domenica 9 giugno 2013

EDUCAZIONE EMOTIVA



Un buon legame (a noi piace chiamarlo “sintonia 

emotiva”) si realizza quando i

genitori favoriscono nei figli la condivisione 

dell’attenzione (cosa stiamo

 osservando?), dell’intenzione (cosa stiamo facendo?), 

dell’affettività (quanto ci

 vogliamo bene?) e del significato dei messaggi che 

vengono scambiati (cosa ci 

stiamo dicendo? Cosa ci stiamo comunicando? Cosa ci 

sta succedendo?).

Tuttavia, affinché si sviluppi una buona sintonia, è 

necessaria una deliberata 

ricerca di condivisione (non si realizza naturalmente): 

ciò implica un certo impegno di 

tempo.


Se ogni bambino per crescere sano ha bisogno di 


“essere con” qualcuno che si occupi 

di lui, quel qualcuno dovrà “stare con” il bambino, 

rinunciando inevitabilmente a 

qualcosa.
 www.educazioneemotiva.it

sabato 8 giugno 2013

PSICOLOGIA DELLO SPORT

Doping e meccanismi mentali 



Uno sportivo è prima di tutto un uomo, porta dentro di sé un bagaglio di sentimenti che si esprimono su un continuum che va dalla gioia alla rabbia, dalla tristezza alla paura attraversando molteplici emozioni che incidono profondamente sulle prestazioni sportive a cui egli è dedito. Aspettative e incertezze personali accompagnano costantemente l’atleta dai primi momenti della giornata, scortano gli allenamenti e guidano le gare.  Uno sportivo per professione mette in campo il tutto per tutto per dimostrare agli spettatori il proprio valore, ma soprattutto per confermare a se stesso che è possibile mantenere il livello raggiunto e conquistarne uno sempre più alto.
Lo sport collettivo è un modo per rivendicare l’appartenenza ad un gruppo sociale, per usufruire di un sostegno reciproco in quanto cantare in coro permette di mimetizzare le proprie stonature, ma è anche un mezzo a disposizione del singolo atleta per differenziarsi dalla massa. Negli sport individuali, invece, i riflettori sono puntati sul campione sin dal primo minuto della gara evidenziando meriti, défaillance, espressioni del viso. Una scansione del corpo e degli stati d’animo del protagonista che possa dare alla critica esterna argomenti per lodare il buon risultato finale e per scatenare la caccia alle colpe di una eventuale prestazione penalizzante.
Lo stimolo iniziale che spinge verso una carriera sportiva, rappresentato fondamentalmente dal piacere e dal divertimento, corre il rischio di trasformarsi in una sfida alle proprie capacità reali. L’ansia che ne deriva è un termometro che segnala i livelli di autostima, fondamentale elemento per il benessere individuale dell’atleta ed anche per quello di tutta la rete sociale che lo circonda.  
Ciò è vero non solo per lo sport professionistico, ma anche per quello dilettantistico ed amatoriale, che vengono risucchiati da questa logica. L’essenza vera dello sport, fondata sulla fatica quotidiana, sul metodo, sulla collaborazione, sulla conoscenza di se stessi e sul rispetto degli avversari, lascia il passo alla sudditanza nei confronti del “dio successo” che impone traguardi sempre più ardui da raggiungere, che suddivide gli esseri umani in categorie, che innesca un senso di alienazione nelle menti di coloro che manifestano una maggiore fragilità.
Il rischio in situazioni simili di alimentare fenomeni patologici come il doping è molto forte. Per definizione il doping è inteso come "l'uso di quelle sostanze o metodologie che sono state proibite dalle competenti autorità sportive a livello nazionale/internazionale, volto al raggiungimento o mantenimento di una prestazione". L’atleta quindi fa uso di sostanze dopanti nel momento in cui si trova nella condizione di rottura del rapporto ottimale motivazione-mezzi-scopi, quando cioè spinto da agenti esterni, ma ancor più dalla sua motivazione interna, si sente costretto a mantenere le condizioni psico-fisiche estreme, sperimentate fino a quel momento, e non trova in se stesso le risorse adatte a consentirgli di provare autonomamente il senso di gratificazione di cui necessita.
La personalità dello sportivo che ricorre all’uso di sostanze è una componente importantissima per comprendere il fenomeno, infatti alcuni studi hanno dimostrato un basso livello di autostima oltre a una tendenza a ricercare il consenso da parte del gruppo dei pari in un’alta percentuale di sportivi caduti nella rete del doping, caratteristiche tipiche di una personalità dipendente.
Si può infatti parlare di doping e dipendenza, quest’ultima intesa come condizionamento psicologico all’uso di sostanze tossiche fino a non poterne fare a meno. Questo tipo di dipendenza è legata all’immagine corporea che l’atleta si costruisce dal momento in cui comincia ad assumere sostanze. Il suo corpo diventa vigoroso, ha una maggiore resa, è visivamente più definito, il tutto correlato alla percezione che lui ha di determinate sensazioni corporee (maggiore resistenza e potenza, riduzione del dolore) che sono condizioni favorevoli al raggiungimento dei suoi scopi. Diventa chiaro come può risultare poi difficile tornare ad una immagine corporea “ordinaria”.
È una dipendenza psicologica, oltre che fisica, perché queste persone perdono di vista l'importanza fondamentale dell'allenamento, il loro vero scopo diventa quello di battere l'avversario ad ogni costo e con ogni mezzo. Il loro fine quello di vivere per la gara, di trasformarla nell'unica ragione di riscatto dalle proprie angosce della vita quotidiana.
Tra gli "effetti positivi" - se così vogliamo definirli - si ha sicuramente un innalzamento della fiducia in sé, della motivazione di gara, miglioramento della memoria e della concentrazione, ma non sono da sottovalutare quelli collaterali come l’incremento dell'aggressività e dell'irritabilità, sbalzi di umore, insonnia, attacchi di panico, scatti d'ira incontrollata, depressione, pensieri paranoici, comportamenti psicotici e vari disturbi della personalità. Tutto questo incide sulla vita quotidiana, sulle relazioni familiari ed extra-familiari provocando altri tipi di sofferenze.
La lotta contro il doping è spesso concentrata sulla repressione del fenomeno, un’azione necessaria quanto comunque poco efficace ad estirpare il problema. Il punto nodale, infatti, sta nella giusta attivazione di una cultura dello sport che promuova un'immagine dell'atleta caratterizzata dalla capacità di utilizzare al meglio le sue risorse psico-fisiche, di una cultura della “vittoria” che lasci trasparire l’essenza dell’atleta, la sua individualità, la sua capacità di mettersi in discussione e anche l’umiltà di imparare dalla sconfitta.


