lunedì 8 febbraio 2016

QUESTIONI DI CONVIVENZA, QUESTIONE DI RELAZIONI

Si litiga in casa, in famiglia, con il proprio compagno di vita, con i fratelli, con i coinquilini.
Una delle principali motivazioni è lo SPAZIO.


Che si intenda spazio fisico o psichico il denominatore comune è il CONFINE. I confini personali sono i limiti che definiscono dove inizia e finisce il proprio spazio personale fisico, emotivo e mentale. Questi limiti sono flessibili, allargabili o no a secondo del tipo di relazione che si vuole stabilire con gli altri (con il/la partner, in società, con i colleghi…) e a secondo della situazione in cui ci si trova.
Le persone necessitano di un confine all'interno del quale sentirsi a proprio agio, protetti, autentici ed è anche vero che nessuno sa da cosa dipenda la quantità di spazio che ognuno ha bisogno, è soggettiva. Tuttavia accade spesso che i confini vengano valicati, più o meno con forza e consapevolezza portando a sentimenti di rabbia, i quali, se non espressi correttamente portano all’interruzione della relazione. Un esempio estremo di rottura di un confine è la violenza fisica e sessuale, ma esempi più consueti sono le mancanze del quotidiano nell’ambito familiare, amicale e lavorativo. La distanza è lo spazio e il tempo fra due persone o due cose, mentre la COMUNICAZIONE  diventa l’unico modo per modulare tale distanza nei rapporti con gli altri.



Come fare per difendere i propri confini?

Innanzitutto entrare in contatto con se stessi, ossia riconoscere le sensazioni che si provano quando si è in contatto con qualcuno, chiunque esso sia. Fastidio, frustrazione, oppressione, rabbia, delusione sono solo alcuni dei sentimenti che si provano quando qualcuno varca il nostro confine fisico o psicologico.
Chiedersi il perché si provi quel tale sentimento ci consente una maggiore consapevolezza di quel perimetro soggettivo che deve delineare la nostra linea protettiva. Tutto diventa più chiaro e si può di conseguenza decidere la misura della giusta distanza che desideriamo tra noi e “l’Altro”.

Comunicarlo resta il passo definitivo, ma anche il più difficile da compiere in quanto subentrano resistenze di ogni tipo, dalla paura di essere giudicati all’obbligo di contenere i propri pensieri, come spesso accade nei contesti lavorativi ad esempio.

La comunicazione non verbale aiuta molto in queste situazioni, in quanto silenzio, espressioni del viso, prossemica e gestualità sono spesso più eloquenti di qualsiasi discorso.
Reprimere il proprio sentire potrebbe sembrare un'ottima soluzione temporanea, ma altro non è che un'illusione che nel tempo si trasforma in disagio e malessere. 
Cosa conviene davvero?

Dott.ssa Ivana Siena

mercoledì 13 gennaio 2016

SEMINARIO GRATUITO: NON C'E' DUE SENZA... TE

Il Centro di Psicoterapia Familiare, in collaborazione con l’Associazione Obiettivo Famiglia Onlus, organizza il seminario GRATUITO:

NON C’E’ DUE SENZA… TE. Quando la relazione di coppia diventa pericolosa.



Seminario GRATUITO sulle sfaccettature della Dipendenza Affettiva, fenomeno sempre più visibile all'interno delle relazioni di coppia.
Nella prima parte della giornata si parlerà delle varie tipologie di Dipendente Affettivo, di come nasce questo fenomeno e come può evolversi quando non si prende una reale consapevolezza delle sue conseguenze disfunzionali.
In seguito il lavoro verterà sul rischio che questa modalità di "amare" possa portare a forme di violenza tra i partner, più o meno visibili. Verrà quindi approfondita, oltre alla figura della persona che vive sulla sua pelle la Dipendenza Affettiva, la figura del partner che alimenta questo gioco relazionale, incorrendo in un circolo vizioso "vittima/carnefice" non adatto al benessere della coppia.

Per prenotarsi all'evento è necessario mandare un'email all'indirizzo: obiettivofamiglia@gmail.com.

