giovedì 27 giugno 2013

PERSUASIONE

"Tu farai quello che dico io"

La comunicazione con le parole è la caratteristica fondamentale che ci rende esseri umani e ci distingue dagli animali. Attraverso il linguaggio, verbale e non verbale, riusciamo non solo a far comprendere o comunicare i nostri stati d’animo, le nostre esigenze e necessità, ma possiamo anche modificare l’atteggiamento e il comportamento dei nostri interlocutori. Esiste infatti una capacità psicologica umana, chiamata persuasione, che aiuta alcune persone a convincerne altre rispetto agli argomenti più vari. La persuasione si distingue da altre tecniche di convincimento poiché prevede il solo utilizzo di parole e linguaggio del corpo. Essa, infatti, può risultare utile in diverse occasioni, non solo a lavoro: le persone che sanno sfruttare al meglio questa capacità sono quelle che la utilizzano per raggiungere i propri obiettivi e per rendere più comprensibile un determinato argomento. La persuasione, però, viene spesso utilizzata anche in maniera negativa, soprattutto nella comunicazione pubblicitaria e in quella politica. Per questo motivo è importante cercare di capire e conoscere le tecniche di persuasione per comprendere qual è l’effetto su di noi e quali fattori psicologici usa. Uno dei massimi esperti mondiali delle tecniche di persuasione è l’americano Robert Cialdini, psicologo e docente di Marketing presso l’Arizona State University. Dai suoi studi si è evidenziato come una richiesta può essere respinta o accettata, a seconda di come venga formulata, e che alla base dell’accettazione e delle numerose tattiche usate ogni giorno dai persuasori per ottenere un risultato positivo ci sono sei schemi fondamentali: le sei leve della persuasione. Si tratta di semplici strategie cognitive fondamentali, da utilizzare nella comunicazione interpersonale per modificare l’atteggiamento e soprattutto il comportamento dei propri interlocutori:
 1.   coerenza: essere o anche solo sembrare coerenti trasmette una sensazione di affidabilità e sicurezza che induce gli altri a fidarsi;
  2.   reciprocità: sentirsi obbligati a contraccambiare i favori;
  3.   riprova sociale: in ogni situazione di incertezza, ritenere valide le scelte compiute da un elevato numero di persone (fenomeno psicologico-sociale, questo,  alla base della diffusione delle mode);
  4.   autorità: le opinioni e le posizione espresse da una persona di rilievo sono ritenute valide;
 5.   simpatia: costruire un legame di simpatia, reale o presunto, poiché abbiamo una tendenza a dire sì alle persone che ci piacciono;
  6.   scarsità: attribuire valore alle cose che sono difficili da reperire, perché tendiamo a ottimizzare le risorse poco disponibili.



