martedì 11 giugno 2013

TERAPIA FAMILIARE

L’alleanza familiare nel Lausanne Triadic Play


Il Lausanne Triadic Play (LTP) è una situazione semi-standardizzata di gioco nella quale madre, padre e bambino giocano insieme. Prevede, al centro di una stanza, la presenza di due sedie e di un seggiolino per il bambino. Le sedie sono orientate verso il seggiolino del bambino in modo da formare un triangolo equilatero al cui vertice si trova il bambino: questa disposizione permette l’interazione con il bambino in una giusta distanza fisica ed emotiva.
 Nell’LTP lo psicologo osserva e valuta le qualità delle interazioni del sistema triadico padre-madre-bambino all’interno di una situazione di gioco. Scopo del gioco è la capacità della famiglia di condividere momenti di piacere e di comunicazione intersoggettiva e per riuscirci, tutti e 3 i membri della famiglia devono lavorare assieme come fossero una squadra.
Il gioco familiare viene suddiviso in quattro momenti:
-         nella prima parte uno dei due genitori gioca con il bambino mentre l’altro genitore osserva senza intervenire
-         nella seconda parte i genitori invertono i ruoli, il genitore che prima giocava con il bambino si limiterà ad osservare, mentre l’altro giocherà con il bambino
-         nella terza parte del gioco i due genitori giocano assieme al bambino
-         nell’ultima parte del gioco i due genitori parlano tra di loro mentre il bambino li osserva. In questa fase vengono messe in evidenza le capacità di adattamento del bambino di fronte ad una situazione in cui i genitori non si occupano di lui pur essendo presenti

Nell’LTP si valutano quattro tipi di modalità interattive attraverso le quali la famiglia assolve a determinate funzioni:
1-    partecipazione, ossia i partecipanti al gioco sono tutti inclusi nell’interazione?
2-    organizzazione, ossia i partecipanti al gioco sono tutti nel proprio ruolo?
3-    attenzione focale, ossia i partecipanti al gioco prestano tutti attenzione alle attività di gioco?
4-    contatto affettivo, ossia i partecipanti sono tutti in contatto affettivo?
A ognuna delle quattro funzioni viene assegnato un punteggio totale la cui somma complessiva indica la valutazione della qualità delle interazioni familiari, ossia l’alleanza familiare. Vi sono 4 tipologie diverse di alleanza familiare:
1-    alleanza cooperativa, in cui l’interazione familiare è caratterizzata da cooperazione reciproca tra i partner. Il gioco tra i partner porta tutta la famiglia a momenti di divertimento e di coinvolgimento
2-    alleanza “in tensione”, in cui la famiglia incontra difficoltà di coordinazione legate quasi sempre a un’inadeguata gestione dello stress che interviene durante il gioco
3-    alleanza collusiva, in cui durante il gioco i partner presentano difficoltà legate a conflitti coniugali. Non vi è né divertimento né coinvolgimento reciproco anche con il bambino ma competizione tra i partner
4-    alleanza disturbata, in cui nell’interazione tra i partner non si riescono a percepire gli obiettivi e spesso il gioco si conclude con una rottura improvvisa o con una situazione di stallo che si protrae per lungo tempo
Le alleanze disfunzionali nella famiglia possono diventare funzionali se i partner riescono a interagire fornendosi sostegno reciproco, creando un contesto favorevole e protettivo per l’adattamento del bambino per lo sviluppo della famiglia. La famiglia riesce a collaborare insieme come una squadra e quando si verificano dei problemi i partner riescono a superarli attraverso la cooperazione e la coordinazione.

 Fonte: claudiasposini.bloog.it

lunedì 10 giugno 2013

PENSIERI

Oggi concediti un minuto per riflettere…



Scegliere la felicità dipende solo da te. Essere felice e coltivare la
 tua felicità è utile a te stesso e alle persone che ami. La ricerca 
attiva della felicità è il miglior modo di onorare la tua vita e la tua 
esistenza. Le soddisfazioni che arrecano solo piacere ci permettono 
di diventare persone ricche, persone di successo, persone 
rispettabili… famose… potenti… ma anche tutte queste cose messe 
insieme non riusciranno ad alzare il tuo grado di felicità.


(A. Bonacci - Manuale della felicità)

domenica 9 giugno 2013

DEPRESSIONE MATERNA

DEPRESSIONE MATERNA E SVILUPPO DEL BAMBINO



L’ acquisizione recente in base alla quale i bambini, fin dal momento della nascita (e probabilmente anche nel periodo prenatale), sviluppano le loro potenzialità rispecchiandosi nella mente della madre, pone numerosi problemi.