IL POTERE DI UNA CAREZZA

Dall'Analisi Transazionale alla relazione


Fin dalla nascita uno dei bisogni fondamentali per il bambino, al pari della necessità di cibo, è il contatto fisico.
Numerose ricerche nel campo della psicologia hanno mostrato come la deprivazione sensoriale provochi danni irreparabili sia nei bambini che negli adulti, mettendo in luce, soprattutto facendo riferimento ai primi, quanto la mancanza di contatto abbia un peso specifico nello sviluppo di problematiche fisiche ed emotive.
Eric Berne scelse il termine carezza per indicare l’unità di riconoscimento sociale (modalità per riconoscere l’esistenza di una persona in senso figurato) e per rievocare questo bisogno di contatto fisico degli infanti: «Con “carezza” si indica generalmente l’intimo contatto fisico; nella pratica il contatto può assumere forme diverse. C’è chi accarezza il bambino, chi lo bacia, gli dà un buffetto o un pizzicotto. […] Per estensione, con la parola “carezza” si può indicare familiarmente ogni atto che implichi il riconoscimento della presenza di un’altra persona». 

È necessario che la persona venga riconosciuta come tale per svilupparsi bene, non basta soddisfare i suoi bisogni primari! Un banale non saluto può suscitare un effetto enorme su di noi proprio perché dietro di esso leggiamo il non riconoscimento.
Ognuno di noi sviluppa un suo stile nel dare e ricevere carezze, fondato sulla base della propria posizione esistenziale, dove per posizione esistenziale l’autore intende la modalità in cui ognuno si percepisce rispetto ad un altro o al mondo esterno e, di conseguenza, come percepisce il resto del mondo. La posizione esistenziale ideale è rappresentata dal sentirsi “OK” rispetto ad un Altro anch’esso percepito come “OK”, anche se obiettivamente risulta difficile rimanere fissi su una posizione, ma necessariamente si sperimentano tutte le altre. Vedi l’immagine:



Si potrebbe pensare che le persone cerchino esclusivamente carezze positive, sotto la falsa credenza che siano queste a muoverci su una posizione esistenziale ottimale (OK-OK), rifiutando le negative; in realtà (e può sembrare assurdo) qualsiasi tipo di carezza è meglio di nessuna carezza, in quanto il nostro bisogno di essere “accarezzati” è così importante che se non riusciamo a riceverne di positive faremo in modo di prendere almeno quelle negative. Un classico esempio è quello del maestro che riprende l’alunno ogni volta che sbaglia e lo ignora quando fa le cose per bene: pur di ricevere attenzione l’allievo continuerà a sbagliare. Questo spiega perché certi comportamenti si rinforzano, mentre altri passano inosservati.
Nella nostra cultura la logica delle carezze è legata al complesso di inferiorità, il quale inevitabilmente porta con più facilità a svalutare l’altro, piuttosto che valorizzarne i suoi punti di forza. Carezze negative di questo tipo apparentemente nutrono la propria autostima, perché mettono l’autore in una posizione giudicante tipica di chi si sente migliore degli altri, impedendo tuttavia lo slancio verso la posizione esistenziale costruttiva, quella del “io sono Ok, tu sei Ok”, in cui la persona realizza una visione del mondo dove c'è posto per sé e anche per l'altro, riconoscendone pari dignità e valore. In questa prospettiva le persone possono sperimentare sentimenti di gioia e di autoefficacia, portando avanti, anche collaborando, progetti di vita significativi. Riconoscersi delle capacità e dei diritti, riconoscersi degni di affetto e di stima e usare questa lente anche quando si guarda il prossimo, permette alle persone di stare nel mondo dandosi la possibilità anche di cambiarlo, o di contribuire quantomeno a cambiare, modificare, migliorare il proprio ambito di vita. Questa posizione può essere accettata solo quando si dispone di un numero notevole di informazioni su noi stessi e sugli altri. Come riuscirci? Imparando a leggere e ad ascoltare i nostri stati dell’Io (Genitore, Adulto, Bambino), mettendo da parte le svalutazioni (di sé e dell’altro)  dando voce alle valorizzazioni, alle carezze positive, perché soltanto in questo modo potremo considerarci realmente Adulti.

Concludo citando Berne:


“Voglio amarti senza aggrapparmi a te,
voglio apprezzarti senza giudicarti,
voglio essere con te senza invaderti,
invitarti senza comandare,
averti senza sensi di colpa,
criticarti senza incolparti,
aiutarti senza insultarti,
se posso avere la stessa cosa da te,
allora possiamo veramente, incontrarci
e arricchirci reciprocamente.”