 Sara D'Aristotile

lunedì 24 giugno 2013

GENITORI IN ATTESA

Fasi psicologiche della gravidanza



A livello fisiologico i nove mesi di gestazione sono un tempo preparatorio sia perché l'embrione e il feto possano maturare e crescere fino a diventare un individuo pronto ad affrontare la vita al di fuori dell'utero materno, sia perché il corpo della madre possa gradualmente prepararsi ad accogliere un corpicino che cresce e modificarsi per aiutarne la nascita. Accanto a questo insieme di fitti cambiamenti fisiologici, non sono mai da dimenticare gli altrettanto intensi mutamenti psicologici che la madre attraversa durante la gravidanza, che sono da considerarsi propedeutici a renderla, anche dal punto di vista psicologico, una madre pronta a prendersi amorevolmente cura del suo bambino. Si immagini per assurdo che la gravidanza si svolga nell'arco di una settimana. In tal caso la nostra specie avrebbe avuto veramente poche probabilità di arrivare fino ai giorni nostri. In un tempo così breve non sarebbe infatti possibile sviluppare il senso di attaccamento così profondo che legano una madre e un bambino nei nove mesi di gestazione e che consentono al bambino di poter contare su un accudimento che lo accompagnerà costantemente soprattutto nei primi anni di vita. Anche in natura, più è lunga la gestazione nelle specie animali, più i cuccioli necessitano di lunghe cure materne anche dopo la nascita, prima di diventare individui autonomi. 
Ecco perché il tempo psicologico della gestazione è un fattore chiave su cui ogni donna in  gravidanza dovrebbe soffermarsi a riflettere.                                                     
Durante questi lunghi mesi la donna incinta vede alternarsi fasi psicologiche molto diverse tra loro.
Il primo trimestre è un momento di shock e di improvvisa necessità di assestamento sotto nuovi equilibri. Da un lato i veloci mutamenti ormonali e fisiologici che da subito interessano il corpo femminile (anche se spesso non ancora visibili) possono creare alla donna alcune difficoltà come stanchezza, nausea, cambiamenti di umore, dall'altro la delicatezza di questa prima fase della gravidanza non consente pienamente alla donna di gioire dell'evento che le sta capitando.
È relativamente frequente in questo periodo assistere ad interruzioni spontanee e precoci della gravidanza. L'ansia che si possa verificare questa eventualità, accompagnata alla mancanza di segnali dal corpo che possano far sentire la vitalità del bambino, sono elementi che accomunano
la maggior parte delle donne in questa fase.
Vi sono poi le preoccupazioni circa lo stato di salute del proprio bambino. Stati d'animo molto comuni sono la preoccupazione che il bambino cresca nel modo adeguato, che non abbia malattie genetiche, malformazioni o altre patologie. Da questo punto di vista, farsi costantemente seguire dal personale medico o ostetrico è un modo per trovare risposte a dubbi e paure che sono del tutto legittimi e comprensibili. È molto importante durante la gravidanza farsi accompagnare lungo tutto il percorso da persone, sia dal punto di vista professionale che umano, in grado di accogliere senza giudizio le preoccupazioni e gli stati d'animo della madre.


Il secondo trimestre appare come un periodo nettamente diverso. Da un lato è possibile rasserenarsi maggiormente circa l'eventualità di un aborto spontaneo (evento molto meno frequente in questa fase) e dunque "concedersi di mentalizzare" veramente l'idea che si sta per diventare genitori. Dall'altro lato, anche lo stato fisico della madre ritrova rinnovato benessere ed energia, che rendono questi mesi della gravidanza come forse i migliori sia dal punto di vista fisico, che psicologico.
Anche dal punto di vista della sessualità, il rapporto di coppia potrebbe trovare un giovamento. Nelle prime fasi il timore di poter nuocere all'
embrione in una fase altamente delicata condiziona molte coppie dall'avere una vita sessuale soddisfacente. Il secondo trimestre sembrerebbe essere il momento più adeguato anche per ritrovare una maggiore intimità, grazie al fatto che ancora il corpo della donna consente una certa agilità nei movimenti.
In questo periodo si assiste poi ad uno straordinario mutamento nella 
psicologia materna. La percezione dei movimenti fetali dentro il proprio corpo rendono finalmente "vivo e reale" il bambino. Questa costante comunicazione intrauterina tra la madre e il bambino, fatta di scambi e di percezioni, è una pietra miliare del rapporto psicologico tra i due e lo diventa anche tra il bambino e il padre, nel momento in cui i movimenti iniziano ad essere percepibili anche dall'esterno. Da questi primi sussulti e colpetti si gettano le basi per la formazione di quell'inscindibile legame affettivo che unisce un figlio ai propri genitori.

