuova stabile immagine del sé adulto, costituiscono l’essenza stessa della “crisi” che ogni adolescente attraversa. Durante questa fase tutti i parametri che il bambino aveva stabilito come suoi punti di riferimento oggettivi cambiano a velocità estremamente elevata e tutte le problematiche già presenti durante l’infanzia si acuiscono, creando un inevitabile stato d’animo di disagio, paura e instabilità. K. Lewin ha paragonato la condizione di un adolescente “a qualcuno che si trova, improvvisamente in una situazione sconosciuta, non familiare… l’incertezza sarà tanto più grande quanto più l’individuo è stato, in precedenza, tenuto ‘fuori’ e all’oscuro del mondo adulto”.
 Il periodo che va dagli undici ai diciotto anni (abbassamento dell’età dello sviluppo fisico per cause multiple, che non corrisponde a una maturazione psicologica) è all’insegna del cambiamento fisico, comportamentale e psicologico: il corpo si sviluppa repentinamente, il modo di muoversi diventa spesso goffo, si evidenziano i caratteri sessuali primari, aumenta l’interesse per l’altro sesso, si trasforma di fatto l’aspetto così come il modo di pensare se stesso e gli altri. E’ questa la fase in cui lievi difetti fisici diventano problemi apparentemente insormontabili, aumenta l’importanza dell’approvazione del gruppo dei coetanei (che supera nettamente quella degli adulti), cambia insomma il modo di percepire tutta la realtà.
La preadolescenza porta con sé uno stato affettivo turbolento,un vero e proprio scombussolamento emotivo, un bombardamento di emozioni che si sviluppano a partire dal cambiamento ormonale. E’ una specie di terremoto che toglie al bambino la certezza di quel corpo infantile per lungo tempo curato e vezzeggiato dagli adulti, in particolare i genitori. Ogni ragazzo si sente stravolto dai suoi umori e deve imparare a regolare il rapporto tra un corpo che gli è estraneo e una mente che non è ancora in grado di concepirlo. E’ in questo intervallo tra infanzia e adolescenza che le incursioni troppo pressanti del mondo adulto hanno come unico effetto quello di confondere le idee al preadolescente già di per sé piuttosto confuso.  Il ragazzo/a ha bisogno di silenzio e spazio interiore per dedicarsi alla scoperta di sé stesso, ha necessità di liberarsi del pressante controllo dei grandi, ma ha anche bisogno che l’adulto non solo ci sia, ma sia disponibile a mantenere il rapporto con lui.
Per gli adulti (genitori, insegnanti, educatori…) che si trovano a condividere il percorso di crescita con un adolescente, è più importante che mai fare uno sforzo di empatia e porsi in una posizione di ascolto e accettazione non giudicante, molto simile a quella  dell’inizio della vita del neonato quando iniziava a svilupparsi  la fragile percezione dell’Io. La preadolescenza rimette tutto in discussione e rivisita l’acquisito concetto di del bambino per traghettarlo verso la più definita personalità adulta. In più con l’adolescente è necessario porre dei limiti chiari e contenere il suo pur sano desiderio di mettersi alla prova con azioni e comportamenti, mirati a confrontarsi provocatoriamente con il mondo degli adulti. E’ tipico di questa fase percepirsi come invulnerabili e non avere chiaro (soprattutto nella prima adolescenza 12/14) l’irreversibilità della morte  la prima causa di incidenti gravi, fino al decesso,  in questa fascia di ètà sono infatti   i comportamenti a rischio, cioè azioni e situazioni (uso e abuso di sostanze, guida spericolata, giochi pericolosi…) in cui l’adolescente si mette con un’apparente incapacità di previsione delle conseguenze su di sé o sull’ambiente (scolastico e familiare) in cui vive . La trasgressività è una caratteristica dell’adolescenza, funzionale alla messa in discussione delle regole date e quindi parte costitutiva del processo di crescita. Ma i comportamenti rischiosi e/o trasgressivi possono avere diverse valenze a seconda della loro portata e quando sfociano in comportamenti gravemente autolesionistici, di bullismo, antisociali o addirittura delinquenziali, sono correlati a situazioni di disagio pregresse che hanno minato l’equilibrio psicofisico del ragazzo/a in crescita.
