mercoledì 10 aprile 2013

DISTURBI


DISTURBO D'ANSIA


Con il termine ansia si intende un particolare stato di attivazione psicofisica che normalmente ci permette di far fronte a diverse situazioni, come svolgere prestazioni o compiti. Ha la funzione di mediare tra il mondo esterno ed il nostro mondo psichico interno rendendoci capaci di affrontare i problemi della vita e di adoperarci per migliorare il nostro adattamento all'ambiente esterno permettendo quindi lo sviluppo e la crescita della nostra  personalità.
Si tratta in questi casi della cosidetta ansia positiva, fisiologica, funzionale.
Tuttavia può accadere che di fronte ad eventi stressanti o a situazioni nuove da affrontare o di pericolo, la risposta psicofisica sembra non essere adeguata e funzionale tanto da creare stati d'animo spiacevoli fino a condizioni di malessere e disagio dell'intera persona, sia a livello fisico che mentale.
In questi casi si potrebbe trattare di disturbi d'ansia.
Sono risposte psicofisiche tese all'evitamento di alcune situazioni vissute come stressanti o pericolose, o al controllo di circostanze od eventi che hanno causato un elevato stress per la persona.
Tali risposte psicofisiche, dovute all'attivazione del sistema nervoso autonomo, vengono sperimentate sia a livello cognitivo (pensieri, convinzioni, percezioni) che somatico. In quest'ultimo caso i sintomi più frequenti riguardano la respirazione, la frequenza cardiaca, la temperatura corporea, la sudorazione. Nello specifico tali sintomi saranno descritti nei singoli disturbi.
I più frequenti possono essere il disturbo d'ansia generalizzato, l'attacco di panico, il disturbo da stress post traumatico. Talvolta gli stati ansiogeni possono portare a fobie o a disturbi ossessivi compulsivi.

 DISTURBO DA ANSIA GENERALIZZATO
Tale disturbo viene anche indicato con l'espressione "ansia diffusa" in quanto la sensazione di eccessiva preoccupazione  è persistente ed incontrollabile, può riguardare qualsiasi tipo di attivtà o circostanza.
Gli adulti con Disturbo d’Ansia Generalizzato spesso si preoccupano per circostanze quotidiane, abitudinarie, come responsabilità lavorative, problemi economici, salute dei familiari, disgrazie per i propri figli o piccole cose (come faccende domestiche, riparazioni all’automobile, far tardi agli appuntamenti).
I bambini tendono a preoccuparsi per le proprie capacità e per la qualità delle loro prestazioni ad esempio scolastiche o sportive.
L’ansia e la preoccupazione possono essere accompagnate da irrequietezza, facile affaticabilità, difficoltà a concentrarsi e a rilassarsi, irritabilità, tensione e dolori muscolari, sonno disturbato, presenza di tic alle palpebre o in altre parti del corpo o tremori.
Possono occorrere anche sintomi somatici come rossore, sudorazione, batticuore, nausea, diarrea, sensazioni di freddo, bocca secca, nodo alla gola, mani sudate, pollachiuria (aumento della frequenza delle urine), respiro poco profondo.

ATTACCO DI PANICO
Si tratta di un'eccessiva reazione fisica e psichica dovuta alla percezione di un pericolo imminente anche se in realtà non è tale. Le caratteristiche principali sono l'intensa paura di morire che si manifesta improvvisamente e la breve durata. I  sintomi più frequenti possono essere palpitazioni, sudorazione eccessiva, vertigini, sensazione di soffocamento, dolore o fastidio al petto, nausea e disturbi addominali, vampate di calore, brividi, tremori. L’attacco ha un inizio improvviso, raggiunge rapidamente l’apice (di solito in 10 minuti o meno), ed è spesso accompagnato da un senso di pericolo o di catastrofe imminente e da urgenza di allontanarsi.

FOBIA SOCIALE
Si manifesta come una intensa paura di esporsi a certe situazioni o prestazioni sociali come parlare in pubblico o parlare a qualcuno o di essere osservati mentre si sta facendo qualcosa. È presente una forte preoccupazione di apparire imbarazzati, di avere vuoti di memoria, di essere quindi giudicati deboli, timidi dagli altri. Questi timori possono portare ad un livello di disagio molto elevato fino all'evitamento delle situazioni sociali quindi di parlare, mangiare, bere o scrivere in pubblico (timore che gli altri vedano il tremore delle mani).
Un'altra caratteristica di questo disturbo è una marcata ansia che precede le situazioni temute. In questo caso si tratta di ansia anticipatoria che si manifesta già prima di affrontare la situazione temuta e che potrebbe rendere la prestazione realmente scadente o percepita come tale.
L'evitamento, la paura e l'ansia possono interferire significativamente con la routine quotidiana, con il funzionamento lavorativo e con la vita sociale.

FOBIA SPECIFICA
È  rappresentata dalla paura estrema di oggetti, animali o situazioni specifiche che in relatà non sono pericolosi per la persona, che spesso determina condotte di evitamento.
Una paura marcata, persistente e eccessiva quando si è in presenza di, o quando si aspetta di affrontare un oggetto o una situazione specifici. Questa risposta può prendere la forma di un "attacco di panico" causato dalla situazione o sensibile alla situazione. Mentre gli adolescenti e gli adulti con questo disturbo riconoscono che questa paura è eccessiva o irragionevole, questo può non accadere nei bambini. Più spesso lo stimolo fobico viene evitato, ma talvolta sopportato nel timore.
Una forte sensazione di ansia precede la situazione temuta, è la cosidetta ansia anticipatoria che può quindi portare all'evitamento dell'oggetto, della situazione temuti ed interferire quindi con il normale svolgimento delle attivtà quotidiane e lavorative della persona. Quindi oltre alla paura di imbattersi nello stimolo temuto si prova anche paura di provare tale sensazione.
Le fobie specifiche sono state raggruppate secondo la tipologia. Le più diffuse sono le fobie verso animali o insetti, verso situazioni ambientali o naturali (temporali, acqua, vento, altezze), riguardo elementi corporei (sangue, ferite, iniezioni).

DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO
E' caratterizzato da pensieri, immagini e/o impulsi ricorrenti che creanno allarme e paura e costringono a mettere in atto azioni mentali o comportamenti ripetitivi che richiedono del tempo (almeno un'ora al giorno) e causano disagio ed interferiscono nello svolgimento delle attività quotidiane.
In particolare le ossessioni sono idee, pensieri, impulsi o immagini persistenti, sono vissute come intrusive e inappropriate, e causano ansia o disagio marcati. L’individuo è capace di riconoscere che le ossessioni sono il prodotto della sua mente e non vengono imposte dall’esterno.
Le ossessioni più frequenti sono pensieri ripetitivi di contaminazione (es., essere contaminati quando si stringe la mano a qualcuno), dubbi ripetitivi (es., chiedersi se si è lasciata la porta), la necessità di avere le cose in un certo ordine (es., disagio intenso quando gli oggetti sono in disordine), impulsi aggressivi o terrifici e fantasie.
La persona con ossessioni di solito cerca di ignorare o sopprimere tali pensieri o impulsi o di neutralizzarli con altri pensieri o azioni (cioè, una compulsione).
Le compulsioni sono comportamenti ripetitivi (cioè lavarsi le mani, riordinare, controllare) o azioni mentali (es., pregare, contare, ripetere mentalmente delle parole) il cui obiettivo è quello di prevenire o ridurre l’ansia o il disagio e non quello di fornire piacere o gratificazione. Nella maggior parte dei casi, la persona si sente spinta a mettere in atto la compulsione per ridurre il disagio che accompagna un’ossessione o per prevenire qualche evento o situazione temuti. Ad esempio gli individui afflitti dall’ossessione di avere lasciato una porta aperta possono essere spinti a controllare la porta a intervalli di pochi minuti. Per definizione le compulsioni sono chiaramente eccessive e non connesse in un modo realistico con ciò che sono designate a neutralizzare o prevenire. Le compulsioni più comuni comprendono lavarsi e pulire, contare, controllare, richiedere o pretendere rassicurazioni, ripetere azioni e mettere in ordine.

AGORAFOBIA
La caratteristica essenziale dell'agorafobia è l’ansia relativa al trovarsi in luoghi o situazioni dai quali può essere difficile (o imbarazzante) allontanarsi, o nei quali può non essere disponibile aiuto in caso di "attacco di panico" o sintomi tipo panico (per es., paura di avere un attacco improvviso di vertigini o di diarrea. L’ansia determina tipicamente l’evitamento di una varietà di situazioni che possono includere stare fuori casa da soli o stare a casa da soli; essere in mezzo alla folla; viaggiare in automobile, autobus o aereoplano; oppure essere su un ponte o in ascensore. Alcune persone sono in grado di esporsi alle situazioni temute, ma le sopportano con considerevole paura.

DISTURBO DA STRESS POST TRAUMATICO
Il Disturbo post-traumatico da stress si manifesta con una serie di sintomi di disagio innescati dall’esperienza di eventi traumatici stressanti, come la personale esposizione ad eventi dolorosi, a una malattia grave, al rischio di morire o ad altre serie minacce alla propria integrità fisica o a quella di familiari e amici stretti (catastrofi naturali, violenze personali, incidenti, lutti, ecc.).
Centro di Psicoterapia Familiare
 Fonte: psicologiapertutti.it