L'ultima fase della gravidanza vede ancora momenti altalenanti. Il tempo del 
parto si avvicina e così anche l'idea di poter conoscere veramente il proprio figlio. Durante la gravidanza la mente dei genitori ha costruito dentro di sé un "bambino immaginario", frutto delle fantasie maturate nel corso dei mesi. Con la nascita del bambino, i genitori incontreranno invece il loro "bambino reale", che nella maggior parte dei casi sarà diverso da quello che avevano immaginato o sperato. Questa fase può creare alcuni sconvolgimenti, che necessitano di un tempo di elaborazione psicologica tanto superiore, quanto maggiore sarà lo scostamento rispetto a quello che ci si era aspettati (si pensi alla speranza di avere un figlio sano e veder nascere un bambino con alcune difficoltà o patologie).
L'ultima parte della gravidanza si confronta poi con il tema del parto. Il corpo della donna diventa sempre più "ingombrante", la fatica fisica si fa sentire e nella mente della donna diventa sempre più presente il pensiero al 
travaglio e al parto. Mentre molte donne vivono questa attesa con naturalezza e come parte fisiologicamente integrante del processo, altre donne soffrono di una vera e propria ansia all'idea di provare dolore, perdere il controllo del proprio corpo, essere ospedalizzate o provano paura all'idea che il proprio corpo possa essere trasformato o lacerato in modo irreversibile. Anche in questo caso i corsi di preparazione al parto sono fondamentali sia per dare nozioni pratiche utili a sedare il senso di angoscia o preoccupazione, sia per avvicinarsi psicologicamente per tempo a questo evento.
In tutte queste alterne fasi psicologiche della gravidanza, è da sottolineare l'indispensabile ruolo che il partner della donna svolge durante l'intero percorso. Poter costantemente contare su un compagno sensibile, empatico ed accogliente è uno degli aspetti chiave che fa sentire la donna "forte" nell'attraversare le fragili e oscillanti "altalene" psicologiche della gravidanza.

-Rappresentazioni  materne dell’essere genitore:
Stern definisce il “senso dell’essere madre” come la nuova identità psicologica della mamma che si definisce solo alla nascita fisica del bambino. Ogni neo-mamma sviluppa un assetto mentale fondamentalmente diverso da quello precedente. L’assetto materno, non nasce con il parto, ma emerge gradualmente dal lavoro profondo e intimo cumulatesi nei mesi precedenti all’effettiva nascita. Man mano che il feto cresce e si sviluppa nell’utero, il bambino è soggetto ad uno sviluppo nella mente della madre, le rappresentazioni materne del feto aumentano di ricchezza e specificità dal quarto mese di gravidanza quando, le mamma cominciano a sentire i movimenti del bambino in modo più definito. Nello scenario psichico della gravida, emergono conflitti e fantasie che prepotentemente riemergono dal passato, per andare ad intrecciarsi con la nuova modalità relazionale che la donnaora, mette in atto con il partner, con la madre, e nella relazione in germe col “bambino immaginario”. In questo senso la maternità assume una connotazione di intimità e di profondità, che, in condizioni di normalità, consente alla donna di riorganizzare la propria identità personale (Stern, Bruschweiler-Stern, 1997). Si è riscontrato inoltre, che tra il settimo e il nono mese, le mamma tendono a disfarsi delle rappresentazioni più positive in modo da prevenire le delusioni. Durante la gravidanza e anche successivamente, la donna attribuisce al marito un’identità diversa che è quella di padre del bambino più che di compagno e spesso queste attribuzioni sono accompagnate da minor desiderio sessuale da parte della donna.

-Rappresentazioni paterne:
Parallelamente ad un mutamento in campo sociale della figura maschile, pare aumentare la tendenza ad una partecipazione sempre più significativa alla gravidanza della partner da parte degli uomini.
L’uomo deve operare una ridefinizione dei compiti genitoriali concretamente, entro una relazione di coppia data, nella quale vengono rinegoziate le “regole” del rapporto quando si programma insieme la nascita di un figlio. La costruzione di una propria individuale identità paterna, contestualizzata attraverso la considerazione della relazione con la partner, nella fase evolutiva di accoglimento del “terzo” che rappresenta la prova evidente di una relazione d’amore. L’uomo vive l’identificazione paterna  in modo più difficoltoso, soprattutto nel rappresentarsi il feto come bambino reale. Durante l’attesa di un figlio acquista, anche per l’uomo, un peso significativo il poter ripercorrere le tappe della vita precedente per trovare un filo conduttore con i propri genitori e le generazioni precedenti, che permetta di ricreare un rapporto di intimità con la propria famiglia di origine. Il contributo di Beaton, Doherty e Rueter (2003), a questo proposito, mette in evidenza che aver percepito discordanza tra i genitori, così come ritenere di avere avuto un padre competente nelle funzioni genitoriali, siano, per i cosiddetti “padri in attesa”, fattori associati rispettivamente ad un coinvolgimento nella gravidanza di tipo positivo, e ad un coinvolgimento intenso. Il passaggio alla genitorialità, per i soggetti di sesso maschile, sembra essere caratterizzato più dall’assunzione di una nuova identità sociale che non dalla ristrutturazione emotiva ed affettiva. La nuova identità è fortemente influenzata dalla rappresentazione mentale e simbolica del proprio
genitore, la quale viene riletta e risignificata sulla base della funzione culturale e sociale che la figura del padre racchiude a livello simbolico.

