lunedì 13 aprile 2015

UNA DIPENDENZA DA “BRIVIDO”


Cerco un'alternativa che dia una scossa alla mia normalità, l'abitudine mi soffoca non ce la faccio più...
Mai nessuno capirà questa è una emergenza, ho bisogno di una scarica da 9000 volt...
Io non riesco a capire quello che mi succede, sento il cuore che batte...
Soffro di dipendenza da una strana sostanza... io non posso star senza la mia dose di adrenalina
Prima o poi so' che impazzirò perché ne voglio sempre, sempre di più sono fatto per rischiare per non accontentarmi mai... 
La mia testa se ne va...

(Adrenalina, Finley, 2008)



In ogni essere umano vi è una spinta a cercare piacere e eccitamento praticando attività che possono essere considerate piacevoli e prive di rischio trovando un certo appagamento: si ascolta musica, si balla, si va alle feste, si fanno viaggi, si va al cinema, si passa del tempo in compagnia, ecc..
Questa ricerca non avviene allo stesso modo in tutti gli individui, né con lo stesso livello di coinvolgimento e può modificarsi nel corso delle varie fasi della vita.
La ricerca del piacere dunque è un aspetto fondamentale della natura umana anche quando comporta l’esposizione a notevoli rischi.
Un esempio è dato dal provare piacere ed eccitamento attraverso la pratica di sport estremi. Action sport (o sport estremi), ormai praticati da migliaia di persone, sono sport di estrema difficoltà che sfidano i limiti delle leggi fisiche e della sopportazione del corpo umano. Essi nascono come attività ludiche e vengono definiti sport 'californiani', proprio perché nascono nella California tra gli anni '50 e ‘60.
Per citarne alcuni: free running, paracadutismo, bungee jumping, parapendio, freestyle motocross, rafting, hydrospeed (nuotare seguendo la corrente), immersioni, arrampicata, windsurf, skysurf (paracadutismo acrobatico), sandboarding (simile allo snowboard ma praticato sulle dune), rugby subacqueo, torrentismo, slackline (stare in equilibrio su una corda sospesa in aria), heliski (sci fuori pista), ecc…
C’è addirittura chi partecipa al “turismo estremo”, ossia viaggi e vacanze organizzati appositamente per poter praticare uno o più di tali sport.
Tra i temi ricorrenti di chi pratica queste attività troviamo: bisogno di avventura, emozioni forti e fuori dall’ordinario, spinta ad affrontare situazioni insolite e rischiose, ritorno all’essenziale, piacere, esibizionismo, autodisciplina, forza, coraggio, ricerca di limiti da superare, sfida dell'imprevedibilità, autoperfezionamento, sfida con la morte.
Queste persone, infatti, hanno un continuo bisogno di emozioni forti e una necessità fisiologica di produrre adrenalina che gli procura benessere e piacere. Sono i cosiddetti «sensation seekers», cioè «cacciatori di emozioni», persone che regolano in questo modo lo stress e che senza queste discipline ad alto tasso di intensità emotiva si annoierebbero.
Adrenalina” appunto, è il termine più diffuso in chi pratica abitualmente o abbia provato almeno una volta questa esperienza. Infatti i dati di alcune ricerche scientifiche hanno cercato di dimostrare che gli sport estremi hanno la capacità di aumentare la secrezione dell'ormone, che una volta prodotto, provoca eccitazione. In questo caso, il rilascio di adrenalina sembra legato principalmente a due situazioni:
·        correre dei rischi (per la propria incolumità o per il proprio stato);
·        sentirsi padroni (di una situazione, di un qualcosa o di se stessi).
Generalmente il rilascio di adrenalina è stimolato da forti emozioni, agitazione, stress, ansia e in particolare la paura, e di solito in quelle situazioni dove è alto il rischio per la propria incolumità. L'adrenalina fa sì che il corpo ottenga un aumento del livello di energia disponibile, aumentando riflessi, forza, velocità, aggressività, e diminuendo la percezione del dolore. Questo “meccanismo” origina nel nostro primitivo istinto di sopravvivenza: in caso di pericolo (o presunto pericolo) dobbiamo essere in grado di “lottare o fuggire per salvarci”.

Qui la secrezione, associata al bisogno di rischiare e alla tendenza a ricercare sensazioni estreme, attiva un’esperienza denominata “combatti o fuggi” in grado di provocare i cosiddetti “brividi” che nelle persone che ricercano frequentemente questo tipo di attività sono vissuti piacevolissimi: provano un acuto senso di felicità e di completezza, sensazioni di euforia, soddisfazione. Vi sono persone che sviluppano forme di “tolleranza al brivido” (si abituano alla sfida estrema) e ricercano un’ulteriore sfida per “sentire il brivido”, diventando, così, meno capaci di valutare il rischio.

