sabato 11 maggio 2013
sabato 4 maggio 2013
BENESSERE
VOGLIO COMINCIARE A PRENDERMI CURA DI ME…
Ma cosa significa effettivamente? Il modo in cui una persona si prende cura di sé testimonia la stima
che ha nei confronti di se stessa.
Certe persone credono che prendersi cura di sé soprattutto
significhi fare un bagno caldo con una bella musica ed una candela profumata,
in verità è un concetto che si lega al rispetto di sé, della propria persona,
al riconoscere il proprio valore, i
propri limiti e volerli superare facendo tutto il possibile per migliorarsi.
Significa imparare a dire NO, concedersi il diritto di essere se stessi,
soddisfare i propri bisogni affettivi, fare un lavoro che offra piacere,
motivazione, valorizzazione, sono tutti modi per prendersi cura di sé.
Uscire da una relazione in cui ci si sente giudicati, dire a
qualcuno che i suoi atteggiamenti ci feriscono, allontanarsi da certe persone,
sono tutti modi per prendersi cura di sé.
Prendersi cura di sé non significa seguire i propri impulsi
sconsideratamente, significa riflettere, riconoscere le proprie esigenze, i
propri bisogni e soddisfarli adeguatamente.
SIPEM SoS MARCHE
La
psicologia dell'emergenza si rivolge
alle
persone colpite da una catastrofe, da un
lutto, da
un trauma, ma anche ai soccorritori,
cioè alle
persone che intervengono per
prime e
che, assieme ai sopravissuti,
sperimentano
sentimenti di impotenza,
angoscia,
ansia, disperazione.
Sosteniamo questo indispensabile servizio
con il 5x1000
mercoledì 1 maggio 2013
FESTA DEI LAVORATORI
La perdita del
posto di lavoro o
il fallimento della propria attività, il proprio percorso professionale che si
è costruito e maturato nel tempo, non genera conseguenze negative solo a
livello economico. Dietro la perdita dell’occupazione si nasconde un ‘male oscuro‘
che talvolta è difficilmente ravvisabile o che spontaneamente il soggetto
coinvolto non riesce a portare alla luce. Quali sono le conseguenze a livello
emotivo e psicologico di chi si trova ad affrontare una perdita professionale,
che rappresenta una porzione fondamentale del nostro vissuto?
E' stato chiesto a Pier Giovanni
Bresciani, Presidente SIPLO, la Società Italiana
di Psicologia del Lavoro e dell’Organizzazione, e docente delle Università di Bologna e di Genova,
quali sono le reazioni più frequenti e i campanelli dall’allarme da non
sottovalutare, e in che modo le persone vicine possono offrire una forma di
supporto a chi ha subito la perdita del proprio lavoro.
A livello emotivo, quali sono le conseguenze generate dalla
notizia della perdita del lavoro?
L’esperienza della disoccupazione, quanto più è involontaria, inaspettata e
subìta, provoca generalmente, in chi ne è suo malgrado protagonista,
emozioni e sentimenti di grande intensità e di segno ‘negativo’, che sono
il risultato di un ‘lavoro cognitivo’ (in genere inconsapevole) che
le persone fanno in relazione a sé stesse, giungendo in qualche modo ad
attribuirsi la responsabilità principale, se non esclusiva, di ciò che è
loro accaduto: possono così manifestarsi comportamenti riferibili a scarsa
fiducia in sé stessi, ansia ed anche angoscia, a senso di colpa, vergogna.
A lungo termine quali sono le reazioni più frequenti nei
soggetti inoccupati?
Il senso di fallimento e di sconforto generale che si accompagna alla perdita
del lavoro può condurre a un progressivo vissuto di impotenza e a una
sorta di abbattimento generale, per cui diventa difficile sforzarsi di
agire o anche solo pensare di dover reagire ‘in qualche modo’: come
ha osservato già molto tempo fa il sociologo Lazarsfeld, il rischio è
quello di un atteggiamento apatico. L’esperienza della disoccupazione può
poi provocare anche comportamenti di aperto rifiuto e non accettazione,
alimentando atteggiamenti di ostilità e aggressività: in certi casi si tratta
di una strategia più o meno consapevole per ‘distogliere da sé’
il sospetto di essere il colpevole della situazione; in altri casi invece
si tratta della ‘razionale’attribuzione ad altri (le persone più vicine e
significative; le organizzazioni con cui si è in rapporto; le istituzioni
di governo e tutela) della causa della disoccupazione, e quindi delle
conseguenze negative che si stanno sperimentando.