-Essere padre e sentirsi padre:
E' importante per il padre costruirsi un proprio spazio mentale in cui far entrare il figlio già dal momento della gravidanza. Il padre infatti non subisce i cambiamenti fisici della madre, che la aiutano a ripensarsi nel nuovo ruolo.  Anche nella fase dell'allattamento, che ribadisce ancor di più l'attaccamento madre-figlio, il padre deve essere in grado di ritagliarsi un ruolo nelle funzioni di protezione e assistenza.  L'essere padre è un riconoscimento da parte dell'uomo di funzioni e responsabilità. Il sentirsi padre è invece la percezione emotiva della paternità, la capacità di costruirsi un'immagine accanto al proprio bambino. Per questo è necessario che il padre sia attivamente presente fin dalle prime fasi di vita del piccolo. Anche la madre dovrebbe essere in grado di favorire questa presenza, facendosi ogni tanto da parte.  L’essere padre assume attualmente un’accezione diversa da quella di “detentore di autorità” e madre come “figura biologica che agisce per istinto”. Si sta assistendo quindi alla nascita di un nuovo modello di famiglia caratterizzato da un rapporto paritario con il partner e un legame più intimo e profondo con i figli. Ed è un cambiamento importante nel ruolo del padre rispetto alla tradizione, anche se nella cultura e nella legislazione il riconoscimento sembra procedere con molta lentezza. 

Centro di Psicoterapia Familiare


martedì 11 giugno 2013

TERAPIA FAMILIARE

L’alleanza familiare nel Lausanne Triadic Play


Il Lausanne Triadic Play (LTP) è una situazione semi-standardizzata di gioco nella quale madre, padre e bambino giocano insieme. Prevede, al centro di una stanza, la presenza di due sedie e di un seggiolino per il bambino. Le sedie sono orientate verso il seggiolino del bambino in modo da formare un triangolo equilatero al cui vertice si trova il bambino: questa disposizione permette l’interazione con il bambino in una giusta distanza fisica ed emotiva.
 Nell’LTP lo psicologo osserva e valuta le qualità delle interazioni del sistema triadico padre-madre-bambino all’interno di una situazione di gioco. Scopo del gioco è la capacità della famiglia di condividere momenti di piacere e di comunicazione intersoggettiva e per riuscirci, tutti e 3 i membri della famiglia devono lavorare assieme come fossero una squadra.
Il gioco familiare viene suddiviso in quattro momenti:
-         nella prima parte uno dei due genitori gioca con il bambino mentre l’altro genitore osserva senza intervenire
-         nella seconda parte i genitori invertono i ruoli, il genitore che prima giocava con il bambino si limiterà ad osservare, mentre l’altro giocherà con il bambino
-         nella terza parte del gioco i due genitori giocano assieme al bambino
-         nell’ultima parte del gioco i due genitori parlano tra di loro mentre il bambino li osserva. In questa fase vengono messe in evidenza le capacità di adattamento del bambino di fronte ad una situazione in cui i genitori non si occupano di lui pur essendo presenti

