sabato 4 maggio 2013

BENESSERE


VOGLIO COMINCIARE A PRENDERMI CURA DI ME…


Ma cosa significa effettivamente? Il modo in cui una persona si prende cura di sé testimonia la stima che ha nei confronti di se stessa.
Certe persone credono che prendersi cura di sé soprattutto significhi fare un bagno caldo con una bella musica ed una candela profumata, in verità è un concetto che si lega al rispetto di sé, della propria persona, al riconoscere il proprio valore,  i propri limiti e volerli superare facendo tutto il possibile per migliorarsi. Significa imparare a dire NO, concedersi il diritto di essere se stessi, soddisfare i propri bisogni affettivi, fare un lavoro che offra piacere, motivazione, valorizzazione, sono tutti modi per prendersi cura di sé.
Uscire da una relazione in cui ci si sente giudicati, dire a qualcuno che i suoi atteggiamenti ci feriscono, allontanarsi da certe persone, sono tutti modi per prendersi cura di sé.
Prendersi cura di sé non significa seguire i propri impulsi sconsideratamente, significa riflettere, riconoscere le proprie esigenze, i propri bisogni e soddisfarli adeguatamente.

SIPEM SoS MARCHE

La psicologia dell'emergenza si rivolge

alle persone colpite da una catastrofe, da un

lutto, da un trauma, ma anche ai soccorritori,

cioè alle persone che intervengono per

prime e che, assieme ai sopravissuti,

sperimentano sentimenti di impotenza,

angoscia, ansia, disperazione.

Sosteniamo questo indispensabile servizio

con il 5x1000


mercoledì 1 maggio 2013

FESTA DEI LAVORATORI


La perdita del posto di lavoro o il fallimento della propria attività, il proprio percorso professionale che si è costruito e maturato nel tempo, non genera conseguenze negative solo a livello economico. Dietro la perdita dell’occupazione si nasconde un ‘male oscuro‘ che talvolta è difficilmente ravvisabile o che spontaneamente il soggetto coinvolto non riesce a portare alla luce. Quali sono le conseguenze a livello emotivo e psicologico di chi si trova ad affrontare una perdita professionale, che rappresenta una porzione fondamentale del nostro vissuto?

E' stato chiesto a Pier Giovanni Bresciani, Presidente SIPLO, la Società Italiana di Psicologia del Lavoro e dell’Organizzazione, e docente delle Università di Bologna e di Genova, quali sono le reazioni più frequenti e i campanelli dall’allarme da non sottovalutare, e in che modo le persone vicine possono offrire una forma di supporto a chi ha subito la perdita del proprio lavoro.
A livello emotivo, quali sono le conseguenze generate dalla notizia della perdita del lavoro?
L’esperienza della disoccupazione, quanto più è involontaria, inaspettata e subìta, provoca generalmente, in chi ne è suo malgrado protagonista, emozioni e sentimenti di grande intensità e di segno ‘negativo’, che sono il risultato di un ‘lavoro cognitivo’ (in genere inconsapevole) che le persone fanno in relazione a sé stesse, giungendo in qualche modo ad attribuirsi la responsabilità principale, se non esclusiva, di ciò che è loro accaduto: possono così manifestarsi comportamenti riferibili a scarsa fiducia in sé stessi, ansia ed anche angoscia, a senso di colpa, vergogna.

A lungo termine quali sono le reazioni più frequenti nei soggetti inoccupati?
Il senso di fallimento e di sconforto generale che si accompagna alla perdita del lavoro può condurre a un progressivo vissuto di impotenza e a una sorta di abbattimento generale, per cui diventa difficile sforzarsi di agire o anche solo pensare di dover reagire ‘in qualche modo’: come ha osservato già molto tempo fa il sociologo Lazarsfeld, il rischio è quello di un atteggiamento apatico. L’esperienza della disoccupazione può poi provocare anche comportamenti di aperto rifiuto e non accettazione, alimentando atteggiamenti di ostilità e aggressività: in certi casi si tratta di una strategia più o meno consapevole per ‘distogliere da sé’ il sospetto di essere il colpevole della situazione; in altri casi invece si tratta della ‘razionale’attribuzione ad altri (le persone più vicine e significative; le organizzazioni con cui si è in rapporto; le istituzioni di governo e tutela) della causa della disoccupazione, e quindi delle conseguenze negative che si stanno sperimentando.