Dott.ssa Ivana Siena

lunedì 3 giugno 2013

AMORE


Amare


Amare significa lasciare all'altro la libertà di essere se stesso in ogni istante del proprio cammino insieme, ed esserne capaci implica aver raggiunto una maturità interiore tale da non temere neanche il venir meno dell’affetto o dell’interesse da parte dell’amato. Amare vuol dire desiderare la gioia del proprio amato senza porre alcuna condizione e senza aspettarsi nulla in cambio. L’amore è una qualità del proprio essere, se la si possiede, ne beneficia indistintamente chiunque ne venga a contatto, un amante, un amico, un figlio, uno sconosciuto. Si dovrebbe stare insieme soltanto perché si sta bene "con", e invece molto spesso si sta insieme perché si sta male "senza". Solo se hai sconfitto la paura della solitudine sarai capace di amare. Solo se ami la solitudine ogni momento vissuto con l’altro diventa una scelta d’amore.

[Osho]

OTTIMISMO

Pensiero Positivo



Da Wikipedia: L'ottimismo è un atteggiamento che si realizza nel pensare e nel vivere; se in questo riguarda l'esistenza e il modo di comportarsi ed agire con il prossimo e la società, nel pensiero porta a sviluppi complessi che concernono anche la filosofia. Esso è perciò un modo di pensare, un modo di sentire e un modo di vivere, dove la visione che se ne ha è la positività, o quantomeno il suo prevalere sulla negatività. Gli ottimisti tendono a guardare "il lato positivo delle cose" e ad assumere la buona fede nelle persone. Negli ultimi tempi sta prendendo piede il modo di dire feel bullish, riferito ad un modo di vivere positivista caratterizzato da atteggiamento ottimistico.
La psicologia cognitiva definisce sindrome di Pollyanna il cosiddetto ottimismo ottuso, che è tale poiché disancorato dai dati reali e oggettivi. Spesso si confonde l'ottimismo con il cosiddetto "pensiero positivo" che per certi versi rischia di assomigliare invece all'ottimismo ottuso poiché tende a voler vedere la positività a tutti i costi anche nelle situazioni oggettivamente negative.
Tale sindrome consiste nel percepire, ricordare e comunicare in modo selettivo soltanto gli aspetti positivi delle situazioni, ignorando quelli negativi o problematici.
L'Ottimismo ottuso o ingenuo dunque è inutile e persino pericoloso e il pessimismo invece è negativo e "triste"; qual è il modo "giusto" di vedere le cose?
L'Ottimismo Realistico è la sintesi virtuosa della capacità di considerare i dati reali e oggettivi ma cercando in essi la positività senza negare gli aspetti negativi della situazione attuale. L'Ottimista Realista cerca di raggiungere i suoi obiettivi anche partendo da una situazione non ancora perfetta. Il motto delle persone che hanno Ottimismo Realistico non è: " tutto è positivo " bensì " la situazione è questa... ma con impegno riuscirò a sistemare le cose al meglio, imparando a fare quello che ancora non so fare! "
Nel caso del famoso "bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto" l'Ottimista Realista non si batte per dimostrare che sia più vero l'aspetto positivo di quello negativo, poiché sono oggettivamente veri entrambi, tuttavia (supponendo che il bicchiere pieno sia preferibile) cercherà di riempirlo e sarà fiducioso di potercela fare dato che si sente già a metà dell'opera.

L'atteggiamento mentale con cui si affrontano gli accadimenti della propria vita è vitale nel far sì che questi si svolgano nel modo più funzionale al proprio benessere. 


Centro di Psicoterapia Familiare 



domenica 2 giugno 2013

OMOSESSUALITA'

Voglio condividere con voi una riflessione su un tema più che mai di attualità e fonte di grandi controversie. Di seguito troverete una lettera inviata al Direttore del giornale web "la repubblica" di DAVIDE TANCREDI.

Si parla di omosessualità, di tolleranza, di comprensione di un modo di essere che fino a pochi anni fa veniva curato come una malattia. La parola ACCETTAZIONE è fondamentale per eliminare un'altra parola, cura,  inutile quanto inaccettabile e deleteria. 
In un comunicato stampa del 19 Luglio 2011 il Presidente del Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi, dott. Giuseppe Luigi Palma, ha espresso la posizione ufficiale dell'Ordine degli Psicologi in merito all'omofobia (cioè alle reazioni emozionali negative nei confronti delle persone omosessuali) ed alle cosiddette terapie di conversione e riparative (espressione generica che, in modo un pò impreciso, accomuna i tentativi di modificare "terapeuticamente" l'orientamento sessuale di un soggetto).
Il contenuto del comunicato non lascia spazio ad interpretazioni; afferma nettamente che l'omosessualità non è una malattia da curare, e che l'orientamento omosessuale non è da modificare.
Il comunicato prosegue affermando, in linea con quanto sostenuto da anni dalla comunità scientifica internazionale, che:

1.    affermare che l'omosessualità si "curi" o che l'orientamento sessuale di una persona si debba modificare è non solo scientificamente infondato, ma anche socialmente pericoloso, in quanto alimenta lo stigma e la condanna sociale che, secondo i modelli più accreditati, sarebbe alla base del rifiuto del proprio orientamento omosessuale in molti soggetti ("omofobia interiorizzata")
2.   i tentativi di "conversione" dell'orientamento sessuale non solo falliscono, ma sono iatrogeni (cioè dannosi) per il soggetto
3.   gli Psicologi non derogano dal loro codice deontologico, e non si prestano a questi tentativi, condotti molto spesso su base ideologico-religiosa o su modelli scientifici ormai datati.


