lunedì 28 gennaio 2013

GIOCO D'AZZARDO PATOLOGICO: III PARTE


Le fasi più da vicino:il contributo di Custer


 Il giocatore patologico è sicuramente il risultato di una serie di elementi dinamici riferibili alle caratteristiche del soggetto. Tuttavia non è una semplice sommatoria tra i vari elementi che spiega il perché una persona abbia o non abbia sviluppato una dipendenza da gioco. Per la maggior parte delle persone l’evoluzione della dipendenza può essere più lenta e insidiosa.
Secondo Robert Custer esiste una suddivisione in fasi.
La prima viene definita fase vincente ed è caratterizzata dal gioco occasionale. Durante questa fase il soggetto gioca soprattutto per divertirsi ed ha la percezione di vincere con facilità e di poter smettere quando vuole.
 Sempre in questa fase il gioco si fa più frequente, aumenta l’ammontare del denaro impiegato ed anche l’ottenimento di grosse vincite. Tale fase può durare dai tre ai cinque anni ed i giocatori possono vincere più di quanto perdano. È qui che si innesca la dipendenza psicologica e il soggetto è portato a investire sempre più tempo e denaro nel gioco.
A questa fase fa seguito la fase perdente, caratterizzata da gioco solitario ed episodi di perdite, da attività di pensiero sempre più monopolizzata dal gioco e da un primo manifestarsi di coperture e menzogne. Il soggetto non riesce a smettere di giocare e diventa irritabile, agitato. La vita familiare è faticosa e il giocatore chiede forti prestiti ma è incapace di risarcire i debiti contratti. Secondo Custer questa fase dura oltre cinque anni in cui le perdite del giocatore vengono attribuite alla mala sorte. Sembra come se per essere baciati dalla fortuna sia necessario soffrire, toccare il fondo, dimostrare di meritare l’amore della dea bendata,che non potrà tradire chi le è stato fedele. Un misto di Agon (il sacrificio, la costanza e la forza) e di Alea, che alimenta l’idea magica di cui si parlava pocanzi. Il soggetto gioca sempre di più, chiede sempre più prestiti, si racconta che sarà l’ultima volta.
La sicurezza che acquisisce anche con una piccolissima vincita lo fa sentire di nuovo in gioco tanto da ricominciare tutto il ciclo per arrivare progressivamente alla fase della disperazione, in cui ha completamente perso il controllo del gioco, può provare un senso di panico e prestarsi ad azioni illegali anche contrarie ai suoi valori perché alla fine arriverà la grossa vincita che metterà tutto a posto.
La fase cruciale è quella della perdita della speranza, dove si possono trovare pensieri e tentativi di suicidio, problemi con la giustizia, crisi coniugali e divorzi. Sono frequenti momenti di profonda depressione, forte nervosismo, paura difficoltà di memoria e concentrazione, o ancora emicrania ed altri sintomi di forte stress fino a diventare addirittura una fase di astinenza con sintomi fisici correlati.
La fase critica del pensiero di Custer si articola in otto tappe che cominciano quando l giocatore decide di chiedere aiuto: sincero desiderio di aiuto, speranza, smettere di giocare, prendere decisioni, chiarirsi le idee, riprendere a lavorare, trovare una soluzione ai problemi, realizzare programmi di risarcimento. A questa fase fa seguito la fase della ricostruzione in cui si tenta di migliorare i rapporti con i familiari, un maggiore rispetto di sé, la progettazione di nuove mete.
Successivamente si entra nella fase della crescita in cui il giocatore diminuisce la preoccupazione legata al gioco, migliora la capacità di introspezione, aumenta la comprensione verso gli altri, e riprende un certo sentimento di affetto nei confronti degli altri.
Come si può quindi osservare quello del giocatore patologico è un processo lento e insidioso e caratterizzato da fasi  diverse anche se presumibilmente non obbligatorie e ineluttabili. Ciò che manca al contrario sono dati completi su soggetti che non sono poi diventati giocatori patologici per poter capire cosa spinga tali persone a fermarsi o continuare la “carriera”.
Esistono dei modelli predittivi o favorevoli al passaggio da un’attività ludica a un vero e proprio gioco problematico. Ad esempio il gioco patologico si verifica spesso in coincidenza con altri problemi comportamentali, compreso l’abuso di sostanze, disturbi dell’umore e della personalità. La comorbidità costituisce un fattore importante. Ciò che si chiedono gli studiosi è se il gioco problematico o  patologico costituisca una patologia a se stante o se sia semplicemente un sintomo di una comune predisposizione, di ordine genetico o d’altro, come ala base di ogni dipendenza.
Una differenza con i giocatori non patologici è che spesso i gambler riferiscono che i loro genitori erano a loro volta giocatori patologici indicando così la possibilità che fattori genetici o modelli di ruolo possano incidere nel predisporre poi ad un gioco compulsivo.
È opportuno ricordare come, secondo il DSM – IV, il Gioco d’Azzardo Patologico inizi tipicamente nella prima adolescenza nei maschi e più tardivamente nelle femmine.

Dalle motivazioni ai fattori di rischio del gioco


Esistono dei modelli predittivi o favorevoli al passaggio da un’attività ludica a un vero e proprio gioco problematico. Ad esempio il gioco patologico si verifica spesso in coincidenza con altri problemi comportamentali, compreso l’abuso di sostanze, disturbi dell’umore e della personalità. La comorbidità costituisce un fattore importante. Ciò che si chiedono gli studiosi è se il gioco problematico o  patologico costituisca una patologia a se stante o se sia semplicemente un sintomo di una comune predisposizione, di ordine genetico o d’altro, come ala base di ogni dipendenza.
Una differenza con i giocatori non patologici è che spesso i gambler riferiscono che i loro genitori erano a loro volta giocatori patologici indicando così la possibilità che fattori genetici o modelli di ruolo possano incidere nel predisporre poi ad un gioco compulsivo.
È opportuno ricordare come, secondo il DSM – IV, il Gioco d’Azzardo Patologico inizi tipicamente nella prima adolescenza nei maschi e più tardivamente nelle femmine.
Numerosi studi hanno cercato di individuare i fattori di rischio che predispongono a diventare “giocatori d’azzardo impulsivi” o perfino “gioco-dipendenti”, ricorrendo a tre aspetti, generalmente ritenuti in interazione fra loro:
  • ASPETTI BIOLOGICI: relativi a fattori principalmente neurofisiologici, ancora non ben dimostrati, ossia allo squilibrio che si potrebbe determinare nel funzionamento del sistema di neurotrasmettitori cerebrali atti a produrre serotonina, una sostanza chimica cerebrale, responsabile di un equilibrio affettivo-comportamentale, che nei giocatori patologici scenderebbe sotto i livelli comuni rispetto alla media;
  • ASPETTI AMBIENTALI-EDUCATIVI: inerenti sia l’educazione ricevuta e quindi l’ambiente evolutivo caratterizzato da situazioni problematiche e da una tendenza a stimolare e ipervalorizzare le possibilità di felicità legate al possesso del denaro, sia la presenza di difficoltà economiche legate ad esempio allo stato di disoccupazione che sembra un particolare fattore di rischio per l’insorgenza della ludomania;
  • ASPETTI PSICOLOGICI: che talvolta sembrano più connessi alla presenza di tratti di personalità lussuriosa e avara di denaro, talvolta connessi al bisogno di riuscire a dimostrare un controllo sul fato e sul caso, come simbolo del controllo sul mondo che sfugge ad una regolarità.
I giochi che sembrano predisporre maggiormente al rischio sono quelli che offrono maggiore vicinanza spazio-temporale tra scommessa e premio, quali le slot-machine e i giochi da casinò, ma anche i videopoker e il Bingo.
Le fasce più a rischio sembrano invece, tra le donne, le casalinghe e le lavoratrici autonome dai quaranta ai cinquant’anni e, tra gli uomini, i disoccupati o i lavoratori autonomi che hanno un frequente contatto col denaro o con la vendita ed un’età intorno ai quarant’anni.
Riguardo al tipo di patologia in oggetto, il giocatore deve essere superstizioso, per intima necessità, dal momento che esiste un rapporto fondamentale tra superstizione e desiderio di onnipotenza. Nella sua essenza il pensiero magico affonda le sue radici nel bisogno dell’essere umano, specie in condizioni di maggiore precarietà, di neutralizzare la penosa condizione di inadeguatezza di fronte agli elementi ultrapotenti che deve affrontare.