lunedì 8 aprile 2013

PSICOLOGIA EVOLUTIVA III Parte


Preadolescenza e adolescenza



L’adolescenza (ormai prolungata fino a 25 anni) e la preadolescenza (per le bambine inizia intorno ai 10 anni, per i maschi intorno ai 12), sono termini che vanno utilizzati nel contesto storico e culturale a cui si riferiscono. Infatti, nascono come definizioni e problematiche, con la rivoluzione industriale e dalle trasformazioni che questa ha comportato sia pratiche che di riflesso, nei ruoli familiari. Da una società patriarcale, dove il bambino passava repentinamente allo stato di adulto e lavorava fin dalla tenera età, si è passati a una società in cui  il progresso, il maggiore benessere (l’alimentazione più abbondante e migliore ha determinato l’abbassamento  dell’età dello sviluppo e l’aumento della durata dell’età fertile), la lotta per la parità dei sessi, la presa di coscienza dei diritti dei minori e i cambiamenti di ruolo dei genitori, nonché le diverse scelte educative, hanno provocato nell’essere umano un’estensione del periodo di dipendenza dal nucleo familiare, un allungamento del percorso formativo e di studi e una posticipazione dell’inserimento nel mondo del lavoro. A 29 anni l’80% dei maschi vive ancora in famiglia. Paradossalmente a uno sviluppo fisico precoce, corrisponde una più lenta autonomia e un ingresso differito nell’età adulta. Mancano anche dei riti di passaggio chiari (presenti nelle società primitive) che traghettavano in modo netto gli individui da una fase (fanciullezza, adolescenza) all’altra (età adulta).
Nella rappresentazione del senso comune l’adolescenza è definita come la stagione della vita più incerta e problematica. L’adolescente non è più un bambino ma non è ancora un adulto. Questo duplice movimento, rinnegamento della propria identità infantile e ricerca di una nuova stabile immagine del sé adulto, costituiscono l’essenza stessa della “crisi” che ogni adolescente attraversa. Durante questa fase tutti i parametri che il bambino aveva stabilito come suoi punti di riferimento oggettivi cambiano a velocità estremamente elevata e tutte le problematiche già presenti durante l’infanzia si acuiscono, creando un inevitabile stato d’animo di disagio, paura e instabilità. K. Lewin ha paragonato la condizione di un adolescente “a qualcuno che si trova, improvvisamente in una situazione sconosciuta, non familiare… l’incertezza sarà tanto più grande quanto più l’individuo è stato, in precedenza, tenuto ‘fuori’ e all’oscuro del mondo adulto”.
 Il periodo che va dagli undici ai diciotto anni (abbassamento dell’età dello sviluppo fisico per cause multiple, che non corrisponde a una maturazione psicologica) è all’insegna del cambiamento fisico, comportamentale e psicologico: il corpo si sviluppa repentinamente, il modo di muoversi diventa spesso goffo, si evidenziano i caratteri sessuali primari, aumenta l’interesse per l’altro sesso, si trasforma di fatto l’aspetto così come il modo di pensare se stesso e gli altri. E’ questa la fase in cui lievi difetti fisici diventano problemi apparentemente insormontabili, aumenta l’importanza dell’approvazione del gruppo dei coetanei (che supera nettamente quella degli adulti), cambia insomma il modo di percepire tutta la realtà.
La preadolescenza porta con sé uno stato affettivo turbolento,un vero e proprio scombussolamento emotivo, un bombardamento di emozioni che si sviluppano a partire dal cambiamento ormonale. E’ una specie di terremoto che toglie al bambino la certezza di quel corpo infantile per lungo tempo curato e vezzeggiato dagli adulti, in particolare i genitori. Ogni ragazzo si sente stravolto dai suoi umori e deve imparare a regolare il rapporto tra un corpo che gli è estraneo e una mente che non è ancora in grado di concepirlo. E’ in questo intervallo tra infanzia e adolescenza che le incursioni troppo pressanti del mondo adulto hanno come unico effetto quello di confondere le idee al preadolescente già di per sé piuttosto confuso.  Il ragazzo/a ha bisogno di silenzio e spazio interiore per dedicarsi alla scoperta di sé stesso, ha necessità di liberarsi del pressante controllo dei grandi, ma ha anche bisogno che l’adulto non solo ci sia, ma sia disponibile a mantenere il rapporto con lui.
Per gli adulti (genitori, insegnanti, educatori…) che si trovano a condividere il percorso di crescita con un adolescente, è più importante che mai fare uno sforzo di empatia e porsi in una posizione di ascolto e accettazione non giudicante, molto simile a quella  dell’inizio della vita del neonato quando iniziava a svilupparsi  la fragile percezione dell’Io. La preadolescenza rimette tutto in discussione e rivisita l’acquisito concetto di del bambino per traghettarlo verso la più definita personalità adulta. In più con l’adolescente è necessario porre dei limiti chiari e contenere il suo pur sano desiderio di mettersi alla prova con azioni e comportamenti, mirati a confrontarsi provocatoriamente con il mondo degli adulti. E’ tipico di questa fase percepirsi come invulnerabili e non avere chiaro (soprattutto nella prima adolescenza 12/14) l’irreversibilità della morte  la prima causa di incidenti gravi, fino al decesso,  in questa fascia di ètà sono infatti   i comportamenti a rischio, cioè azioni e situazioni (uso e abuso di sostanze, guida spericolata, giochi pericolosi…) in cui l’adolescente si mette con un’apparente incapacità di previsione delle conseguenze su di sé o sull’ambiente (scolastico e familiare) in cui vive . La trasgressività è una caratteristica dell’adolescenza, funzionale alla messa in discussione delle regole date e quindi parte costitutiva del processo di crescita. Ma i comportamenti rischiosi e/o trasgressivi possono avere diverse valenze a seconda della loro portata e quando sfociano in comportamenti gravemente autolesionistici, di bullismo, antisociali o addirittura delinquenziali, sono correlati a situazioni di disagio pregresse che hanno minato l’equilibrio psicofisico del ragazzo/a in crescita.
Da questa età inizia  la necessità di proiettarsi verso il proprio futuro, oltre che  gestire il presente. Per la prima volta il preadolescente deve prendere in considerazione i vari aspetti dell’indipendenza totale e si domanda che tipo di adulto vuole essere e si trova ad affrontare inevitabilmente il problema dell’identità (Erikson). Deve conciliare la coscienza che ha di sé e delle proprie inclinazioni e i valori dell’ambiente in cui è cresciuto. Questa scelta comporta la riconsiderazione delle precedenti posizioni e la messa in discussione del modello dei genitori hanno fornito in una sorta di teoria sulla vita, una tesi a cui ora il ragazzo contrappone la sua antitesi per arrivare alla sintesi adulta.
I compiti evolutivi che deve affrontare l’adolescente sono numerosi e faticosi (per lui e per chi gli sta vicino) e  riguardano: accettare il proprio corpo (il fisico cambia in modo disarmonico e rapido, non c’è sintonia con lo sviluppo mentale e non c’è il tempo di adeguarsi alla nuova immagine di sé anche in presenza di modelli sociali esteticamente irraggiungibili), accettare il proprio sesso (nel bene e nel male i ruoli sessuali sono molto più complessi oggi rispetto al passato); stabilire relazioni nuove e più mature con i coetanei (è il momento della sperimentazione e del “laboratorio” in cui le ragazze parlano molto tra di loro e si gettano le basi per le strategie di relazione affettive, i maschi sono più lenti e schivi, provano pulsioni ma a non riescono a inquadrarle, entrambi i sessi frequentano  gruppi dello stesso genere e contattano il sesso opposto con amicizie e “incursioni” affettive); prepararsi a una professione in vista dell’indipendenza economica (mai come oggi questo percorso è incerto e sfumato per le condizioni sociali ed economiche di cui il precariato è una spia); sviluppare nuove abilità intellettuali ed essere socialmente responsabile; conseguire una coscienza etica e maggiori acquisizioni morali (stadi di Kohlberg); prepararsi a una vita di coppia stabile e alla procreazione; raggiungere un sufficiente grado di autonomia affettiva dai genitori che rimangono due figure importanti e centrali, ma è necessario uno svincolo per individuare le proprie vere inclinazioni. Infatti il timore  che il preadolescente avverte confusamente è di non riuscire a trovare la propria strada/identità se non pagando il prezzo di abbandonare le certezze del “bravo bambino” che dipende emotivamente dalle aspettative dei genitori. Lo sviluppo sano e pieno della sua personalità adulta lo potrà perseguire solo ascoltando  gli impulsi e  che gli vengono dalla sua personale elaborazione delle esperienze vissute e valutando gli effetti  delle sue scelte. La realizzazione di questi obiettivi comporta la necessità di mantenere un giusto equilibrio attraverso continui aggiustamenti e adattamenti (Piaget) e questo processo sarà più fluido e meno problematico, tanto più il ragazzo sarà stato facilitato dalla famiglia, dall’ambiente e dalle esperienze pregresse nel superare gli stadi di sviluppo precedenti. Anche la scuola assume un ruolo importante nella vita dell’adolescente poiché lo mette in gioco sul piano personale, relazionale e della riuscita sociale.
Durante questa fase avviene per il ragazzo una sorta di revisione dei ruoli e delle funzioni familiari, in cui il distacco dai genitori è parte integrante di questo periodo evolutivo, in cui al disagio del figlio, si contrappone quello del genitore, disorientato nelle sue precedenti e consolidate funzioni educative. E’ da qui che incomincia lo svincolo dalla famiglia e diventa di fondamentale importanza l’appartenenza al gruppo dei pari, che rappresenta un punto di riferimento sostitutivo e farne parte è per l’adolescente, una conferma per la sua traballante identità. La soddisfazione delle relazioni all’interno del gruppo di coetanei è importante non solo per promuovere lo sviluppo attraverso l’esperienza di nuove dinamiche ma anche per ridurre lo stress e la pressione psicologica che questo delicato passaggio produce. Il gruppo offre molte opportunità per apprendere specifiche abilità sociali: abilità di comunicazione verbale, di assertività, di relazione e fascinazione con l’altro sesso. In particolare, il legame privilegiato con “l’amica/o del cuore”, costituisce per l’adolescente un importante punto di riferimento, permettendogli di sperimentare nuove relazioni interpersonali basate sulla condivisione e potenziando la capacità di intimità con l’altro “diverso da sé”. Pietropolli Charmet, arriva a definire l’amicizia in adolescenza un obbligo evolutivo, una “fame di relazioni” orizzontali che sostituiscano quelle verticali dell’infanzia con i genitori e gli altri adulti di riferimento.
Indirettamente, a causa del figlio adolescente, avviene una rinegoziazione dei ruoli e delle funzioni familiari e ogni componente del nucleo deve trovare una nuova posizione. Diventa di fondamentale importanza e fattore facilitante per ogni componente del processo in atto, che l’ambiente familiare sia sufficientemente vitale, in grado di accogliere i bisogni che cambiano nel tempo e di accettare e contenere le spinte evolutive e regressive che l’adolescente mette in atto. E’ necessario che gli adulti non cedano alla tentazione di chiedere al ragazzo di “definirsi”, di dichiarare le proprie competenze a fronte di un’oscillazione in cui un giorno si sente adulto e pretende più autonomia e il giorno dopo sembra tornare ad essere un bambino piccolo e bisognoso. E’ l’adolescente stesso ad essere preda di questo fluttuare, il suo corpo, la sua mente e le sue acquisizioni, sono in così costante e rapida trasformazione che è per lui impossibile restare fermo su un’identità.
Ci sono poi altre variabili che riguardano non esclusivamente l’adolescente ma tutti i componenti della famiglia e che possono influenzare il processo in atto: il riassestamento della coppia genitoriale in vista della maggiore autonomia del figlio e del suo futuro allontanamento; lo stile educativo familiare; la qualità della relazione tra i genitori; la tipologia e le condizioni sociali e culturali della famiglia. Il processo di separazione-individuazione adolescenziale, nella nostra epoca è lento e progressivo e non finisce necessariamente con l’uscita da casa dei figli. Ma emancipazione non significa rottura dei rapporti familiari, ma trasformarli in modo da renderli più paritari e reciproci (Polmonari). Comunque i genitori restano per l’adolescente un fattore di protezione che attenua le reazioni dei ragazzi allo stress e alla fatica,  il punto di riferimento da cui partire e verso il quale poter tornare.