Nell’LTP si valutano quattro tipi di modalità interattive attraverso le quali la famiglia assolve a determinate funzioni:
1-    partecipazione, ossia i partecipanti al gioco sono tutti inclusi nell’interazione?
2-    organizzazione, ossia i partecipanti al gioco sono tutti nel proprio ruolo?
3-    attenzione focale, ossia i partecipanti al gioco prestano tutti attenzione alle attività di gioco?
4-    contatto affettivo, ossia i partecipanti sono tutti in contatto affettivo?
A ognuna delle quattro funzioni viene assegnato un punteggio totale la cui somma complessiva indica la valutazione della qualità delle interazioni familiari, ossia l’alleanza familiare. Vi sono 4 tipologie diverse di alleanza familiare:
1-    alleanza cooperativa, in cui l’interazione familiare è caratterizzata da cooperazione reciproca tra i partner. Il gioco tra i partner porta tutta la famiglia a momenti di divertimento e di coinvolgimento
2-    alleanza “in tensione”, in cui la famiglia incontra difficoltà di coordinazione legate quasi sempre a un’inadeguata gestione dello stress che interviene durante il gioco
3-    alleanza collusiva, in cui durante il gioco i partner presentano difficoltà legate a conflitti coniugali. Non vi è né divertimento né coinvolgimento reciproco anche con il bambino ma competizione tra i partner
4-    alleanza disturbata, in cui nell’interazione tra i partner non si riescono a percepire gli obiettivi e spesso il gioco si conclude con una rottura improvvisa o con una situazione di stallo che si protrae per lungo tempo
Le alleanze disfunzionali nella famiglia possono diventare funzionali se i partner riescono a interagire fornendosi sostegno reciproco, creando un contesto favorevole e protettivo per l’adattamento del bambino per lo sviluppo della famiglia. La famiglia riesce a collaborare insieme come una squadra e quando si verificano dei problemi i partner riescono a superarli attraverso la cooperazione e la coordinazione.

 Fonte: claudiasposini.bloog.it

lunedì 10 giugno 2013

PENSIERI

Oggi concediti un minuto per riflettere…



Scegliere la felicità dipende solo da te. Essere felice e coltivare la
 tua felicità è utile a te stesso e alle persone che ami. La ricerca 
attiva della felicità è il miglior modo di onorare la tua vita e la tua 
esistenza. Le soddisfazioni che arrecano solo piacere ci permettono 
di diventare persone ricche, persone di successo, persone 
rispettabili… famose… potenti… ma anche tutte queste cose messe 
insieme non riusciranno ad alzare il tuo grado di felicità.


(A. Bonacci - Manuale della felicità)

domenica 9 giugno 2013

DEPRESSIONE MATERNA

DEPRESSIONE MATERNA E SVILUPPO DEL BAMBINO



L’ acquisizione recente in base alla quale i bambini, fin dal momento della nascita (e probabilmente anche nel periodo prenatale), sviluppano le loro potenzialità rispecchiandosi nella mente della madre, pone numerosi problemi.

Quando nasce un bambino, le madri affrontano un periodo di tempo in cui devono riorganizzarsi nella nuova situazione e trovare le energie sufficienti per accudire nel miglior modo possibile il figlio.

L’incremento di stress e fatica, la deprivazione del sonno e ritmi di vita alterati, nonché particolari livelli ormonali conseguenti al parto possono favorire in molte donne un particolare stato emotivo caratterizzato da tristezza, sfinimento e attacchi di collera denominato depressione post-partum.

Tale condizione, se protratta nel tempo, può danneggiare lo sviluppo del bambino. La depressione post-partum si manifesta infatti non solo con un silenzioso ritiro, ma anche con stati mentali ed emotivi non regolari (si può passare improvvisamente dal silenzio ad una rabbia immotivata) e quindi in grado di disturbare e ostacolare la possibilità del piccolo di autoregolarsi o semplicemente di sintonizzarsi con la mente della madre .

E’ come se il bambino cercasse di “leggere” nella mente della mamma la tranquillità per tranquillizzarsi , il calore affettivo per abbandonarsi a sensazioni buone e calde senza trovare alcun riscontro.