Dott. Simone Ferrazzo

Laureato in Psicologia, attualmente impegnato nel Tirocinio Formativo presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara. 



mercoledì 9 dicembre 2015

“WAITING FOR…” COME NON RIMANERE DELUSI DAGLI ALTRI


A quanti di noi capita di dire: “Mi aspettavo questo o quello da te” oppure “La vita è ingiusta con me, non meritavo questo”.
L’essere umano non è composto soprattutto da acqua, ma bensì da aspettative.
Viviamo costantemente con l’assurda convinzione che l’intero mondo sia in debito con noi da quando abbiamo messo piede sulla Terra.
Se sono una persona rispettosa, sensibile e responsabile, perché non ricevo lo stesso in cambio? Perché le persone non rispecchiano le mie idee ed appagano le mie esigenze?
Essere le vittime di qualcuno è purtroppo una strada molto invitante, in cui spesso è facile inciampare.
Ogni giorno ci creiamo delle idee sul mondo e su come debba funzionare che vanno ben oltre la realtà, un insieme di teorie utopistiche che vengono presto disconfermate. Per sopravvivere a queste continue frustrazioni invece di interrogarci sul nostro atteggiamento nei confronti della vita, risolviamo il tutto creandoci una nuova illusione, ovvero “il mondo fa schifo e le persone sono crudeli”.
Perché preferiamo costruirci mondi alternativi perfettamente arredati, piuttosto che vivere la realtà e le persone per quello che sono?
Probabilmente crediamo che tutto questo ci aiuti ad andare avanti, ci aiuti a reagire di fronte agli insuccessi e alle delusioni, ci sembra più utile  incolpare il nostro destino, la nostra cattiva stella, i nostri genitori o l’amica di turno, piuttosto che cominciare un dialogo con noi stessi; è di gran lunga meno doloroso, apparentemente, mettere in discussione chi mi circonda piuttosto che me.
Ma uscire da questo circolo vizioso si può, bisogna accettare e dare energia alla nostra parte adulta, riconoscendo le nostre potenzialità e responsabilità. Nella vita nulla ci viene donato per magia, ma siamo noi a costruirci le nostre opportunità, le nostre relazioni, i nostri amori e le nostre delusioni. Abbiamo il potere di scegliere, di decidere cosa fare della nostra vita, siamo noi gli artefici del nostro destino e questo a volte può far paura, perché vuol dire riconoscersi come unici responsabili del nostro dolore e della nostra gioia, perché alla fine dei giochi tutto quello che di buono faremo nella nostra esistenza sarà frutto delle decisioni prese e di quelle evitate, di quello che ci siamo permessi di vivere e non, alla fine, prima o poi, dovremmo fare i conti solo con noi stessi e non con quello che le altre persone potevano fare per noi.

Nessuno ha il potere di salvarci, le persone che incontriamo possono farci compagnia lungo il sentiero della vita, possono tenderci una mano quando la strada diventa faticosa, ma bisogna tener presente che il viaggio è solo nostro.
Le leggi della vita sono molto precise, ma non sono una condanna, se iniziamo a renderci conto del fatto che siamo assolutamente responsabili di ogni cosa che accade alla nostra esistenza, saremo nelle condizioni di poter migliorare la nostra vita. Sostituiamo le nostre assurde aspettative, concentrandoci sul creare anziché sperare o peggio aspettare, ricordandoci bene in mente queste parole: “io sono il padrone del mio destino. Io sono il capitano della mia anima“.

Dott.ssa Valentina D’Alessio
Laureata in Psicologia e tirocinante presso l'Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara

giovedì 3 dicembre 2015

AMORE 2.0

L'avvento dei Social Network, diventati ormai parte integrante della nostra vita quotidiana, ha sconvolto le nostre abitudini e i nostri comportamenti.
A questo sconvolgimento non si sottraggono neppure le relazioni sentimentali, che ora devono fare i conti con le nuove tecnologie.

Le cose sono cambiate profondamente, viviamo nella società dei social, dove non solo il contatto umano virtuale è a portata di click, a qualsiasi distanza, e tutto comincia con l’ammirazione per una foto del profilo di un perfetto sconosciuto.
Foto profilo su cui iniziamo a fantasticare e a investire e che, in un certo senso, sono diventate più importanti della presenza fisica reale, mediata non solo dal canale visivo, ma da tutti gli altri quattro sensi.