 Centro di Psicoterapia Familiare

Fonte: fofamiglia.it

PSICOLOGIA EVOLUTIVA II Parte


Il bambino dalla nascita ai tre anni




I primi tre anni di vita sono il periodo più “denso” e importante dell’intera vita: si apprendono molte cose (mangiare cibi solidi, camminare, parlare, controllare gli sfinteri…) , si elaborano stati emotivi e  si gettano le basi della personalità adulta,  con un’intensità che non è pari ad alcuna altra  fase della vita degli umani. Questa considerazione basta da sola a motivare l’enorme rispetto e delicatezza con cui è indispensabile accostarsi a un neonato. Al momento della nascita, mentre gli altri organi fondamentali (cuore, reni, polmoni …) sono sostanzialmente simili a quelli dell’adulto,  il cervello e il sistema nervoso in generale, non è  completo: la corteccia cerebrale (cioè la materia grigia che avvolge il mesencefalo e che presiede alle funzioni di movimento, pensiero complesso e linguaggio) presenta una scarsa connessione tra le sue cellule, e entro i due anni di vita arriverà al 75% del suo sviluppo. Un secondo processo importante è la mielinizzazione , cioè lo sviluppo della guaina che ricopre il midollo spinale e che presiede alle funzioni di controllo della parte inferiore del corpo. Anche questa funzione sarà quasi completamente funzionante intorno ai due anni. Da queste informazioni si deduce cosa il neonato non sa fare (non parla, non cammina, non ragiona in senso logico e soprattutto non distingue la madre e il padre dagli estranei). Ma, ci colpiscono anche le sue capacità, che sono poi quelle che gli saranno indispensabili per la sopravvivenza: sente i suoni e le voci, vede gli oggetti posti a circa 20 cm. dal suo viso (può fissare la madre mentre lo allatta), piange quando ha bisogno di accudimento, e rinforza costantemente i genitori quando lo prendono in braccio, acquietandosi se lo cullano e imparando presto a sorridere; sa agire a turno quando viene nutrito…  Tutte queste tendenze innate aiutano il bambino a incentrare l’attenzione sulle persone che lo circondano, a farle avvicinare e a far sì che sviluppino attaccamento nei suoi confronti. Ovviamente questo non è un processo intenzionale o cosciente, ma è un sistema meravigliosamente integrato nel quale le capacità percettive e fisiche del neonato e la sua capacità di acquietarsi, contribuiscono tutte insieme ad agganciare i genitori alle cure e successivamente all’attaccamento reciproco.  Al momento della nascita, il bambino subisce un trauma notevole, passando da una condizione ideale in cui i suoi bisogni venivano soddisfatti automaticamente, senza che lui provasse alcun disagio  e senza dover chiedere niente (condizione a cui inconsciamente aneliamo per tutta la vita), a una situazione terrorizzante in cui sente il caldo e il freddo, il fastidio di essere sporco, prova i morsi della fame, senza sapere come porvi rimedio (senza neanche capire che non ne sarà annientato) e senza sapere che qualcuno  a lui vicino, lo aiuterà .
Il neonato fino a un attimo prima della nascita, era fisicamente tutt’uno con la sua fonte di sopravvivenza, cioè la madre, e ha inizialmente difficoltà a comprendere di esserne stato separato al momento del parto. Solo la ripetizione dell’evento in cui si sente correttamente accudito (e una madre o figura sostitutiva, sufficientemente in ascolto imparerà a sua volta a farlo), gli permetterà di non essere sopraffatto dall’aspetto emotivo  del disagio vissuto e di elaborare correttamente le complesse informazioni che gli giungono dall’interno e dall’esterno, così da accrescere il bagaglio di esperienze, maturare, imparare a chiedere e aspettare (teoria dell’apprendimento di J.Piaget e stadi evolutivi 0/2 anni stadio senso-motorio,2/ 7 anni intelligenza intuitiva, 7/12 operazioni concrete, 12/18 intelligenza astratta). 
Lo strumento del pianto è inizialmente l’unico in mano al neonato per comunicare. Il bambino ci dice sempre qualcosa quando piange e dalla capacità e allenamento all’ascolto , che la/le persona/e che si occupa del bambino può affinare l’efficacia dei suoi interventi di cura.
Nei primi tre o quattro mesi di vita il bambino dirige i suoi comportamenti di attaccamento in modo abbastanza indifferenziato, (già dal secondo mese il neonato tende a rispondere al sorriso e incrocia lo sguardo di chi lo tiene in braccio), mentre verso i sei /sette mesi si stabilisce un passaggio di demarcazione piuttosto netto: la progressiva comprensione della costanza dell’oggetto. Questo è un passaggio fondamentale dello sviluppo dell’Io, in cui il bambino sperimenta (importanza della possibilità di giocare)  che le cose e quindi le persone,  esistono anche quando sono fuori dal suo campo visivo. A questo punto evolutivo, infatti nella maggior parte dei casi il bambino sceglie una persona (in genere la md,  di cui comprende l’andare e il ritornare) come prevalente oggetto del suo attaccamento. E’ anche l’età in cui incomincia a gattonare e si può allontanare e tornare dalla sua base sicura (teoria di Bowlby). Queste due competenze acquisite, una di relazione e una motoria, daranno via a una serie di nuove interazioni per cui l’età di 8 mesi è particolarmente “critica”, nel senso attribuito a questo nella premessa. Tra i quattro e i dodici mesi è possibile che il bambino elegga un oggetto (coperta, peluche, indumento…) a sostituto consolatorio della figura di accudimento principale (Winnicott). A questa età, l’attaccamento del bambino verso una sola persona si manifesta con la massima intensità (attaccamento stabile e instabile – M. Ainsworth).
Verso i 18 mesi si verifica il passaggio tra la prima e la seconda infanzia. La crescita neurologica, le aree motorie e percettive si sviluppano quasi completamente, il bambino impara a camminare (tra i 12 e i 15 mesi) e il campo delle sue esperienze si allarga. In questa fase prendono forma concetti rudimentali, fanno la comparsa le prime parole e alcune frasi di due parole. Ancora l’attaccamento più forte è verso una sola persona,  in seguito si estenderà a più persone e il bambino utilizzerà quelle per lui più significative come base sicura per  le sue esplorazioni. La stabilità di queste prime forme di attaccamento  rivestirà  particolare importanza per il successivo sviluppo della personalità.                             