In questa situazione di mancata di sintonia il bambino si agiterà fino a non percepire più un legame sicuro.

Le emozioni comunicate dal viso della madre e la sua capacità di sintonizzarsi con i bisogni del figlio sono carenti proprio quando questi ha più necessità di essere attivato, rassicurato e tranquillizzato.

Si è visto che le madri meno attive, che imitano meno spesso i vocalizzi del bambino, che modulano poco il tono della propria voce per accordarlo con le esigenze del piccolo e che tendono spesso a disimpegnarsi dai normali gesti di accudimento, provocano particolari comportamenti nei figli: maggiore durata del pianto e degli stati di protesta, poco tempo dedicato all’esplorazione e al gioco, poco interesse alle novità e interazioni limitate con gli estranei.

Una mancata sintonizzazione precoce (di cui la depressione materna rappresenta solamente una delle cause) può incidere sul successivo sviluppo dei bambini sia a livello cognitivo che emotivo, rallentando alcuni processi neurobiologici basilari per lo sviluppo del cervello.

Un ulteriore pericolo consiste nel fatto che la depressione materna può addirittura suscitare nel bambino comportamenti di accudimento, creando una particolare inversione del processo di rispecchiamento, rischiando però un arresto del suo sviluppo.

Occorre dunque aiutare neomamme e neopapà, per un periodo di tempo ragionevolmente lungo dopo il parto con opportuni interventi di politica sanitaria, affinché rischi di questo tipo vengano limitati.

Il cervello degli esseri umani, a differenza di altri organi e apparati, si sviluppa, come già si è ripetuto più volte, in connessione con altri cervelli: se tale connessione non funziona, il cervello più plastico (quello dei bambini) è destinato a cedere qualcosa, con risultati spesso pesanti.

www.educazioneemotiva.it

EDUCAZIONE EMOTIVA



Un buon legame (a noi piace chiamarlo “sintonia 

emotiva”) si realizza quando i

genitori favoriscono nei figli la condivisione 

dell’attenzione (cosa stiamo

 osservando?), dell’intenzione (cosa stiamo facendo?), 

dell’affettività (quanto ci

 vogliamo bene?) e del significato dei messaggi che 

vengono scambiati (cosa ci 

stiamo dicendo? Cosa ci stiamo comunicando? Cosa ci 

sta succedendo?).

Tuttavia, affinché si sviluppi una buona sintonia, è 

necessaria una deliberata 

ricerca di condivisione (non si realizza naturalmente): 

ciò implica un certo impegno di 

tempo.