La perdita del lavoro può provocare anche disturbi psicosomatici o alterare lo stato di salute? 
La disoccupazione, come altri eventi della vita particolarmente stressanti (life events),  quanto più sia prolungata nel tempo e venga affrontata con la percezione di non disporre di adeguate risorse e di adeguato supporto, può avere un impatto pesante anche sulla salute psicofisica. Le conseguenze più frequenti riguardano fenomeni di insonnia, di mancanza di appetito, fino a e vere e proprie sindromi psicosomatiche che possono anche sfociare in patologie gastriche o cardiovascolari, magari aggravate da comportamenti quali il fumo o l’assunzione di alcool, psicofarmaci o sostanze stupefacenti. Non vanno poi sottovalutati a livello familiare, i conflitti e le crisi di coppia e nei rapporti con i figli: tali atteggiamenti sono infatti l’effetto, da un lato del peggioramento della qualità di vita del disoccupato, ma dall’altro anche del clima di insicurezza, di preoccupazione e di conflitto che chi ha perso il lavoro vive quotidianamente.
Come possono intervenire le persone vicine al soggetto disoccupato?
Sono due i ‘circoli viziosi’ pericolosi e da evitare per chi perde il lavoro: da un lato quello ‘tutto interno’ auto-colpevolizzante, fatto di ‘ruminazione’ sulle proprie responsabilità, sfiducia in sé e negli altri, vergogna, isolamento sociale e chiusura relazionale, apatìa, mancanza di progettualità e di iniziativa, incapacità di ‘pensare il futuro’; e dall’altro, all’opposto, quello ‘tutto esterno’ deresponsabilizzante, fatto di ricerca di un capro espiatorio, lamentazioni continue, accuse e conflitti permanenti. Il compito delle persone vicine, dalla famiglia agli amici, riguarda proprio queste aree di intervento: dalla ricostruzione della fiducia in sé stessi,  all’offrire luoghi di ‘rielaborazione’ e di ‘contenimento’ dell’esperienza, far si che il disoccupato riconosca il problema della disoccupazione senza negarlo, ma anzi condividendolo con altri che vivono lo stesso tipo di esperienza. E’ importante stimolare il soggetti a  mantenersi informato sulle opportunità di lavoro fruibili, oltre che ad utilizzare tutte le risorse professionali e socio-istituzionali disponibili, ma anche intraprendere corsi d’azione che consentano di ricostruire e valorizzare le proprie esperienze, competenze e risorse.

 Fonte: infoiva.com

lunedì 29 aprile 2013

I NOSTRI SERVIZI


La PSICOTERAPIA INDIVIDUALE a orientamento sistemico pone al centro del suo interesse l'individuo e le sue relazioni.
   

Il malessere psicologico di un individuo può manifestarsi in modo generalizzato ma, di solito, esso si manifesta con diversa intensità nei diversi contesti relazionali. A volte si avvertono problemi ricorrenti sul lavoro, o in famiglia o nelle relazioni di coppia o nell'ambito della sessualità; questi mettono l'individuo in una condizione critica e ripetitiva.
Le relazioni instaurate nei diversi contesti hanno infatti ripercussioni diverse sulla persona che, per risalire a quei meccanismi relazionali che le procurano sofferenza, deve essere aiutata ad analizzare i diversi tipi di relazione.
L'attenzione del terapeuta sarà rivolta ai pensieri, alle emozioni, alle storie e ai vissuti della persona con un'attenzione particolare alla dimensione relazionale ed interattiva. Nell'approccio sistemico l'individuo viene aiutato a comprendere i modelli relazionali alla base dei comportamenti che creano sofferenza.