Vi sono persone che affrontano queste sfide estreme come se fossero una sorta di “vaccino contro la paura”, una specie di ricerca di sicurezza in situazioni incerte, vissute come un modo per superare i propri timori. Si è guidati dalla convinzione o dalla speranza che, se si superano grandi sfide, poi si diventerà meno intimoriti dalle prove quotidiane.

Vi sono anche coloro che tendono a rischiare in modo negativo soddisfacendo i propri bisogni di avventura attraverso attività autodistruttive (“ebrezza della paura”).
In queste situazioni il bisogno di ricercare il brivido si combina con tendenze comportamentali negative, incrementato da un alterato senso della vita: il risultato è il perseguimento della propria passione, ponendo a rischio sé e altri.

Ma cosa succede se viene superata la capacità massima di produzione di questo ormone?

Si possono avere effetti collaterali negativi, che entrano in gioco subdolamente sia a livello fisico che psichico, senza che ce ne rendiamo conto tra cui: ansia, agitazione, cefalea, vertigini, palpitazioni, pallore e tremori, perdita di appetito, nervosismo, irritabilità, insofferenza, tristezza, incapacità di concentrazione su altre attività, ecc…
Tutti questi fattori portano quindi ad una instabilità interna che ci tolgono la capacità di interagire correttamente con l’ambiente circostante e valutarlo aumentando la capacità di andare incontro a rischi e pericoli.
Praticare questo tipo di sport non è solo questione di esibizionismo o di casualità, perché queste persone hanno bisogno di livelli di attivazione fisiologica e mentale molto alti.
È una vera e propria filosofia di vita finalizzata alla ricerca del limite ed a un bisogno innato di euforia ed esaltazione a un viaggio interiore dal quale si esce molto cambiati.
Probabilmente chi pratica sport estremi è alla ricerca di se stesso e della propria identità che può avvenire proprio attraverso il mettersi alla prova in situazioni di limite.
Questi comportamenti, sembrano offrire una via d’uscita alle insicurezze e incertezze della vita, si cerca di sconfiggere il senso estremo d’insoddisfazione, di vuoto e di noia che si provano soprattutto nell’area affettiva e nella quotidianità. Si sente il bisogno di “sentirsi vivi”,di avere un corpo e si affrontano i rischi dopo averli esaminati, valutati e aver studiato le opportune contromisure. Il praticante di sport estremi è consapevole di provare paura, ma sa che potrà superarla solo riducendo il margine di rischio effettivo.
Dietro la tendenza a rischiare potrebbe risiedere una sopravvalutazione di sé oppure una svalutazione della vita, necessità personale di sfidare la vita, di sentirsi padroni e di controllarne anche gli eventi più incerti.

La regola è che ognuno deve essere libero di esprimersi come vuole per essere sé stesso. Tuttavia se predominano le tendenze distruttive, il rischio non calcolato e sottovalutato e le sensazioni di onnipotenza nella sfida alle proprie capacità, può essere necessario SFIDARSI a volersi più bene.

Dott.ssa Loredana Longo

Laureata in Psicologia e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara



domenica 12 aprile 2015

WORKSHOP FORMATIVO



L'ESPERIENZA DEL GENOGRAMMA


Dal 09 al 10 maggio 2015
il Centro di Psicoterapia Familiare di Pescara
ospiterà nella sede del Centro di Psicoterapia Familiare  
in via N. Fabrizi, 60 a Pescara
un workshop formativo sul
“L'esperienza del Genogramma: lo strumento, l’utilità, le modalità”

Questo appuntamento è il primo di una serie di incontri formativi per Psicologi, Psicoterapeuti ed altre figure legate al benessere psicologico che “Il Centro di Psicoterapia Familiare” organizza quest’anno.   

