lunedì 22 aprile 2013

LA SISTEMICA E IL FUTURO





Relatori:
  • Eileen Bobrow MFTMental Research Institute
  • Mary Brewster Ph.D.Ackerman Institute
  • Dott. Marco BianciardiCentro Milanese di Terapia della Famiglia, sede di Torino, Direttore di “Episteme”.
  • Dott. Umberta Telfener (Centro Milanese di Terapia della Famiglia, Università La Sapienza – Roma)
  • Dott. Massimo Giuliani (CMTF, Milano) 

























domenica 14 aprile 2013

SEMINARIO GRATUITO


SEMINARIO GRATUITO - L'APPROCCIO SISTEMICO NELLA PSICOLOGIA DELLA FAMIGLIA


 La famiglia è un sistema vivente, un’organizzazione di persone in continua crescita e cambiamento, impegnate reciprocamente a portare a termine i diversi compiti di sviluppo nel corso della vita. È proprio l’assunzione di precise responsabilità e compiti di sviluppo che consente alla famiglia di far fronte alla riorganizzazione dei ruoli di ogni membro al suo interno.
A partire dalla fase iniziale in cui due persone si scelgono e decidono poi di dare vita ad una coppia stabile, continuando attraverso le varie tappe evolutive, la famiglia deve far fronte a  particolari eventi che riguardano principalmente l'ingresso, l'aggiunta di un nuovo membro (ad esempio la nascita di un figlio) e l'uscita o la perdita di un suo componente (come l'uscita di casa dei figli per una vita propria o il decesso di un suo componente).
Inoltre, eventi cosiddetti paranormativi (incidenti, malattie ecc.), minacciano l’equilibrio familiare proprio perché caratterizzati da drammaticità ed imprevedibilità.
Sono momenti critici di vita che necessitano la messa in campo delle risorse che la famiglia ha a disposizione per raggiungere un nuovo soddisfacente equilibrio che le permetta di passare alla fase evolutiva successiva del ciclo vitale.
L’obiettivo del seminario è quello di fornire conoscenze sulle fasi del ciclo vitale della famiglia con particolare attenzione ai momenti critici di cui sono composte e alle possibili risorse familiari da attivare.





DESTINATARI


Il seminario è aperto agli operatori del settore e agli studenti (Insegnanti, pedagogisti, educatori, medici, psicologi, mediatori familiari, assistenti sociali) e a chiunque fosse interessato all'acquisizione di competenze relative al tema proposto.




CONDUTTRICE
Dott.ssa Siena Ivana, Psicologa, Psicoterapeuta ad orientamento Sistemico – Relazionale, Direttrice del Centro di Psicoterapia Familiare di Pescara, Coordinatrice dell’Associazione Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara.






DOVE E QUANDO
L'incontro si svolgerà a Pescara presso la sede di Igea, Via Pisa 6, il 24 MAGGIO dalle 18.00 alle 19.30.




ISCRIZIONI E COSTI
La partecipazione al seminario è gratuita e riservata ai soli soci.
Per partecipare è necessario associarsi a Igea (per chi non fosse già socio): la tessera associativa della validità di 12 mesi - in alcun modo vincolante per gli anni successivi - prevede il versamento della quota associativa di 10 euro.

E' necessaria la prenotazione entro e non oltre il 13 maggio.

Verrà rilasciato attestato di partecipazione.