Quando nasce un bambino, le madri affrontano un periodo di tempo in cui devono riorganizzarsi nella nuova situazione e trovare le energie sufficienti per accudire nel miglior modo possibile il figlio.

L’incremento di stress e fatica, la deprivazione del sonno e ritmi di vita alterati, nonché particolari livelli ormonali conseguenti al parto possono favorire in molte donne un particolare stato emotivo caratterizzato da tristezza, sfinimento e attacchi di collera denominato depressione post-partum.

Tale condizione, se protratta nel tempo, può danneggiare lo sviluppo del bambino. La depressione post-partum si manifesta infatti non solo con un silenzioso ritiro, ma anche con stati mentali ed emotivi non regolari (si può passare improvvisamente dal silenzio ad una rabbia immotivata) e quindi in grado di disturbare e ostacolare la possibilità del piccolo di autoregolarsi o semplicemente di sintonizzarsi con la mente della madre .

E’ come se il bambino cercasse di “leggere” nella mente della mamma la tranquillità per tranquillizzarsi , il calore affettivo per abbandonarsi a sensazioni buone e calde senza trovare alcun riscontro.

In questa situazione di mancata di sintonia il bambino si agiterà fino a non percepire più un legame sicuro.

Le emozioni comunicate dal viso della madre e la sua capacità di sintonizzarsi con i bisogni del figlio sono carenti proprio quando questi ha più necessità di essere attivato, rassicurato e tranquillizzato.

Si è visto che le madri meno attive, che imitano meno spesso i vocalizzi del bambino, che modulano poco il tono della propria voce per accordarlo con le esigenze del piccolo e che tendono spesso a disimpegnarsi dai normali gesti di accudimento, provocano particolari comportamenti nei figli: maggiore durata del pianto e degli stati di protesta, poco tempo dedicato all’esplorazione e al gioco, poco interesse alle novità e interazioni limitate con gli estranei.

Una mancata sintonizzazione precoce (di cui la depressione materna rappresenta solamente una delle cause) può incidere sul successivo sviluppo dei bambini sia a livello cognitivo che emotivo, rallentando alcuni processi neurobiologici basilari per lo sviluppo del cervello.

Un ulteriore pericolo consiste nel fatto che la depressione materna può addirittura suscitare nel bambino comportamenti di accudimento, creando una particolare inversione del processo di rispecchiamento, rischiando però un arresto del suo sviluppo.

Occorre dunque aiutare neomamme e neopapà, per un periodo di tempo ragionevolmente lungo dopo il parto con opportuni interventi di politica sanitaria, affinché rischi di questo tipo vengano limitati.

Il cervello degli esseri umani, a differenza di altri organi e apparati, si sviluppa, come già si è ripetuto più volte, in connessione con altri cervelli: se tale connessione non funziona, il cervello più plastico (quello dei bambini) è destinato a cedere qualcosa, con risultati spesso pesanti.

www.educazioneemotiva.it

EDUCAZIONE EMOTIVA



Un buon legame (a noi piace chiamarlo “sintonia 

emotiva”) si realizza quando i

genitori favoriscono nei figli la condivisione 

dell’attenzione (cosa stiamo

 osservando?), dell’intenzione (cosa stiamo facendo?), 

dell’affettività (quanto ci

 vogliamo bene?) e del significato dei messaggi che 

vengono scambiati (cosa ci 

stiamo dicendo? Cosa ci stiamo comunicando? Cosa ci 

sta succedendo?).

Tuttavia, affinché si sviluppi una buona sintonia, è 

necessaria una deliberata 

ricerca di condivisione (non si realizza naturalmente): 

ciò implica un certo impegno di 

tempo.