Le inviamo il materiale descrittivo delle attività di questo primo Week end del 2015:

Il GENOGRAMMA è uno strumento grafico di rappresentazione della struttura (almeno) tri-generazionale della famiglia, che ha lo scopo di mantenere traccia delle risultanze dell'indagine psicodiagnostica relazionale e guidarla rispetto alle dinamiche emotive, di funzione e di relazione che caratterizzano la specifica famiglia che si sta trattando in terapia.
Attraverso il Genogramma si scoprono i punti di forza e di debolezza dei membri della famiglia e dell'intero gruppo, conoscendone le ragioni evolutive di questi, conquistando così una buona base condivisa di conoscenza della propria storia per affrontare proficuamente le trasformazioni insite in un buon percorso psicoterapeutico.
Questo strumento può essere usato proficuamente da didatti esperti anche in sessioni formative, dove si utilizza con gli/le allievi/e allo scopo di:
·       consentire ad ognuno di essi una profonda conoscenza della propria storia evolutivo-relazionale,
·       di individuare gli schemi inconsci ed automatici di relazione da cui si viene dominati,
·       apprendere esperienzialmente l'uso dello strumento.
PROGRAMMA:
Teoria e struttura del genogramma, tecnica applicativa, uso degli oggetti e delle foto di famiglia,   applicazione esemplificativa di primo livello con alcuni partecipanti (max 2 su esplicita richiesta).

DESTINATARI:
Psicologi, psicoterapeuti, counselor, assistenti sociali, educatori,  dirigenti di comunità, operatori socio-assistenziali, pedagogisti.

TEMPI E COSTI:
Il costo del week end formativo è di € 150,00 e si svolgerà nei seguenti orari: sabato 09 maggio dalle ore 10.00 alle 19.00 (con pausa pranzo), domenica 10  dalle 10.00 alle 14.00.

CONDUTTORI:
     Dott. Cesario Calcagni (psicologo, psicoterapeuta, Didatta             
     Accademia di Psicoterapia della Famiglia)
Dott.ssa Ivana Siena (psicologa, psicoterapeuta Direttrice del Centro di Psicoterapia Familiare Pescara-Foggia)

Verrà rilasciato attestato di frequenza.

Per questa iniziativa, può prenotarsi, entro e non oltre il 30 Aprile 2015 rispondendo a questa e-mail o contattando direttamente la dott.ssa Ivana Siena al numero 391.351.90.17
A seguito della prenotazione verrà comunicato l’Iban per il versamento della quota di iscrizione.
Il workshop è a numero programmato: si accettano, cioè, iscrizioni fino a un massimo di 12 partecipanti, così come, al di sotto di un minimo di 6 persone esso verrà rinviato di un mese, ad un’altra data. La quota versata, in tal caso, potrà fungere da nuova prenotazione o essere restituita.  



sabato 11 aprile 2015

CI HANNO FATTO CREDERE




Ci hanno fatto credere che l’amore, quello vero, si trova una volta sola, e in generale prima dei trent’anni.
Non ci hanno detto che l’amore non è azionato in qualche maniera e nemmeno arriva ad un’ora precisa.
Ci hanno fatto credere che ognuno di noi è la metà di un’arancia, che la vita ha senso solo quando riusciamo a trovare l’altra metà.
Non ci hanno detto che nasciamo interi, che mai nessuno nella nostra vita merita di portarsi sulle spalle la responsabilità di completare quello che ci manca: si cresce con noi stessi. Se siamo in buona compagnia, è semplicemente più gradevole.
Ci hanno fatto credere in una formula chiamata “due in uno”: due persone che pensano uguale, agiscono uguale, che solamente questo poteva funzionare.
Non ci hanno detto che questo ha un nome: annullamento. Che solamente essere individui con propria personalità ci permette di avere un rapporto sano.
Ci hanno fatto credere che il matrimonio è d’obbligo e che i desideri fuori tempo devono essere repressi.
Ci hanno fatto credere che i belli e magri sono quelli più amati, che quelli che fanno poco sesso sono all’antica, e quelli che invece ne fanno troppo non sono affidabili, e che ci sarà sempre un scarpa vecchia per un piede storto!
Solo non ci hanno detto che esistono molte più menti “storte” che piedi.
Ci hanno fatto credere che esiste un’unica formula per la felicità, la stessa per tutti, e quelli che cercano di svincolarsene sono condannati all’emarginazione.
Non ci hanno detto che queste formule non funzionano, frustrano le persone, sono alienanti, e che ci sono altre alternative.
Ah, non ci hanno nemmeno detto che nessuno mai ci dirà tutto ciò.
Ognuno di noi lo scoprirà da sè. E così, quando sarai molto innamorato di te stesso, potrai essere altrettanto felice, e potrai amare qualcuno.”
~ John Lennon