CARO direttore, questa lettera è, forse, la mia unica alternativa al suicidio. Ciò che mi ha spinto a scrivere è la notizia di un gesto avvenuto nella cattedrale parigina. Un uomo, un esponente di destra, si è tolto la vita in modo eclatante sugli scalini della famosa chiesa per manifestare il proprio disappunto contro la legge per i matrimoni gay deliberata dall'Assemblea Nazionale francese.
Nonostante gli insegnamenti dalla morale cristiana, io ritengo che il suicidio sia un gesto rispettabile: una persona che arriva a privarsi del bene più prezioso in nome di una cosa in cui crede, merita molta stima e riguardo; ma neppure questa considerazione riesce a posizionare sotto una luce favorevole quello che mi appare come il gesto vano di un folle. La vita degli altri continua anche dopo la fine della nostra. Siamo destinati a scomparire, anche se abbiamo riscritto i libri di storia. Morire per opporsi all'evolversi di una società che tenta di diventare più civile è ottusità e evidente sopravvalutazione delle proprie forze.
Il Parlamento italiano riscontrando l'epico passo del suo omologo d'oltralpe ha subito dichiarato di mettersi in linea per i diritti di tutti. Una promessa ben più vana del gesto di un folle. Tutti sappiamo come il nostro Paese sia l'ultimo della classe e che non ci tenga ad apparire come il più progressista. Si accontenta di imitare o, peggio ancora, finge di farlo. La cultura italiana rabbrividisce al pensiero che
due persone dello stesso sesso possano amarsi: perché è contro natura, perché è contro i precetti religiosi o semplicemente perché è odio abbastanza stupido da poter essere italiano. Spesso ci si dimentica che il riconoscimento dei matrimoni omosessuali non significa necessariamente affidare a una coppia "anormale" dei bambini ma permettere a due individui che si vogliono bene di amarsi. In questo consiste il matrimonio, soprattutto nella mentalità cattolica. E allora perché quest'ostinata battaglia?
Io sono gay, ho 17 anni e questa lettera è la mia ultima alternativa al suicidio in una società troglodita, in un mondo che non mi accetta sebbene io sia nato così. Il vero coraggio non è suicidarsi alla soglia degli ottanta anni ma sopravvivere all'adolescenza con un peso del genere, con la consapevolezza di non aver fatto nulla di sbagliato se non seguire i propri sentimenti, senza vizi o depravazioni. Non a tutti è data la fortuna di nascere eterosessuali. Se ci fosse un po' meno discriminazione e un po' più di commiserazione o carità cristiana, tutti coloro che odiano smetterebbero di farlo perché loro, per qualche sconosciuta e ingiusta volontà divina, sono stati fortunati. Io non chiedo che il Parlamento si decida a redigere una legge per i matrimoni gay  -  non sono così sconsiderato  -  chiedo solo di essere ascoltato.

Un Paese che si dice civile non può abbandonare dei pezzi di sé. Non può permettersi di vivere senza una legge contro l'omofobia, un male che spinge molti ragazzi a togliersi la vita per ritrovare quella libertà che hanno perduto nel momento in cui hanno respirato per la prima volta. Non c'è nessun orrore ad essere quello che si è, il vero difetto è vivere fingendosi diversi. Noi non siamo demoni, né siamo stati toccati dal Demonio mentre eravamo in fasce, siamo solo sfortunati partecipi di un destino volubile. Ma orgogliosi di esserlo. Chiediamo solo di esistere.