Da questa età inizia  la necessità di proiettarsi verso il proprio futuro, oltre che  gestire il presente. Per la prima volta il preadolescente deve prendere in considerazione i vari aspetti dell’indipendenza totale e si domanda che tipo di adulto vuole essere e si trova ad affrontare inevitabilmente il problema dell’identità (Erikson). Deve conciliare la coscienza che ha di sé e delle proprie inclinazioni e i valori dell’ambiente in cui è cresciuto. Questa scelta comporta la riconsiderazione delle precedenti posizioni e la messa in discussione del modello dei genitori hanno fornito in una sorta di teoria sulla vita, una tesi a cui ora il ragazzo contrappone la sua antitesi per arrivare alla sintesi adulta.
I compiti evolutivi che deve affrontare l’adolescente sono numerosi e faticosi (per lui e per chi gli sta vicino) e  riguardano: accettare il proprio corpo (il fisico cambia in modo disarmonico e rapido, non c’è sintonia con lo sviluppo mentale e non c’è il tempo di adeguarsi alla nuova immagine di sé anche in presenza di modelli sociali esteticamente irraggiungibili), accettare il proprio sesso (nel bene e nel male i ruoli sessuali sono molto più complessi oggi rispetto al passato); stabilire relazioni nuove e più mature con i coetanei (è il momento della sperimentazione e del “laboratorio” in cui le ragazze parlano molto tra di loro e si gettano le basi per le strategie di relazione affettive, i maschi sono più lenti e schivi, provano pulsioni ma a non riescono a inquadrarle, entrambi i sessi frequentano  gruppi dello stesso genere e contattano il sesso opposto con amicizie e “incursioni” affettive); prepararsi a una professione in vista dell’indipendenza economica (mai come oggi questo percorso è incerto e sfumato per le condizioni sociali ed economiche di cui il precariato è una spia); sviluppare nuove abilità intellettuali ed essere socialmente responsabile; conseguire una coscienza etica e maggiori acquisizioni morali (stadi di Kohlberg); prepararsi a una vita di coppia stabile e alla procreazione; raggiungere un sufficiente grado di autonomia affettiva dai genitori che rimangono due figure importanti e centrali, ma è necessario uno svincolo per individuare le proprie vere inclinazioni. Infatti il timore  che il preadolescente avverte confusamente è di non riuscire a trovare la propria strada/identità se non pagando il prezzo di abbandonare le certezze del “bravo bambino” che dipende emotivamente dalle aspettative dei genitori. Lo sviluppo sano e pieno della sua personalità adulta lo potrà perseguire solo ascoltando  gli impulsi e  che gli vengono dalla sua personale elaborazione delle esperienze vissute e valutando gli effetti  delle sue scelte. La realizzazione di questi obiettivi comporta la necessità di mantenere un giusto equilibrio attraverso continui aggiustamenti e adattamenti (Piaget) e questo processo sarà più fluido e meno problematico, tanto più il ragazzo sarà stato facilitato dalla famiglia, dall’ambiente e dalle esperienze pregresse nel superare gli stadi di sviluppo precedenti. Anche la scuola assume un ruolo importante nella vita dell’adolescente poiché lo mette in gioco sul piano personale, relazionale e della riuscita sociale.