La perdita del lavoro può provocare
anche disturbi psicosomatici o alterare lo stato di salute?
La disoccupazione, come altri eventi della vita particolarmente stressanti (life events), quanto più sia prolungata nel tempo e venga affrontata con la percezione di non disporre di adeguate risorse e di adeguato supporto, può avere un impatto pesante anche sulla salute psicofisica. Le conseguenze più frequenti riguardano fenomeni di insonnia, di mancanza di appetito, fino a e vere e proprie sindromi psicosomatiche che possono anche sfociare in patologie gastriche o cardiovascolari, magari aggravate da comportamenti quali il fumo o l’assunzione di alcool, psicofarmaci o sostanze stupefacenti. Non vanno poi sottovalutati a livello familiare, i conflitti e le crisi di coppia e nei rapporti con i figli: tali atteggiamenti sono infatti l’effetto, da un lato del peggioramento della qualità di vita del disoccupato, ma dall’altro anche del clima di insicurezza, di preoccupazione e di conflitto che chi ha perso il lavoro vive quotidianamente.
La disoccupazione, come altri eventi della vita particolarmente stressanti (life events), quanto più sia prolungata nel tempo e venga affrontata con la percezione di non disporre di adeguate risorse e di adeguato supporto, può avere un impatto pesante anche sulla salute psicofisica. Le conseguenze più frequenti riguardano fenomeni di insonnia, di mancanza di appetito, fino a e vere e proprie sindromi psicosomatiche che possono anche sfociare in patologie gastriche o cardiovascolari, magari aggravate da comportamenti quali il fumo o l’assunzione di alcool, psicofarmaci o sostanze stupefacenti. Non vanno poi sottovalutati a livello familiare, i conflitti e le crisi di coppia e nei rapporti con i figli: tali atteggiamenti sono infatti l’effetto, da un lato del peggioramento della qualità di vita del disoccupato, ma dall’altro anche del clima di insicurezza, di preoccupazione e di conflitto che chi ha perso il lavoro vive quotidianamente.
Come possono intervenire le persone vicine al soggetto
disoccupato?
Sono due i ‘circoli viziosi’ pericolosi e da evitare per chi perde il lavoro:
da un lato quello ‘tutto interno’ auto-colpevolizzante, fatto di ‘ruminazione’
sulle proprie responsabilità, sfiducia in sé e negli altri, vergogna,
isolamento sociale e chiusura relazionale, apatìa, mancanza di progettualità e
di iniziativa, incapacità di ‘pensare il futuro’; e dall’altro, all’opposto,
quello ‘tutto esterno’ deresponsabilizzante, fatto di ricerca di un capro
espiatorio, lamentazioni continue, accuse e conflitti permanenti. Il
compito delle persone vicine, dalla famiglia agli amici, riguarda proprio queste
aree di intervento: dalla ricostruzione della fiducia in sé stessi,
all’offrire luoghi di ‘rielaborazione’ e di ‘contenimento’
dell’esperienza, far si che il disoccupato riconosca il problema della
disoccupazione senza negarlo, ma anzi condividendolo con altri che vivono lo
stesso tipo di esperienza. E’ importante stimolare il soggetti a
mantenersi informato sulle opportunità di lavoro fruibili, oltre che ad
utilizzare tutte le risorse professionali e socio-istituzionali disponibili, ma
anche intraprendere corsi d’azione che consentano di ricostruire e valorizzare
le proprie esperienze, competenze e risorse.
Fonte: infoiva.com
lunedì 29 aprile 2013
I NOSTRI SERVIZI
La PSICOTERAPIA INDIVIDUALE a
orientamento sistemico pone al centro del suo interesse l'individuo e le sue
relazioni.
Il malessere psicologico di un
individuo può manifestarsi in modo generalizzato ma, di solito, esso si
manifesta con diversa intensità nei diversi contesti relazionali. A volte si
avvertono problemi ricorrenti sul lavoro, o in famiglia o nelle relazioni di
coppia o nell'ambito della sessualità; questi mettono l'individuo in una
condizione critica e ripetitiva.
Le relazioni instaurate nei diversi contesti hanno infatti ripercussioni diverse sulla persona che, per risalire a quei meccanismi relazionali che le procurano sofferenza, deve essere aiutata ad analizzare i diversi tipi di relazione.
Le relazioni instaurate nei diversi contesti hanno infatti ripercussioni diverse sulla persona che, per risalire a quei meccanismi relazionali che le procurano sofferenza, deve essere aiutata ad analizzare i diversi tipi di relazione.