venerdì 17 maggio 2013

FAMIGLIE RICOSTITUITE


Le fasi del ciclo vitale delle famiglie ricostituite


Hill e Duvall(60) sostengono che ciascun membro della famiglia, sia che appartenga alla generazione più giovane, a quella di mezzo o alla più anziana, ha i propri compiti di sviluppo, specifici per ogni fase, il cui positivo conseguimento è strettamente connesso alla appropriata realizzazione dei compiti evolutivi da parte degli altri componenti il nucleo familiare.
Il percorso evolutivo che la famiglia compie nel corso degli anni attraverso il passaggio da una fase all'altra è considerato da Malagoli Togliatti e Telfener (1991)(61) come un processo di continua ristrutturazione dei rapporti tra i membri della famiglia. Le fasi sono scandite da eventi naturali che necessariamente portano a dei cambiamenti nell'organizzazione del sistema familiare. Ad ogni tappa la famiglia deve affrontare una situazione di crisi in quanto, in seguito al cambiamento, le vecchie modalità di funzionamento non risultano essere più idonee, e deve raggiungere una nuova organizzazione familiare.
Neugarten (1976)(62) individua le tappe che secondo lui dovrebbero scandire il ciclo di vita di una famiglia: la fase della fine del periodo di formazione scolastica, quella del matrimonio, quella della genitorialità e, infine, quella del pensionamento. Secondo l'autore, queste fasi implicano numerosi cambiamenti nel proprio concetto di sé e nel senso d'identità di un individuo e sono, inoltre, indicatrici dell'avvenuta incorporazione di nuovi ruoli sociali e psicologici e del nuovo adattamento.
Duvall (1950) suddivide il ciclo vitale della famiglia in otto stadi, e ne sottolinea per ognuno i rispettivi compiti di sviluppo. Nonostante le numerose modificazioni, gli eventi nodali da lui rilevati sono: il matrimonio, la nascita e la cura dei figli, la loro uscita da casa, il pensionamento dei genitori e la morte.
Haley (1973), invece, individua sei fasi del ciclo e ritiene che la tensione familiare aumenti al momento del passaggio dall'attuale alla successiva fase. Secondo Haley è molto facile che i sintomi compaiano in un membro della famiglia quando si verifica una interruzione o alterazione della "sequenza normale" e rappresentano un segnale che la famiglia è bloccata ed è incapace di raggiungere la fase successiva.
Anche E. A. Carter, e M. McGoldrick (1980) individuano sei stadi nel ciclo di vita familiare che coincidono con i cinque evidenziati da E. Scabini (1989) ad esclusione del primo stadio, giovane adulto, quello del raggiungimento dell'indipendenza dalla famiglia di origine, che l'autrice considera come una fase del ciclo individuale più che familiare. I restanti stadi di sviluppo, con i relativi eventi critici, sono:
1) Stadio della costituzione della coppia: è la fase in cui si deve costituire un'identità di coppia attraverso la definizione dei confini del nuovo sistema coniugale e la ridefinizione delle relazioni con la famiglia estesa. L'evento critico è il matrimonio, «esso dovrebbe significare che sono stati fatti progressi notevoli sulla strada dell'indipendenza emotiva dalla famiglia di origine, non che tale processo sia sul punto di iniziare, o che venga automaticamente compiuto con la celebrazione della cerimonia» (E. A. Carter, M. McGoldrick 1980). Lo studio della fase di formazione della coppia implica il prendere in considerazione un sistema composto da tre famiglie, le due di origine e la nuova coppia, a più generazioni, i cui legami e il cui funzionamento condizionano la storia relazionale del nucleo in via di formazione. 
Come abbiamo visto, il matrimonio richiede che la coppia attui una rinegoziazione di una grande quantità di situazioni in precedenza regolate per ciascuno dei due da principi e norme stabiliti dai propri genitori. Tale rinegoziazione deve essere effettuata anche nei confronti delle proprie famiglie d'origine, dei fratelli e delle sorelle, degli amici e degli altri parenti, coinvolgendo in un modo o nell'altro i rapporti interpersonali in cui i due sono impegnati. Un'altra fonte di stress per le famiglie d'origine, in questa fase, è il dover accettare come proprio membro un estraneo, il che comporta un improvviso allargamento dei confini e un mutamento di status per tutti i membri del sistema.
2) Stadio della famiglia con bambini: l'evento nascita del primo figlio rende manifestatamene visibile l'unione tra i coniugi e conferisce ad essa un carattere di irreversibilità in quanto il ruolo genitoriale non è revocabile. La nascita di un figlio è percepita come fonte di sentimenti affettivamente costruttivi e gratificanti per i genitori; il padre e la madre si sentono meno centrati su se stessi e maggiormente preoccupati per la crescita del bambino. Un altro aspetto positivo di questo evento è l'aumento della coesione familiare e il senso di identificazione con il figlio. I genitori rivivono nel figlio i bisogni e i desideri che li legano alla propria infanzia e al proprio passato. Invece, tra gli aspetti negativi i genitori citano: le richieste fisiche di cura del bambino, l'aumento delle tensioni nella relazione marito-moglie, i costi emotivi e le restrizioni riguardanti la vita sociale, lo svago, le amicizie e la carriera che esso comporta.
Accettare il piccolo nel sistema è il compito più difficile. Solo se ciascun membro della coppia ha raggiunto un buon grado di differenziazione del sé e ha stabilito con il suo partner una relazione fondata sulla intimità e non sulla fusione, essi saranno in grado di prendersi cura del figlio. I coniugi hanno da questo momento il compito di imparare a comunicare non più solo come membri di una diade coniugale, ma anche come membri di una coppia parentale all'interno di una triade familiare. Inoltre, oltre al riadattamento interno della diade coniugale, la nascita di un figlio richiede una diversa definizione delle relazioni nella famiglia estesa, poiché crea nelle famiglie di origine nuovi ruoli.