Se ogni bambino per crescere sano ha bisogno di 


“essere con” qualcuno che si occupi 

di lui, quel qualcuno dovrà “stare con” il bambino, 

rinunciando inevitabilmente a 

qualcosa.
 www.educazioneemotiva.it

sabato 8 giugno 2013

PSICOLOGIA DELLO SPORT

Doping e meccanismi mentali 



Uno sportivo è prima di tutto un uomo, porta dentro di sé un bagaglio di sentimenti che si esprimono su un continuum che va dalla gioia alla rabbia, dalla tristezza alla paura attraversando molteplici emozioni che incidono profondamente sulle prestazioni sportive a cui egli è dedito. Aspettative e incertezze personali accompagnano costantemente l’atleta dai primi momenti della giornata, scortano gli allenamenti e guidano le gare.  Uno sportivo per professione mette in campo il tutto per tutto per dimostrare agli spettatori il proprio valore, ma soprattutto per confermare a se stesso che è possibile mantenere il livello raggiunto e conquistarne uno sempre più alto.
Lo sport collettivo è un modo per rivendicare l’appartenenza ad un gruppo sociale, per usufruire di un sostegno reciproco in quanto cantare in coro permette di mimetizzare le proprie stonature, ma è anche un mezzo a disposizione del singolo atleta per differenziarsi dalla massa. Negli sport individuali, invece, i riflettori sono puntati sul campione sin dal primo minuto della gara evidenziando meriti, défaillance, espressioni del viso. Una scansione del corpo e degli stati d’animo del protagonista che possa dare alla critica esterna argomenti per lodare il buon risultato finale e per scatenare la caccia alle colpe di una eventuale prestazione penalizzante.
Lo stimolo iniziale che spinge verso una carriera sportiva, rappresentato fondamentalmente dal piacere e dal divertimento, corre il rischio di trasformarsi in una sfida alle proprie capacità reali. L’ansia che ne deriva è un termometro che segnala i livelli di autostima, fondamentale elemento per il benessere individuale dell’atleta ed anche per quello di tutta la rete sociale che lo circonda.  
Ciò è vero non solo per lo sport professionistico, ma anche per quello dilettantistico ed amatoriale, che vengono risucchiati da questa logica. L’essenza vera dello sport, fondata sulla fatica quotidiana, sul metodo, sulla collaborazione, sulla conoscenza di se stessi e sul rispetto degli avversari, lascia il passo alla sudditanza nei confronti del “dio successo” che impone traguardi sempre più ardui da raggiungere, che suddivide gli esseri umani in categorie, che innesca un senso di alienazione nelle menti di coloro che manifestano una maggiore fragilità.
Il rischio in situazioni simili di alimentare fenomeni patologici come il doping è molto forte. Per definizione il doping è inteso come "l'uso di quelle sostanze o metodologie che sono state proibite dalle competenti autorità sportive a livello nazionale/internazionale, volto al raggiungimento o mantenimento di una prestazione". L’atleta quindi fa uso di sostanze dopanti nel momento in cui si trova nella condizione di rottura del rapporto ottimale motivazione-mezzi-scopi, quando cioè spinto da agenti esterni, ma ancor più dalla sua motivazione interna, si sente costretto a mantenere le condizioni psico-fisiche estreme, sperimentate fino a quel momento, e non trova in se stesso le risorse adatte a consentirgli di provare autonomamente il senso di gratificazione di cui necessita.
La personalità dello sportivo che ricorre all’uso di sostanze è una componente importantissima per comprendere il fenomeno, infatti alcuni studi hanno dimostrato un basso livello di autostima oltre a una tendenza a ricercare il consenso da parte del gruppo dei pari in un’alta percentuale di sportivi caduti nella rete del doping, caratteristiche tipiche di una personalità dipendente.
Si può infatti parlare di doping e dipendenza, quest’ultima intesa come condizionamento psicologico all’uso di sostanze tossiche fino a non poterne fare a meno. Questo tipo di dipendenza è legata all’immagine corporea che l’atleta si costruisce dal momento in cui comincia ad assumere sostanze. Il suo corpo diventa vigoroso, ha una maggiore resa, è visivamente più definito, il tutto correlato alla percezione che lui ha di determinate sensazioni corporee (maggiore resistenza e potenza, riduzione del dolore) che sono condizioni favorevoli al raggiungimento dei suoi scopi. Diventa chiaro come può risultare poi difficile tornare ad una immagine corporea “ordinaria”.
È una dipendenza psicologica, oltre che fisica, perché queste persone perdono di vista l'importanza fondamentale dell'allenamento, il loro vero scopo diventa quello di battere l'avversario ad ogni costo e con ogni mezzo. Il loro fine quello di vivere per la gara, di trasformarla nell'unica ragione di riscatto dalle proprie angosce della vita quotidiana.
Tra gli "effetti positivi" - se così vogliamo definirli - si ha sicuramente un innalzamento della fiducia in sé, della motivazione di gara, miglioramento della memoria e della concentrazione, ma non sono da sottovalutare quelli collaterali come l’incremento dell'aggressività e dell'irritabilità, sbalzi di umore, insonnia, attacchi di panico, scatti d'ira incontrollata, depressione, pensieri paranoici, comportamenti psicotici e vari disturbi della personalità. Tutto questo incide sulla vita quotidiana, sulle relazioni familiari ed extra-familiari provocando altri tipi di sofferenze.
La lotta contro il doping è spesso concentrata sulla repressione del fenomeno, un’azione necessaria quanto comunque poco efficace ad estirpare il problema. Il punto nodale, infatti, sta nella giusta attivazione di una cultura dello sport che promuova un'immagine dell'atleta caratterizzata dalla capacità di utilizzare al meglio le sue risorse psico-fisiche, di una cultura della “vittoria” che lasci trasparire l’essenza dell’atleta, la sua individualità, la sua capacità di mettersi in discussione e anche l’umiltà di imparare dalla sconfitta.