Anche da questo punto di vista la tecnologia ha inciso profondamente, perfino sui canoni estetici: applicazioni facilmente scaricabili sui più comuni smartphone (come Instagram o Retrica), permettono a chiunque di modificare le proprie foto a piacimento, aggiungendo e togliendo filtri, aggiustando luci, difetti, imperfezioni, rendendo la photoshoppata perfezione da copertina non più esclusivo appannaggio dei fotografi e delle modelle professioniste.
In questa società, in cui, soprattutto per gli adolescenti e i giovani adulti, un’immagine profilo vincente su Facebook diventa un passpartout relazionale, pose, luci e filtri digitali, hanno sostituito l’essenza di un particolare modo di sorridere, di un profumo, un difetto, una cicatrice, rendendo i primi approcci un concorso fotografico di bellezza, ponendo la scelta di potenziali partner sullo stesso piano della selezione di un vestito fra tante vetrine.
Un vestito che non abbiamo mai neppure toccato, indossato, provato sulla pelle.

L’influenza dei social, però, non si ferma unicamente al primo contatto, che, nonostante i risvolti negativi sopracitati, viene positivamente facilitato dal mezzo virtuale, ma anche e soprattutto si estende alla realtà relazionale di una storia sentimentale.
Assistiamo costantemente a come gesti dall’unica valenza virtuale, come il postare un cuore sulla bacheca Facebook dell’amato, abbiano sostituito in parte e a volte integralmente gesti concreti, tesi a costruire basi solide per una relazione duratura del tempo.
Gli amori adolescenziali (e tristemente non solo) nati sui social network spesso hanno breve vita: si nutrono di etere, di contenuti manifesti e pubblici a rimpiazzare una reale intimità, e si consumano in un centinaio di selfie e qualche decina di frasi d’amore scopiazzate da Tumblr o Insanity.

E, quando infine questi amori 2.0 implodono della loro stessa virtuale sostanza, si entra a far parte del circolo degli ex, dove la vera e propria impresa è la rimozione del ricordo.
Tutto, dalle frasi alle foto, dagli status ai giochi, che fino al momento precedente è stato entusiasticamente mostrato al mondo, forzatamente condiviso con la nostra metà e con l’intero networking delle reciproche amicizie virtuali, può ricordarci l’ex.
Se pur nell’era dei social network, un semplice clic non basta per eliminare legami, basta però per vendicarsi diffondendo, ad esempio, online le foto osé del proprio ex o diventare uno stalker.

Io credo che, chiunque tenda a vivere le relazioni sentimentali in questo modo, dovrebbe tentare di tagliare la realtà virtuale, il pubblico immenso del social network, fuori dalla porta di una reale intimità.
Fare lo sforzo di conoscere l’altro per ciò che è realmente, indipendentemente dagli status di Facebook e dalla galleria di Instagram, riscoprendo il valore della chimica, del contatto umano reale, del suono di una risata, di un modo unico di bere il caffè da una tazzina, di camminare, gesticolare, muoversi.
Sono convinta che bisogna riscoprire il valore del privato, del tempo trascorso insieme, nel microcosmo che è una coppia, senza la spasmodica necessità di fotografarne ogni istante, per sbatterlo alla mercé dell’intera utenza di internet.
Ricordare che ci si innamorava comunque, anche prima del primo cellulare, della prima fotocamera integrata, dell’avvento del web, prima che l’amore diventasse 2.0 .


 Dott.ssa Arianna Santarsiero
Laureata in Psicologia e tirocinante presso l'Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara

CHE RUMORE FA LA FELICITA'?

"Non essere triste, tirati su, cerca di non pensarci, non piangere, non avere paura!."
Quante volte ci siamo sentiti dire, o abbiamo detto a qualcun altro, frasi del genere? È come se fossimo immersi nella cultura del pensiero positivo per la quale se non sei felice hai qualcosa che non va, se vuoi reagire al dolore in modo dignitoso devi rifugiarti dall’espressione dell’infelicità.
Sfatiamo un falso mito: non esistono emozioni negative, ma a renderle tali sono il nostro giudizio o il nostro evitarle. Quest’ultima modalità può sembrare la strategia migliore per gestire le emozioni, ma a lungo si rivela un vero e proprio boomerang procurando molto più dolore di quello che abbiamo cercato di evitare.
Vi porto l’esempio di Inside Out, di cui Gioia e Tristezza sono le vere protagoniste. Brillante, solare ed esuberante la prima, scontrosa, impacciata e remissiva la seconda. Durante tutto il film Gioia non fa altro che cercare di tenere sotto controllo Tristezza affinché non faccia danni nella vita di Riley. Senza rendersene conto, però, contribuisce esclusivamente  a mandare in confusione l’universo emotivo della ragazzina fino al punto di generarvi un vero e proprio black out, che si risolverà soltanto quando riuscirà a darsi il permesso di essere triste.