Versione originale:
“They made us believe that real love, the one that’s strong, only happens once, more likely before your thirties. They never told us that love is not something that you can put in motion, neither has time schedule.
They made us believe that each one of us is the half of an orange, and that life only makes sense when you find that other half. They did not tell us that we were born as whole, and that no one in our lives deserves to carry on his back such responsibility of completing what is missing on us: we grow through life by ourselves. If we have a good company it’s just more pleasant.
They made us believe in a formula “two in one”: two people sharing the same line of thinking, same ideas, and that it is what works. It’s never been told that it has another name: invalidation, that only two individuals with their own personality is how you can have a healthy relationship. It has been made to believe that marriage is an obliged institution and that fantasies out of hour should be repressed.
They made us believe that the thin and beautiful are the ones who are more loved, that the ones that have little sex are boring, and the ones that have a lot of it are not trustful, and that will always have a old shoes to a crooked foot; what they forgot to tell us is that there are more crooked minds than feet.
They made us believe that there’s one way formula to be happy, the same one to everybody, and the ones that escape from that are condemned to be delinquents. We have never been told that those formulas go wrong, they get people frustrated, they are alienating, and that we can try other alternatives. Oh! Also they did not tell us that no one will tell those things to us. Each and everyone of us will have to learn by ourselves.
And, when we get to the point that you are in love with yourself first, that’s when you can fall in love with somebody.”
~ John Lennon
Ci hanno fatto credere che ognuno di noi è la metà di un’arancia, che la vita ha senso solo quando riusciamo a trovare l’altra metà.
Non ci hanno detto che nasciamo interi, che mai nessuno nella nostra vita merita di portarsi sulle spalle la responsabilità di completare quello che ci manca: si cresce con noi stessi. Se siamo in buona compagnia, è semplicemente più gradevole.
Ci hanno fatto credere in una formula chiamata “due in uno”: due persone che pensano uguale, agiscono uguale, che solamente questo poteva funzionare. Non ci hanno detto che questo ha un nome: annullamento. Che solamente essere individui con propria personalità ci permette di avere un rapporto sano.
Ci hanno fatto credere che il matrimonio è d’obbligo e che i desideri fuori tempo devono essere repressi.
Ci hanno fatto credere che i belli e magri sono quelli più amati, che quelli che fanno poco sesso sono all’antica, e quelli che invece ne fanno troppo non sono affidabili, e che ci sarà sempre un scarpa vecchia per un piede storto! Solo non ci hanno detto che esistono molte più menti “storte” che piedi.
Ci hanno fatto credere che esiste un’unica formula per la felicità, la stessa per tutti, e quelli che cercano di svincolarsene sono condannati all’emarginazione. Non ci hanno detto che queste formule non funzionano, frustrano le persone, sono alienanti, e che ci sono altre alternative.
Ah, non ci hanno nemmeno detto che nessuno mai ci dirà tutto ciò.
Ognuno di noi lo scoprirà da sè. E così, quando sarai molto innamorato di te stesso, potrai essere altrettanto felice, e potrai amare qualcuno.”
- John Lennon -
Ci hanno fatto credere che ognuno di noi è la metà di un’arancia, che la vita ha senso solo quando riusciamo a trovare l’altra metà.
Non ci hanno detto che nasciamo interi, che mai nessuno nella nostra vita merita di portarsi sulle spalle la responsabilità di completare quello che ci manca: si cresce con noi stessi. Se siamo in buona compagnia, è semplicemente più gradevole.
Ci hanno fatto credere in una formula chiamata “due in uno”: due persone che pensano uguale, agiscono uguale, che solamente questo poteva funzionare. Non ci hanno detto che questo ha un nome: annullamento. Che solamente essere individui con propria personalità ci permette di avere un rapporto sano.
Ci hanno fatto credere che il matrimonio è d’obbligo e che i desideri fuori tempo devono essere repressi.
Ci hanno fatto credere che i belli e magri sono quelli più amati, che quelli che fanno poco sesso sono all’antica, e quelli che invece ne fanno troppo non sono affidabili, e che ci sarà sempre un scarpa vecchia per un piede storto! Solo non ci hanno detto che esistono molte più menti “storte” che piedi.
Ci hanno fatto credere che esiste un’unica formula per la felicità, la stessa per tutti, e quelli che cercano di svincolarsene sono condannati all’emarginazione. Non ci hanno detto che queste formule non funzionano, frustrano le persone, sono alienanti, e che ci sono altre alternative.
Ah, non ci hanno nemmeno detto che nessuno mai ci dirà tutto ciò.
Ognuno di noi lo scoprirà da sè. E così, quando sarai molto innamorato di te stesso, potrai essere altrettanto felice, e potrai amare qualcuno.”
- John Lennon -
Ci hanno fatto credere che ognuno di noi è la metà di un’arancia, che la vita ha senso solo quando riusciamo a trovare l’altra metà.
Non ci hanno detto che nasciamo interi, che mai nessuno nella nostra vita merita di portarsi sulle spalle la responsabilità di completare quello che ci manca: si cresce con noi stessi. Se siamo in buona compagnia, è semplicemente più gradevole.
Ci hanno fatto credere in una formula chiamata “due in uno”: due persone che pensano uguale, agiscono uguale, che solamente questo poteva funzionare. Non ci hanno detto che questo ha un nome: annullamento. Che solamente essere individui con propria personalità ci permette di avere un rapporto sano.
Ci hanno fatto credere che il matrimonio è d’obbligo e che i desideri fuori tempo devono essere repressi.
Ci hanno fatto credere che i belli e magri sono quelli più amati, che quelli che fanno poco sesso sono all’antica, e quelli che invece ne fanno troppo non sono affidabili, e che ci sarà sempre un scarpa vecchia per un piede storto! Solo non ci hanno detto che esistono molte più menti “storte” che piedi.
Ci hanno fatto credere che esiste un’unica formula per la felicità, la stessa per tutti, e quelli che cercano di svincolarsene sono condannati all’emarginazione. Non ci hanno detto che queste formule non funzionano, frustrano le persone, sono alienanti, e che ci sono altre alternative.
Ah, non ci hanno nemmeno detto che nessuno mai ci dirà tutto ciò.
Ognuno di noi lo scoprirà da sè. E così, quando sarai molto innamorato di te stesso, potrai essere altrettanto felice, e potrai amare qualcuno.”
- John Lennon -