LA PSICOTERAPIA DI COPPIA: si sceglie ove si riscontrino problemi di relazione, conflittualità, crisi della coppia, difficoltà nella sfera sessuale, ma anche nel caso di sintomi di tipo nevrotico o psicosomatico a carico di uno dei suoi membri.

Il lavoro del terapeuta è volto a riconoscere il significato del disagio o del sintomo contestualizzandolo alla luce della fase del ciclo vitale in cui esso si manifesta, delle regole di relazione della coppia, della storia personale dei suoi membri e di quella delle loro famiglie d'origine.
Mediante la relazione terapeutica, il terapeuta introduce gli elementi utili ad eliminare il disagio, a modificare le regole rigide e ripetitive che la coppia mette in atto, a riportare l'equilibrio precario in cui si trova la coppia ad uno più funzionale ad essa, facendo leva sulle risorse e sulle potenzialità dei partner.
In altri casi, quando le difficoltà manifestate sono riferite alla separazione, la terapia di coppia aiuta ad affrontarla in modo meno traumatico.

La PSICOTERAPIA FAMILIARE è l'intervento di elezione quando il disagio, che può riguardare in maniera diretta anche un solo componente del nucleo, adulto, bambino o adolescente si ripercuote sulla famiglia mettendone in crisi l'equilibrio.

Le difficoltà specifiche si possono esprimere attraverso canali diversi: sintomi psichici, comportamentali, somatici di un componente, disagio familiare o/e elevata conflittualità e segnalano problematiche all'interno del nucleo che necessitano di essere affrontate tempestivamente e risolte in modo adeguato.
Di fronte alla necessità della famiglia di superare il disagio che sta sperimentando, la fase di impasse in cui si trova e ritrovare benessere personale e familiare, la terapia familiare sistemico-relazionale è il trattamento d'elezione per apportare un cambiamento nella situazione in atto.
Spesso la famiglia in situazioni di difficoltà tende ad agire, in modo inconsapevole, dinamiche relazionali, comportamenti ripetitivi e tentate soluzioni che sostengono e alimentano il disagio anziché risolverlo.
Nella terapia familiare, il problema che la famiglia porta in terapia viene contestualizzato e compreso nel suo significato alla luce di più livelli di osservazione: quello delle relazioni che in essa intercorrono, della sua storia evolutiva, della fase del ciclo vitale che sta attraversando, delle storie personali dei suoi componenti e delle famiglie d'origine.
Il percorso di terapia familiare è volto ad eliminare le difficoltà, intervenendo sulle dinamiche interattive disfunzionali in atto e facendo leva sulle risorse e potenzialità latenti della famiglia per condurla alla soluzione delle problematiche e ad un nuovo equilibrio che possa consentire il benessere personale dei suoi membri e quello dell'intera famiglia.