Dominare il desiderio di dominare il fato

Dal momento in cui il gioco d’azzardo patologico è stato riconosciuto come un vero e proprio disturbo psicologico, distinto da altre problematiche, sono stati sviluppati diversi programmi di intervento sul problema che spesso viene ormai affrontato in vere e proprie comunità di recupero. Altrettanto utili sembrano i risultati legati alla partecipazione dei giocatori a gruppi di auto-aiuto per Giocatori Anonimi, fondati su diverse tappe per l’uscita dal problema, dal suo riconoscimento, alla condivisione, ai traguardi verso l’abbandono basati sull’analisi delle tecniche di autoinganno comuni che spesso vengono più facilmente osservate nei racconti degli altri che rispecchiano i propri pensieri. Ciò che va sottolineato è che, attraverso metodi individuali, di gruppo terapeutico, di auto-aiuto o di comunità, gli obiettivi terapeutici vanno sempre centrati sulla possibilità di modificare, oltre che il comportamento di gioco, il substrato cognitivo fatto di pensieri legati all’idea che prima o poi arriverà il giorno in cui il gioco potrà cambiare la propria vita risolvendo magicamente i propri problemi.

Dott.ssa I. Siena


VEDI ANCHE:I PARTE
VEDI ANCHE:II PARTE

GIOCO D'AZZARDO PATOLOGICO: II PARTE


La dipendenza dal gioco (Gambling)


Il giocatore dipendente (gambler) è un appassionato al gioco che ha perso il controllo del suo impulso al gioco, per cui la sua passione volontaria si è trasformata in una necessità irrefrenabile.
La dipendenza dal gioco è l’unica dipendenza legale senza uso di droghe riconosciuta ufficialmente dalla psichiatria americana come un’alterazione psichica originata dal disturbo del controllo degli impulsi.
La dipendenza dagli impulsi consiste, pertanto, in un impulso incontrollato che è accompagnato da una forte tensione emotiva e non si lascia influenzare dal pensiero riflessivo. Quando il dipendente si abbandona al gioco, attraversa un momento di sommo piacere che può raggiungere il livello della sbornia o dell’estasi, causata dalla sensazione che il tempo si sia fermato e dal fatto che il soggetto esce da se stesso per entrare in uno stato di coscienza particolarmente alterato.
L’impulso a giocare del gambler acquista un andamento progressivo e, a questo ritmo, il senso di colpa si nasconde dietro le razionalizzazioni, i ragionamenti apparentemente veri e ingannevoli. L’autoinganno si verbalizza in svariate forme: “Giocherò solo fino a tale ora e a tale momento”; “Dato che sto vincendo, devo continuare…devo approfittare della fortuna”; “Ora che sto perdendo non devo smettere…devo rifarmi”; “Non giocherò più”.
Se il giocatore dipendente perde, tenta di continuare il gioco per riguadagnare i soldi persi, e, se vince, continua a giocare perché sente che è il suo giorno fortunato. In generale, il gambler aumenta il piatto più dopo aver perso, che dopo aver vinto, influenzato dal desiderio di recuperare il denaro.
Quando il gambler tenta di rinunciare al gioco e di resistere all’impulso a giocare, cade in preda ad un profondo malessere in forma di ansietà o di irascibilità, associato a turbe vegetative e disturbi del comportamento che possono culminare in un atto suicida, preceduto o no da una sintomatologia depressiva.
Lo stimolo che può scatenare l’impulso al gioco può essere un fattore esterno o circostanziale, come il luogo, l’ora o la situazione, oppure può essere un fattore interno o personale di tipo affettivo o cognitivo. In entrambi i casi, il gambler arriva alle stesse conclusioni: “Oggi mi sento fortunato, è il mio giorno”.
La base biologica della dipendenza da gioco va dalla iposerotoninergia, indice di mancanza di controllo nel comportamento, alla ipernoradrenergia, che è implicata a sua volta nella frenesia piacevole e nella sindrome di astinenza o di protesta personale.
Non esiste un profilo di personalità specifico particolarmente predisposto alla dipendenza dal gioco, bensì alcuni tratti che coincidono più o meno con quelli osservati in altri tipi di dipendenza, quali la mancanza di autocontrollo (responsabile di comportamenti impetuosi ed impulsivi), la bassa autostima e gli elementi che costituiscono la personalità limite, narcisistica e antisociale. Inoltre, il sovraccarico di stress, la sensazione di solitudine e la difficoltà di concentrare la propria attenzione sono fattori caratteriali o situazionali che, venendo meno la capacità di autocontrollo, facilitano l’insorgenza di tale dipendenza.
Il giocatore d’azzardo patologico presenta spesso la tendenza ad avere idee suicide e ad associare il gioco ad altre forme di abuso come il ricorrere a droghe e alcol.

Sintomi del giocatore d’azzardo "patologico"



Premesso quindi che si tratta di una malattia, le persone affette dal disturbo del gioco d’azzardo patologico presentano una serie di sintomi suddivisibili in:
 
·         sintomi fisici
disturbi alimentari, mal di testa, insonnia, ansia, palpitazioni e tremori 
·         sintomi psichici
ossessione, nervosismo, sensi di colpa, impulsività 
·         sintomi sociali
isolamento, incapacità a gestire il denaro, liti famigliari, problemi lavorativi

Giocare per soldi è il modo più comune di concepire il gioco d’azzardo.
E’ stato ad esempio evidenziato come nei periodi di diffuso benessere ed ottimismo ci si rivolga ai giochi d’azzardo per rispondere ad un bisogno di tipo ludico, di distrazione, di divertimento mentre nei periodi di difficoltà si rivolga al gioco per compensazione: sperando in una vincita che appiani i problemi o possa realizzare un sogno. Nei periodi di diffusa incertezza rispetto a se ed al futuro come quello che stiamo vivendo, invece ci si rivolge al gioco d’azzardo per trovare un “luogo di regressione”, di distacco, un’oasi in un deserto di relazioni e di prospettive : un “luogo” dove si mettono tra parentesi i problemi della quotidianità, le frustrazioni. Un luogo dove ci si appella, si sfida, si corteggia il caso e se questo ci premia ci possiamo sentire scelti e se questo non ci premia è sempre possibile rifarsi.