L'attenzione del terapeuta sarà rivolta
ai pensieri, alle emozioni, alle storie e ai vissuti della persona con
un'attenzione particolare alla dimensione relazionale ed interattiva.
Nell'approccio sistemico l'individuo viene aiutato a comprendere i modelli
relazionali alla base dei comportamenti che creano sofferenza.
LA PSICOTERAPIA DI COPPIA: si sceglie
ove si riscontrino problemi di relazione, conflittualità, crisi della coppia,
difficoltà nella sfera sessuale, ma anche nel caso di sintomi di tipo nevrotico
o psicosomatico a carico di uno dei suoi membri.
Il lavoro del terapeuta è volto a
riconoscere il significato del disagio o del sintomo contestualizzandolo alla
luce della fase del ciclo vitale in cui esso si manifesta, delle regole di
relazione della coppia, della storia personale dei suoi membri e di quella
delle loro famiglie d'origine.
Mediante la relazione terapeutica, il terapeuta introduce gli elementi utili ad eliminare il disagio, a modificare le regole rigide e ripetitive che la coppia mette in atto, a riportare l'equilibrio precario in cui si trova la coppia ad uno più funzionale ad essa, facendo leva sulle risorse e sulle potenzialità dei partner.
Mediante la relazione terapeutica, il terapeuta introduce gli elementi utili ad eliminare il disagio, a modificare le regole rigide e ripetitive che la coppia mette in atto, a riportare l'equilibrio precario in cui si trova la coppia ad uno più funzionale ad essa, facendo leva sulle risorse e sulle potenzialità dei partner.
In altri casi, quando le difficoltà
manifestate sono riferite alla separazione, la terapia di coppia aiuta ad
affrontarla in modo meno traumatico.
La PSICOTERAPIA FAMILIARE è
l'intervento di elezione quando il disagio, che può riguardare in maniera
diretta anche un solo componente del nucleo, adulto, bambino o adolescente si
ripercuote sulla famiglia mettendone in crisi l'equilibrio.
Le difficoltà specifiche si possono
esprimere attraverso canali diversi: sintomi psichici, comportamentali,
somatici di un componente, disagio familiare o/e elevata conflittualità e
segnalano problematiche all'interno del nucleo che necessitano di essere
affrontate tempestivamente e risolte in modo adeguato.
Di fronte alla necessità della famiglia
di superare il disagio che sta sperimentando, la fase di impasse in cui si
trova e ritrovare benessere personale e familiare, la terapia familiare
sistemico-relazionale è il trattamento d'elezione per apportare un cambiamento
nella situazione in atto.
Spesso la famiglia in situazioni di
difficoltà tende ad agire, in modo inconsapevole, dinamiche relazionali,
comportamenti ripetitivi e tentate soluzioni che sostengono e alimentano il
disagio anziché risolverlo.
Nella terapia familiare, il problema che la famiglia porta in terapia viene contestualizzato e compreso nel suo significato alla luce di più livelli di osservazione: quello delle relazioni che in essa intercorrono, della sua storia evolutiva, della fase del ciclo vitale che sta attraversando, delle storie personali dei suoi componenti e delle famiglie d'origine.
Il percorso di terapia familiare è volto ad eliminare le difficoltà, intervenendo sulle dinamiche interattive disfunzionali in atto e facendo leva sulle risorse e potenzialità latenti della famiglia per condurla alla soluzione delle problematiche e ad un nuovo equilibrio che possa consentire il benessere personale dei suoi membri e quello dell'intera famiglia.
Nella terapia familiare, il problema che la famiglia porta in terapia viene contestualizzato e compreso nel suo significato alla luce di più livelli di osservazione: quello delle relazioni che in essa intercorrono, della sua storia evolutiva, della fase del ciclo vitale che sta attraversando, delle storie personali dei suoi componenti e delle famiglie d'origine.
Il percorso di terapia familiare è volto ad eliminare le difficoltà, intervenendo sulle dinamiche interattive disfunzionali in atto e facendo leva sulle risorse e potenzialità latenti della famiglia per condurla alla soluzione delle problematiche e ad un nuovo equilibrio che possa consentire il benessere personale dei suoi membri e quello dell'intera famiglia.