3) Stadio della famiglia con adolescenti: in questa fase l'evento critico "adolescenza dei figli" mette a dura prova le capacità adattive dell'organizzazione della famiglia. C'è bisogno di un aumento della flessibilità familiare per gestire le entrate e le uscite dei membri, in particolare per permettere il progressivo svincolamento dei figli, e di una ridefinizione delle relazioni e delle forme dell'attaccamento e della cura;
4) Stadio della famiglia trampolino di lancio: è una fase contraddistinta dallo svincolo e dall'allontanamento dei figli, necessita di un ulteriore aumento della flessibilità familiare per far fronte all'uscita dei figli e all'entrata dei generi, delle nuore e dei nipoti oltre ad una rinegoziazione e ad un reinvestimento, da parte dei genitori, nel rapporto di coppia. Il processo della regolazione delle distanze impegna, in questa fase, il sistema familiare contemporaneamente a più livelli. I figli giovani adulti si devono staccare dai loro genitori; i genitori, a loro volta, si devono separare dai figli e si devono preparare al distacco dai propri genitori, oramai anziani; i genitori anziani, infine, si staccano definitivamente dal ruolo attivo e da dirette responsabilità nei confronti della società. Il compito comune a tutte e tre le generazioni in questa fase è quello di progredire verso una sempre maggiore differenziazione e una più profonda individuazione.
L'incapacità dei genitori di riorganizzare i rapporti all'interno della coppia e di accettare l'uscita dei figli può portarli a sperimentare la cosiddetta "sindrome del nido vuoto": quando per il genitore il confine tra il sè e il figlio giovane-adulto è indistinto; l'oggetto perso viene sentito come il proprio io, e la separazione dal figlio viene percepita come un'angosciosa minaccia alla propria sopravvivenza e perciò ostacolata.
5) Stadio della famiglia anziana: fase caratterizzata da eventi critici quali il pensionamento, la malattia o la morte dei coniugi. Implica un reinvestimento profondo dei genitori nella coppia e un riavvicinamento dei figli alla famiglia di origine per fornire cure e supporto emotivo.
Secondo McGoldrick M. e Carter E. A. (1980) il verificarsi della separazione e del divorzio altererebbero il "normale" evolversi del ciclo vitale della famiglia secondo le fasi precedentemente riportate. Per questo motivo essi affermano che: dal momento della separazione della famiglia unita fino alla eventuale ricostituzione di un nuovo nucleo, da parte di uno o entrambi i coniugi, nuovi stadi del ciclo vitale devono essere percorsi per ristabilire l'equilibrio e consentire l'evoluzione del sistema familiare. Questi autori hanno individuato tre stadi principali, aggiuntivi, con relative sottofasi, che caratterizzerebbero il ciclo vitale delle famiglie coinvolte in un processo di ricomposizione:
1) Stadio della pianificazione e attuazione del divorzio:
* Fase della presa di decisione di separarsi: comporta: l'accettazione sia dell'incapacità di risolvere le tensioni matrimoniali necessarie per continuare la relazione, sia delle proprie responsabilità nel determinare il fallimento del matrimonio.
* Fase della pianificazione dello scioglimento del sistema: richiede l'individuazione e l'attuazione di soluzioni a questioni riguardanti la custodia, la frequentazione dei figli, gli aspetti economici ed i rapporti con i parenti, che risultino vantaggiose per tutti i membri del sistema familiare.
* Fase della separazione: implica: il far fronte alla perdita della famiglia unita; l'adattamento alla condizione di single; la disponibilità a mantenere una relazione collaborativa riguardo alla funzione genitoriale, rinunciando però all'attaccamento all'ex-coniuge, e la riorganizzazione dei rapporti con i membri della famiglia estesa.
* Fase del divorzio: necessita del superamento del dolore, della rabbia, del senso di colpa; l'abbandono delle fantasie di riunificazione e, al tempo stesso, il recupero di speranze, sogni e aspettative legate all'istituzione del matrimonio.
2) Stadio del "post-divorzio":
* Fase dei nuclei monogenitoriali: richiede, al genitore affidatario, un atteggiamento flessibile e la volontà di non ostacolare la frequentazione e la funzione genitoriale dell'ex-coniuge e dei suoi familiari, oltre a ricrearsi una propria rete sociale; al genitore non residente, di trovare il modo di proseguire nel suo compito educativo, di non instaurare un rapporto competitivo e antagonista con l'ex-coniuge ed i suoi familiari.
3) Stadio della formazione della famiglia ricostituita:
* Fase dell'inizio di una nuova relazione: necessita, da una parte, il superamento del senso di perdita legato al primo matrimonio (divorzio psichico), dall'altra, il reinvestimento nel matrimonio e nella formazione di una nuova famiglia, oltre alla disponibilità a far fronte alla complessità e alla ambiguità che ciò comporta.
* Fase di concettualizzazione e pianificazione del nuovo matrimonio e di una nuova famiglia: in questa fase c'è bisogno che l'adulto riconosca e accetti le proprie paure, quelle del suo nuovo compagno e quelle dei figli, riguardo al "rimatrimonio " e alla formazione di una nuova famiglia. Inoltre è fondamentale il rispetto dei tempi di ognuno per adattarsi alla complessità ed alla ambiguità legata: alla molteplicità dei nuovi ruoli; ai confini di spazio, tempo, appartenenza e autorità; alle problematiche affettive come i sensi di colpa, i conflitti di lealtà, il desiderio di mutualità, le ferite legate al passato e mai rimarginate.
Fase del "rimatrimonio" e della ricostituzione di un nuovo nucleo: implica: l'accettazione di un differente modello di famiglia munito di confini permeabili; la loro riorganizzazione per includere il nuovo partner come "terzo genitore" (Oliverio Ferraris A., 1997); la disponibilità verso le relazioni dei figli con l'ex-coniuge ed i suoi familiari e il condividere memorie e storie di vita per aumentare l'integrazione all'interno della famiglia ricostituita.