Dal vizio alla dipendenza: caratteristiche del gioco d’azzardo patologico



Per cominciare ad individuare gli indicatori della patologia da gioco, è estremamente importante chiarire innanzitutto la necessità di operare una distinzione tra giocatori d’azzardo e giocatori patologici . Per molte persone, infatti, numerosi giochi d’azzardo tra quelli elencati sono piacevoli passatempi, in taluni casi occasionali e in altri abituali, ma anche in quest’ultimo caso non significa che il gioco sia necessariamente patologico, dal momento che non è la quantità il fattore discriminante del problema. 
Il giocatore compulsivo si pone lungo un continuum che conta diverse tappe dai confini spesso sfumati che vanno dal gioco occasionale, al gioco abituale, al gioco a rischio fino al gioco compulsivo. Di conseguenza, il gioco d’azzardo patologico si configura come un problema caratterizzato da una graduale perdita della capacità di autolimitare il proprio comportamento di gioco, che finisce per assorbire, direttamente o indirettamente, sempre più tempo quotidiano, creando problemi secondari gravi che coinvolgono diverse aree della vita.
Lungo il continuum tra gioco d’azzardo ricreativo e gioco patologico, in relazione alle motivazioni che sembrano determinare e accompagnare il gioco d’azzardo, sono state distinte le seguenti tipologie di giocatori (Alonso Fernandez F., 1996, Dickerson M., 1993):
  1. il giocatore sociale che è mosso dalla partecipazione ricreativa, considera il gioco come un’occasione per socializzare e divertirsi e sa governare i propri impulsi distruttivi;
  2. il giocatore problematico in cui, pur non essendo presente ancora una vera e propria patologia attiva, esistono dei problemi sociali da cui sfugge o a cui cerca soluzione attraverso il gioco;
  3. il giocatore patologico in cui la dimensione del gioco è ribaltata in un comportamento distruttivo che è alimentato da altre serie problematiche psichiche;
  4. il giocatore patologico impulsivo/dipendente in cui i gravi sintomi che sottolineano il rapporto patologico con il gioco d’azzardo sono talvolta più centrati sull’impulsività e altre volte sulla dipendenza.
Un giocatore veramente dipendente è una persona in cui l’impulso per il gioco diviene un bisogno irrefrenabile e incontrollabile, al quale si accompagna una forte tensione emotiva ed una incapacità, parziale o totale, di ricorrere ad un pensiero riflessivo e logico. L’autoinganno e il ricorso a ragionamenti apparentemente razionali assumono la funzione di strumenti di controllo del senso di colpa e innestano ed alimentano un circolo autodistruttivo in cui se il giocatore dipendente perde, giustifica il suo gioco insistente col tentativo di rifarsi e di “riuscire almeno a riprendere i soldi persi”, se vince si giustifica affermando che “è il suo giorno fortunato e deve approfittarne”, sottolineando una temporanea vittoria che supporta, attraverso una realtà vera ma alquanto instabile e temporanea, questa affermazione interiore o esteriore.



Lo stato mentale di un giocatore patologico è pertanto estremamente diverso da quello di un giocatore anche assiduo non patologico e si caratterizza per il raggiungimento di uno stato similare alla sbornia, con una modificazione della percezione temporale, un rallentamento o perfino blocco del tempo, che nasce da una tendenza a raggiungere uno stato alterato di coscienza completamente assorbiti, fino ad uno stato di estasi ipnotica, dal gioco. Talvolta questa condizione della mente è favorita da un reale consumo di alcolici o di altre sostanze, associato al gioco, che alimenta la perdita di controllo della propria condotta.
Per chiarire le caratteristiche diagnostiche del gioco patologico, è molto importante altre sì distinguere il “vizio del gioco ” dalla “malattia del gioco ”, sottolineando anche che spesso esiste una tendenza ad usare il primo termine per designare impropriamente comportamenti patologici. La distinzione è estremamente importante perché permette di individuare una delle caratteristiche fondamentali del gioco d’azzardo patologico, disturbo siglato in psichiatria G.A.P.: la perdita di controllo sul proprio comportamento, che invece nel vizio è un comportamento volontario, che può essere controllato ed eventualmente interrotto da una persona che, tuttavia, lo mette in atto con volontà e consapevolezza delle connotazioni negative attribuite ad esso da un punto di vista morale.
Un’altra distinzione che è opportuno fare, anche in relazione alla diversa impostazione del possibile percorso terapeutico, è quella tra “dipendenza da gioco”, ossia disturbo primario del gioco , noto anche come “compulsive gambling” o “ludopatia morbosa compulsiva”, e “gioco patologico secondario” , ossia sintomo di un’altra problematica psichica. In quest’ultimo caso, infatti, il gioco patologico può essere considerato come un effetto di un disturbo primario che deve divenire il focus della terapia. Nella “ludomania” invece spesso esistono dei problemi psicologici o psichiatrici che sono conseguenza del circolo vizioso del gioco.
In generale, secondo i criteri classificatori tradizionali della psichiatria, possiamo sintetizzare che siamo in presenza di “Gioco d’Azzardo Patologico” quando esiste un “comportamento persistente, ricorrente e disadattivo di gioco d’azzardo”, intendendo in quest’ultimo caso che il gioco è in grado di avere delle pesanti ricadute negative sulla vita personale, sociale e lavorativa del giocatore (AA.VV., 1994). I segnali di tale problema di dipendenza dal gioco possono essere più comportamenti tra quelli elencati di seguito e, in ogni caso, non riconducibili a conseguenze di altri disturbi primari:
  • eccessivo assorbimento in attività dirette o indirette (programmi di gioco, pensieri su come procurarsi denaro, ecc.) legate al gioco d’azzardo;
  • bisogno di aumentare la quantità di denaro con cui si gioca per raggiungere livelli di eccitazione desiderati;
  • tentativi ripetuti ma infruttuosi di interrompere, ridurre o controllare il proprio comportamento di gioco d’azzardo;
  • ansia o irritabilità quando si tenta di controllare o ridurre il gioco d’azzardo;
  • tendenza ad utilizzare il ricorso al gioco d’azzardo per ridurre stati affettivi negativi (colpa, impotenza, depressione, ecc.) o per fuggire a problemi;
  • tendenza a ritornare al gioco per rifarsi dalle perdite precedenti;
  • propensione a mentire sul proprio comportamento di gioco;
  • perdita reale o grave rischio di perdita, a causa del gioco d’azzardo, di una o più relazioni importanti oppure compromissione del lavoro o di opportunità scolastiche;
  • ricorso a comportamenti illegali quali furti, frodi, baro, falsificazione;
  • richiesta ad altri di denaro necessario per rimediare alla propria situazione finanziaria più o meno disperata a causa dei debiti di gioco.
Si può parlare di una vera e propria “dipendenza dal gioco d’azzardo” se sono presenti sintomi di tolleranza, come il bisogno di aumentare la quantità di gioco, sintomi di astinenza , come malessere legato ad ansietà e irritabilità associati a problemi vegetativi o a comportamenti criminali impulsivi e sintomi di perdita di controllo manifestati attraverso incapacità di smettere di giocare. Se prevalgono altri sintomi maggiormente legati al deficit nel controllo degli impulsi, il comportamento di gioco patologico impulsivo va ricondotto soprattutto ad un problema in quest’area, senza che si possa necessariamente parlare di dipendenza.