Durante questa fase avviene per il ragazzo una sorta di revisione dei ruoli e delle funzioni familiari, in cui il distacco dai genitori è parte integrante di questo periodo evolutivo, in cui al disagio del figlio, si contrappone quello del genitore, disorientato nelle sue precedenti e consolidate funzioni educative. E’ da qui che incomincia lo svincolo dalla famiglia e diventa di fondamentale importanza l’appartenenza al gruppo dei pari, che rappresenta un punto di riferimento sostitutivo e farne parte è per l’adolescente, una conferma per la sua traballante identità. La soddisfazione delle relazioni all’interno del gruppo di coetanei è importante non solo per promuovere lo sviluppo attraverso l’esperienza di nuove dinamiche ma anche per ridurre lo stress e la pressione psicologica che questo delicato passaggio produce. Il gruppo offre molte opportunità per apprendere specifiche abilità sociali: abilità di comunicazione verbale, di assertività, di relazione e fascinazione con l’altro sesso. In particolare, il legame privilegiato con “l’amica/o del cuore”, costituisce per l’adolescente un importante punto di riferimento, permettendogli di sperimentare nuove relazioni interpersonali basate sulla condivisione e potenziando la capacità di intimità con l’altro “diverso da sé”. Pietropolli Charmet, arriva a definire l’amicizia in adolescenza un obbligo evolutivo, una “fame di relazioni” orizzontali che sostituiscano quelle verticali dell’infanzia con i genitori e gli altri adulti di riferimento.
Indirettamente, a causa del figlio adolescente, avviene una rinegoziazione dei ruoli e delle funzioni familiari e ogni componente del nucleo deve trovare una nuova posizione. Diventa di fondamentale importanza e fattore facilitante per ogni componente del processo in atto, che l’ambiente familiare sia sufficientemente vitale, in grado di accogliere i bisogni che cambiano nel tempo e di accettare e contenere le spinte evolutive e regressive che l’adolescente mette in atto. E’ necessario che gli adulti non cedano alla tentazione di chiedere al ragazzo di “definirsi”, di dichiarare le proprie competenze a fronte di un’oscillazione in cui un giorno si sente adulto e pretende più autonomia e il giorno dopo sembra tornare ad essere un bambino piccolo e bisognoso. E’ l’adolescente stesso ad essere preda di questo fluttuare, il suo corpo, la sua mente e le sue acquisizioni, sono in così costante e rapida trasformazione che è per lui impossibile restare fermo su un’identità.
Ci sono poi altre variabili che riguardano non esclusivamente l’adolescente ma tutti i componenti della famiglia e che possono influenzare il processo in atto: il riassestamento della coppia genitoriale in vista della maggiore autonomia del figlio e del suo futuro allontanamento; lo stile educativo familiare; la qualità della relazione tra i genitori; la tipologia e le condizioni sociali e culturali della famiglia. Il processo di separazione-individuazione adolescenziale, nella nostra epoca è lento e progressivo e non finisce necessariamente con l’uscita da casa dei figli. Ma emancipazione non significa rottura dei rapporti familiari, ma trasformarli in modo da renderli più paritari e reciproci (Polmonari). Comunque i genitori restano per l’adolescente un fattore di protezione che attenua le reazioni dei ragazzi allo stress e alla fatica,  il punto di riferimento da cui partire e verso il quale poter tornare.