Centro di Psicoterapia Familiare

giovedì 16 maggio 2013

UNIVERSITA' della LIBERA ETA' - IL CICLO DI VITA DELLA FAMIGLIA


Si è svolta, martedì 14 Maggio 2013 presso il MU.MI di Francavilla al Mare (CH), la lezione sul “Ciclo di Vita della Famiglia” tenuta dalla dott.ssa Ivana Siena nell'ambito dell'anno accademico dell'Università della Terza Età. I partecipanti hanno approfondito la tematica oggetto della lezione palesando grande interesse in particolare sui concetti di legame, confine e dinamiche familiari.
La lezione è stata introdotta dal Prof. Massimo Pasqualone ed hanno presenziato alla stessa l’artista abruzzese Tiziana Giampaolo ed il Presidente della’Associazione Culturale MOTUS, l’Avv. Michele Accettella.

Luciano Rapa


















PAURA


RIFLESSIONI SULLA PAURA: intervista alla dott.ssa Anna Oliverio Ferraris


Che cos'è la paura? La paura è un'emozione che appartiene all'uomo, ma anche ad altri animali. È come un campanello d'allarme, una reazione dinanzi ad un pericolo, ma, a differenza degli animali, per l'uomo la paura riveste un valore ambivalente, oscilla tra istinto ed elaborazione culturale e si colloca nel cuore della nostra vita psichica divenendo un determinante fattore di crescita o d'involuzione. Basta osservare le diverse espressioni che utilizziamo per parlare della paura: paura di crescere, paura di amare, paura del futuro, paura del nulla, paura del prossimo, paura di noi stessi. Allora che ruolo gioca la paura nella sfera psichica individuale. Attraverso quali dinamiche psichiche l'individuo affronta, controlla, rielabora o subisce la paura? Quando e secondo quali modalità essa sconfina nella patologia? Come possiamo imparare a non avere paura della paura?
La paura fa parte della nostra vita quotidiana, ma quando e perché oltrepassa i suoi limiti e diviene patologia?
OLIVERIO FERRARIS: La paura è una delle emozioni fondamentali con cui noi nasciamo e che, come ogni emozione, ci serve per strutturare il nostro mondo, la nostra vita. Chi dice di non avere paura è semplicemente un incosciente, perché corre moltissimi rischi. Però non bisogna lasciare che essa superi certi limiti e che diventi invasiva, perché la si contrasta individuando i modi per fronteggiarla. Se noi pensiamo di poter avere un controllo su certe situazioni, la paura diminuisce lasciando spazio alla razionalità che interviene per trovare i modi di soluzione. Invece in certe situazioni la paura finisce per essere terrore, soprattutto quando pensiamo di non avere vie d'uscita. È importante dunque che si impari fin da piccoli a valutare i modi per fronteggiarla, che sono tanti e diversi. Quando un bambino è molto piccolo si affida alle sue figure di attaccamento. Poi man mano che cresce deve imparare a contare su sé stesso.
Qual è il confine tra paura istintiva e paura culturale?
OLIVERIO FERRARIS: La paura è sempre istintiva, poi si colora in base a fattori culturali. Naturalmente ogni epoca ha le sue paure. Nel Medioevo c'era la paura della peste nera verso cui la gente si sentiva completamente esposta, priva di difese. Oggi invece abbiamo paure diverse: la bomba atomica, il terrorismo, le armi biologiche. Ecco, tutto quello che sfugge al nostro controllo genera paura ed alcune paure sono più diffuse di altre proprio per la sensazione di non poter controllarle. 
Quando, la paura della morte, è presente nella vita psichica di un individuo?
OLIVERIO FERRARIS: In realtà tutte le paure originano da quella paura fondamentale, dalla consapevolezza che noi siamo persone finite e che un giorno moriremo. Questo è l'elemento irrisolvibile che crea tutte le altre paure. La soluzione consiste nel rassegnarci all’idea di doverci preparare a questo evento ultimo, accettando la propria condizione di esseri che nascono e che muoiono. Dobbiamo proiettarci in un sistema più vasto, perché noi facciamo parte del genere umano. Dovremmo mantenere un pizzico di quel senso di onnipotenza che appartiene ai bambini nei primi anni di vita. Un bambino pensa di non morire, pensa che muoiano gli altri, poi, man mano, si rende conto che anche per lui la morte è inevitabile.
In che modo il singolo individuo esorcizza le proprie paure?
OLIVERIO FERRARIS: Non c'è un modo particolare. Molto dipende dall'età, dall'esperienza e anche dalle caratteristiche individuali. C'è chi si rifiuta di pensarci, chi invece la sfida continuamente per sondare i suoi limiti; è il caso di chi pratica discipline sportive che spingono l’individuo al limite del possibile. Ecco, c’è chi affronta il rischio per vedere quanto egli sia è forte e quanto possa osare. Poi ci sono altri modi basati sulla razionalità, sulla strategia. Per esempio nella storia antica vi è una differenza tra il coraggio fisico di Achille e quello razionale di Ulisse. Quest’ultimo, quando si trova nella grotta di Poliremo, accetta che il ciclope mangi alcuni dei suoi compagni, senza lasciarsi prendere dal panico, perché egli ha una sua strategia. Così come ci sono tante forme di paura, ci sono altrettante forme di coraggio. È necessario che la paura sfoci nel coraggio, che non è incoscienza, perché il coraggio è qualcosa di calcolato e non sempre si manifesta nello stesso modo. Di volta in volta, valutando la situazione, si può attuare una forma di coraggio che consista nel prendere immediatamente un’iniziativa, così come invece richieda la capacità di saper aspettare il momento giusto per reagire.
È possibile trasmettere le paure per contagio?
OLIVERIO FERRARIS: La paura è molto contagiosa, perché noi siamo degli animali gregari che vivono in gruppo e se qualcuno individua una minaccia, la trasmette agli altri attraverso segnali specifici. Scatta l’allarme che, spesso, anziché venire elaborato al fine di trovare una soluzione adeguata per fronteggiarlo, si trasforma in panico incontrollabile. In caso di incendio all'interno di uno spazio dove siano radunate moltissime persone, come uno stadio, una sala cinematografica o un teatro, coloro che si trovano in prossimità delle uscita di sicurezza si precipitano fuori, mettendo in agitazione coloro che invece sono collocati più in dietro. Se in questi casi ci si limita alla reazione istintiva, allora assistiamo alla tragedia di chi viene calpestato, di chi viene colto da malore, e così via, se, invece, pensiamo alla strategia migliore, che è quella di aspettare che i primi escano rapidamente dalla sala e che gli altri aspettino qualche secondo, la tragedia sarebbe evitata. Ma questi comportamenti debbono essere insegnati. È per questo che, in alcuni locali, vengono effettuati delle simulazioni di crisi, per poter sondare il modo migliore per consentire l’evacuazione dell’edificio senza che vi siano danni alle persone.
Noi sappiamo che condividere le paure con altri ci aiuta a superarle. Quindi condividere la paura è un bene?
OLIVERIO FERRARIS: Si. Raccontarsi le paure spesso significa esorcizzarle. Esistono delle paure che, per alcune persone, non hanno alcuna soluzione e la disperazione di fronte a questa consapevolezza spesso può venire alleviata, se non addirittura rimossa, dalla condivisione con gli altri della paura stessa. È quanto è accaduto nei campi di concentramento, dai quali non c’era via d'uscita, ma la possibilità di stare insieme agli altri aiutava nei momenti critici.
Molte persone, per paura di affrontare la realtà, si adeguano ad essa. Secondo Lei, questo conformismo, deriva dalla paura di essere sé stessi?