Tra i diciotto e i 36 mesi si verificano conquiste a livello linguistico e cognitivo che aprono il mondo del bambino verso possibilità e abilità del tutto nuove, ma ci vorranno ancora molti mesi perché queste competenze si consolidino. Intorno ai due anni, secondo Piaget, passato a un altro stadio di sviluppo,  il bambino usa le parole con crescente abilità e si cala in qualche misura, nella prospettiva altrui. Usa in abbondanza il termine “mio” (che in realtà significa “mi riguarda, è la mia sfera”), e cresce l’utilizzo del “no”, come inizio di manifestazione di distacco dalla madre e sviluppo dell’individualità.  Si allontana sempre più dalla “base sicura” e inizia l’interazione con i coetanei. E’ importante sottolineare alcune dimensioni fondamentali del gioco che fino a tre anni si può definire  parallelo (cioè i bambini giocano vicini ma non insieme), poi sempre più cooperativo (incominciano le vere relazioni di gioco). Il giocare svolge un ruolo importante  nella formazione psicologica del bambino e questa dimensione, sia pure mascherata, si ritroverà più tardi  nell’attività ludica dell’adolescente e dell’adulto. Le sue principali utilità evolutive si esplicano nella:
-         Funzione esplorativa. Tutti i giochi impegnano l’attenzione e la memoria, il giudizio e il raziocinio, estendono l’esperienza sulla realtà circostante, contribuendo ad approfondire la conoscenza empirica e indirettamente quella scientifica. Il bambino accrescendo la padronanza della realtà aumenta l’adattamento. Questa funzione è talmente importante che i bambini a cui l’ambiente non offre sufficienti stimoli in questo senso, rischiano di essere intellettualmente carenti.
-         Funzione catartica. In cui il bambino scarica e libera le tensioni interne, agevolando il proprio equilibrio emotivo. Attraverso questo tipo di attività, il bambino si mette in una posizione attiva e di dominio della realtà che invece, è spesso costretto a subire. Infatti sono numerose le frustrazioni che quotidianamente vive e che rischierebbero di schiacciarlo se non fossero in qualche modo elaborate. Inventando situazioni di ruoli rovesciati, il bambino sfugge alle imposizioni che gli vengono dal mondo adulto, riuscendo a scaricare l’aggressività a accumulata e senza danneggiare le relazioni con gli altri.
-         Funzione di simulazione dei ruoli e delle regole in il bambino conduce un suo particolare tirocinio in cui si allena al comportamento di figlio, di genitore, di maschio, di femmina, di dottore, di cantante, di maestra… Più tardi attraverso il gioco con regole, darà prova di sapersi conformare alle richieste dall’ambiente in cui vive, procedendo sulla strada della maturazione del senso sociale e morale.
Verso i 4/5 anni, si sviluppa in modo specifico il concetto di sé e dell’identità sessuale. Il concetto di sé comprende un Io esistenziale (sono un’entità separata dagli altri) che inizia a svilupparsi dal momento della nascita,  un Io categorico (possiedo caratteristiche specifiche di sesso, nazionalità, opinioni, già definito a questa età) e l’autostima (giudico positivamente o negativamente queste mie caratteristiche). Ora il bambino ha più consapevolezza  dell’ esistenza di un “Io” , entità fisica continua e definita, come momento  fondamentale del processo di apprendimento. Nella teoria Freudiana l’Io è la parte della personalità che organizza, pianifica e mantiene il contatto tra individuo e realtà. Il linguaggio e il pensiero sono entrambi funzioni dell’Io, che in questo periodo si consolidano e con cui il bambino si cimenta in abilità e relazioni più complesse. Ascoltando e immagazzinando i rinforzi dell’ambiente sulla sua identità di genere e sulle sue capacità e suoi limiti, giunge a un primo abbozzo di conclusioni e riflessioni su sé stesso, dando un apporto concreto al concetto di sé in formazione.  Anche l’aspetto morale assume importanza e inizia la conquista dell’autocontrollo e del senso di responsabilità. Il ruolo del  padre esce sempre più dalla sfondo e si consolida la triade madre/padre/bambino, in cui la figura  maschile insegna le regole e sottolinea i divieti. E’ anche una fase di “sfida” in cui il bambino costruisce l’autostima e si confronta  iniziando a uscire dalla famiglia (scuola materna e allargamento di relazioni, nascita delle prime vere amicizie). A questa età i bambini manifestano disagio attraverso la difficoltà ad addormentarsi e con il comunicare specifiche paure (aggressività dei compagni e propria, streghe e mostri).
La successiva transizione particolarmente significativa si situa intorno ai 6 anni, età in cui pressoché in tutte le culture il bambino inizia il suo percorso nella scuola primaria e quindi c’è da parte degli adulti, un riconoscimento implicito del suo essere pronto per tale passaggio. Il bambino inizia anche a cimentarsi con competenze cognitive in modo più sistematico (operazioni matematiche, sforzi di memoria, leggere, scrivere….) e relazionali (passa molte ore fuori casa, deve seguire altre regole, conosce tutti insieme molti coetanei…) tutte esperienze particolarmente ricche ma anche fonti di possibile stress. Questa è  anche l’età in cui i bambini acquisiscono la certezza dell’irreversibilità de genere sessuale a cui appartengono, che non dipende, come hanno creduto da più piccoli,  dall’abito o dalla foggia dei capelli , ma da qualcosa biologicamente definito e socialmente rinforzato.
 Durante le scuole elementari, fino a 11 anni circa,  il bambino consolida lo sviluppo cognitivo passando dalle operazioni concrete all’uso pieno della logica induttiva. In questo periodo si affermano anche i  ruoli e gli stili di gioco, si struttura la tendenza al  comando il grado di socialità e popolarità tra i compagni. Intorno ai 7 anni, compare in modo a volte anche particolarmente pressante, la  paura della morte, propria o dei familiari, che diventa un concetto importante con cui confrontarsi e interrogarsi. In questa fase definita da Freud “latenza”, sembra che gli interessi sessuali siano sopiti, in generale, è un periodo di quiete ma non di vuoto in cui prosegue e si consolida l’apprendimento  e  i cambiamenti sono meno evidenti dei periodi precedenti e successivi, ma non meno significativi.