 Centro di Psicoterapia Familiare

Fonte: fofamiglia.it

PSICOLOGIA EVOLUTIVA II Parte


Il bambino dalla nascita ai tre anni




I primi tre anni di vita sono il periodo più “denso” e importante dell’intera vita: si apprendono molte cose (mangiare cibi solidi, camminare, parlare, controllare gli sfinteri…) , si elaborano stati emotivi e  si gettano le basi della personalità adulta,  con un’intensità che non è pari ad alcuna altra  fase della vita degli umani. Questa considerazione basta da sola a motivare l’enorme rispetto e delicatezza con cui è indispensabile accostarsi a un neonato. Al momento della nascita, mentre gli altri organi fondamentali (cuore, reni, polmoni …) sono sostanzialmente simili a quelli dell’adulto,  il cervello e il sistema nervoso in generale, non è  completo: la corteccia cerebrale (cioè la materia grigia che avvolge il mesencefalo e che presiede alle funzioni di movimento, pensiero complesso e linguaggio) presenta una scarsa connessione tra le sue cellule, e entro i due anni di vita arriverà al 75% del suo sviluppo. Un secondo processo importante è la mielinizzazione , cioè lo sviluppo della guaina che ricopre il midollo spinale e che presiede alle funzioni di controllo della parte inferiore del corpo. Anche questa funzione sarà quasi completamente funzionante intorno ai due anni. Da queste informazioni si deduce cosa il neonato non sa fare (non parla, non cammina, non ragiona in senso logico e soprattutto non distingue la madre e il padre dagli estranei). Ma, ci colpiscono anche le sue capacità, che sono poi quelle che gli saranno indispensabili per la sopravvivenza: sente i suoni e le voci, vede gli oggetti posti a circa 20 cm. dal suo viso (può fissare la madre mentre lo allatta), piange quando ha bisogno di accudimento, e rinforza costantemente i genitori quando lo prendono in braccio, acquietandosi se lo cullano e imparando presto a sorridere; sa agire a turno quando viene nutrito…  Tutte queste tendenze innate aiutano il bambino a incentrare l’attenzione sulle persone che lo circondano, a farle avvicinare e a far sì che sviluppino attaccamento nei suoi confronti. Ovviamente questo non è un processo intenzionale o cosciente, ma è un sistema meravigliosamente integrato nel quale le capacità percettive e fisiche del neonato e la sua capacità di acquietarsi, contribuiscono tutte insieme ad agganciare i genitori alle cure e successivamente all’attaccamento reciproco.  Al momento della nascita, il bambino subisce un trauma notevole, passando da una condizione ideale in cui i suoi bisogni venivano soddisfatti automaticamente, senza che lui provasse alcun disagio  e senza dover chiedere niente (condizione a cui inconsciamente aneliamo per tutta la vita), a una situazione terrorizzante in cui sente il caldo e il freddo, il fastidio di essere sporco, prova i morsi della fame, senza sapere come porvi rimedio (senza neanche capire che non ne sarà annientato) e senza sapere che qualcuno  a lui vicino, lo aiuterà .
Il neonato fino a un attimo prima della nascita, era fisicamente tutt’uno con la sua fonte di sopravvivenza, cioè la madre, e ha inizialmente difficoltà a comprendere di esserne stato separato al momento del parto. Solo la ripetizione dell’evento in cui si sente correttamente accudito (e una madre o figura sostitutiva, sufficientemente in ascolto imparerà a sua volta a farlo), gli permetterà di non essere sopraffatto dall’aspetto emotivo  del disagio vissuto e di elaborare correttamente le complesse informazioni che gli giungono dall’interno e dall’esterno, così da accrescere il bagaglio di esperienze, maturare, imparare a chiedere e aspettare (teoria dell’apprendimento di J.Piaget e stadi evolutivi 0/2 anni stadio senso-motorio,2/ 7 anni intelligenza intuitiva, 7/12 operazioni concrete, 12/18 intelligenza astratta). 
Lo strumento del pianto è inizialmente l’unico in mano al neonato per comunicare. Il bambino ci dice sempre qualcosa quando piange e dalla capacità e allenamento all’ascolto , che la/le persona/e che si occupa del bambino può affinare l’efficacia dei suoi interventi di cura.