GRAVIDANZA
Aspetti
psicologici della gravidanza
Al momento dell’accertamento
della gravidanza molteplici sono i sentimenti e le emozioni sperimentate dalla donna. Alla gioia
si accostano timori, incertezze, senso di realizzazione della propria vita,
paura di non farcela, timore di non possedere “l’istinto materno”. I segnali
del corpo confermano il cambiamento dallo stato psicologico di figlia, che
inevitabilmente in questo momento si riattiva, sul piano delle emozioni,
dell’esperienza con la propria madre. Ed è proprio il riconoscimento e il
recupero di questa esperienza a consentire il reperimento dentro di se della
capacità di essere oggi capace di dare cura.
Come ritenuto da molto autori, si
può pensare alla gravidanza come un’ulteriore “fisiologica crisi” nel percorso
di crescita e maturazione (Randaccio, De Paolo; 2004). Una crisi necessaria per l’abbondono di fasi
precedenti e all’acquisizione di un nuovo stato nella vita.
Sono però, in rapporto alle
differenze individuali, le modalità di “entrata, superamento ed uscita dalla
crisi” a determinare la possibilità di costruzione di quello che Stern ha
descritto “assetto materno”.
I cambiamenti corporei sono
correlati necessari al cambiamento psicologico, con il quale si integrano.
Per questo gli sviluppi nello
studio della salute mentale hanno portato ad occuparsi dei disturbi
psicopatologici che possono insorgere nella donna dal momento del concepimento
fino al primo anno dal parto. In disaccordo con le prime teorie sulla
gravidanza come un periodo di relativo benessere e quasi “immunità” dai
disturbi psichici, attualmente risulta sempre più rilevante in letteratura la
testimonianza di patologia psichiatrica in tale periodo (Giardineli, Cecchelli,
Innocenti; 2008).
La gravidanza, per i profondi
cambiamenti biologici, psicologici e sociali che comporta, può rappresentare un
importante fattore di stress ed essere considerata sia agente eziologico per l’insorgenza
di disturbi psichici in soggetti vulnerabili, che elemento favorente scompensi
psicopatologico in donne già affette patologia psichiatrica.
I quadri clinici che più
frequentemente si riscontrano in questo periodo sono i disturbi d’ansia e i
disturbi dell’umore.
Il disturbo d’ansia,
caratterizzato da preoccupazione eccessiva ed incontrollabile accompagnata da
sintomi quali astenia, scarsa concentrazione, irrequietezza e disturbi del
sonno, può preesistere alla gravidanza o insorgere in tale periodo, ma si pone
il problema della diagnosi differenziale con il più comune vissuto di
apprensione/preoccupazione della donna che aspetta un figlio. Generalmente tali
preoccupazioni non interferiscono con il funzionamento normale della donna, a
volte possono raggiungere una intensità pari al disturbo d’ansia. In questo
caso è più appropriata comunque la diagnosi di disturbo dell’adattamento con
ansia, dato che è identificabile un evento scatenante (la gravidanza) e la
durata è inferiore solitamente ai sei mesi.
Secondo gli autori è importante
non sottovalutare tali preoccupazioni della donna nel periodo perinatale in quanto
è stato rilevato come coloro che hanno manifestato un disturbo d’ansia in
gravidanza, abbiano una probabilità tre volte superiore di sviluppare un
disturbo depressivo nel postpartum.
Il DOC disturbo
ossessivo-compulsivo, durante la gravidanza ha una frequenza di poco inferiore
ai dati sulla popolazione generale, mentre nel periodo postpartum è addirittura
superiore. Il DOC ad esordio perinatale presenta delle caratteristiche
sintomatologiche specifiche. Tutti gli autori concordano nel rilevare la presenza
costante di ossessioni aggressive, soprattutto di far male al bambino, di
pensieri intrusivi. Tale attitudine del pensiero, se associata ad una
vulnerabilità genetica, neurologica in una donna in gravidanza e/o postpartum,
può far esordire una patologia conclamata di tipo ossessivo compulsivo.
Centro di Psicoterapia Familiare
domenica 28 aprile 2013
ESSERE DONNA
La sindrome premestruale:
un disagio femminile spesso sottovalutato
Con il
termine Sindrome Premestruale (SPM), ci si
riferisce all’insieme di sintomi fisici e psichici che si manifestano
nei giorni del ciclo precedenti la mestruazione.
La
caratteristica comune dei suddetti quadri clinici è che l’insieme dei sintomi
fisici e psichici si manifesta dopo l’ovulazione e scompare con l’inizio della
mestruazione, per poi ripresentarsi nella stessa fase del ciclo del mese
successivo e così via.