GRAVIDANZA


Aspetti psicologici della gravidanza


Al momento dell’accertamento della gravidanza molteplici sono i sentimenti e le  emozioni sperimentate dalla donna. Alla gioia si accostano timori, incertezze, senso di realizzazione della propria vita, paura di non farcela, timore di non possedere “l’istinto materno”. I segnali del corpo confermano il cambiamento dallo stato psicologico di figlia, che inevitabilmente in questo momento si riattiva, sul piano delle emozioni, dell’esperienza con la propria madre. Ed è proprio il riconoscimento e il recupero di questa esperienza a consentire il reperimento dentro di se della capacità di essere oggi capace di dare cura.
Come ritenuto da molto autori, si può pensare alla gravidanza come un’ulteriore “fisiologica crisi” nel percorso di crescita e maturazione (Randaccio, De Paolo; 2004).  Una crisi necessaria per l’abbondono di fasi precedenti e all’acquisizione di un nuovo stato nella vita.
Sono però, in rapporto alle differenze individuali, le modalità di “entrata, superamento ed uscita dalla crisi” a determinare la possibilità di costruzione di quello che Stern ha descritto “assetto materno”.
I cambiamenti corporei sono correlati necessari al cambiamento psicologico, con il quale si integrano.
Per questo gli sviluppi nello studio della salute mentale hanno portato ad occuparsi dei disturbi psicopatologici che possono insorgere nella donna dal momento del concepimento fino al primo anno dal parto. In disaccordo con le prime teorie sulla gravidanza come un periodo di relativo benessere e quasi “immunità” dai disturbi psichici, attualmente risulta sempre più rilevante in letteratura la testimonianza di patologia psichiatrica in tale periodo (Giardineli, Cecchelli, Innocenti; 2008).
La gravidanza, per i profondi cambiamenti biologici, psicologici e sociali che comporta, può rappresentare un importante fattore di stress ed essere considerata sia agente eziologico per l’insorgenza di disturbi psichici in soggetti vulnerabili, che elemento favorente scompensi psicopatologico in donne già affette patologia psichiatrica.
I quadri clinici che più frequentemente si riscontrano in questo periodo sono i disturbi d’ansia e i disturbi dell’umore.
Il disturbo d’ansia, caratterizzato da preoccupazione eccessiva ed incontrollabile accompagnata da sintomi quali astenia, scarsa concentrazione, irrequietezza e disturbi del sonno, può preesistere alla gravidanza o insorgere in tale periodo, ma si pone il problema della diagnosi differenziale con il più comune vissuto di apprensione/preoccupazione della donna che aspetta un figlio. Generalmente tali preoccupazioni non interferiscono con il funzionamento normale della donna, a volte possono raggiungere una intensità pari al disturbo d’ansia. In questo caso è più appropriata comunque la diagnosi di disturbo dell’adattamento con ansia, dato che è identificabile un evento scatenante (la gravidanza) e la durata è inferiore solitamente ai sei mesi.
Secondo gli autori è importante non sottovalutare tali preoccupazioni della donna nel periodo perinatale in quanto è stato rilevato come coloro che hanno manifestato un disturbo d’ansia in gravidanza, abbiano una probabilità tre volte superiore di sviluppare un disturbo depressivo nel postpartum.
Il DOC disturbo ossessivo-compulsivo, durante la gravidanza ha una frequenza di poco inferiore ai dati sulla popolazione generale, mentre nel periodo postpartum è addirittura superiore. Il DOC ad esordio perinatale presenta delle caratteristiche sintomatologiche specifiche. Tutti gli autori concordano nel rilevare la presenza costante di ossessioni aggressive, soprattutto di far male al bambino, di pensieri intrusivi. Tale attitudine del pensiero, se associata ad una vulnerabilità genetica, neurologica in una donna in gravidanza e/o postpartum, può far esordire una patologia conclamata di tipo ossessivo compulsivo. 

Centro di Psicoterapia Familiare

domenica 28 aprile 2013

ESSERE DONNA

La sindrome premestruale:
un disagio femminile spesso sottovalutato



Con il termine Sindrome Premestruale (SPM), ci si  riferisce all’insieme di sintomi fisici e psichici che si manifestano nei giorni del ciclo precedenti la mestruazione.
La caratteristica comune dei suddetti quadri clinici è che l’insieme dei sintomi fisici e psichici si manifesta dopo l’ovulazione e scompare con l’inizio della mestruazione, per poi ripresentarsi nella stessa fase del ciclo del mese successivo e così via.
I sintomi fisici riscontrati più di frequente sono: tensione mammaria (con o senza mastodinia), aumento ponderale, iperfagia (spesso con craving per i carboidrati), diarrea, stitichezza, vertigini, cefalea, ritenzione idrica, dolori alla schiena e all’addome.
I sintomi psichici possono essere rappresentati da: labilità affettiva, irritabilità, irrequietezza, deflessione del tono dell’umore, ansia, tensione, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, astenia.Tali sintomi non devono essere tutti presenti contemporaneamente.
Riguardo alle cause della SPM sono state formulate diverse ipotesi, ma a tutt’oggi non è stato identificato un unico fattore etiologico sufficiente a spiegare la genesi di tale patologia. Sono stati chiamati in causa fattori biologici, ambientali e socio-psicologici. Tra i primi, si è ipotizzato che potesse verificarsi una carenza di progesterone con aumento degli estrogeni, un aumento della prolattina o dei livelli di aldosterone. I fattori socio-psicologici che favoriscono lo sviluppo della SPM potrebbero essere riconducibili a un vissuto nevrotico di tipo conflittuale della femminilità e della sessualità, determinato di frequente dall’atteggiamento culturale e religioso della famiglia e del contesto sociale di riferimento, nei confronti di queste tematiche.