Ci sono almeno quattro buoni motivi per accettare tutte le emozioni, anche quelle più dolorose:
1.   Non dovremo spendere energie nel tentativo di allontanarle e potremo dirigere le nostre azioni nella direzione desiderata.
2.     Avremo la possibilità di imparare qualcosa, prendendo confidenza e diventando abili nella loro gestione.
3.     Diventeremo più resilienti.
4.     Svuoteremo il loro potere distruttivo.

«Hai mai visto uno di quei vecchi film di cow-boy in cui il cattivo finisce nelle sabbie mobili e quanto più si dimena tanto più velocemente sprofonda? Se mai ti capitasse di cadere nelle sabbie mobili, sappi che agitarsi è quanto di peggio puoi fare. Devi invece sdraiarti, distenderti, e restare immobile a galleggiare sulla superficie. Ciò richiede una grande presenza di spirito perché ogni istinto dentro il tuo corpo ti dice di lottare; ma più lotti, peggio è. 

Lo stesso principio vale per le “emozioni spiacevoli”: più cerchiamo di combatterle, più ci mettiamo nei guai» 
(Russ Harris, La trappola della felicità).

Dott. Simone Ferrazzo
Laureato in Psicologia, 
tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus 
di Pescara




lunedì 23 novembre 2015

D'ITALIE AVEC L'AMOUR

A seguito degli avvenimenti accaduti nelle ultime settimane in Francia, ho deciso di mettere a disposizione le competenze del Centro di Psicoterapia Familiare per fornire un sostegno psicologico agli Italiani che vivono a Parigi. 
Per voi che respirate la paura e la precarietà, lontani da casa, in quella che è, e deve rimanere, la vostra nuova casa!
È possibile quindi richiedere un primo colloquio gratuito e, qualora se ne avvertisse il bisogno, altri cinque al costo agevolato di € 25,00.
Questo progetto di sostegno avrà motivo d’essere finché l’allarme terrorismo non sarà rientrato.


Per aderire basta inviare i propri dati via e-mail, come nell’esempio sottostante, all’indirizzo


Esempio di richiesta:

NOME______________________________________________
COGNOME_________________________________________
DATA E LUOGO DI NASCITA__________________________
CODICE FISCALE ____________________________________
LUOGO DI PROVENIENZA_____________________________
NUMERO DI TELEFONO_______________________________
NOME SKYPE________________________________________
INDIRIZZO E-MAIL____________________________________
RICHIESTA___________________________________________



Sarò io stessa, dott.ssa Ivana Siena, a ricontattarvi per comunicare tre date e orari disponibili e una volta concordato insieme il momento più adatto per il colloquio su SKYPE, basterà aggiungere il mio contatto ivana.siena.

Per maggiori informazioni
+39.391.35.19.017

                                                              Dott.ssa Ivana Siena



giovedì 5 novembre 2015

DIFFERENZE TRA LE FIGURE PROFESSIONALI PER IL BENESSERE PSICOLOGICO




Lo Psicologo è colui che ha conseguito una laurea di cinque anni in psicologia (detta anche specialistica), ha effettuato un tirocinio obbligatorio di un anno sotto la supervisione di un tutor già abilitato alla professione. Solo dopo questo iter formativo può sostenere l’Esame di Stato e, a seguito del suo superamento,  iscriversi quindi all’Albo degli Psicologi della Regione di appartenenza.