Centro di Psicoterapia Familiare

Fonte: fofamiglia.it

PSICOLOGIA EVOLUTIVA I Parte


SVILUPPO EVOLUTIVO DEL BAMBINO


Lo sviluppo psicologico nell’età evolutiva, è connotato dall’intersecarsi di diverse e complesse trame (modificazioni fisiche, percettive, del linguaggio, dello sviluppo sociale e di quello morale….), portatrici di cambiamenti che avvengono separatamente e contemporaneamente, attraverso una serie di fasi in cui, a periodi di rapida crescita accompagnata da turbe o squilibri, si alternano momenti di relativa calma e consolidamento. Tutti noi abbiamo affrontato con la crescita compiti evolutivi, cioè situazioni non prive di difficoltà che gli individui devono risolvere in tempi prestabiliti, altrimenti lo sviluppo stesso può venire compromesso. Alcune di queste abilità sono biologicamente determinate (parlare, camminare), altre si ripresentano nei vari passaggi di fase della vita e hanno a che fare con la sfera delle relazioni sociali (creare legami di amicizia, stare in un gruppo, intraprendere relazioni affettive e sessuali).
        Esistono periodi in cui le modificazioni si accumulano e il bambino sviluppa in una volta tutta una gamma di nuove competenze e si impegna in una serie di nuovi problemi. Questo “accumularsi” di mutamenti spesso sembra produrre una sorta di “rimappatura” del bambino (e dell’adolescente) in cui i vecchi schemi di relazione, di pensiero e di linguaggio non funzionano più e gli occorrono tempo e spazio per elaborarne di nuovi. Durante questo periodo di transizione il bambino/ragazzo può presentare a volte problemi di comportamento e sembra perdere anche le capacità precedentemente acquisite.  In genere questi periodi di transizione coincidono, a meno di particolari fattori di criticità ambientale, con quelli i cui il soggetto passa da una condizione fisica a un’altra (da neonato a bambino, da bambino a preadolescente) o da un ruolo a un altro (bambino che sta in casa a bambino che va a scuola). Ciascuno di questi cambiamenti di età, di ruolo e di situazione dà luogo a una specie di “crisi” (nell’accezione del greco antico: scelta, separazione, giudizio). Trascorsi questi stadi di passaggio, il bambino e il suo rapporto con chi gli sta vicino: genitori, amici, adulti di riferimento, si assesta in un periodo di modificazioni più costanti e regolari in un ritrovato nuovo equilibrio.
A fronte di questo quadro in continuo fluire, è di fondamentale importanza per un pieno sviluppo armonico il ruolo che gioca l’ambiente in cui il bambino nasce e cresce e le figure primarie di riferimento (la madre e il padre) che si prendono cura di lui. La personalità, infatti, si struttura attraverso un adattamento cosciente che comprende l’insieme di fattori plurimi ereditari e acquisiti che influenzeranno e orienteranno il comportamento adulto.  Il compito dei genitori prima e degli adulti in generale, è quello di aiutare e facilitare “l’essere in formazione”nel gestire, con acquisita consapevolezza, la massa di informazioni pratiche ed emotive da cui rischia di essere travolto. Affinché una personalità si possa definire emotivamente matura, occorre che ci sia stata integrazione tra essere singolo (corretto soddisfacimento dei bisogni) ed essere sociale (buona relazione con le figure importanti di riferimento). Ciò che connota un adulto armonico è proprio la sua capacità di elasticità e di adattamento ai mutamenti (basta ricordare l’estinzione di specie animali feroci, grandi e forti, ma con scarsa capacità di adattamento all’ambiente). Se durante il percorso di crescita c’è stata qualche, reiterata e prolungata, carenza fisica o psichica il bambino rischia di strutturare e accumulare esperienze negative che produrranno comportamenti disfunzionali per il pieno sviluppo delle sue potenzialità.
Centro di Psicoterapia Familiare

Fonte: fofamiglia.it

mercoledì 3 aprile 2013

SEMINARIO GRATUITO


Il Centro Milanese di Terapia della Famiglia
è lieto di invitare alla giornata di studio


ACKERMAN INSTITUTE (NEW YORK),
MENTAL RESEARCH INSTITUTE (PALO ALTO),
CENTRO MILANESE DI TERAPIA DELLA FAMIGLIA (MILANO)

si incontrano in Italia per

“LA SISTEMICA E IL FUTURO”

che si terrà a Milano il 19 Aprile (presso l’Auditorium “San Fedele” – P. zza  San Fedele, 4) e
il 21 aprile 2013 a Pescara (presso l’Auditorium “Petruzzi” – Via delle Caserme, 60).
Tramite un collegamento “webinar” l’incontro sarà inoltre trasmesso in diretta a L’Aquila (presso l’Associazione Abitare Insieme – Via della Scuola della Torretta, 53/c ).