Nei primi tre o quattro mesi di vita il bambino dirige i suoi comportamenti di attaccamento in modo abbastanza indifferenziato, (già dal secondo mese il neonato tende a rispondere al sorriso e incrocia lo sguardo di chi lo tiene in braccio), mentre verso i sei /sette mesi si stabilisce un passaggio di demarcazione piuttosto netto: la progressiva comprensione della costanza dell’oggetto. Questo è un passaggio fondamentale dello sviluppo dell’Io, in cui il bambino sperimenta (importanza della possibilità di giocare)  che le cose e quindi le persone,  esistono anche quando sono fuori dal suo campo visivo. A questo punto evolutivo, infatti nella maggior parte dei casi il bambino sceglie una persona (in genere la md,  di cui comprende l’andare e il ritornare) come prevalente oggetto del suo attaccamento. E’ anche l’età in cui incomincia a gattonare e si può allontanare e tornare dalla sua base sicura (teoria di Bowlby). Queste due competenze acquisite, una di relazione e una motoria, daranno via a una serie di nuove interazioni per cui l’età di 8 mesi è particolarmente “critica”, nel senso attribuito a questo nella premessa. Tra i quattro e i dodici mesi è possibile che il bambino elegga un oggetto (coperta, peluche, indumento…) a sostituto consolatorio della figura di accudimento principale (Winnicott). A questa età, l’attaccamento del bambino verso una sola persona si manifesta con la massima intensità (attaccamento stabile e instabile – M. Ainsworth).
Verso i 18 mesi si verifica il passaggio tra la prima e la seconda infanzia. La crescita neurologica, le aree motorie e percettive si sviluppano quasi completamente, il bambino impara a camminare (tra i 12 e i 15 mesi) e il campo delle sue esperienze si allarga. In questa fase prendono forma concetti rudimentali, fanno la comparsa le prime parole e alcune frasi di due parole. Ancora l’attaccamento più forte è verso una sola persona,  in seguito si estenderà a più persone e il bambino utilizzerà quelle per lui più significative come base sicura per  le sue esplorazioni. La stabilità di queste prime forme di attaccamento  rivestirà  particolare importanza per il successivo sviluppo della personalità.                             
Tra i diciotto e i 36 mesi si verificano conquiste a livello linguistico e cognitivo che aprono il mondo del bambino verso possibilità e abilità del tutto nuove, ma ci vorranno ancora molti mesi perché queste competenze si consolidino. Intorno ai due anni, secondo Piaget, passato a un altro stadio di sviluppo,  il bambino usa le parole con crescente abilità e si cala in qualche misura, nella prospettiva altrui. Usa in abbondanza il termine “mio” (che in realtà significa “mi riguarda, è la mia sfera”), e cresce l’utilizzo del “no”, come inizio di manifestazione di distacco dalla madre e sviluppo dell’individualità.  Si allontana sempre più dalla “base sicura” e inizia l’interazione con i coetanei. E’ importante sottolineare alcune dimensioni fondamentali del gioco che fino a tre anni si può definire  parallelo (cioè i bambini giocano vicini ma non insieme), poi sempre più cooperativo (incominciano le vere relazioni di gioco). Il giocare svolge un ruolo importante  nella formazione psicologica del bambino e questa dimensione, sia pure mascherata, si ritroverà più tardi  nell’attività ludica dell’adolescente e dell’adulto. Le sue principali utilità evolutive si esplicano nella:
-         Funzione esplorativa. Tutti i giochi impegnano l’attenzione e la memoria, il giudizio e il raziocinio, estendono l’esperienza sulla realtà circostante, contribuendo ad approfondire la conoscenza empirica e indirettamente quella scientifica. Il bambino accrescendo la padronanza della realtà aumenta l’adattamento. Questa funzione è talmente importante che i bambini a cui l’ambiente non offre sufficienti stimoli in questo senso, rischiano di essere intellettualmente carenti.
-         Funzione catartica. In cui il bambino scarica e libera le tensioni interne, agevolando il proprio equilibrio emotivo. Attraverso questo tipo di attività, il bambino si mette in una posizione attiva e di dominio della realtà che invece, è spesso costretto a subire. Infatti sono numerose le frustrazioni che quotidianamente vive e che rischierebbero di schiacciarlo se non fossero in qualche modo elaborate. Inventando situazioni di ruoli rovesciati, il bambino sfugge alle imposizioni che gli vengono dal mondo adulto, riuscendo a scaricare l’aggressività a accumulata e senza danneggiare le relazioni con gli altri.