domenica 22 marzo 2015

E ALLA FINE....MUSICA!!!






"Ma cosa fare di fronte a un mai più
 se non cercare ininterrottamente
nelle furtive note?"
(M.Barbery)



Riuscite a immaginare la vostra vita senza la musica come vostra fedele "compagna di viaggio"?
Ognuno di noi ha tante e tante canzoni che fanno da sfondo ai propri momenti di vita, questo perché la musica è profondamente legata al nostro evolverci come persona, un legame che diventa indispensabile nel momento in cui le esperienze e le emozioni che si vivono hanno una forza dirompente  nella nostra esistenza.
La musica è sempre dalla nostra parte pronta ad aiutarci; basta pensare alla nostra infanzia e alla sua capacità di alleviare e accompagnare i sentimenti di paura, come quando le ninne-nanne fungevano da filo conduttore per mantenere un contatto con i propri genitori anche dopo aver chiuso gli occhi, procedendo verso una sorta di separazione per gradi.
Da un punto di vista fisico, infatti, il suono è qualcosa che accade nell’aria, qualcosa che è in grado di stabilire un contatto fisico a distanza tra una sorgente di vibrazioni ed il nostro corpo.
I momenti "critici" che ogni bambino vive quando si allontana dalla figura materna possono presentare delle piccole analogie con la situazione di dolore in cui ci si trova al momento della perdita di una persona cara, e la musica anche in questo caso può essere usata come strumento per lenire e affrontare le sofferenze connesse alla morte.
Morire è un'esperienza complessa e fortemente destrutturante sia  per la persona che muore, sia per la famiglia, ma oltre ad essere un evento terribile che costringe ad affrontare molti e dolorosi cambiamenti, può diventare anche un momento di calda ed intima condivisione.
È da tener presente che il paziente oncologico ha un insieme di necessità fisiche, spirituali ed emotive del tutto peculiari e spesso, purtroppo, vive un abbandono assistenziale.
Ma la musica grazie alla sua capacità di dar voce a tutto ciò che spesso fatica a trovare parola, di esprimere il dolore e la bellezza simultaneamente, e di trasportare in un altro tempo e in un altro spazio, offre un nuovo tipo d'aiuto ai pazienti in fase terminale e alle loro famiglie per affrontare la malattia, diventa "curativa".
Ecco che oggi appare ancora più chiara l'importanza dell'introduzione e del riconoscimento di nuove tecniche terapeutiche, come la Musicoterapia, la quale non nasce come uno strumento alternativo di cura, ma integrativo alle essenziali terapie mediche e farmacologiche.
Ma che cos'è la Musicoterapia?
Tale metodologia di intervento viene definita come un processo interpersonale in cui il terapeuta usa la musica in tutti i suoi aspetti – fisici, emotivi, mentali, sociali, estetici e spirituali – per aiutare i pazienti a migliorare, recuperare o mantenere la salute; il suo approccio è globale ed agisce in una concezione olistica che va a considerare l'unità indissolubile del corpo-cervello-mente.
Nel trattamento musicoterapico, si vuole sviluppare l’ascolto dell’altro attraverso improvvisazioni libere, la scelta condivisa di musiche e canzoni da ascoltare o da cantare insieme, la scrittura di testi e, quando il paziente non può o non vuole suonare direttamente, è importante suonare per lui.
La musicoterapia con i pazienti terminali può essere un valido strumento per aiutare ad avvicinarsi alla morte, consente di aprirsi agli altri in maniera insolita, di entrare così intimamente nella vita di qualcuno, proprio quando questa si avvicina alla fine.
L'intervento agisce fondamentalmente in due modi:
-In primo luogo può essere utilizzato per raggiungere obiettivi come la riduzione dell’ansia e del dolore, aspetti cardine nella malattia oncologica, e favorisce il rafforzamento del concetto di sé;
-In secondo luogo può essere fonte di interazione profonda e significativa.
L'esperienza musicale offre infatti la possibilità di esprimesi e di far emergere sentimenti e reazioni rimaste fino a quel momento sopite, può aiutare anche ad accettare i limiti imposti dalla malattia e ad incoraggiare la comunicazione, ma è anche una fonte di divertimento, offrendo un periodo di "tregua" dalle sofferenze e permettendo così di "ricaricare le batterie" ed affrontare al meglio le situazioni dolorose alle quali la persona dovrà andare incontro.
Questo tipo di terapia permette di acquisire inoltre autonomia nelle decisioni, ciò aiuta anche a mantenere il senso della dignità, della realizzazione e della valorizzazione di sé, facilita l’evocazione di ricordi significativi, legati a persone care oppure ad eventi importanti della vita e permette anche alle famiglie di conservare ricordi positivi dell’ultima fase della vita del malato.
Molte ricerche hanno ampiamente confermato come la musica migliori fortemente la qualità di vita di ogni singolo persona, l'uomo può essere definito a tutti gli effetti un "animale musicale" e questo è ancora più chiaro quando ci si imbatte in esperienze di vita con un forte impatto emotivo. 
Ricordano le parole di Oliver Sacks, neurologo, scrittore e chimico britannico: “Il potere della musica è di integrare e curare… è un elemento essenziale; è il più completo farmaco non chimico”.