Il convegno sarà l’occasione per affrontare le tematiche della terapia sistemica all’interno di un confronto tra rappresentanti dell’Ackerman Institute, del Mental Research Institute e del Centro Milanese di Terapia della Famiglia. Il dibattito sarà aperto al pubblico, con l’intenzione di favorire uno scambio di idee tra i differenti approcci alla psicoterapia.

Il nostro evento si inserisce all’interno di un processo di sensibilizzazione e promozione della cultura psicologica. Attraverso il confronto intendiamo incentivare l’interesse per la psicoterapia e per l’epistemologia sistemica.
L’incontro è gratuito per favorire la più ampia partecipazione degli operatori professionali, e in particolare dei più giovani.


sabato 30 marzo 2013

CICLO DI VITA DELLA FAMIGLIA


Sindrome del nido vuoto


La cosiddetta sindrome del nido vuoto è in realtà un momento di disagio individuale o di coppia che può verificarsi in corrispondenza con il momento del ciclo di vita della famiglia che corrisponde all’uscita di casa dei figli. I dati statistici riportano che questo momento è ritardato di quasi un decennio rispetto al passato, cioè l’uscita di casa dei figli, che vanno a vivere autonomamente con o senza un partner, si colloca nella maggior parte dei casi dopo i trent’anni. 
Si riferisce a sentimenti di depressione, ristezza, e/o dolore sperimentato dai genito nel momento in cui i figli iniziano a lasciare” la casa genitoriale. Questo talvolta può accadere quando i figli da bambini iniziano ad andare a scuola oppure, di solito quando raggiunta la maturità, decidono di andare via e sposarsi.
Le madri hanno maggiore probabilità di essere colpite rispetto ai padri, perchè spesso, il momento in cui il “nido” si svuota coincide per le donne con momenti altrettanto difficili e significativi della vita come ad esempio la menopausa o la cura dei genitori anziani, quindi lo stress è certamente più alto.
Fortunatamente la stragrande maggioranza delle madri oggigiorno lavora, pertanto, avverte in maniera meno forte il vuoto che i figli lasciano nell’andare via di casa.
Inoltre , un numero sempre crescente di giovani adulti tra 25 e 34 vive ancora in casa.
Psicologo Allan Scheinberg definisce questi ragazzi "figli boomerang" vuole a dire che seppur i genitori offrono loro la possibilità di abbandonare il nido familiare, a causa della limitata responsabilità appresa nell’infanzia e grazie ai privilegi che il restare in casa con i genitori offrono, quasi sempre questi ragazzi, esattamente come boomerang, dopo brevi sperimentazioni di
distanza tendono a rientrare in casa non appena incontrano le prime difficoltà.

Sintomi
Sentimenti di tristezza sono normali in questo momento. È anche normale trascorrere del tempo nella cameretta per sentirsi più vicini al proprio figlio, ma è fondamentale controllare le proprie reazioni e la loro durata. Se si sente che la propria vita è inutile, o se si piange continuamente o si è così angosciati fino al punto da non desiderare vedere amici o andare al lavoro, si dovrebbe considerare la possibilità di richiedere un aiuto professionale.


Cause
In genere le famiglie rendono possibile e facilitano il processo fisiologico di uscita di casa dei figli, mentre ciò può risultare problematico nelle cosiddette famiglie invischiate: per esempio se la presenza del figlio in casa è ciò che consente di eludere il conflitto tra i genitori allora l’abbandono del tetto da parte del figlio provocherebbe uno squilibrio che l’intera famiglia non sarebbe in grado di fronteggiare. In alcuni casi, come dice Haley, un esperto di dinamiche familiari, è il figlio stesso a sviluppare un qualche tipo di problema, ad esempio un comportamento sintomatico o un fallimento nell’inserimento professionale, tanto da renderlo necessariamente bisognoso della famiglia ed impossibilitato a separarsene.

Generalmente quello che viene consigliato alle coppie che restano nuovamente sole, come quando erano senza figli, è di re-investire energie emotive e fisiche nella relazione di coppia, se questa relazione funziona: quindi l’ideale sarebbe quello di crearsi dei nuovi interessi, dedicarsi ad attività che a causa delle necessità dei figli sono sempre state rinviate, come viaggiare, iscriversi ad un corso di ballo, riscoprire l’intimità e le relazioni amicali. E naturalmente rappresentare per i figli un punto di riferimento certo, seppur distinto.

Se la relazione di coppia invece è già da tempo problematica l’uscita di casa dei figli può funzionare da detonatore della conflittualità, poichè se restare uniti poteva essere sensato in presenza dei figli, anche se adulti, è facile che si possa andare incontro all’eventualità di una separazione nel momento in cui anche il figlio più piccolo ha lasciato il nido. In questo caso però incolpare l’indipendenza dei figli del fallimento della relazione è un meccanismo patologico e soprattutto improduttivo.
Per affrontare l’eventuale rinegoziazione della relazione coniugale può essere utile pensare di intraprendere una psicoterapia di coppia, mentre in caso di separazione si può decidere di affrontare lo stress di questo evento attraverso un aiuto individuale.
Recenti ricerche indicano che la qualità del rapporto genitore-figlio può vere importanti conseguenze in un momento così delicato come quello all’abbandono della casa genitoriale. Estreme ostilità, conflitti, o drastici distacchi nella relazione padre-figlio possono ridurre la sensazione di sostegno necessario per la maggior parte dei giovani durante la prima età adulta rendendo più doloroso e difficile l’abbandono ed acutizzando i sentimenti di colpa e disagio nella madre, la quale si sente inevitabilmente fra due fuochi.
Le donne sono particolarmente vulnerabili alla depressione quando i figli lasciano la casa, attraversano infatti una profonda perdita di identità e di finalità. Tuttavia, gli studi non indicano alcun aumento della malattia depressiva tra le donne in questa fase della vita.

Trattamento
Parlare dei propri sentimenti, con un professionista e ritrovare tutti quegli aspetti positivi che una maggiore libertà può offrire. Nel frattempo, è importante frequentare gli amici, avvicinarsi al proprio partner, riscoprire interessi messi tempo prima nel cassetto.
Questo può favorire anche il processo di adeguamento al nuovo ruolo ed identità di genitore. Il rapporto con il proprio figlio può diventare più paritario e diretto. Risulta utile ad evitare lo svilupparsi di tale sindrome,tenere sempre un “posto vuoto” nel nido mentre i figli vivono ancora in casa.
Sviluppare amicizie, hobby, carriera, e di opportunità ludiche. Fare piani con la famiglia, mentre sono ancora tutti sotto lo stesso tetto, piani specifici per una parte extra di denaro da spendere solo per gratificare e “coccolare”se stessi (viaggi, piccoli regali…) nel momento in cui si resterà soli.