OLIVERIO FERRARIS: Si. Ci sono persone che preferiscono adeguarsi, conformarsi al gruppo piuttosto che esporsi a sostenere una tesi non condivisa dalla collettività. Questo perché l’idea di rimanere soli aumenta il livello di paura e di ansia. Soltanto chi è sicuro di sé ha il coraggio di portare avanti un’idea che ritiene giusta. Ecco perché il coraggio è qualcosa che si costruisce nel corso di tutta la vita a partire dai primi anni; esso è indispensabile per la costruzione della stima di sé. Due persone che hanno vissuto le stesse situazioni difficili di vita, potrebbero averle vissute in maniera completamente diversa e, in genere, le vive meglio chi ha dei punti di riferimento, chi al di fuori sa di avere degli amici che contano su di lui, chi ha una notevole stima di sé, chi ha una visione abbastanza ottimistica nella vita per cui pensa che le difficoltà, per quanto gravi, possano essere superate. Chi invece non è riuscito nel corso della vita a maturare una personalità tale, allora pensa di non poter fare nulla in prima persona, perché secondo lui è l'ambiente che decide e che regola la vita degli individui.
Quindi c'è bisogno sempre e comunque dell'appoggio di un'altra persona?
OLIVERIO FERRARIS: In effetti chiunque dovrebbe avere sufficiente sicurezza in sé stesso per riuscire a fronteggiare le difficoltà da solo pur sapendo che da qualche parte ci sono delle persone che la pensano come lui. Crescendo l’individuo interiorizza una serie di sicurezze e di conoscenze della realtà, tali da spingerlo all’elaborazione di strategie di comportamento valide.
 Lei nel Suo libro ha scritto che le donne tendono a manifestare la paura più degli uomini. Perché accade questo e come cambiano le paure dall'uomo alla donna?
OLIVERIO FERRARIS: Si, per una questione in gran parte di tipo culturale. Mentre la donna, fin da bambina, può manifestare le proprie paure senza che scattino, da parte del gruppo, meccanismi inibitori, lo stesso non si può dire per il maschio che deve invece celare le proprie paure, viverle e risolverle in silenzio perché questo è indice di forza.
Ciò nonostante non significa che gli uomini non vivano delle emozioni; hanno soltanto imparato a non manifestarle, perché questo sarebbe una prova di debolezza. In questo senso direi che le donne sono più avvantaggiate perché, oltre che poter esprimere le proprie emozioni liberamente, possono parlarne liberamente per superarle.
In molti casi potrebbe essere anche l'ignoranza una delle cause della paura?
OLIVERIO FERRARIS: Si. È il caso di chi, trovandosi di fronte ad una situazione complessa, non ha elementi per risolverla, perché sin da piccolo non gli sono stati insegnati dagli educatori. Ecco, che, subentrano allora le superstizioni. Malinowski, a proposito di una popolazione di pescatori, racconta che quando essi andavano a pescare in laguna adottavano appropriate tecniche di pesca, mentre, prima di andare in alto mare, facevano dei riti magici. Questo accadeva perché non avevano una tecnica in grado di fronteggiare quel tipo di ambiente e dunque contavano sul fato, sulla superstizione. È qui che gioca l’ignoranza.
Secondo Moravia la coscienza è paura, l'incoscienza è coraggio. Lei è d'accordo con questa affermazione?
OLIVERIO FERRARIS: No. Non sono d'accordo. A mio avviso l'incosciente non è coraggioso, ma una persona che non vede il pericolo e per questo rischia molto. Potrebbe anche andargli bene, ma allora, anziché contare sulla ricerca della soluzione di quel pericolo, si affida alla fortuna che, però, non sempre è dalla nostra parte.
Si può dire che per l'individuo, crescendo, la paura diventi sempre più astratta? Per esempio il bambino, quando è piccolo, ha paura del fuoco perché sa che, se si avvicina, si scotterà, quindi sentirà dolore. L’adulto invece ha paura del suo futuro?
OLIVERIO FERRARIS: In un certo senso è così. Ogni età ha le sue paure. Il neonato alla nascita ha paura dei rumori forti, del dolore, ma non del buio, perché viene da un luogo buio. Avrà paura del buio intorno ai due, tre anni, perché si sarà abituato alla differenza luce/buio, dunque capirà che al buio ha un minore controllo della realtà. Quindi ha la paura non del buio, ma nel buio. Un bambino di due o tre anni non ha ancora paura dei mostri, perché non ha abbastanza fantasia per rappresentarseli, mentre un bambino di quattro o cinque anni incomincia già a avere paura dei fantasmi, dell'uomo nero e così via. A quattro o cinque anni incomincia a sentire parlare di morte e comincia a farsene una prima idea, soprattutto in caso di morte di una persona che lui conosce o anche di un animale a lui caro. A sette o otto anni può cominciare ad avere paura degli incidenti, dei ladri, oppure delle punizioni. Un adolescente invece sviluppa paure inerenti al suo rapporto con gli altri. Egli deve essere più autonomo, deve fronteggiare tutta una serie di situazioni sociali, spesso ha paura di fare una brutta figura in determinate occasioni. Si tratta di paure sociali per un ambiente che ancora non controlla bene, perché anche in questo ambito bisogna acquisire delle competenze. E man mano che si va avanti si impara. Più si conosce, in genere, più la paura diminuisce. Maggiore è la conoscenza e minore è la paura. L’esperienza insegna, anche se talvolta è traumatizzante. Prendiamo il caso di un individuo che ha assistito ad una rapina. È probabile che egli sviluppi un trauma per rimuovere il quale si debbano mettere in atto alcune tecniche specifiche. Perché questa è un'altra caratteristica della paura: più si lascia passare il tempo, più c'è il rischio che s'ingigantisca a causa della nostra immaginazione. È questo che ci differenzia dagli animali, perché mentre loro vivono nel presente rispondendo istintivamente a uno stimolo, noi, in più, abbiamo la capacità di rielaborare mentalmente le esperienze, di collegarle tra loro o, come nell’esempio, di ingigantire un problema.
Il filosofo Heidegger dice che l'angoscia è la disposizione fondamentale che ci mette di fronte al nulla. Secondo Lei qual'è la differenza tra angoscia e paura?
OLIVERIO FERRARIS: L’angoscia è qualcosa di molto diffuso che dipende dalle paure di natura esistenziale. Per esempio, se io ho paura dell’aereo usufruirò, per viaggiare, di un altro mezzo di trasporto, se ho paura dei luoghi chiusi o troppo affollati, preferirò quelli all’aria aperta. Queste sono strategie. Però, se, la paura è nella mia psiche, come la paura costante della morte e del pericolo in generale, allora è incontrollabile e, per questo, nessuna strategia sarà in grado di eluderla. L’unica via d’uscita potrebbe essere quella di convogliare questo tipo di paure su un unico aspetto dell'esistenza, in modo da poterlo controllare e quindi risolverle. 
Vedere rappresentata in televisione la paura della morte può avere su di noi un effetto catartico oppure no?
OLIVERIO FERRARIS: Spesso la rappresentazione cinematografica e anche teatrale della paura serve a far uscire fuori le nostre, a liberarcene. Se le paure sono lì, non sono dentro di me. Dipende dalla capacità dell’artista di renderla catartica. In genere tutti questi film sulla paura, questi film horror, vogliono avere un po' questa funzione. Una persona si specchia nelle proprie paure, però intanto è seduto in una poltrona, sa che non gli può succedere niente, poi esce e si libera. Purché la rappresentazione di queste paure non sia eccessiva e con dei tagli terrificanti, altrimenti alcune persone potrebbero rimanere traumatizzate o addirittura praticarla per sortirne gli effetti in prima persona. È sempre una questione di misura. Per questo, dicevo, dipende dalla capacità del regista.
La psicoterapia cerca di aiutare l'individuo a superare le proprie paure, ma con quali metodi?
OLIVERIO FERRARIS: Ci sono vari metodi. Intanto bisogna vedere se è una paura localizzata e superficiale, legata a un trauma specifico oppure se è una paura di tipo esistenziale, più profonda. Nel caso in cui si cada da cavallo e si abbia paura di rimontare in sella, la terapia è abbastanza facile, perché ci si riavvicina al cavallo, con cautela, senza però lasciar passare troppo tempo. Se invece, dietro a quella paura, che sembra specifica, c'è un problema esistenziale, un'insicurezza di fondo, una mancanza di autostima, allora si ha a che fare con un problema più grave e dunque la terapia psicologica consisterà nel risalire all’origine di questo stato di crisi.