 Centro di Psicoterapia Familiare

ATTACCHI DI PANICO


Ho paura da morire




Chi ha provato gli attacchi di panico li descrive come un’esperienza terribile, spesso improvvisa ed inaspettata, almeno la prima volta. E’ ovvio che la paura di un nuovo attacco diventa immediatamente forte e dominante.
Il singolo episodio, quindi, sfocia facilmente in un vero e proprio disturbo di panico, più per "paura della paura" che altro. La persona si trova rapidamente invischiata in un tremendo circolo vizioso che spesso si porta dietro la cosiddetta "agorafobia", ovvero l’ansia relativa all’essere in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile o imbarazzante allontanarsi, o nei quali potrebbe non essere disponibile un aiuto, nel caso di un attacco di panico inaspettato.
Diventa così pressoché impossibile uscire di casa da soli, viaggiare in treno, autobus o guidare l’auto, stare in mezzo alla folla o in coda, e cosi via.
L’evitamento di tutte le situazioni potenzialmente ansiogene diviene la modalità prevalente ed il paziente diviene schiavo dei suoi attacchi di panico, costringendo spesso tutti i familiari ad adattarsi di conseguenza, a non lasciarlo mai solo e ad accompagnarlo ovunque, con l’inevitabile senso di frustrazione che deriva dal fatto di essere "grande e grosso" ma dipendente dagli altri, che può condurre ad una depressione secondaria. 
La caratteristica essenziale del Disturbo di Panico è la presenza diattacchi di panico ricorrenti, inaspettati, seguiti da almeno 1 mese di preoccupazione persistente di avere un altro attacco di panico.
La persona si preoccupa delle possibili implicazioni o conseguenze degli attacchi di panico e cambia il proprio comportamento in conseguenza degli attacchi, principalmente evitando le situazioni in cui teme che essi possano verificarsi.
Il primo attacco di panico è generalmente inaspettato, cioè si manifesta "a ciel sereno", per cui il soggetto si spaventa enormemente e, spesso, ricorre al pronto soccorso; poi pssono diventare più prevedibili.
Per la diagnosi sono richiesti almeno due attacchi di panicoinaspettati, ma la maggior parte degli individui ne hanno molti di più.
Gli individui con Disturbo di Panico mostrano caratteristiche preoccupazioni o interpretazioni sulle implicazioni o le conseguenze degli attacchi di panico. La preoccupazione per il prossimo attacco o per le sue implicazioni sono spesso associate con lo sviluppo di condotte di evitamento che possono determinare una vera e propriaAgorafobia, nel qual caso viene diagnosticato il Disturbo di Panico con Agorafobia
Di solito gli attacchi di panico sono più frequenti in periodi stressanti. Alcuni eventi di vita possono infatti fungere da fattori precipitanti, anche se non indicono necessariamente un attacco di panico. Tra gli eventi di vita precipitanti riferiti più comunemente troviamo la separazione, la perdita o la malattia di una persona significativa, l’essere vittima di una qualche forma di violenza, problemi finanziari e lavorativi.