Dott.ssa Ivana Siena

lunedì 3 giugno 2013

AMORE


Amare


Amare significa lasciare all'altro la libertà di essere se stesso in ogni istante del proprio cammino insieme, ed esserne capaci implica aver raggiunto una maturità interiore tale da non temere neanche il venir meno dell’affetto o dell’interesse da parte dell’amato. Amare vuol dire desiderare la gioia del proprio amato senza porre alcuna condizione e senza aspettarsi nulla in cambio. L’amore è una qualità del proprio essere, se la si possiede, ne beneficia indistintamente chiunque ne venga a contatto, un amante, un amico, un figlio, uno sconosciuto. Si dovrebbe stare insieme soltanto perché si sta bene "con", e invece molto spesso si sta insieme perché si sta male "senza". Solo se hai sconfitto la paura della solitudine sarai capace di amare. Solo se ami la solitudine ogni momento vissuto con l’altro diventa una scelta d’amore.

[Osho]

OTTIMISMO

Pensiero Positivo



Da Wikipedia: L'ottimismo è un atteggiamento che si realizza nel pensare e nel vivere; se in questo riguarda l'esistenza e il modo di comportarsi ed agire con il prossimo e la società, nel pensiero porta a sviluppi complessi che concernono anche la filosofia. Esso è perciò un modo di pensare, un modo di sentire e un modo di vivere, dove la visione che se ne ha è la positività, o quantomeno il suo prevalere sulla negatività. Gli ottimisti tendono a guardare "il lato positivo delle cose" e ad assumere la buona fede nelle persone. Negli ultimi tempi sta prendendo piede il modo di dire feel bullish, riferito ad un modo di vivere positivista caratterizzato da atteggiamento ottimistico.
La psicologia cognitiva definisce sindrome di Pollyanna il cosiddetto ottimismo ottuso, che è tale poiché disancorato dai dati reali e oggettivi. Spesso si confonde l'ottimismo con il cosiddetto "pensiero positivo" che per certi versi rischia di assomigliare invece all'ottimismo ottuso poiché tende a voler vedere la positività a tutti i costi anche nelle situazioni oggettivamente negative.
Tale sindrome consiste nel percepire, ricordare e comunicare in modo selettivo soltanto gli aspetti positivi delle situazioni, ignorando quelli negativi o problematici.
L'Ottimismo ottuso o ingenuo dunque è inutile e persino pericoloso e il pessimismo invece è negativo e "triste"; qual è il modo "giusto" di vedere le cose?
L'Ottimismo Realistico è la sintesi virtuosa della capacità di considerare i dati reali e oggettivi ma cercando in essi la positività senza negare gli aspetti negativi della situazione attuale. L'Ottimista Realista cerca di raggiungere i suoi obiettivi anche partendo da una situazione non ancora perfetta. Il motto delle persone che hanno Ottimismo Realistico non è: " tutto è positivo " bensì " la situazione è questa... ma con impegno riuscirò a sistemare le cose al meglio, imparando a fare quello che ancora non so fare! "
Nel caso del famoso "bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto" l'Ottimista Realista non si batte per dimostrare che sia più vero l'aspetto positivo di quello negativo, poiché sono oggettivamente veri entrambi, tuttavia (supponendo che il bicchiere pieno sia preferibile) cercherà di riempirlo e sarà fiducioso di potercela fare dato che si sente già a metà dell'opera.

L'atteggiamento mentale con cui si affrontano gli accadimenti della propria vita è vitale nel far sì che questi si svolgano nel modo più funzionale al proprio benessere. 


Centro di Psicoterapia Familiare