Se ogni bambino per crescere sano ha bisogno di 


“essere con” qualcuno che si occupi 

di lui, quel qualcuno dovrà “stare con” il bambino, 

rinunciando inevitabilmente a 

qualcosa.
 www.educazioneemotiva.it

sabato 8 giugno 2013

PSICOLOGIA DELLO SPORT

Doping e meccanismi mentali 



Uno sportivo è prima di tutto un uomo, porta dentro di sé un bagaglio di sentimenti che si esprimono su un continuum che va dalla gioia alla rabbia, dalla tristezza alla paura attraversando molteplici emozioni che incidono profondamente sulle prestazioni sportive a cui egli è dedito. Aspettative e incertezze personali accompagnano costantemente l’atleta dai primi momenti della giornata, scortano gli allenamenti e guidano le gare.  Uno sportivo per professione mette in campo il tutto per tutto per dimostrare agli spettatori il proprio valore, ma soprattutto per confermare a se stesso che è possibile mantenere il livello raggiunto e conquistarne uno sempre più alto.
Lo sport collettivo è un modo per rivendicare l’appartenenza ad un gruppo sociale, per usufruire di un sostegno reciproco in quanto cantare in coro permette di mimetizzare le proprie stonature, ma è anche un mezzo a disposizione del singolo atleta per differenziarsi dalla massa. Negli sport individuali, invece, i riflettori sono puntati sul campione sin dal primo minuto della gara evidenziando meriti, défaillance, espressioni del viso. Una scansione del corpo e degli stati d’animo del protagonista che possa dare alla critica esterna argomenti per lodare il buon risultato finale e per scatenare la caccia alle colpe di una eventuale prestazione penalizzante.
Lo stimolo iniziale che spinge verso una carriera sportiva, rappresentato fondamentalmente dal piacere e dal divertimento, corre il rischio di trasformarsi in una sfida alle proprie capacità reali. L’ansia che ne deriva è un termometro che segnala i livelli di autostima, fondamentale elemento per il benessere individuale dell’atleta ed anche per quello di tutta la rete sociale che lo circonda.  
Ciò è vero non solo per lo sport professionistico, ma anche per quello dilettantistico ed amatoriale, che vengono risucchiati da questa logica. L’essenza vera dello sport, fondata sulla fatica quotidiana, sul metodo, sulla collaborazione, sulla conoscenza di se stessi e sul rispetto degli avversari, lascia il passo alla sudditanza nei confronti del “dio successo” che impone traguardi sempre più ardui da raggiungere, che suddivide gli esseri umani in categorie, che innesca un senso di alienazione nelle menti di coloro che manifestano una maggiore fragilità.
Il rischio in situazioni simili di alimentare fenomeni patologici come il doping è molto forte. Per definizione il doping è inteso come "l'uso di quelle sostanze o metodologie che sono state proibite dalle competenti autorità sportive a livello nazionale/internazionale, volto al raggiungimento o mantenimento di una prestazione". L’atleta quindi fa uso di sostanze dopanti nel momento in cui si trova nella condizione di rottura del rapporto ottimale motivazione-mezzi-scopi, quando cioè spinto da agenti esterni, ma ancor più dalla sua motivazione interna, si sente costretto a mantenere le condizioni psico-fisiche estreme, sperimentate fino a quel momento, e non trova in se stesso le risorse adatte a consentirgli di provare autonomamente il senso di gratificazione di cui necessita.
La personalità dello sportivo che ricorre all’uso di sostanze è una componente importantissima per comprendere il fenomeno, infatti alcuni studi hanno dimostrato un basso livello di autostima oltre a una tendenza a ricercare il consenso da parte del gruppo dei pari in un’alta percentuale di sportivi caduti nella rete del doping, caratteristiche tipiche di una personalità dipendente.
Si può infatti parlare di doping e dipendenza, quest’ultima intesa come condizionamento psicologico all’uso di sostanze tossiche fino a non poterne fare a meno. Questo tipo di dipendenza è legata all’immagine corporea che l’atleta si costruisce dal momento in cui comincia ad assumere sostanze. Il suo corpo diventa vigoroso, ha una maggiore resa, è visivamente più definito, il tutto correlato alla percezione che lui ha di determinate sensazioni corporee (maggiore resistenza e potenza, riduzione del dolore) che sono condizioni favorevoli al raggiungimento dei suoi scopi. Diventa chiaro come può risultare poi difficile tornare ad una immagine corporea “ordinaria”.
È una dipendenza psicologica, oltre che fisica, perché queste persone perdono di vista l'importanza fondamentale dell'allenamento, il loro vero scopo diventa quello di battere l'avversario ad ogni costo e con ogni mezzo. Il loro fine quello di vivere per la gara, di trasformarla nell'unica ragione di riscatto dalle proprie angosce della vita quotidiana.
Tra gli "effetti positivi" - se così vogliamo definirli - si ha sicuramente un innalzamento della fiducia in sé, della motivazione di gara, miglioramento della memoria e della concentrazione, ma non sono da sottovalutare quelli collaterali come l’incremento dell'aggressività e dell'irritabilità, sbalzi di umore, insonnia, attacchi di panico, scatti d'ira incontrollata, depressione, pensieri paranoici, comportamenti psicotici e vari disturbi della personalità. Tutto questo incide sulla vita quotidiana, sulle relazioni familiari ed extra-familiari provocando altri tipi di sofferenze.
La lotta contro il doping è spesso concentrata sulla repressione del fenomeno, un’azione necessaria quanto comunque poco efficace ad estirpare il problema. Il punto nodale, infatti, sta nella giusta attivazione di una cultura dello sport che promuova un'immagine dell'atleta caratterizzata dalla capacità di utilizzare al meglio le sue risorse psico-fisiche, di una cultura della “vittoria” che lasci trasparire l’essenza dell’atleta, la sua individualità, la sua capacità di mettersi in discussione e anche l’umiltà di imparare dalla sconfitta.