Dott.ssa I. Siena

domenica 27 gennaio 2013

GIOCO D'AZZARDO PATOLOGICO: I PARTE




«Lo invase all’improvviso, mentre era seduto al tavolo verde. Non era la prima volta: conosceva bene quell’inarrestabile sensazione di soffocamento che lo prendeva alla gola. Per qualche minuto, mai di più. Un attacco di panico in piena regola, come ne aveva avuti tanti altri. Accompagnato da tachicardia e palpitazioni, mentre il respiro diventava sempre più corto. Gli sembrava che il cuore si fermasse, che scoppiasse. Invece era la sua mente a essere stretta in un cerchio bollente. Perdeva forte, quella sera, anche a chemin de fer, il gioco al quale si era sempre ritenuto imbattibile. «Perchè lì non basta la fortuna, lì ci vuole la logica», amava ripetere. E lui, in quanto a logica e raziocinio, era senza dubbio il migliore.
Invece perdeva. Non aveva fatto altro, quell’ultimo anno. In totale era sotto di ottocento milioni; molto anche per lui, imprenditore che ne aveva passate di tutti i colori, che con il suo lavoro e la sua abilità aveva sempre guadagnato cifre esorbitanti. Che tante volte era finito nella polvere e che si era rialzato. Che aveva vinto nella vita e nel gioco.
Aveva giocato otto milioni di lire, quella notte. Non molti, per le sue medie, ma non aveva altro. Anzi, quei soldi erano l’anticipo che gli aveva dato un cliente su una commissione che avrebbe dovuto presto onorare.
Incredibile, pensò mentre la morsa alla gola finalmente si allontanava; se sei ricco, giochi cinquanta milioni senza tremare, resti lucido. E vinci. Se invece affidi a quattro soldi tutto te stesso, perché sei pieno di debiti, e vincere è la tua sola speranza...allora crolli, ti fai prendere dall’angoscia. Proprio come sta accadendo a me, ora».

Si tratta di una delle testimonianze raccolte da Silvana Mazzocchi in una struttura della ASL addetta al trattamento di ex giocatori d’azzardo patologici.
Ci sono molte tipologie di giocatori e molteplici fattori che inducono alla scelta di questa via di sfogo dei propri impulsi, ma di questo parlerò nelle pagine seguenti.

Introduzione al gioco d’azzardo
  
Il gioco trasferisce ricchezza senza produrne.
Il volume ufficiale del gioco d’azzardo è un iceberg che allude a un altro mostro sommerso, fatto di gioco clandestino o non dichiarato. Di anno in anno le cifre aumentano e nonostante la punta si faccia più evidente, ciò che rimane sommerso batte ogni fervida immaginazione. Sostituisce la speranza, e se la realtà del giocatore si fa intrisa di speranza allora accade che non si necessita più di un oggetto di compensazione ed i volumi si abbassano temporaneamente per riemergere al variare delle circostanze.                                                                                                                                                                                                                                             
Negli anni varia anche la modalità di introduzione di nuovi giochi. Inizialmente tutto si fondava sulla speranza di forti vincite ottenute con piccole somme di denaro; “vincere un terno al lotto o fare tredici” sono espressioni divenute sinonimi del linguaggio comune di un imprevisto colpo di fortuna.
È noto che la psicologia profonda del giocatore è segnata dal divieto interno di vincere. Questo divieto assicura che le piccole quote vinte così spesso nei giochi istantanei vengano immediatamente reinvestite in acquisti di altri biglietti.
La ripetizione del gioco nasconde la ri-petizione della speranza e del suo tempo da parte del giocatore. Con la coazione a ripetere il giocatore curva il tempo, trasforma il futuro in vigilia e si dissocia dal presente poiché con l’illusione si inganna il reale. Un’estrazione, l’arrivo di una corsa di ippica, l’ultima monetina, rappresentano il capolinea di questa operazione emotiva ma anche il giro di boa da cui poter ricominciare.
Quell’illusione che inganna il reale però è anche un espediente vitale proprio perché consente di sopravvivere. Il gioco insomma è vizio, ma anche espediente vitale di sopravvivenza ed è denuncia implicita delle carenze del mondo anche se in definitiva serve anche ad ammortizzare la povertà dal punto di vista sociale.
Il gesto è antichissimo: la dea è bendata e si chiede alla dea di essere visti  e graziati. Il costo del biglietto equivale ad un’offerta votiva per impetrare la sua attenzione. La coazione a ripetere ha facile gioco e sull’altare della dea le piccole vincite si bruciano come candele.
Giocare insegna fin da piccoli a stare bene con gli altri e a sviluppare la creatività. Ma quando diventa un vizio produce una dipendenza che deve essere curata.
I piccoli giocano per apprendere e attraverso questo mezzo crescono.
Nell’adulto invece, è un atto volontario, che ha spesso uno scopo ben preciso e si svolge sotto la guida dell’intelligenza; solitamente nel gioco i grandi esprimono i sentimenti e tendono a dare un fine all’attività. Giocare bene è fondamentale perché aiuta a sperimentare situazioni nuove, a vivere meglio ed è sinonimo di immaginazione creativa. La fantasia e il gioco hanno anche funzione terapeutica, insegnano a stare bene con gli altri, ad affrontare situazioni nuove, aiutano a compensare le frustrazioni e a difendere da ansia e insicurezze. Sono un'ottima cura per i disturbi del carattere e le conflittualità.
Il gioco d’azzardo nasce sulla base della propensione umana che spinge ad associare il gioco al rischio dei propri soldi e beni. Nella storia si sono sviluppate numerose tipologie di giochi a rischio che si associano alla casualità, le cui tracce sono riscontrabili sia nei reperti archeologici sia nei vecchi manoscritti provenienti dalla Cina, Giappone, Grecia ed Egitto.
Anche nell’antica Roma non erano rare le scommesse sui combattimenti dei gladiatori, le cui puntate erano chiamate “munera”.La parola azzardo deriva dal francese “hasard” e dall’arabo “azzahr” che significava dado, uno degli oggetti più vecchi legati alla tradizione ludica (del gioco). Il gioco di azzardo si diffonde poi con la vasta gamma di tipologie di giochi, sempre più legalizzati, così che i giocatori si dividono tra slot machine nei casinò, videogiochi reperibili nei bar e negli esercizi pubblici e lotterie popolari.
Il giocatore d’azzardo solitamente è una persona che usa il gioco come passatempo occasionale o abituale senza mai perdere il controllo e non necessariamente si trasforma in “dipendente”.
Lo sviluppo sociale del problema del gioco d’azzardo è in parte favorita anche dalle crescenti possibilità di scelta tra una vasta gamma di tipologie di gioco, ormai sempre più legalizzate, che riescono a rispondere alle simpatie dei giocatori con diverse propensioni e con differenti personalità. Così i giocatori d’azzardo vanno dagli amanti della trasgressione da gran salone, come quella dei giochi da Casinò e delle slot-machine, agli appassionati dei videogiochi che si lasciano conquistare dai sempre più diffusi videopoker, agli appassionati dei giochi d’azzardo popolari, come le lotterie, il gioco di numeri e di schedine, fino al Bingo, la moderna trasformazione del gioco della tombola, che riesce a conquistare anche interi gruppi grazie al suo profondo legame con il vissuto di una concessa usanza festiva a dimensione familiare.
Esistono almeno tre funzioni svolte dal gioco. Una prima, esistenziale o biologica, serve a compensare la realtà per convivere con essa. Questa vocazione psicologica trasferita sul piano pubblico e collettivo diviene un importante ammortizzatore sociale delle crisi. Il gioco ha una sua predisposizione interna che supera le barriere geografiche, limiti temporali e specificità culturali. Questa funzione è stata chiamata biologica proprio per la sua centralità esistenziale.
Una seconda funzione è quella pubblica - ludica in cui c’è l’esplicitazione del benessere, diversa dalla prima che serve alla compensazione di un malessere.
Mentre una terza è rappresentata dalla funzione regressiva del gioco per eccesso d’uso della funzione biologica, come se la benefica modulazione della distanza dalla realtà divenisse una vera e propria fuga o separazione dal reale. Si ha quindi quando la funzione biologica non è più un’opzione ma una necessità, inevitabile e obbligata come un senso unico.