Dott.ssa Valentina D'Alessio

Laureata in Psicologia e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara





sabato 21 marzo 2015

“NON VOGLIO PIU’ INNAMORARMI…..L’AMORE FA MALE”





Può succedere che nel corso della propria vita uomini e donne incontrino alcune difficoltà per innamorarsi, soprattutto se ad esempio hanno passato molto tempo da soli o se hanno vissuto esperienze di coppia negative.
A molti di noi magari sarà capitato di dire almeno una volta “non voglio più innamorarmi, perché l’amore fa male”. Tuttavia poi la maggior parte delle persone riesce di nuovo a stringere relazioni e a vivere le emozioni dell’innamoramento.
C'è però una categoria di persone che considera l'amore come un sentimento negativo, qualcosa di cui aver paura. C’è chi soffre perché non è in grado di lasciarsi andare, c’è chi, quando si trova di fronte all’occasione di poter instaurare un rapporto con una persona, in preda all’ansia e al panico, fugge, trovandosi così a sviluppare, con il tempo, una vera e propria fobia, la “philofobia”. 
La philofobia, appunto, è definita come la paura persistente, ingiustificata ed anormale di innamorarsi o di amare una persona e, seppure non presente sui manuali dei disturbi conclamati, crea un forte disagio alla persona che la vive.
Infatti, il soggetto philofobico può provare attacchi di depressione caratterizzati dalla paura che in futuro possa essere ferito dall'altro soggetto verso il quale prova amore, ma allo stesso tempo prova un senso di attrazione fisica e morale nei confronti dell'uomo o della donna.
Nelle sue fasi acute questa paura può presentare dispnea, nausea, tachicardia, agitazione ed altri sintomi tipici dell’ansia o dell’attacco di panico.
La persona che soffre di philofobia, a volte può essere anche consapevole  dell’infondatezza della propria paura, ma nonostante questo non riesce a fare a meno di fuggire dalle relazioni, da un lato per la paura di lasciarsi andare ai propri sentimenti e a quelli del partner, e dall’altro per scappare, per placare l’ansia e il forte stato di tensione che finiscono col prendere il sopravvento.
Ma se l’amore può avere delle conseguenze  sia positive che negative, i philofobi si sentono inadeguati e impauriti e tendono a focalizzarsi solo sulle situazioni negative dell'amore: abbandono, delusioni, sofferenza.
Di solito questi soggetti tendono ad avere difficoltà a lasciarsi andare in molte altre situazioni della vita, non si fidano degli altri e sono persone molto introverse.
Chi ha paura di amare, normalmente, sceglie alcuni comportamenti tipici, come innamorarsi di persone impossibili, così invece di riconoscere le loro paure, si ripetono di essere innamorati ma che il loro amore è impossibile; oppure stabilisce relazioni destinate al fallimento perchè i due non hanno niente in comune; si ritrovano così ad essere gli artefici di una profezia che si autorealizzerà.
Generalmente alla base di questa paura esiste più di una causa e il timore non rappresenta nient’altro se non un meccanismo di difesa, del tipo “non amiamo per non soffrire”.
La philofobia può essere determinata da cause riconducibili alla nostra infanzia, nel rapporto con i nostri genitori, come  ad esempio richieste d'affetto ai propri genitori che non trovano risposta, oppure può essere dovuta a interazioni primarie madre-figlio frustranti o traumatiche.
In altre situazioni tra le cause è possibile trovare ad esempio una passata e profonda delusione sentimentale che ha decisamente ferito il soggetto al punto di non volerne più sapere d'innamorarsi per paura di soffrire di nuovo o di essere delusi una seconda volta. 
Le persone che hanno paura di amare dovrebbero tenere presente che la fuga non fà sparire la paura ma piuttosto la rafforza. Per questo, se esiste la possibilità di vivere una storia d’amore, non vi è motivo di sottrarsi.
Inoltre bisogna cercar di vivere la relazione senza anticipare gli eventi e senza paragonarla alle relazioni vissute in passato, in quanto ogni storia è diversa e unica.
Inoltre potrebbe essere importante rendere il partner partecipe delle proprie paure. Condividere timori e ansie può essere d’aiuto per placarle e per ricevere comprensione dall’altro. Solo così la relazione potrà funzionare e l’altra persona potrà comprendere alcuni dei comportamenti tipici di chi soffre di philofobia, che all’apparenza potrebbero sembrare privi di significato.
Ma quando la paura è troppo intensa, si raccomanda comunque di consultare uno specialista al fine di lavorare insieme per affrontare la paura ed eliminarla.