Dott.ssa Ivana Siena

lunedì 3 giugno 2013

AMORE


Amare


Amare significa lasciare all'altro la libertà di essere se stesso in ogni istante del proprio cammino insieme, ed esserne capaci implica aver raggiunto una maturità interiore tale da non temere neanche il venir meno dell’affetto o dell’interesse da parte dell’amato. Amare vuol dire desiderare la gioia del proprio amato senza porre alcuna condizione e senza aspettarsi nulla in cambio. L’amore è una qualità del proprio essere, se la si possiede, ne beneficia indistintamente chiunque ne venga a contatto, un amante, un amico, un figlio, uno sconosciuto. Si dovrebbe stare insieme soltanto perché si sta bene "con", e invece molto spesso si sta insieme perché si sta male "senza". Solo se hai sconfitto la paura della solitudine sarai capace di amare. Solo se ami la solitudine ogni momento vissuto con l’altro diventa una scelta d’amore.

[Osho]

OTTIMISMO

Pensiero Positivo



Da Wikipedia: L'ottimismo è un atteggiamento che si realizza nel pensare e nel vivere; se in questo riguarda l'esistenza e il modo di comportarsi ed agire con il prossimo e la società, nel pensiero porta a sviluppi complessi che concernono anche la filosofia. Esso è perciò un modo di pensare, un modo di sentire e un modo di vivere, dove la visione che se ne ha è la positività, o quantomeno il suo prevalere sulla negatività. Gli ottimisti tendono a guardare "il lato positivo delle cose" e ad assumere la buona fede nelle persone. Negli ultimi tempi sta prendendo piede il modo di dire feel bullish, riferito ad un modo di vivere positivista caratterizzato da atteggiamento ottimistico.
La psicologia cognitiva definisce sindrome di Pollyanna il cosiddetto ottimismo ottuso, che è tale poiché disancorato dai dati reali e oggettivi. Spesso si confonde l'ottimismo con il cosiddetto "pensiero positivo" che per certi versi rischia di assomigliare invece all'ottimismo ottuso poiché tende a voler vedere la positività a tutti i costi anche nelle situazioni oggettivamente negative.
Tale sindrome consiste nel percepire, ricordare e comunicare in modo selettivo soltanto gli aspetti positivi delle situazioni, ignorando quelli negativi o problematici.
L'Ottimismo ottuso o ingenuo dunque è inutile e persino pericoloso e il pessimismo invece è negativo e "triste"; qual è il modo "giusto" di vedere le cose?
L'Ottimismo Realistico è la sintesi virtuosa della capacità di considerare i dati reali e oggettivi ma cercando in essi la positività senza negare gli aspetti negativi della situazione attuale. L'Ottimista Realista cerca di raggiungere i suoi obiettivi anche partendo da una situazione non ancora perfetta. Il motto delle persone che hanno Ottimismo Realistico non è: " tutto è positivo " bensì " la situazione è questa... ma con impegno riuscirò a sistemare le cose al meglio, imparando a fare quello che ancora non so fare! "
Nel caso del famoso "bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto" l'Ottimista Realista non si batte per dimostrare che sia più vero l'aspetto positivo di quello negativo, poiché sono oggettivamente veri entrambi, tuttavia (supponendo che il bicchiere pieno sia preferibile) cercherà di riempirlo e sarà fiducioso di potercela fare dato che si sente già a metà dell'opera.

L'atteggiamento mentale con cui si affrontano gli accadimenti della propria vita è vitale nel far sì che questi si svolgano nel modo più funzionale al proprio benessere. 


Centro di Psicoterapia Familiare 



domenica 2 giugno 2013

OMOSESSUALITA'

Voglio condividere con voi una riflessione su un tema più che mai di attualità e fonte di grandi controversie. Di seguito troverete una lettera inviata al Direttore del giornale web "la repubblica" di DAVIDE TANCREDI.