-         Funzione di simulazione dei ruoli e delle regole in il bambino conduce un suo particolare tirocinio in cui si allena al comportamento di figlio, di genitore, di maschio, di femmina, di dottore, di cantante, di maestra… Più tardi attraverso il gioco con regole, darà prova di sapersi conformare alle richieste dall’ambiente in cui vive, procedendo sulla strada della maturazione del senso sociale e morale.
Verso i 4/5 anni, si sviluppa in modo specifico il concetto di sé e dell’identità sessuale. Il concetto di sé comprende un Io esistenziale (sono un’entità separata dagli altri) che inizia a svilupparsi dal momento della nascita,  un Io categorico (possiedo caratteristiche specifiche di sesso, nazionalità, opinioni, già definito a questa età) e l’autostima (giudico positivamente o negativamente queste mie caratteristiche). Ora il bambino ha più consapevolezza  dell’ esistenza di un “Io” , entità fisica continua e definita, come momento  fondamentale del processo di apprendimento. Nella teoria Freudiana l’Io è la parte della personalità che organizza, pianifica e mantiene il contatto tra individuo e realtà. Il linguaggio e il pensiero sono entrambi funzioni dell’Io, che in questo periodo si consolidano e con cui il bambino si cimenta in abilità e relazioni più complesse. Ascoltando e immagazzinando i rinforzi dell’ambiente sulla sua identità di genere e sulle sue capacità e suoi limiti, giunge a un primo abbozzo di conclusioni e riflessioni su sé stesso, dando un apporto concreto al concetto di sé in formazione.  Anche l’aspetto morale assume importanza e inizia la conquista dell’autocontrollo e del senso di responsabilità. Il ruolo del  padre esce sempre più dalla sfondo e si consolida la triade madre/padre/bambino, in cui la figura  maschile insegna le regole e sottolinea i divieti. E’ anche una fase di “sfida” in cui il bambino costruisce l’autostima e si confronta  iniziando a uscire dalla famiglia (scuola materna e allargamento di relazioni, nascita delle prime vere amicizie). A questa età i bambini manifestano disagio attraverso la difficoltà ad addormentarsi e con il comunicare specifiche paure (aggressività dei compagni e propria, streghe e mostri).
La successiva transizione particolarmente significativa si situa intorno ai 6 anni, età in cui pressoché in tutte le culture il bambino inizia il suo percorso nella scuola primaria e quindi c’è da parte degli adulti, un riconoscimento implicito del suo essere pronto per tale passaggio. Il bambino inizia anche a cimentarsi con competenze cognitive in modo più sistematico (operazioni matematiche, sforzi di memoria, leggere, scrivere….) e relazionali (passa molte ore fuori casa, deve seguire altre regole, conosce tutti insieme molti coetanei…) tutte esperienze particolarmente ricche ma anche fonti di possibile stress. Questa è  anche l’età in cui i bambini acquisiscono la certezza dell’irreversibilità de genere sessuale a cui appartengono, che non dipende, come hanno creduto da più piccoli,  dall’abito o dalla foggia dei capelli , ma da qualcosa biologicamente definito e socialmente rinforzato.
 Durante le scuole elementari, fino a 11 anni circa,  il bambino consolida lo sviluppo cognitivo passando dalle operazioni concrete all’uso pieno della logica induttiva. In questo periodo si affermano anche i  ruoli e gli stili di gioco, si struttura la tendenza al  comando il grado di socialità e popolarità tra i compagni. Intorno ai 7 anni, compare in modo a volte anche particolarmente pressante, la  paura della morte, propria o dei familiari, che diventa un concetto importante con cui confrontarsi e interrogarsi. In questa fase definita da Freud “latenza”, sembra che gli interessi sessuali siano sopiti, in generale, è un periodo di quiete ma non di vuoto in cui prosegue e si consolida l’apprendimento  e  i cambiamenti sono meno evidenti dei periodi precedenti e successivi, ma non meno significativi.


Centro di Psicoterapia Familiare

Fonte: fofamiglia.it