I sintomi
fisici riscontrati più di frequente sono: tensione mammaria (con o senza
mastodinia), aumento ponderale, iperfagia (spesso con craving per i
carboidrati), diarrea, stitichezza, vertigini, cefalea, ritenzione idrica,
dolori alla schiena e all’addome.
I sintomi
psichici possono essere rappresentati da: labilità affettiva, irritabilità,
irrequietezza, deflessione del tono dell’umore, ansia, tensione, disturbi del
sonno, difficoltà di concentrazione, astenia.Tali sintomi non devono essere
tutti presenti contemporaneamente.
Riguardo
alle cause della SPM sono state formulate diverse ipotesi, ma a tutt’oggi non è
stato identificato un unico fattore etiologico sufficiente a spiegare la genesi
di tale patologia. Sono stati chiamati in causa fattori biologici, ambientali e
socio-psicologici. Tra i primi, si è ipotizzato che potesse verificarsi una
carenza di progesterone con aumento degli estrogeni, un aumento della
prolattina o dei livelli di aldosterone. I fattori socio-psicologici che
favoriscono lo sviluppo della SPM potrebbero essere riconducibili a un vissuto
nevrotico di tipo conflittuale della femminilità e della sessualità,
determinato di frequente dall’atteggiamento culturale e religioso della
famiglia e del contesto sociale di riferimento, nei confronti di queste
tematiche.
Centro di Psicoterapia Familiare
ATTACCHI DI PANICO
Ho paura da morire
Chi ha provato gli attacchi di panico li
descrive come un’esperienza terribile, spesso improvvisa ed inaspettata, almeno
la prima volta. E’ ovvio che la paura di un nuovo attacco diventa
immediatamente forte e dominante.
Il singolo episodio, quindi, sfocia facilmente in un vero e proprio disturbo di panico, più per "paura della paura" che altro. La persona si trova rapidamente invischiata in un tremendo circolo vizioso che spesso si porta dietro la cosiddetta "agorafobia", ovvero l’ansia relativa all’essere in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile o imbarazzante allontanarsi, o nei quali potrebbe non essere disponibile un aiuto, nel caso di un attacco di panico inaspettato.
Diventa così pressoché impossibile uscire di casa da soli, viaggiare in treno, autobus o guidare l’auto, stare in mezzo alla folla o in coda, e cosi via.
L’evitamento di tutte le situazioni potenzialmente ansiogene diviene la modalità prevalente ed il paziente diviene schiavo dei suoi attacchi di panico, costringendo spesso tutti i familiari ad adattarsi di conseguenza, a non lasciarlo mai solo e ad accompagnarlo ovunque, con l’inevitabile senso di frustrazione che deriva dal fatto di essere "grande e grosso" ma dipendente dagli altri, che può condurre ad una depressione secondaria.
La caratteristica essenziale del Disturbo di Panico è la presenza diattacchi di panico ricorrenti, inaspettati, seguiti da almeno 1 mese di preoccupazione persistente di avere un altro attacco di panico.
La persona si preoccupa delle possibili implicazioni o conseguenze degli attacchi di panico e cambia il proprio comportamento in conseguenza degli attacchi, principalmente evitando le situazioni in cui teme che essi possano verificarsi.
Il primo attacco di panico è generalmente inaspettato, cioè si manifesta "a ciel sereno", per cui il soggetto si spaventa enormemente e, spesso, ricorre al pronto soccorso; poi pssono diventare più prevedibili.
Per la diagnosi sono richiesti almeno due attacchi di panicoinaspettati, ma la maggior parte degli individui ne hanno molti di più.
Gli individui con Disturbo di Panico mostrano caratteristiche preoccupazioni o interpretazioni sulle implicazioni o le conseguenze degli attacchi di panico. La preoccupazione per il prossimo attacco o per le sue implicazioni sono spesso associate con lo sviluppo di condotte di evitamento che possono determinare una vera e propriaAgorafobia, nel qual caso viene diagnosticato il Disturbo di Panico con Agorafobia.
Di solito gli attacchi di panico sono più frequenti in periodi stressanti. Alcuni eventi di vita possono infatti fungere da fattori precipitanti, anche se non indicono necessariamente un attacco di panico. Tra gli eventi di vita precipitanti riferiti più comunemente troviamo la separazione, la perdita o la malattia di una persona significativa, l’essere vittima di una qualche forma di violenza, problemi finanziari e lavorativi.
I primi attacchi si verificano di solito in situazioni agorafobiche (come guidare da soli o viaggiare su un autobus in città) e comunque spesso in qualche contesto stressante.