Quando diventa patologia

Dal 1980 la letteratura psichiatrica ha riconosciuto la dipendenza da gioco come patologia psichiatrica.
Circa l’eziologia, il G.A.P. è una malattia mentale che è stata classificata dall'APA (American Psychiatric Association) all'interno dei "Disturbi del controllo degli impulsi" e che ha grande affinità con il gruppo dei Disturbi Ossessivo-Compulsivi (DOC) e soprattutto con i comportamenti d'abuso e le dipendenze. Questo disturbo può presentare infatti caratteristiche comuni con la patologia ossessivo-compulsiva, che consistono principalmente nella tendenza al ritualismo, nell’attenzione per il numero e il calcolo, in elementi di pensiero magico-superstizioso; del comportamento compulsivo manca però l’elemento dell’egodistonia. Maggiori invece le affinità, come il craving, la tolleranza e la difficoltà a interrompere, con le patologie da dipendenza, a tal riguardo il G.A.P. è stato spesso definito "dipendenza non farmacologica”. Lo stato di euforia e di eccitazione del giocatore d’azzardo durante il gioco è paragonabile a quello prodotto dall’assunzione di droghe, e come avviene per la dipendenza da droghe anche i giocatori d’azzardo possono soffrire di crisi di astinenza, ansia, sudorazione, nausea, vomito e tachicardia.
Si parla di dipendenza proprio quando l’orizzonte si restringe attorno all’oggetto su cui la persona si concentra o su cui sente di poter riflettere tutti i suoi desideri e tutti i suoi bisogni. Scegliendo un comportamento rischioso come il gioco d’azzardo o cercando in maniera esagerata conferme basate sull’ammirazione degli altri la persona mostra uno squilibrio personale reso stabilmente drammatico dall’incontro con “l’oggetto delle mie brame” o con l’abitudine di cui la persona diventerà dipendente.
In generale una persona soffre di questo disturbo se, quando cerca di interrompere il gioco, diventa particolarmente irritabile e irrequieta, se ha bisogno di giocare sempre di più, se incomincia a raccontare bugie in famiglia e agli altri e se arriva a commettere azioni illegali pur di giocare mettendo a rischio anche il proprio lavoro.
Il processo per diventare giocatori patologici è piuttosto lento, pericoloso e costituito da varie fasi.
Inizialmente il gioco è occasionale, un passatempo in compagnia di amici e famigliari e il giocatore vince più spesso delle volte che perde; di solito vince grosse somme così che in lui si instilla l’idea di essere più abile rispetto agli altri. La persona a questo punto inizia a dedicare sempre più tempo e denaro nel gioco e passa alla fase successiva, caratterizzata da un numero superiore di perdite rispetto alle vincite. Il giocatore viene a questo punto spinto da un turbinio, che lo invoglia a scommettere sempre di più nel tentativo di recuperare il denaro perduto; comincia a chiedere prestiti, a indebitarsi e entra in uno stato di disperazione, con conseguente esaurimento emotivo. Alla fine perde la speranza, si susseguono liti e crisi familiari, e molto spesso iniziano i guai con la giustizia. Dalla prima all’ultima fase possono trascorrere anche più di dieci anni.
È una delle prime forme di “dipendenza senza droga” studiate che ha ben presto attratto l’interesse della psicologia e della psichiatria, ma anche dei mezzi di comunicazione di massa, degli scrittori e dei registi, al punto che si continua spesso a riparlarne in relazione alle sue conseguenze piuttosto serie sulla salute ed in particolare sull’equilibrio mentale che questo tipo di problema è in grado di produrre. Nella ludodipendenza il vero senso del gioco, attraverso cui si può costruire e scoprire il Sé - quello che vuol dire libertà, creatività, apprendimento di regole e ruoli, sospendendo le conseguenze reali - viene completamente ribaltato per trasformare la cosiddetta “oasi della gioia” in una “gabbia del Sé”, fatta di schiavitù, ossessione, ripetitività.