DIPENDENZA AFFETTIVA


Né con te, né senza di te 


Negli ultimi anni, assieme alle diverse forme di dipendenza che possono attraversare l’animo umano (droga, alcol, sesso, gioco d’azzardo, etc..), si sente parlare di “dipendenza affettiva”.
Ci si può pertanto chiedere, dato che nelle situazioni sentimentali, capita spesso di soffrire, se sia questa la situazione che ci riguarda e come potervi far fronte. 
Innanzitutto occorre specificare che la dipendenza è un fenomeno tipico della specie umana e non è di per sé patologico, tanto che la prima e fondamentale esperienza di dipendenza è quella del neonato dalle figure adulte di riferimento. 
Per tutta la vita si sperimentano situazioni dipendenza, sia in amore che nelle diverse forme di legame, essa è indissolubile dal sentimento stesso che proviamo per l’altra persona, per questo possiamo definirlo attaccamento. J. Bowlby è stato il primo a parlare dell’importanza dell’attaccamento. Secondo lo studioso, le interazioni tra madre e bambino (che iniziano già durante la gravidanza, e che vanno dall'abbraccio, allo scambio di sguardi, alla nutrizione, al conforto ecc.), strutturano ciò che viene definito “sistema d'attaccamento”. 
Questo periodo dello sviluppo è molto importante perché porta allo crescita del sistema che guiderà le interazioni e gli scambi relazionali e affettivi. 
Poichè l’autonomia emotiva e la piena coscienza di se non si sono ancora formate, se si verificano esperienze di rifiuto e di abbandono da parte di uno o di entrambi i genitori, i bambini sperimentano inconsapevolmente sia l’ambivalenza tra il dolore e la rabbia per l’ amore non ricevuto, sia il dubbio di non valere poi tanto e di dover fare di tutto per essere migliori. 

Queste premesse, creano le basi per la possibilità di sviluppare una dipendenza affettiva, i cui sintomi principali sono:


- Profondo senso di colpa
- Rancore e rabbia nei confronti del partner
- Paura di perdere l’amore
- Paura dell’abbandono, della separazione
- Paura della solitudine e della distanza
- Terrore di mostrarsi per quello che si è
- Senso di inferiorità verso il partner
- Profonda gelosia
- Dedizione totale al partner e annullamento di se
- Abbassamento dell'autostima
- Senso di vergogna

Il dipendente dedica completamente tutto sé stesso all'altro, al fine di perseguire esclusivamente il suo benessere e non anche il proprio, come dovrebbe essere in una relazione "sana". Chi ha una dipendenza affettiva, nell'amore vede la risoluzione dei propri problemi. Il partner assume il ruolo di un salvatore, egli diventa lo scopo della sua esistenza, la sua assenza anche temporanea da un profondo senso di angoscia. Per riempire questa voragine esistono tanti altri modi: l’alcool, il fumo, il cibo, il super lavoro, ma essi non la potranno mai colmare veramente, possono aiutare a distrarsi, a non sentire, ma non risolvono il problema di fondo.

Chi è affetto da dipendenza affettiva non riesce a cogliere ed a beneficiare dell'amore nella sua profondità ed intimità. A causa della paura dell'abbandono, della separazione, della solitudine, si tende a negare i propri desideri e bisogni e si ripropongono i copioni passati, gli stessi che hanno ostacolato la propria crescita personale. 
La dipendenza si stabilisce perché c’è il rifiuto. Se non ci fosse, quasi sempre il presunto amore finirebbe in un tempo incredibilmente breve. Quello che imprigiona nelle relazioni, il dipendente affettivo, è la speranza e presunzione di riuscire prima o poi nella vita a farsi amare da chi proprio non vuole farlo, o di riuscire a curare chi non può o non vuole essere curato, o di salvare chi non può o non vuole essere salvato. Gli individui dipendenti solitamente cercano una o poche relazioni esclusive, sia con il partner che con gli amici, così da riprodurre quello schema comportamentale instauratosi nella fase post-natale.

Scelgono persone che sembrano in grado di affrontare la vita e che si possano prendere cura di loro e investono su queste figure di riferimento, responsabilità che altrimenti spetterebbero a loro in prima persona. Il soggetto dipendente, pur di compiacere l'altro, evita il conflitto ed ogni sorta di controversia per il timore dell'abbandono, rinnegando il proprio vero Sè. Quando non riesce a vivere un rapporto di coppia come un processo di crescita permanente, rimane intrappolato negli schemi disfunzionali appresi nel passato, alimentato dalle paure di solitudine e d’abbandono, e dalla speranza che l’altro si prenda cura di lui. 
La guarigione dalla dipendenza affettiva non è il distacco dalla persona o dalle persone da cui si era dipendenti, bensì l’acquisizione di una l’autonomia affettiva; questo è ciò che permette di entrare consapevolmente e realmente in relazione con gli altri, perché li vogliamo, perché li scegliamo, non perché abbiamo bisogno di loro per esistere. 

Giungere a questo livello non è semplice, anche perché nonostante il forte malessere è molto difficile chiedere aiuto per la pura del rifiuto. Il momento significativo che porta i dipendenti affettivi a chiedere aiuto, come nelle diverse forme di dipendenza, avviene quando si tocca il fondo, quando si ha la percezione del vuoto, della perdita di identità, della rabbia e dalla frustrazione di non vedere ricambiata la dedizione e il loro amore.

Durante questi dolorosi momenti si convincono che qualcosa non va, e trovano la spinta necessaria ad uscire dal circolo vizioso della dipendenza affettiva. 
In questo processo di acquisizione il ruolo di amici e persone care può essere fondamentale, ma non sufficiente. 

La ricerca di un esperto psicoterapeuta a cui affidarsi, permette di scoprire i nodi che hanno dato origine al circolo vizioso e di sperimentare una sana relazione di attaccamento, che può essere risolutiva, rispetto al malessere provato.

Fonte: psicologi-italia.it

PENSIERI


"Vieni a giocare con me,” le propose il piccolo principe, “sono così triste…”
“Non posso giocare con te, “disse la volpe, “non sono addomesticata.”
“Che cosa vuol dire ‘addomesticare’?”
“… vuol dire creare dei legami…”



“Creare dei legami?”
“Certo,” disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. 
(…) Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. E poi, guarda! Vedi, laggiù, in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me, è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticata. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…”
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe: “Per favore, addomesticami” disse."

Il Piccolo Principe