 Dott.ssa Antonia Malpede

Laureata in Psicologia presso l'Università G. D'Annunzio di Chieti e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus

giovedì 29 gennaio 2015

SINGLE, NIENTE PAURA!

 ARRIVA LA “INVISIBLE  BOYFRIEND”



Negli Stati Uniti e in Canada è stata lanciata “Invisible Boyfriend”, una nuova App per smartphone che permette di scambiare messaggi con un fidanzato virtuale.
Dopo aver scaricato l’applicazione è possibile creare il partner ideale scegliendo non solo la foto, il nome, l’età, l’altezza e il colore dei capelli, ma anche il suo profilo psicologico, delineando tratti di personalità, interessi ed  hobby.
Un ulteriore tocco di realtà è dato, nell’apposita didascalia,  dalla descrizione  di tutti i retroscena del rapporto, specificando le varie dinamiche sul come ci si è conosciuti e dove, o scrivendo una storia che giustifichi l’assenza fisica del fidanzato.
Per rendere più credibile ed intensificare la relazione è possibile acquistare altri pacchetti che prevedono nuove funzionalità che vanno dai post su Facebook a conversazioni su Whatsapp. Il servizio funziona grazie ad una società di 200.000 lavoratori che rispondono  ai messaggi. Nessuno di loro ha accesso ai numeri di telefono o ai nomi dei clienti e nessuno intrattiene conversazioni con un solo utente. Nella realtà quindi, il fidanzato invisibile è gestito da diverse persone che rispondono autonomamente ai messaggi.
Lo scopo dell’applicazione, per coloro che l’hanno inventata, è ingannare amici e familiari intrusivi ed insistenti  ed evitare quindi giustificazioni sul perché non si ha una relazione stabile.
Una volta lanciata nella piattaforma però, ognuno può decidere di utilizzarla per molteplici scopi: nascondere una relazione omosessuale che la famiglia disapproverebbe ad esempio, far ingelosire qualcuno, lasciar desistere avances indesiderate o semplicemente “far pratica” senza così perdere l’abitudine ad interfacciarsi nella vita di coppia.
Può esserci, quindi, il rischio che gli utenti si affezionino seriamente alla figura virtuale da loro stessi creata?
Razionalmente chi sceglie di scaricare l’App è consapevole che si tratta di uno scherzo, che è un servizio per il quale  paga e che non può in nessun modo sostituire una relazione amorosa. Allo stesso tempo, però, i messaggi ricevuti, nonostante artefatti, creano una risposta emotiva nell’utente generando sensazioni di piacere e desiderabilità.
Su queste premesse non è difficile immaginare che qualcuno possa sviluppare dei sentimenti per un essere umano virtuale, il quale per di più provvede ad ogni minima esigenza emotiva.
Quella che sembrava una finzione cinematografica potrebbe diventare realtà; ne è un esempio il film “Her” di Spike Jonze, dove il protagonista si innamora della voce di un sistema operativo dotato di intelligenza artificiale.
Il rischio di una App come questa è sicuramente di rendere ancor più sintetiche le relazioni sentimentali, già ampiamente de-umanizzate dai social network. Sembra che da un lato possa rispondere ad un bisogno reale, quello di appartenenza (Maslow, 1954) attraverso il quale un individuo necessita per il suo benessere psico-fisico di sperimentare affetto familiare e intimità sotto ogni suo significato. 