Dott.ssa I. Siena



venerdì 25 gennaio 2013

ADOZIONE: III PARTE


Terza fase: il periodo adolescenziale nelle famiglie adottive


Gli adolescenti si trovano in un periodo di cambiamento di ruolo sociale; cambiamento che comporta un processo di autonomizzazione dalle figure genitoriali e l'assumersi maggiori responsabilità all'interno della società. La maggiore autonomia porta il giovane a voler prendere da sé le proprie decisioni e a voler rispettare anche le proprie opinioni personali.
Il rapporto con i genitori si fa più difficile, perchè l'adolescente non gradisce le loro ingerenze in rapporto alle amicizie, alla sua vita privata, ma nello stesso tempo ciò non impedisce che sia proprio lui a chiedere consiglio per questioni personali. Nel corso dell'adolescenza cambia l'immagine che i giovani hanno dei propri genitori, rispetto al periodo precedente, li vedono più come persone che possono sbagliare.
La maggiore autonomia comporta che gli adolescenti si distacchino dalla famiglia anche da un punto di vista emotivo e che cerchino di stringere nuove relazioni sociali. Entrare in altri ambienti implica anche doversi confrontare con le attese in essi esistenti. La natura della relazione fra genitori e bambino prima dell'adolescenza contribuisce a determinare in che misura l'adolescente sia preparato ai compiti legati allo sviluppo psicosociale.
La famiglia risulta importante per trasmettere valori e per veicolare le fondamenta di uno stile di vita. Le figure genitoriali sono in grado di rispondere a molti bisogni dell'adolescente. Un bisogno di fondo per l'adolescente è quello di avere una buona comunicazione con i genitori, essenziale per negoziare con loro, prendere decisioni, esprimere preoccupazioni e, in parte, per avere il riconoscimento del proprio nuovo status all'interno della famiglia.
L'adolescenza è, quindi, il periodo in cui le spinte all'autoaffermazione e all'autonomia si fanno più pressanti. Ma è anche il momento in cui affiora la coscienza di essere una persona: l'adolescente tende a chiedersi " chi sono?" e tale interrogativo lo pone in un confronto al suo futuro ma anche al suo passato, a quello che è stato.
Nelle famiglie adottive spesso con l'adolescenza del figlio emergono problemi relazionali, talvolta anche drammatici. La crisi coinvolge sia il ragazzo, soprattutto quando in famiglia sono stati accantonati i problemi relativi alla separazione dai genitori naturali e all'origine, attraverso mistificazioni della verità, segreti, sia i genitori che vivono con preoccupazione i tentativi di svincolo del figlio, perchè evoca in loro la paura dell'abbandono.
Nell'adolescenza, parallelamente alla ricerca dell'identità del figlio, possono emerge problemi relativi alla percezione genitoriale, ai vissuti di inadeguatezza e di autovalutazione circa l'impossibilità di generare, la mancata elaborazione della sterilità, l'insicurezza riguardo le proprie capacità educative ed affettive. Inoltre la volontà del figlio adottato di ricercare le proprie origini, fenomeno assolutamente normale, può essere vissuto dai genitori come rifiuto di un presente sentito come poco gratificante.
Questi fenomeni richiedono alla famiglia la capacità di mettere in discussione la propria organizzazione relazionale. In alcuni genitori c'è una difficoltà a favorire il naturale processo di autonomizzazione per le angosce connesse alla separazione e al temuto distacco affettivo definitivo. Difficoltà che portano i genitori a mostrarsi iperprotettivi, rendendo difficoltoso per i figli un processo di distacco e di individuazione.
Questo atteggiamento è presente soprattutto nelle famiglie in cui il figlio adottato è stato sentito come qualcosa che colmava un grande vuoto e quindi il timore di perdere il figlio è molto marcato.
Inoltre l'adolescenza del figlio viene spesso vissuta come prima verifica, da parte dei genitori, di ciò che si è seminato e, da parte del figlio, di ciò che si è ricevuto. Nel fare ciò il figlio si rivolge spesso al passato, alla ricerca di un punto di riferimento. Quindi la ricerca delle proprie origini è conseguente alla ricerca di un identità. Infatti se il ragazzo non riesce a trovare nel presente elementi che lo aiutino a definirla, egli sarà costretto a ricercarli nel passato.
Spesso la ricerca dei propri genitori si esaurisce magari quando essa sta per avere esito positivo, perchè l'adolescente adottato sembra aver più bisogno di un'immagine di genitore naturale buono, rassicurante, che del genitore reale, per esorcizzare le fantasie di abbandono e di senso di vuoto che attraversa in questo periodo.
Si può manifestare in alcuni genitori anche la tendenza a vedere la diversità del figlio come frutto di un fattore ereditario che è temuto e che risveglia vissuti di estraneità. Ma atteggiamenti provocatori e aggressivi del ragazzo sono solo l'espressione, come al momento del primo abbandono, di paure e timori. Pertanto l'adolescenza richiede che la famiglia sia in grado di rimettere in discussione i propri modelli transazionali. In particolare i genitori devono essere disposti a cambiare i propri schemi educativi e a distinguere tra bisogni reali e bisogni presunti del figlio.
L'adolescente, infatti, può risolvere le sue difficoltà e continuare a crescere soltanto se si sente pienamente accettato e se ha fiducia nelle proprie capacità di diventare autonomo. Ciò sarà legato naturalmente a come i genitori adottivi hanno vissuto la sua origine e l'adozione stessa.
Rivestono particolare importanza nelle famiglie adottive in cui ci sono adolescenti le entrate e le uscite dei membri familiari, in quanto modificano profondamente non solo la struttura ma anche il funzionamento familiare. Secondo quest'ottica, attraverso l'adozione, si acquisisce un membro "sui generis" perchè stabilisce un legame di parentela, pur non essendoci un legame di consanguineità.
In un'ottica sistemica, infatti, l'adozione viene definita come un evento "non normativo" o "paranormativo", perchè a differenza dell'adolescenza, che è un evento normativo, non rientra negli eventi che normalmente vengono vissuti e affrontati dal nucleo familiare. Ma è comunque un evento che è stato scelto e programmato: questo consente ai genitori un maggiore controllo di una situazione che è a rischio, essi possono infatti prevedere i vantaggi e gli svantaggi di questa decisione, anticiparne le conseguenze e attivare adeguate strategie di coping. Come tutte le situazioni che presentano dei rischi, però, il superamento dell'evento adottivo non è automatico e neanche scontato. E per essere vissuto come momento di crescita e di sviluppo per tutti i membri coinvolti è necessario che vengano attivate risorse non solo personali ma anche familiari e sociali.
"Il compito evolutivo che genitori e figli si trovano a dover affrontare potrebbe essere sintetizzato nel seguente modo: "costruire una continuità tra le generazioni senza negare le differenti origini".
Si tratta cioè di trovare un equilibrio dinamico tra due poli altrettanto "rischiosi": da una parte l'assimilazione al figlio biologico che nega la peculiarità della condizione di figlio adottivo, dall'altra l'accentuazione della differenza che non riesce ad integrare il figlio adottivo nella storia familiare, fino ad espellerlo. La configurazione relazionale delle famiglie adottive è, in questo caso, sui generis e richiede una specifica costruzione congiunta di "confini" tra i membri delle varie generazioni" (R. Rosnati, 1996).

Fattori di rischio e fattori protettivi nel "patto adottivo"