Si parla di omosessualità, di tolleranza, di comprensione di un modo di essere che fino a pochi anni fa veniva curato come una malattia. La parola ACCETTAZIONE è fondamentale per eliminare un'altra parola, cura,  inutile quanto inaccettabile e deleteria. 
In un comunicato stampa del 19 Luglio 2011 il Presidente del Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi, dott. Giuseppe Luigi Palma, ha espresso la posizione ufficiale dell'Ordine degli Psicologi in merito all'omofobia (cioè alle reazioni emozionali negative nei confronti delle persone omosessuali) ed alle cosiddette terapie di conversione e riparative (espressione generica che, in modo un pò impreciso, accomuna i tentativi di modificare "terapeuticamente" l'orientamento sessuale di un soggetto).
Il contenuto del comunicato non lascia spazio ad interpretazioni; afferma nettamente che l'omosessualità non è una malattia da curare, e che l'orientamento omosessuale non è da modificare.
Il comunicato prosegue affermando, in linea con quanto sostenuto da anni dalla comunità scientifica internazionale, che:

1.    affermare che l'omosessualità si "curi" o che l'orientamento sessuale di una persona si debba modificare è non solo scientificamente infondato, ma anche socialmente pericoloso, in quanto alimenta lo stigma e la condanna sociale che, secondo i modelli più accreditati, sarebbe alla base del rifiuto del proprio orientamento omosessuale in molti soggetti ("omofobia interiorizzata")
2.   i tentativi di "conversione" dell'orientamento sessuale non solo falliscono, ma sono iatrogeni (cioè dannosi) per il soggetto
3.   gli Psicologi non derogano dal loro codice deontologico, e non si prestano a questi tentativi, condotti molto spesso su base ideologico-religiosa o su modelli scientifici ormai datati.


CARO direttore, questa lettera è, forse, la mia unica alternativa al suicidio. Ciò che mi ha spinto a scrivere è la notizia di un gesto avvenuto nella cattedrale parigina. Un uomo, un esponente di destra, si è tolto la vita in modo eclatante sugli scalini della famosa chiesa per manifestare il proprio disappunto contro la legge per i matrimoni gay deliberata dall'Assemblea Nazionale francese.
Nonostante gli insegnamenti dalla morale cristiana, io ritengo che il suicidio sia un gesto rispettabile: una persona che arriva a privarsi del bene più prezioso in nome di una cosa in cui crede, merita molta stima e riguardo; ma neppure questa considerazione riesce a posizionare sotto una luce favorevole quello che mi appare come il gesto vano di un folle. La vita degli altri continua anche dopo la fine della nostra. Siamo destinati a scomparire, anche se abbiamo riscritto i libri di storia. Morire per opporsi all'evolversi di una società che tenta di diventare più civile è ottusità e evidente sopravvalutazione delle proprie forze.
Il Parlamento italiano riscontrando l'epico passo del suo omologo d'oltralpe ha subito dichiarato di mettersi in linea per i diritti di tutti. Una promessa ben più vana del gesto di un folle. Tutti sappiamo come il nostro Paese sia l'ultimo della classe e che non ci tenga ad apparire come il più progressista. Si accontenta di imitare o, peggio ancora, finge di farlo. La cultura italiana rabbrividisce al pensiero che
due persone dello stesso sesso possano amarsi: perché è contro natura, perché è contro i precetti religiosi o semplicemente perché è odio abbastanza stupido da poter essere italiano. Spesso ci si dimentica che il riconoscimento dei matrimoni omosessuali non significa necessariamente affidare a una coppia "anormale" dei bambini ma permettere a due individui che si vogliono bene di amarsi. In questo consiste il matrimonio, soprattutto nella mentalità cattolica. E allora perché quest'ostinata battaglia?
Io sono gay, ho 17 anni e questa lettera è la mia ultima alternativa al suicidio in una società troglodita, in un mondo che non mi accetta sebbene io sia nato così. Il vero coraggio non è suicidarsi alla soglia degli ottanta anni ma sopravvivere all'adolescenza con un peso del genere, con la consapevolezza di non aver fatto nulla di sbagliato se non seguire i propri sentimenti, senza vizi o depravazioni. Non a tutti è data la fortuna di nascere eterosessuali. Se ci fosse un po' meno discriminazione e un po' più di commiserazione o carità cristiana, tutti coloro che odiano smetterebbero di farlo perché loro, per qualche sconosciuta e ingiusta volontà divina, sono stati fortunati. Io non chiedo che il Parlamento si decida a redigere una legge per i matrimoni gay  -  non sono così sconsiderato  -  chiedo solo di essere ascoltato.