Gli eventi stressanti, le situazioni agorafobiche, il caldo e le condizioni climatiche umide, le droghe psicoattive possono infatti far insorgere sensazioni corporee che possono essere interpretate in maniera catastrofica, aumentando il rischio di sviluppare attacchi di panico e disturbi di panico.
Il singolo episodio, quindi, sfocia facilmente in un vero e proprio disturbo di panico, più per "paura della paura" che altro. La persona si trova rapidamente invischiata in un tremendo circolo vizioso che spesso si porta dietro la cosiddetta "agorafobia", ovvero l’ansia relativa all’essere in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile o imbarazzante allontanarsi, o nei quali potrebbe non essere disponibile un aiuto, nel caso di un attacco di panico inaspettato.
Diventa così pressoché impossibile uscire di casa da soli, viaggiare in treno, autobus o guidare l’auto, stare in mezzo alla folla o in coda, e cosi via.
L’evitamento di tutte le situazioni potenzialmente ansiogene diviene la modalità prevalente ed il paziente diviene schiavo dei suoi attacchi di panico, costringendo spesso tutti i familiari ad adattarsi di conseguenza, a non lasciarlo mai solo e ad accompagnarlo ovunque, con l’inevitabile senso di frustrazione che deriva dal fatto di essere "grande e grosso" ma dipendente dagli altri, che può condurre ad una depressione secondaria.
La caratteristica essenziale del Disturbo di Panico è la presenza diattacchi di panico ricorrenti, inaspettati, seguiti da almeno 1 mese di preoccupazione persistente di avere un altro attacco di panico.
La persona si preoccupa delle possibili implicazioni o conseguenze degli attacchi di panico e cambia il proprio comportamento in conseguenza degli attacchi, principalmente evitando le situazioni in cui teme che essi possano verificarsi.
Il primo attacco di panico è generalmente inaspettato, cioè si manifesta "a ciel sereno", per cui il soggetto si spaventa enormemente e, spesso, ricorre al pronto soccorso; poi pssono diventare più prevedibili.
Per la diagnosi sono richiesti almeno due attacchi di panicoinaspettati, ma la maggior parte degli individui ne hanno molti di più.
Gli individui con Disturbo di Panico mostrano caratteristiche preoccupazioni o interpretazioni sulle implicazioni o le conseguenze degli attacchi di panico. La preoccupazione per il prossimo attacco o per le sue implicazioni sono spesso associate con lo sviluppo di condotte di evitamento che possono determinare una vera e propriaAgorafobia, nel qual caso viene diagnosticato il Disturbo di Panico con Agorafobia.
Di solito gli attacchi di panico sono più frequenti in periodi stressanti. Alcuni eventi di vita possono infatti fungere da fattori precipitanti, anche se non indicono necessariamente un attacco di panico. Tra gli eventi di vita precipitanti riferiti più comunemente troviamo la separazione, la perdita o la malattia di una persona significativa, l’essere vittima di una qualche forma di violenza, problemi finanziari e lavorativi.
I primi attacchi si verificano di solito in situazioni agorafobiche (come guidare da soli o viaggiare su un autobus in città) e comunque spesso in qualche contesto stressante.
Gli eventi stressanti, le situazioni agorafobiche, il caldo e le condizioni climatiche umide, le droghe psicoattive possono infatti far insorgere sensazioni corporee che possono essere interpretate in maniera catastrofica, aumentando il rischio di sviluppare attacchi di panico e disturbi di panico.
I
SINTOMI
L’attacco di panico ha
un inizio improvviso, raggiunge rapidamente l’apice (di solito entro 10 minuti
o meno) e dura circa 20 minuti (ma a volte molto meno o di più).