lunedì 13 maggio 2013

LEZIONE UNIVERSITA' DELLA LIBERA ETA' a cura di LUCIANO RAPA


Francavilla al Mare, lezione sul "Ciclo di vita della famiglia"


L’Università libera età presenta martedì 14 Maggio (ore 16:00) presso il Mu.Mi (Piazza San Domenico, 1) una lezione sul "Ciclo di vita della famiglia", tenuta dalla Dottoressa Ivana Siena, associata Motus. Nell’incontro si affronteranno tutte le fasi cruciali che un individuo incontra nel suo cammino esistenziale in relazione al trascorrere del tempo e ai meccanismi che si instaurano con il partner e con gli altri membri del nucleo familiare destinati a riverberare i suoi effetti sul singolo soggetto (scelta del partner, matrimonio, nascita del primo figlio e sua adolescenza, svincolo del figlio dalla famiglia d'origine e vecchiaia). Psicologa e Psicoterapeuta ad orientamento Sistemico Relazionale, Responsabile del Centro di Psicoterapia Familiare, la Dott. Siena collabora con il Centro PSY - Psicologia Applicata di Pescara e svolge attività di coordinamento e tutoraggio nell'Associazione Obiettivo Famiglia Onlus. “L’obiettivo della lezione è quello di fornire conoscenze sulle fasi del ciclo vitale della famiglia con particolare attenzione ai momenti critici di cui sono composte e alle possibili risorse familiari da attivare”, dichiara la docente. “La famiglia è un sistema vivente, un’organizzazione di persone in continua crescita e cambiamento, impegnate reciprocamente a portare a termine i diversi compiti di sviluppo nel corso della vita. È proprio l’assunzione di precise responsabilità e compiti di sviluppo che consente alla famiglia di far fronte alla riorganizzazione dei ruoli di ogni membro al suo interno”. La lezione avrà ingresso aperto e nessun costo dunque per i partecipanti.

Luciano Rapa