Un Paese che si dice civile non può abbandonare dei pezzi di sé. Non può permettersi di vivere senza una legge contro l'omofobia, un male che spinge molti ragazzi a togliersi la vita per ritrovare quella libertà che hanno perduto nel momento in cui hanno respirato per la prima volta. Non c'è nessun orrore ad essere quello che si è, il vero difetto è vivere fingendosi diversi. Noi non siamo demoni, né siamo stati toccati dal Demonio mentre eravamo in fasce, siamo solo sfortunati partecipi di un destino volubile. Ma orgogliosi di esserlo. Chiediamo solo di esistere.

venerdì 17 maggio 2013

FAMIGLIE RICOSTITUITE


Le fasi del ciclo vitale delle famiglie ricostituite


Hill e Duvall(60) sostengono che ciascun membro della famiglia, sia che appartenga alla generazione più giovane, a quella di mezzo o alla più anziana, ha i propri compiti di sviluppo, specifici per ogni fase, il cui positivo conseguimento è strettamente connesso alla appropriata realizzazione dei compiti evolutivi da parte degli altri componenti il nucleo familiare.
Il percorso evolutivo che la famiglia compie nel corso degli anni attraverso il passaggio da una fase all'altra è considerato da Malagoli Togliatti e Telfener (1991)(61) come un processo di continua ristrutturazione dei rapporti tra i membri della famiglia. Le fasi sono scandite da eventi naturali che necessariamente portano a dei cambiamenti nell'organizzazione del sistema familiare. Ad ogni tappa la famiglia deve affrontare una situazione di crisi in quanto, in seguito al cambiamento, le vecchie modalità di funzionamento non risultano essere più idonee, e deve raggiungere una nuova organizzazione familiare.
Neugarten (1976)(62) individua le tappe che secondo lui dovrebbero scandire il ciclo di vita di una famiglia: la fase della fine del periodo di formazione scolastica, quella del matrimonio, quella della genitorialità e, infine, quella del pensionamento. Secondo l'autore, queste fasi implicano numerosi cambiamenti nel proprio concetto di sé e nel senso d'identità di un individuo e sono, inoltre, indicatrici dell'avvenuta incorporazione di nuovi ruoli sociali e psicologici e del nuovo adattamento.
Duvall (1950) suddivide il ciclo vitale della famiglia in otto stadi, e ne sottolinea per ognuno i rispettivi compiti di sviluppo. Nonostante le numerose modificazioni, gli eventi nodali da lui rilevati sono: il matrimonio, la nascita e la cura dei figli, la loro uscita da casa, il pensionamento dei genitori e la morte.
Haley (1973), invece, individua sei fasi del ciclo e ritiene che la tensione familiare aumenti al momento del passaggio dall'attuale alla successiva fase. Secondo Haley è molto facile che i sintomi compaiano in un membro della famiglia quando si verifica una interruzione o alterazione della "sequenza normale" e rappresentano un segnale che la famiglia è bloccata ed è incapace di raggiungere la fase successiva.
Anche E. A. Carter, e M. McGoldrick (1980) individuano sei stadi nel ciclo di vita familiare che coincidono con i cinque evidenziati da E. Scabini (1989) ad esclusione del primo stadio, giovane adulto, quello del raggiungimento dell'indipendenza dalla famiglia di origine, che l'autrice considera come una fase del ciclo individuale più che familiare. I restanti stadi di sviluppo, con i relativi eventi critici, sono:
1) Stadio della costituzione della coppia: è la fase in cui si deve costituire un'identità di coppia attraverso la definizione dei confini del nuovo sistema coniugale e la ridefinizione delle relazioni con la famiglia estesa. L'evento critico è il matrimonio, «esso dovrebbe significare che sono stati fatti progressi notevoli sulla strada dell'indipendenza emotiva dalla famiglia di origine, non che tale processo sia sul punto di iniziare, o che venga automaticamente compiuto con la celebrazione della cerimonia» (E. A. Carter, M. McGoldrick 1980). Lo studio della fase di formazione della coppia implica il prendere in considerazione un sistema composto da tre famiglie, le due di origine e la nuova coppia, a più generazioni, i cui legami e il cui funzionamento condizionano la storia relazionale del nucleo in via di formazione. 