Bramanti e Rosnati, attraverso una ricerca condotta su un campione di adolescenti adottati, convalidando l'ipotesi di una maggiore vulnerabilità psicologica degli stessi rispetto ai loro coetanei non adottati, hanno cercato di individuare i fattori protettivi che incidono sull'adattamento dei minori adottati.(Bramanti, Rosnati, 1998).
In particolare le autrici si sono chieste come mai alcuni adolescenti adottati evolvono verso un normale adattamento e altri verso il disadattamento, o anche verso la patologia.
Un concetto molto importante che hanno evidenziato è quello di rischio, inteso, in senso evolutivo, non solo come ostacolo da superare, ma anche come opportunità di cambiamento. Secondo le autrici, infatti, il rischio è lo sbilanciamento fra sfide e risorse. Esso, infatti, diventa ostacolo quando le sfide che devono essere affrontate superano le risorse che si hanno a disposizione.
In questo senso l'adozione è una situazione che presenta dei rischi che le famiglie devono essere in grado di gestire per accogliere la sfida che la scelta di adottare necessariamente comporta. Solo in questo caso essa potrà diventare un momento di crescita per l'intero nucleo familiare.
Le autrici individuano tre ambiti in cui si manifesta la situazione di rischio psicosociale per l'adolescente: l'autostima, la socializzazione e il rendimento scolastico.
Mentre i fattori protettivi nello sviluppo psicologico dell'adolescente adottato sono la qualità della comunicazione con i genitori, e in particolare con la madre, e il senso di appartenenza alla famiglia adottiva. Secondo le autrici la costruzione del legame adottivo fra la madre e il figlio è il punto centrale dell'intera vicenda adottiva. Attraverso questo legame, infatti, si gioca la riuscita o il fallimento dell'adozione, la possibilità del bambino di integrarsi nel nucleo adottivo. Compete alla madre il compito di costruire quell'anello tra le generazioni che lega il figlio alla famiglia e lo inserisce nella storia delle generazioni.
Un altro fattore protettivo è la percezione da parte dei genitori adottivi del figlio con risorse o senza risorse. Se, infatti, al primo incontro il bambino verrà visto come qualcosa di prezioso, riconoscendone le risorse, i genitori entreranno in relazione con lui non solo come creditori, ma anche come debitori, sarà una relazione alla pari. Se, invece, il figlio verrà percepito solo nei suoi aspetti carenti, malati, l'immagine che il genitore avrà di se stesso sarà un'immagine salvifica e onnipotente, con cui il genitore cercherà di sostituire quella di genitore sterile, cioè mancante. Se tale immagine non si modificherà con il tempo, il figlio verrà imprigionato nella figura del creditore. Così ciò che il figlio restituirà ai genitori, per loro non sarà mai abbastanza, perchè essi gli hanno fatto un dono grandissimo, adottandolo, che difficilmente potrà essere ripagato. Altro fattore è rappresentato dalla presenza accogliente della famiglia estesa. I nonni infatti rivestono un ruolo molto importante durante tutto il percorso adottivo.
All'interno di ogni famiglia in cui ci sia uno o più figli adottati viene stipulato il cosiddetto "patto adottivo" che è il frutto di un assetto relazionale in cui vengono rispettati sia i bisogni sia le aspettative di ciascuno dei protagonisti: la coppia e il minore.
Tale patto non è immodificabile, ma si snoda nel tempo.
Dalla ricerca presentata da Bramanti e Rosnati, che suddivide le famiglie del campione secondo cinque tipologie di patti, emerge che le famiglie in cui l'adozione è "riuscita" hanno stipulato patti in cui c'è un riconoscimento e valorizzazione delle differenze. Mentre nelle famiglie dove c'è un patto riuscito solo a metà, in cui i rapporti fra genitori-figli sono molto conflittuali, la situazione appare piuttosto critica. Le ultime due tipologie evidenziate fanno riferimento a patti in cui le differenze o sono state negate (patto di negazione) o sono troppo insistite (patto impossibile). Secondo le autrici le famiglie che hanno stipulato patti simili sono a forte rischio di patologia.



Vedi anche: 

Bibliografia sull'ADOZIONE





Non è vero che non c'è differenza tra una madre naturale e una buona madre adottiva. L'originario legame madre-figlio è infinitamente profondo e coinvolge la sfera fisica, emotiva, psicologica e spirituale. Per decenni le pratiche d'adozione non hanno considerato in maniera sufficientemente seria l'entità del trauma subito da bambini abbandonati e affidati a una nuova famiglia. Grazie all'esperienza personale di adozione di una figlia, l'autrice è riuscita a intuire sul campo e a dimostrare scientificamente l'estrema sensibilità del neonato già a pochi giorni di vita. Nulla di strano, dunque, se un'alta percentuale di figli adottivi manifesta aggressività verso i nuovi genitori, difficoltà a scuola e comportamenti distruttivi e antisociali che mettono a dura prova la costruzione di un legame di fiducia: la ferita primaria della separazione dalla madre si imprime inconsciamente, rendendo molto difficile la costruzione di nuovi rapporti affettivi (la paura di un nuovo abbandono è sempre latente). Grazie al suo lavoro di psicologa, l'autrice ha potuto intervistare numerosi adulti con un passato d'adozione che hanno voluto conoscere la propria madre naturale.


ARACNEDITRICE.IT Uno strumento di grande utilità rivolto sia agli operatori che ai genitori adottivi, impegnati quotidianamente nel processo di presa in carico di questi bambini.





Adottare un figlio è un po' come organizzare un viaggio: per una buona riuscita è fondamentale il tempo dedicato ai preparativi.
Nel processo di adozione, questo tempo è "il tempo dell'attesa": il periodo che va dalla decisione della coppia all'incontro con il bambino.
Nella prima parte di questo libro un po' singolare, c'è la storia di Martina, un'ipotetica bambina di sei anni che vive l'attesa di essere adottata. Nel racconto incontra un adulto disponibile, il "Costruttore di Ponti", che l'aiuta, appunto, ad esplicitare le sue preoccupazioni, paure, fantasie, sogni e aspettative. Il messaggio di Martina è un invito ai futuri genitori per trasformare il tempo dell'attesa in un processo di maturazione e di crescita, per loro e per l'intero sistema parentale allargato.
Nella seconda parte del libro, tale messaggio diventa oggetto di riflessione sistematica per tutti i protagonisti coinvolti nel "tempo dell'attesa":
- il bambino con la sua storia, la sua sofferenza e la sua voglia rinnovata di ricominciare a vivere l'esperienza di figlio;
- i genitori, che impareranno a prendersi cura di un figlio nato da altri, ma con cui costruiranno la loro famiglia;
- gli operatori che affiancheranno la coppia nell'affrontare la sua sofferenza, e nel recuperare il desiderio autentico di essere genitori.
È un testo che aiuta a comprendere la specificità dell'esperienza adottiva e ad affrontarla serenamente senza rigidità.

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Ci sono libri che parlano di adozione “con la testa” perché trasmettono contenuti e informazioni molto precise; ci sono libri che raccontano le emozioni legate all’adozione, provocando, nel lettore, la curiosità e il desiderio di approfondire le tematiche trattate. 
Ci sono libri che emozionano perché parlano di adozione “con la pancia”, anzi “con il cuore”: “A come adozione” è tutto questo insieme: è rigore, sentimenti, qualità delle informazioni, ironia, amore, desiderio, competenza, dedizione, sorrisi e molto altro ancora. E’ un’antologia che comprende 122 parole tutte in A che parlano di adozione, sicuramente utile “per chi adotta o ha già adottato”. 

Non è un libro da leggere e basta: è un libro da “usare” ogni volta che si sente il bisogno di “riflettere o di sorridere”.