Tuttavia la falsa illusione di soddisfare questo bisogno attraverso il virtuale può portare alla dipendenza affettiva nonché alla difficoltà di mettere alla prova se stessi nella vita reale, cosa che influisce sul livello di autostima mantenendolo costantemente in riserva. Di conseguenza una bassa autostima genera la necessità di cercare nuovamente contatti solo attraverso la protezione di uno schermo del pc o dello smartphone, e si innesca un circolo vizioso.
Ciò detto resta un’unica domanda: visti tutti i rischi illustrati, riusciremo mai a tornare al vecchio metodo vis a vis?

Dott.ssa Manuela Fersini
Dott.ssa Ivana Siena












domenica 25 gennaio 2015

FOMO: la paura di essere tagliati fuori


"Vivere è così sorprendente
 che lascia poco spazio
per qualsiasi altra cosa"
Emily Dickinson



L’uso sempre più pervasivo di Internet e dei Social Network ha portato, tra le altre cose,alla nascita di una forma tutta nuova di ansia sociale: la FOMO ("Fear Of Missing Out"), ovvero la paura di perdersi tutto ciò che accade in rete, di essere tagliati fuori da notizie, eventi o aggiornamenti e restare isolati. È la malattia del nostro secolo ossessionato dalle comunicazioni: il pensiero costante che gli altri stiano facendo qualcosa di più interessante di quello che stiamo facendo noi, e che ci stiamo perdendo qualcosa.

Che cos'è la FOMO?


La FOMO è la paura di non vivere al meglio, come gli altri, ed è legata all’utilizzo eccessivo delle nuove tecnologie on line.
La paura di essere tagliati fuori, di essere dimenticati dagli altri, è sempre esistita;l'avvento dei Social Network l’ha soltanto amplificata. Succede sempre più spesso che gli utenti dei vari Social Network sianologorati dal bisogno ossessivo di controllare ciò che gli altri stanno facendo. Un bisogno che, se non viene soddisfatto, può causare una vera e propria "crisi di astinenza".
Mediamente ogni persona guarda lo smartphone circa 150 volte al giorno, una volta ogni 6 minuti. È in aumento anche il numero di coloro che controllano la posta elettronica e i propri profili social molto presto al mattino, appena svegli. Una vera e propriaansia e irrequietezza di essere connessi e di controllare che può causare problemie disagi non soltantoalla vita sociale e relazionale ma anche a quella lavorativa e scolastica.

Ma siamo proprio sicuri che tutti coloro che caricano le foto sui Social Network si stanno divertendo davvero? Sono proprio loro, secondo alcune ricerche, gli individui con il grado maggiore di FOMO.
Sempre più persone, soprattutto giovani, dichiarano di soffrire di questo disagio, che manifestano utilizzando gli stessi Social che lo creano. Su Twitter, ad esempio, sono molti i giovani che dicono di soffrire di tristezza o depressione se trascorrono una serata a casa. È soprattutto il sabato sera a terrorizzare di più.Tanto che su Twitter, l'account @FOMO cerca di aiutare chi ammette di soffrire del problema, offrendo una consulenza online in 140 caratteri.
Possibili soluzioni
Per sconfiggere la "paura di essere tagliati fuori", è fondamentale imparare a stabilire un equilibrio nell’utilizzo dei social network. La tecnologia non va demonizzata, bisogna soltanto imparare a usarla in modo sano, non stressante.La soluzione non è disconnettersi definitivamente, perdendo in questo modo tutto ciò che di positivo Internet può dare, quanto piuttosto sapersi disconnettere e connettere al momento giusto. Recuperare l'indipendenza. Scegliere di usare la Rete invece che esserne sopraffatti. 
Dott.ssa Rossella Scelza