Come abbiamo visto, il matrimonio richiede che la coppia attui una rinegoziazione di una grande quantità di situazioni in precedenza regolate per ciascuno dei due da principi e norme stabiliti dai propri genitori. Tale rinegoziazione deve essere effettuata anche nei confronti delle proprie famiglie d'origine, dei fratelli e delle sorelle, degli amici e degli altri parenti, coinvolgendo in un modo o nell'altro i rapporti interpersonali in cui i due sono impegnati. Un'altra fonte di stress per le famiglie d'origine, in questa fase, è il dover accettare come proprio membro un estraneo, il che comporta un improvviso allargamento dei confini e un mutamento di status per tutti i membri del sistema.
2) Stadio della famiglia con bambini: l'evento nascita del primo figlio rende manifestatamene visibile l'unione tra i coniugi e conferisce ad essa un carattere di irreversibilità in quanto il ruolo genitoriale non è revocabile. La nascita di un figlio è percepita come fonte di sentimenti affettivamente costruttivi e gratificanti per i genitori; il padre e la madre si sentono meno centrati su se stessi e maggiormente preoccupati per la crescita del bambino. Un altro aspetto positivo di questo evento è l'aumento della coesione familiare e il senso di identificazione con il figlio. I genitori rivivono nel figlio i bisogni e i desideri che li legano alla propria infanzia e al proprio passato. Invece, tra gli aspetti negativi i genitori citano: le richieste fisiche di cura del bambino, l'aumento delle tensioni nella relazione marito-moglie, i costi emotivi e le restrizioni riguardanti la vita sociale, lo svago, le amicizie e la carriera che esso comporta.
Accettare il piccolo nel sistema è il compito più difficile. Solo se ciascun membro della coppia ha raggiunto un buon grado di differenziazione del sé e ha stabilito con il suo partner una relazione fondata sulla intimità e non sulla fusione, essi saranno in grado di prendersi cura del figlio. I coniugi hanno da questo momento il compito di imparare a comunicare non più solo come membri di una diade coniugale, ma anche come membri di una coppia parentale all'interno di una triade familiare. Inoltre, oltre al riadattamento interno della diade coniugale, la nascita di un figlio richiede una diversa definizione delle relazioni nella famiglia estesa, poiché crea nelle famiglie di origine nuovi ruoli.
3) Stadio della famiglia con adolescenti: in questa fase l'evento critico "adolescenza dei figli" mette a dura prova le capacità adattive dell'organizzazione della famiglia. C'è bisogno di un aumento della flessibilità familiare per gestire le entrate e le uscite dei membri, in particolare per permettere il progressivo svincolamento dei figli, e di una ridefinizione delle relazioni e delle forme dell'attaccamento e della cura;
4) Stadio della famiglia trampolino di lancio: è una fase contraddistinta dallo svincolo e dall'allontanamento dei figli, necessita di un ulteriore aumento della flessibilità familiare per far fronte all'uscita dei figli e all'entrata dei generi, delle nuore e dei nipoti oltre ad una rinegoziazione e ad un reinvestimento, da parte dei genitori, nel rapporto di coppia. Il processo della regolazione delle distanze impegna, in questa fase, il sistema familiare contemporaneamente a più livelli. I figli giovani adulti si devono staccare dai loro genitori; i genitori, a loro volta, si devono separare dai figli e si devono preparare al distacco dai propri genitori, oramai anziani; i genitori anziani, infine, si staccano definitivamente dal ruolo attivo e da dirette responsabilità nei confronti della società. Il compito comune a tutte e tre le generazioni in questa fase è quello di progredire verso una sempre maggiore differenziazione e una più profonda individuazione.
L'incapacità dei genitori di riorganizzare i rapporti all'interno della coppia e di accettare l'uscita dei figli può portarli a sperimentare la cosiddetta "sindrome del nido vuoto": quando per il genitore il confine tra il sè e il figlio giovane-adulto è indistinto; l'oggetto perso viene sentito come il proprio io, e la separazione dal figlio viene percepita come un'angosciosa minaccia alla propria sopravvivenza e perciò ostacolata.
5) Stadio della famiglia anziana: fase caratterizzata da eventi critici quali il pensionamento, la malattia o la morte dei coniugi. Implica un reinvestimento profondo dei genitori nella coppia e un riavvicinamento dei figli alla famiglia di origine per fornire cure e supporto emotivo.