Scopo del libro è cercare di fornire informazioni corrette attraverso risposte semplici ma puntuali e competenti, ai tanti quesiti che gravitano attorno al mondo dell’adozione, “…al fine di attivare un dialogo tra Scuola e Famiglia”, imprescindibile per la crescita serena di tutti i bambini e per la realizzazione di percorsi scolastici validi e formativi. Un testo “furbo”: lo definirei “L’ abc dell’adozione”, semplice ma preciso, mira dritto all’obiettivo di colpire quei docenti (in particolare della scuola dell’infanzia e della primaria) che non vedono oltre il proprio naso e si barricano nella loro classe realizzando attività già consolidate nel corso della loro lunga esperienza che tuttavia non prevedono possibili cambiamenti di rotta per la presenza, a volte un po’ scomoda, diciamolo, di qualche bambino adottato …



Come cambia la vita e quali problemi si trova ad affrontare una famiglia adottiva. Consigli per i genitori, per gli operatori psicosociali, gli educatori, e per quanti si trovano in contatto con il mondo dell’adozione. Molti i temi trattati, spesso oggetto delle tante storie, alcune raccontate anche in prima persona. Tra i temi trattati, che si riferiscono ai primi tempi di vita insieme in una famiglia adottiva: la “prova” cui tutti i figli adottivi sottopongono i propri genitori, la storia della “pancia”, l’importanza del contatto fisico, i problemi dell’inserimento scolastico, le nuove radici ed il loro solidificarsi, le ansie dei figli di recuperare le tappe perdute, le ansie riparatorie dei genitori, la ferita dei non amati ed i suoi effetti psicologici, l’importanza di un’accettazione integrale del bambino insieme alla sua storia. In particolare ci si sofferma con molte riflessioni sui cambiamenti che con l’adozione vengono introdotti nella vita degli adulti e del bambino, vero protagonista della storia.


Un testo serio, ricco di indicazioni curricolari per insegnanti e operatori del settore e di consigli concreti per le famiglie.
Motivo di fondo è la collaborazione tra le varie agenzie educative che sono chiamate ad intervenire intorno al bambino adottato e che necessariamente devono operare in una sinergia di forze, finalizzate al raggiungimento dello stesso obiettivo: facilitare la crescita serena e responsabile di ogni bambino, rendendo gratificante il suo percorso scolastico e positiva la sua esperienza adottiva.



L’autrice, dottore di ricerca in pedagogia presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna, cita Spitz, Bowlby, Freud per spiegare i danni causati dal mancato ammaternamento subito dal bambino, ma nel contempo offre comunque un’alternativa positiva per cercare di ristrutturare la propria esistenza. Proprio partendo dalle risorse personali e dall’inserimento del bambino all’interno di una famiglia accogliente, è possibile che l’immagine di sé si modifichi, riuscendo a dare continuità tra ciò che c’è stato in precedenza e la vita attuale. Nei capitoli successivi vengono presi in considerazione i diversi aspetti dell’adozione: l’impossibilità procreativa, l’inserimento di un figlio in presenza di figli biologici, i rapporti tra fratelli e sorelle, il rapporto tra il figlio adottivo e i nuovi genitori. Secondo l’autrice, uno dei punti fondamentali per una migliore integrazione all’interno della nuova famiglia, passa attraverso la conoscenza delle proprie origini. La carenza di informazioni, se non l’assoluta mancanza, possono essere motivo di ulteriori difficoltà da parte sia del bambino, che da quella dei neo-genitori che si ritrovano a dover affrontare alcune problematiche senza riuscire a definirle meglio all’interno di una particolare situazione pregressa. Purtroppo, come succede nella maggior parte dei casi, le informazioni che si hanno sono veramente poche e, a volte, è il bambino stesso ad avere atteggiamenti di chiusura nei confronti delle esperienze precedentemente vissute. Quindi, in mancanza di elementi che possano aiutare, viene richiesta ai genitori adottivi una maggiore consapevolezza del vuoto presente nella storia del bambino; questo, però, non deve essere elemento di diversità intesa in senso negativo, bensì di “ patrimonio originale e personale che gli appartiene e che, proprio in quanto tale, è parte della famiglia”

L'età adulta rappresenta una delle tappe meno esplorate e studiate della vicenda adottiva. Solitamente, infatti, quando si parla di "adottati" ci si riferisce ai bambini, dimenticando che i figli adottivi crescono, diventano adolescenti prima e adulti poi, entrano nel mondo del lavoro, si sposano, hanno figli. Il volume, che si articola in tre parti, fornisce in primo luogo un inquadramento storico-giuridico e socio-culturale dell'adozione oggi, anche alla luce dei risultati più significativi emersi dall'indagine CIAI-GFK Eurisko sui figli adottivi adulti; quindi, analizzandoli, riflette su ciascuno di questi "temi cruciali" dai diversi punti di vista (psicologico, giuridico, filosofico) e, infine, calandosi nella "realtà" e facendo seguire alla teoria una proposta di prassi, presenta alcune specifiche e innovative esperienze, nate proprio con lo specifico intento di affrontare quei "temi cruciali". Le voci degli studiosi e degli operatori dell'adozione si intrecciano dunque a quelle dei diretti protagonisti dell'adozione: i figli adottivi. Ne risulta un testo originale e ricco, in cui l'apertura alle diverse prospettive e ai diversi contributi riflette la volontà di facilitare la ricomposizione di quel puzzle che è l'identità di ognuno; per questo sarà di sicuro interesse non solo per quanti studiano le tematiche adottive o lavorano in questo contesto, ma anche per tutti coloro che vivono l'adozione, da genitori o da figli adulti.



Storie ascoltate per lavoro che si intrecciano alle storie vissute in casa. La quotidianità dei figli, dei loro amici, dei ragazzi adottivi in difficoltà, tratteggiano l’idea di un’adolescenza come età complessa, momento di passaggio e di allontanamento dai genitori, di ripensamento, di trasformazione e anche di dolorosa contraddizione quando alle spalle si sono accumulati dolori, solitudine, straniamento.
Nel libro Perché mi hai preso? Adolescenti adottivi(edizioni la meridiana, collana prove, 2005, pp. 136, Euro 12,00) Simonetta Cavalli – assistente sociale che si occupa di minori e disagio infantile dal 1979 – racconta storie di adolescenti e di famiglie “che si cercano” al di là dell’appartenenza biologica, a volte trovandosi e a volte anche respingendosi.
I ragazzi adottati descritti sono tutti presi in carico dai servizi territoriali, provengono da passati difficili, spesso provengono da percorsi adottivi complicati, talvolta non riusciti. Sono ragazzi pieni di dolore, anche di rancore, sono ragazzi che spesso non riescono a sentirsi figli; hanno genitori che sentono di non farcela, che spesso non si sentono neanche legittimati ad essere genitori.


L'importanza di un adeguato accompagnamento alla famiglia adottiva nella fase immediatamente successiva all'adozione emerge in tutta evidenza verso la seconda metà del decennio appena concluso, in coincidenza con il crescere del numero delle adozioni e con la migliore articolazione della rete dei servizi di sostegno sul territorio nazionale. Da qui, lo sviluppo di ricerche e di studi in materia, che hanno sottolineato quanto sia importante, per un armonico andamento dell'adozione, sostenere e accompagnare la nascita della nuova famiglia, alle quali ha fatto naturalmente seguito la realizzazione di interventi e di servizi di supporto alle famiglie.
Proprio a partire da questa consapevolezza, e dalla diretta esperienza che l'autore ha maturato in molti anni di lavoro sia come operatore sia come formatore e supervisore, il volume concentra la sua attenzione sulla fase che segue l'inserimento del bambino nella famiglia, approfondendo gli aspetti teorici complessivi e le strategie che possono favorire il sostegno e l'intervento nelle situazioni problematiche.