I primi attacchi si verificano di solito in situazioni agorafobiche (come guidare da soli o viaggiare su un autobus in città) e comunque spesso in qualche contesto stressante.
Gli eventi stressanti, le situazioni agorafobiche, il caldo e le condizioni climatiche umide, le droghe psicoattive possono infatti far insorgere sensazioni corporee che possono essere interpretate in maniera catastrofica, aumentando il rischio di sviluppare attacchi di panico e disturbi di panico.
I SINTOMI
L’attacco di panico ha un inizio improvviso, raggiunge rapidamente l’apice (di solito entro 10 minuti o meno) e dura circa 20 minuti (ma a volte molto meno o di più).
I sintomi che possono caratterizzare l’attacco di panicosono:
Palpitazioni/tachicardia (battiti irregolari, pesanti, agitazione nel petto, sentirsi il battito in gola)
Paura di perdere il controllo o di impazzire (ad esempio, la paura di fare qualcosa di imbarazzante in pubblico o la paura di scappare quando colpisce il panico o di perdere la calma)
Sensazioni di sbandamento, instabilità (capogiri e vertigini)
Tremori fini o a grandi scosse
Sudorazione
Sensazione di soffocamento
Dolore o fastidio al petto
Sensazioni di derealizzazione (percezione del mondo esterno come strano e irreale, sensazioni di stordimento e distacco) e depersonalizzazione (alterata percezione di sé caratterizzata da sensazione di distacco o estraneità dai propri processi di pensiero o dal corpo)
Brividi
Vampate di calore
Parestesie (sensazioni di intorpidimento o formicolio)
Nausea o disturbi addominali
Sensazione di soffocamento
Sensazione di asfissia (stretta o nodo alla gola)
La frequenza e la gravità degli attacchi di panico varia ampiamente nel corso del tempo e delle circostanze. Ad esempio, alcuni individui presentano attacchi moderatamente frequenti (per es., una volta a settimana), che si manifestano regolarmente per mesi. Altri riferiscono brevi serie di attacchi più frequenti (per es., quotidianamente per una settimana), intervallate da settimane o mesi senza attacchi o con attacchi meno frequenti (per es., due ogni mese) per molti anni. 
Vi sono anche i cosiddetti attacchi paucisintomatici, molto comuni negli individui con Disturbo di Panico, che sono degli attacchi in cui si manifestano soltanto una parte dei sintomi del panico, senza esplodere in un vero attacco. La maggior parte degli individui con attacchi paucisintomatici, tuttavia, hanno avuto attacchi di panico completi in qualche momento nel corso del disturbo.
Durante un attacco di panico, pensieri catastrofici automatici e incontrollati riempiono la mente della persona, che ha quindi difficoltà a pensare chiaramente e teme che tali sintomi siano veramente pericolosi. Alcuni temono che gli attacchi indichino la presenza di una malattia non diagnosticata, pericolosa per la vita (per es., cardiopatia, epilessia). Nonostante i ripetuti esami medici e la rassicurazione, possono rimanere impauriti e convinti di essere fisicamente vulnerabili. Altri temono che gli attacchi di panico indichino che stanno "impazzendo" o perdendo il controllo, o che sono emotivamente deboli e instabili.