Secondo McGoldrick M. e Carter E. A. (1980) il verificarsi della separazione e del divorzio altererebbero il "normale" evolversi del ciclo vitale della famiglia secondo le fasi precedentemente riportate. Per questo motivo essi affermano che: dal momento della separazione della famiglia unita fino alla eventuale ricostituzione di un nuovo nucleo, da parte di uno o entrambi i coniugi, nuovi stadi del ciclo vitale devono essere percorsi per ristabilire l'equilibrio e consentire l'evoluzione del sistema familiare. Questi autori hanno individuato tre stadi principali, aggiuntivi, con relative sottofasi, che caratterizzerebbero il ciclo vitale delle famiglie coinvolte in un processo di ricomposizione:
1) Stadio della pianificazione e attuazione del divorzio:
* Fase della presa di decisione di separarsi: comporta: l'accettazione sia dell'incapacità di risolvere le tensioni matrimoniali necessarie per continuare la relazione, sia delle proprie responsabilità nel determinare il fallimento del matrimonio.
* Fase della pianificazione dello scioglimento del sistema: richiede l'individuazione e l'attuazione di soluzioni a questioni riguardanti la custodia, la frequentazione dei figli, gli aspetti economici ed i rapporti con i parenti, che risultino vantaggiose per tutti i membri del sistema familiare.
* Fase della separazione: implica: il far fronte alla perdita della famiglia unita; l'adattamento alla condizione di single; la disponibilità a mantenere una relazione collaborativa riguardo alla funzione genitoriale, rinunciando però all'attaccamento all'ex-coniuge, e la riorganizzazione dei rapporti con i membri della famiglia estesa.
* Fase del divorzio: necessita del superamento del dolore, della rabbia, del senso di colpa; l'abbandono delle fantasie di riunificazione e, al tempo stesso, il recupero di speranze, sogni e aspettative legate all'istituzione del matrimonio.
2) Stadio del "post-divorzio":
* Fase dei nuclei monogenitoriali: richiede, al genitore affidatario, un atteggiamento flessibile e la volontà di non ostacolare la frequentazione e la funzione genitoriale dell'ex-coniuge e dei suoi familiari, oltre a ricrearsi una propria rete sociale; al genitore non residente, di trovare il modo di proseguire nel suo compito educativo, di non instaurare un rapporto competitivo e antagonista con l'ex-coniuge ed i suoi familiari.
3) Stadio della formazione della famiglia ricostituita:
* Fase dell'inizio di una nuova relazione: necessita, da una parte, il superamento del senso di perdita legato al primo matrimonio (divorzio psichico), dall'altra, il reinvestimento nel matrimonio e nella formazione di una nuova famiglia, oltre alla disponibilità a far fronte alla complessità e alla ambiguità che ciò comporta.
* Fase di concettualizzazione e pianificazione del nuovo matrimonio e di una nuova famiglia: in questa fase c'è bisogno che l'adulto riconosca e accetti le proprie paure, quelle del suo nuovo compagno e quelle dei figli, riguardo al "rimatrimonio " e alla formazione di una nuova famiglia. Inoltre è fondamentale il rispetto dei tempi di ognuno per adattarsi alla complessità ed alla ambiguità legata: alla molteplicità dei nuovi ruoli; ai confini di spazio, tempo, appartenenza e autorità; alle problematiche affettive come i sensi di colpa, i conflitti di lealtà, il desiderio di mutualità, le ferite legate al passato e mai rimarginate.
Fase del "rimatrimonio" e della ricostituzione di un nuovo nucleo: implica: l'accettazione di un differente modello di famiglia munito di confini permeabili; la loro riorganizzazione per includere il nuovo partner come "terzo genitore" (Oliverio Ferraris A., 1997); la disponibilità verso le relazioni dei figli con l'ex-coniuge ed i suoi familiari e il condividere memorie e storie di vita per aumentare l'integrazione all'interno della famiglia ricostituita.

Centro di Psicoterapia Familiare

giovedì 16 maggio 2013

UNIVERSITA' della LIBERA ETA' - IL CICLO DI VITA DELLA FAMIGLIA


Si è svolta, martedì 14 Maggio 2013 presso il MU.MI di Francavilla al Mare (CH), la lezione sul “Ciclo di Vita della Famiglia” tenuta dalla dott.ssa Ivana Siena nell'ambito dell'anno accademico dell'Università della Terza Età. I partecipanti hanno approfondito la tematica oggetto della lezione palesando grande interesse in particolare sui concetti di legame, confine e dinamiche familiari.
La lezione è stata introdotta dal Prof. Massimo Pasqualone ed hanno presenziato alla stessa l’artista abruzzese Tiziana Giampaolo ed il Presidente della’Associazione Culturale MOTUS, l’Avv. Michele Accettella.

Luciano Rapa