Può occuparsi di molteplici settori (clinica, scuola, sport, lavoro, comunità, ambito giuridico ecc).  Lo psicologo che esercita una professione con finalità sanitarie si occupa di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione oltre alle attività di ricerca e didattica nell’ambito della psicologia; lo psicologo effettua colloqui di sostegno e può effettuare valutazioni tramite la somministrazione di appositi test.
Lo psicologo, in accordo al codice deontologico che è tenuto a rispettare per legge, aggiorna continuamente la propria formazione.
Psicologo, medico, psicoterapeuta, psichiatra condividono il fatto di avere come obiettivo il benessere (anche) mentale, ma lo perseguono attraverso modalità e strumenti diversi caratteristici di ciascuna professione. Psicologo, medico, psicoterapeuta, psichiatra avendo anche come ambito di pertinenza la patologia e quindi la cura, sono tutti terapeuti che si distinguono nel modo in cui hanno di affrontare la problematica portata dall’utente/paziente.

Lo Psicoterapeuta può essere sia uno Psicologo che uno Psichiatra. Nel primo caso lo Psicologo deve aver conseguito la Specializzazione in Psicoterapia riconosciuta dallo Stato della durata di almeno 4 anni ed essere iscritto all’Albo professionale. Lo Psicoterapeuta è lo specialista che attraverso strumenti clinici (diagnosi, eziologia, pianificazione del trattamento, setting) e attraverso la relazione umana (empatia, ascolto, fiducia, alleanza terapeutica), è in grado di accompagnare la persona in un processo di cambiamento, volto al raggiungimento di un migliore stato di equilibrio.
La psicoterapia è una competenza professionale che non è strettamente legata alle competenze delle scienze psicologiche, infatti non richiede la laurea in psicologia (anche i medici possono diventare psicoterapeuti) né è strettamente legata alle competenze delle scienze mediche, infatti non richiede la laurea in medicina (anche gli psicologi possono diventare psicoterapeuti).
Lo psicologo psicoterapeuta non può prescrivere farmaci (non essendo un medico non ha le competenze mediche acquisite nel corso di laurea in medicina) come il medico psicoterapeuta non può fornire servizi psicologici (come la terapia psicologica, colloquio psicologico, la somministrazione di test, etc) caratteristici dello psicologo (non essendo infatti uno psicologo non ha le competenze tipiche delle scienze psicologiche acquisite durante il corso di laurea di psicologia).

Lo Psicoanalista è un particolare tipo di psicoterapeuta. Questo particolare approccio deriva dal lavoro di Sigmund Freud e dei suoi successori.

Nel tempo si sono accumulate molte correnti che si sono differenziate dall’idea originaria di Freud (le cosiddette correnti “post-freudiane”). All’interno di questa famiglia di correnti post-freudiane ce ne sono alcune che divergono in dettagli rispetto alla struttura teorica originaria mantenendo intatta l’idea di base dalla quale derivavano, altre invece hanno apportato cambiamenti più radicali degli elementi chiave caratteristici della teoria analitica stessa.
Lo psicanalista, per diventare tale, deve necessariamente sottoporsi in prima persona ad un’analisi personale.


Lo Psichiatra è una persona laureata in medicina che ha anche conseguito una specializzazione in psichiatria, cioè un corso di studi specialistico orientato allo studio e alla cura dei disturbi e delle malattie mentali attraverso modalità e strumenti caratteristici la professione medica.

Rispetto alle modalità di trattamento terapeutico del disagio/disturbo mentale offerte da altre figure professionali (psicologi e psicoterapeuti) lo psichiatra è maggiormente orientato a considerare il disturbo mentale come derivante da un malfunzionamento e/o uno sbilanciamento a livello biochimico del sistema nervoso centrale. Per questo motivo la principale modalità di cura proposta dallo psichiatra è quella farmacologica.
In alcuni casi può avvenire che sia lo psicologo o lo psicoterapeuta forniscano contemporaneamente allo psichiatra il loro supporto al fine di ottenere un risultato migliore di quello che si otterrebbe attraverso l’utilizzo esclusivo di uno dei tre approcci.

Lo psichiatra è anche abilitato, previa richiesta formale, all’esercizio della psicoterapia.

venerdì 30 ottobre 2015

CONVENZIONE CON LA FARMACIA CENTRALE DI SAN SEVERO (FG)


Vi ricordiamo la nostra convenzione con la FARMACIA CENTRALE di San Severo, in via T. Masselli n. 69.

La Farmacia Centrale mette a disposizione dei suoi clienti un colloquio gratuito con la psicoterapeuta dott.ssa Ivana Siena.



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