 Centro di Psicoterapia Familiare

Fonte: ipsico.org

SESSUALITA'


DESIDERIO RICERCATO


Il desiderio sessuale individuale o di coppia appare nelle domande sessuologiche immerso in una dimensione sociale che ha subito nell'ultimo decennio una evoluzione paradossale.
In passato, si riteneva che l'uomo giovane e virile fosse il portatore del desiderio più forte e dell'erotismo più naturale, mentre donne, bambini e anziani erano confinati nel limbo di altri desideri (dolcezza e saggezza).
Oggigiorno sono proprio gli uomini fra i 30 e i 40 anni che presentano più sovente disturbi del desiderio, la sessualità ha cambiato volto, da fatto privato e confinato nella camera da letto è diventato un fenomeno pubblico, un prodotto di consumo, un territorio di prestazione e di confronti, un supporto alle forme più svariate della pubblicità.
L'uomo che trovava nella conquista il motore del suo desiderio si scopre oggi sovente conquistato, e soprattutto, obbligato a riuscire.
Emerge frequente la paura dell'uomo di fare brutta figura, in particolare il timore che gli amici lo vengano a sapere. La paura di essere “ tradito ” si è trasformata in una paura di non essere all'altezza. In questa ottica fare l'amore con piacere è diventato un nuovo dovere sociale.
Se vissuta in questi termini la sessualità, si allontana da ciò che significa desiderare qualcosa, desiderare una persona, creare quei movimenti interni che spesso ci portano ad andare verso “l'oggetto” desiderato.
All'inizio di una storia, il livello di desiderio tra due persone è, e dovrebbe essere altissimo.
Nel campo della sessuologia, “Il desiderio” consiste in fantasie sull'attività sessuale e nel desiderio di praticarle. E' proprio questo desiderio di pratica e la conseguente soddisfazione che alimenta il desiderio in quanto l'insoddisfazione di tale progetto determinerà un'inibizione dello stesso ed una maggiore prudenza in una successiva situazione.
In un rapporto di coppia il desiderio per esistere e mantenersi deve potersi fondare su un'attenzione calda e piacevole della relazione tanto da permettere una libera espressione del proprio desiderio volto così alla ricerca del piacere.
Desiderare di far l'amore con una persona è qualcosa che spesso và al di là della semplice sessualità. Ma nel medio o lungo periodo qualcosa può cambiare. E tutto non è più come prima.
“Desidero” ancora questa persona o “Non la desidero più”?
Ci si comincia a fare queste domande e spesso le questioni caratteriali prendono il sopravvento. Non desiderò più questa persona perché realmente non ne sono più attratto o perché questa persona contraddicendomi non mi fa sentire più amato/a? la fiamma iniziale comincia piano piano a spegnersi e il desiderio lascia il posto all'ego.
La disponibilità gioiosa verso l'esperienza sessuale diminuisce.
Le cause intrapsichiche sono spesso la ragione della diminuzione del desiderio sessuale.
Le paure infantili, le inibizioni derivanti dalla religione ed i blocchi emotivi possono condizionare la sessualità e l'intimità, quando ciò accade i risultati sono drammatici.
Nel momento in cui si parla di un calo del desiderio la causa si può rifare anche a fattori interrelazionali. In una coppia esiste un “IO” ed un “Tu” e spesso queste due identità si fondono non lasciando spazio ad una propria individualità, l'altro perde una sua identità che si fonde con la mia.
Shnarch sottolinea che i disturbi del desiderio sessuale siano indicativi di una mancanza o di una perdita di differenziazione nella relazione.
Ciò significa che ambedue i partner stanno perdendo la loro capacità di attuare uno sviluppo personale rischiando di perdersi nell'altro, sottolinea come la differenziazione permette la relazione senza dipendenza dall'altro e promuove la capacità di vivere pienamente l'intimità, l'erotismo, la passione e l'accudimento.
Se ci accorgiamo che il nostro desiderio nei confronti del partner stà diminuendo, non lasciamo cadere la cosa ma domandiamoci perché, che cosa posso fare, che cosa è cambiato rispetto a prima.
Mantenere vivo il desiderio sessuale significa “Coltivare la coppia”, “Coltivare se stessi” permettendo ad ognuno di noi di sentirsi rispettati.

Bibliografia
SHNARCH D. - Disturbo del desiderio: una prospettiva sistemica in
Principi e tecniche di terapia sessuale di S. R. Leiblum; R.C. Rosen.
The Guilford Press . N.Y., 2000
HELEN SINGER KAPLAN. – Il disturbo del desiderio sessuale; Oscar Mondatori 1992 

Centro di Psicoterapia Familiare
Fonte: Opsonline

lunedì 22 aprile 2013

UNIVERSITA' DELLA LIBERA ETA'


L'UNIVERSITA' DELLA LIBERA ETA' 



alla sua XIX Edizione invita

l 14 Maggio 2013 presso il Palazzo MUMI - MUSEO MICHETTI 

Piazza San Domenico, 1 Francavilla al Mare (CH)


In collaborazione con l’Associazione MOTUS di Francavilla al Mare (CH)



 all’incontro condotto dalla Dott.ssa Ivana Siena sul 

“CICLO VITALE DELLA FAMIGLIA”