I sintomi che possono caratterizzare l’attacco di panicosono:
- Palpitazioni/tachicardia (battiti irregolari, pesanti, agitazione nel petto, sentirsi il battito in gola)
- Paura di perdere il controllo o di impazzire (ad esempio, la paura di fare qualcosa di imbarazzante in pubblico o la paura di scappare quando colpisce il panico o di perdere la calma)
- Sensazioni di sbandamento, instabilità (capogiri e vertigini)
- Tremori fini o a grandi scosse
- Sudorazione
- Sensazione di soffocamento
- Dolore o fastidio al petto
- Sensazioni di derealizzazione (percezione del mondo esterno come strano e irreale, sensazioni di stordimento e distacco) e depersonalizzazione (alterata percezione di sé caratterizzata da sensazione di distacco o estraneità dai propri processi di pensiero o dal corpo)
- Brividi
- Vampate di calore
- Parestesie (sensazioni di intorpidimento o formicolio)
- Nausea o disturbi addominali
- Sensazione di soffocamento
- Sensazione di asfissia (stretta o nodo alla gola)
I sintomi che possono caratterizzare l’attacco di panicosono:
- Palpitazioni/tachicardia (battiti irregolari, pesanti, agitazione nel petto, sentirsi il battito in gola)
- Paura di perdere il controllo o di impazzire (ad esempio, la paura di fare qualcosa di imbarazzante in pubblico o la paura di scappare quando colpisce il panico o di perdere la calma)
- Sensazioni di sbandamento, instabilità (capogiri e vertigini)
- Tremori fini o a grandi scosse
- Sudorazione
- Sensazione di soffocamento
- Dolore o fastidio al petto
- Sensazioni di derealizzazione (percezione del mondo esterno come strano e irreale, sensazioni di stordimento e distacco) e depersonalizzazione (alterata percezione di sé caratterizzata da sensazione di distacco o estraneità dai propri processi di pensiero o dal corpo)
- Brividi
- Vampate di calore
- Parestesie (sensazioni di intorpidimento o formicolio)
- Nausea o disturbi addominali
- Sensazione di soffocamento
- Sensazione di asfissia (stretta o nodo alla gola)
La frequenza e la gravità degli attacchi
di panico varia ampiamente nel corso del tempo e delle circostanze. Ad
esempio, alcuni individui presentano attacchi moderatamente frequenti (per es.,
una volta a settimana), che si manifestano regolarmente per mesi. Altri
riferiscono brevi serie di attacchi più frequenti (per es., quotidianamente per
una settimana), intervallate da settimane o mesi senza attacchi o con attacchi
meno frequenti (per es., due ogni mese) per molti anni.
Vi sono anche i cosiddetti attacchi paucisintomatici, molto comuni
negli individui con Disturbo di Panico, che sono degli attacchi in
cui si manifestano soltanto una parte dei sintomi del panico, senza esplodere
in un vero attacco. La maggior parte degli individui con attacchi
paucisintomatici, tuttavia, hanno avuto attacchi di panico completi in
qualche momento nel corso del disturbo.
Durante un attacco di panico, pensieri catastrofici automatici e incontrollati riempiono la mente della persona, che ha quindi difficoltà a pensare chiaramente e teme che tali sintomi siano veramente pericolosi. Alcuni temono che gli attacchi indichino la presenza di una malattia non diagnosticata, pericolosa per la vita (per es., cardiopatia, epilessia). Nonostante i ripetuti esami medici e la rassicurazione, possono rimanere impauriti e convinti di essere fisicamente vulnerabili. Altri temono che gli attacchi di panico indichino che stanno "impazzendo" o perdendo il controllo, o che sono emotivamente deboli e instabili.
Durante un attacco di panico, pensieri catastrofici automatici e incontrollati riempiono la mente della persona, che ha quindi difficoltà a pensare chiaramente e teme che tali sintomi siano veramente pericolosi. Alcuni temono che gli attacchi indichino la presenza di una malattia non diagnosticata, pericolosa per la vita (per es., cardiopatia, epilessia). Nonostante i ripetuti esami medici e la rassicurazione, possono rimanere impauriti e convinti di essere fisicamente vulnerabili. Altri temono che gli attacchi di panico indichino che stanno "impazzendo" o perdendo il controllo, o che sono emotivamente deboli e instabili.
Centro di Psicoterapia Familiare
Fonte: ipsico.org
SESSUALITA'
DESIDERIO RICERCATO
Il desiderio sessuale individuale o di coppia appare nelle
domande sessuologiche immerso in una dimensione sociale che ha subito
nell'ultimo decennio una evoluzione paradossale.
In passato, si riteneva che l'uomo giovane e virile fosse il
portatore del desiderio più forte e dell'erotismo più naturale, mentre donne,
bambini e anziani erano confinati nel limbo di altri desideri (dolcezza e
saggezza).
Oggigiorno sono proprio gli uomini fra i 30 e i 40 anni che
presentano più sovente disturbi del desiderio, la sessualità ha cambiato volto,
da fatto privato e confinato nella camera da letto è diventato un fenomeno
pubblico, un prodotto di consumo, un territorio di prestazione e di confronti,
un supporto alle forme più svariate della pubblicità.
L'uomo che trovava nella conquista il motore del suo desiderio
si scopre oggi sovente conquistato, e soprattutto, obbligato a riuscire.
Emerge frequente la paura dell'uomo di fare brutta figura, in
particolare il timore che gli amici lo vengano a sapere. La paura di essere “
tradito ” si è trasformata in una paura di non essere all'altezza. In questa
ottica fare l'amore con piacere è diventato un nuovo dovere sociale.
Se vissuta in questi termini la sessualità, si allontana da ciò
che significa desiderare qualcosa, desiderare una persona, creare quei
movimenti interni che spesso ci portano ad andare verso “l'oggetto” desiderato.
All'inizio di una storia, il livello di desiderio tra due
persone è, e dovrebbe essere altissimo.
Nel campo della sessuologia, “Il desiderio” consiste in fantasie
sull'attività sessuale e nel desiderio di praticarle. E' proprio questo
desiderio di pratica e la conseguente soddisfazione che alimenta il desiderio
in quanto l'insoddisfazione di tale progetto determinerà un'inibizione dello
stesso ed una maggiore prudenza in una successiva situazione.
In un rapporto di coppia il desiderio per esistere e mantenersi
deve potersi fondare su un'attenzione calda e piacevole della relazione tanto
da permettere una libera espressione del proprio desiderio volto così alla
ricerca del piacere.
Desiderare di far l'amore con una persona è qualcosa che spesso
và al di là della semplice sessualità. Ma nel medio o lungo periodo qualcosa
può cambiare. E tutto non è più come prima.
“Desidero” ancora questa persona o “Non la desidero più”?
Ci si comincia a fare queste domande e spesso le questioni
caratteriali prendono il sopravvento. Non desiderò più questa persona perché
realmente non ne sono più attratto o perché questa persona contraddicendomi non
mi fa sentire più amato/a? la fiamma iniziale comincia piano piano a spegnersi
e il desiderio lascia il posto all'ego.
La disponibilità gioiosa verso l'esperienza sessuale diminuisce.
Le cause intrapsichiche sono spesso la ragione della diminuzione
del desiderio sessuale.
Le paure infantili, le inibizioni derivanti dalla religione ed i
blocchi emotivi possono condizionare la sessualità e l'intimità, quando ciò
accade i risultati sono drammatici.
Nel momento in cui si parla di un calo del desiderio la causa si
può rifare anche a fattori interrelazionali. In una coppia esiste un “IO” ed un
“Tu” e spesso queste due identità si fondono non lasciando spazio ad una
propria individualità, l'altro perde una sua identità che si fonde con la mia.
Shnarch sottolinea che i disturbi del desiderio sessuale siano
indicativi di una mancanza o di una perdita di differenziazione nella
relazione.
Ciò significa che ambedue i partner stanno perdendo la loro
capacità di attuare uno sviluppo personale rischiando di perdersi nell'altro,
sottolinea come la differenziazione permette la relazione senza dipendenza
dall'altro e promuove la capacità di vivere pienamente l'intimità, l'erotismo,
la passione e l'accudimento.
Se ci accorgiamo che il nostro desiderio nei confronti del
partner stà diminuendo, non lasciamo cadere la cosa ma domandiamoci perché, che
cosa posso fare, che cosa è cambiato rispetto a prima.
Mantenere vivo il desiderio sessuale significa “Coltivare la
coppia”, “Coltivare se stessi” permettendo ad ognuno di noi di sentirsi
rispettati.
Bibliografia
SHNARCH D. - Disturbo del desiderio: una prospettiva sistemica
in
Principi e tecniche di terapia sessuale di S. R. Leiblum; R.C. Rosen.
Principi e tecniche di terapia sessuale di S. R. Leiblum; R.C. Rosen.
The Guilford Press . N.Y.,
2000
HELEN SINGER KAPLAN. – Il disturbo del desiderio sessuale; Oscar
Mondatori 1992
Centro di Psicoterapia Familiare
Fonte: Opsonline
lunedì 22 aprile 2013
UNIVERSITA' DELLA LIBERA ETA'
L'UNIVERSITA' DELLA LIBERA ETA'
alla sua XIX Edizione invita
l 14 Maggio 2013 presso il Palazzo MUMI - MUSEO MICHETTI
Piazza San Domenico, 1 Francavilla al Mare (CH)
In collaborazione con l’Associazione MOTUS di Francavilla al
Mare (CH)
all’incontro condotto dalla Dott.ssa Ivana Siena sul
“CICLO VITALE DELLA FAMIGLIA”
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