PER PRENOTAZIONI: IGEACPS

PSICOLOGIA DELLO SPORT




“Le aspettative degli adulti verso i giovani giocatori o atleti” è un tema importante che pone l’accento su ciò che si cela dietro la scelta, più o meno deliberata, di intraprendere questo tipo di carriera sportiva. Complici i sogni irrealizzati e le aspettative sempre più alte dei genitori, i bambini di oggi sono, già dalle scuole elementari  impegnati in una media di tre attività extrascolastiche di cui almeno una ha a che fare con il mondo dello sport.
I maschietti dai cinque ai dodici anni devono essere bravi a scuola, devono suonare la chitarra o il pianoforte, parlare le lingue e  giocare bene a calcio, spesso a prescindere dal reale talento espresso. Nasce così un vero e proprio business di scuole calcio, alimentato dal fanatismo dei genitori, basti pensare che quelle riconosciute dalla Federazione sono circa settemila ed alcune di loro rappresentano un vivaio per squadre ufficiali. Questa frenetica corsa al successo personale è mossa dallo stereotipo della vita del calciatore, soldi, popolarità e potere in certi casi, che comunemente viene intesa come il raggiungimento dell’autorealizzazione, apice della scala di bisogni di ogni essere umano.
Dietro questo modello ideale di vita si nasconde però un limite che è rappresentato dall’impossibilità concreta di proseguire un corretto percorso di studi che permetta al ragazzo, calcisticamente talentuoso, di sperimentarsi in altre abilità per cui è portato. È da tener presente che la carriera calcistica è relativamente breve, pertanto un calciatore di trentacinque anni, non necessariamente di serie A, si ritrova a reinventare la sua vita post carriera, investendo i soldi guadagnati in attività che rilascino comunque un profitto, ma che non sempre portano ad una reale soddisfazione personale, incorrendo così in rischi patologici gravi.
È d’obbligo una distinzione tra i calciatori italiani e quelli di altri paesi del mondo che hanno un sistema educativo diverso. È risaputo infatti che determinati calciatori stranieri, provenienti da paesi più poveri dell’Italia, imparano a giocare a calcio per strada, luogo d’elezione per riempire il tempo laddove non è concesso loro il privilegio di accedere ad una istruzione adeguata alla loro età. Senza contare che spesso il calcio diventa, in questi casi, una valida alternativa a deviazioni verso strade delinquenziali ed autodistruttive.
In questi paesi non esiste il concetto di Intelligenze Multiple (come definito da Gardner) ad esempio, dove per intelligenza è inteso il potenziale biologico che può essere più o meno sviluppato, a seconda delle opportunità disponibili e delle decisioni personali prese dagli individui di una cultura specifica. Così come definite dall’autore, le Intelligenze Multiple sono otto: linguistica, logico-matematica, musicale, spaziale, corporeo-cinestesica, interpersonale, intrapersonale e naturalista, tutti ambiti che vengono riconosciuti e potenziati attraverso l’istruzione scolastica. Quella corporeo-cinestesica, lo dice la parola stessa, ha a che fare con le abilità motorie ed è pertanto quella maggiormente potenziata dai calciatori e dagli atleti in generale. Le altre intelligenze restano nel patrimonio genetico più o meno sviluppate.
Ove un adolescente capace decida di proseguire nella carriera da calciatore, potrebbe trovarsi a riporre in un angolo le altre abilità possedute e ad incentrare ogni energia a livello corporeo, tralasciando la possibilità di professioni alternative. Da ciò nasce il pregiudizio secondo cui i calciatori sono ignoranti, ingrati, sbruffoni; molti di loro confermano le loro carenze linguistiche durante le interviste post partita. Un pregiudizio negativo, seppur fondato, va a travolgere tutta una categoria, lasciando invisibili i personaggi che rappresentano l’eccezione alla regola. Un esempio è rappresentato da Guglielmo Stendardo, 31 anni, calciatore oggi dell’Atalanta, con un passato nella Lazio e prima ancora nella Juventus. Proprio lui, come altri, ha scelto di impegnarsi negli studi universitari in Giurisprudenza, e pochi mesi fa ha sollevato polemiche con la sua richiesta di partecipare all’esame di abilitazione, penalizzando la sua presenza in un incontro di Coppa Italia contro la Roma. L’allenatore Colantuono lo ha punito, lasciando trapelare una conferma al pensiero secondo cui “un professionista strapagato non ha l’impellenza di svolgere un’altra professione”.  
Oggi esiste un progetto ideato dall’Associazione Italiana Calciatori, “Ancora in carriera”, già alla seconda edizione, con l’obiettivo di sviluppare le competenze professionali dei calciatori a fine carriera per consentire loro un pieno inserimento nel mondo del lavoro dentro e fuori dallo sport.
Spesso il nutrire pregiudizi relativamente a determinate categorie di persone porta a modificare il proprio comportamento sulla base delle credenze socialmente condivise, con la conseguenza di creare condizioni tali per cui si va a confermare tale pensiero, ad esempio scegliendo di sacrificare gli studi in nome della carriera (una profezia auto avverante).  Chissà cosa ne penserebbe Pietro Mennea, con le sue quattro lauree, le sue docenze universitarie, i suoi venti libri scritti e il suo record mondiale imbattuto per ben diciassette anni! 
Dott.ssa Ivana Siena

PSICOLOGIA DELLO SPORT





“Quella tra l’allenatore e la sua squadra è una vera e propria relazione amorosa". È una storia d’amore d’altri tempi in cui la donna (squadra) veniva allevata, cresciuta ed educata da genitori severi ed esigenti (Società Calcistica) che hanno trasfuso in lei morale, dedizione e senso del dovere nei confronti di un progetto di vita essenziale: la prosecuzione della  famiglia in nome del rispetto e della dignità del casato. Come nei tempi antichi  la donna doveva occuparsi della casa e dei figli, da sempre nello sport e nel calcio, la squadra è la gestante che mette alla luce, di volta in volta, piccoli e grandi traguardi intesi come investimenti per il futuro. Alte quindi erano all’epoca le aspettative dei suoi genitori e ardua risultava essere la scelta del consorte adeguato a portare avanti questo progetto di vita comune.
La scelta dell’uomo perfetto per questo connubio era influenzata dalle decisioni del padre della sposa, che prediligeva il prestigio e l’onore di cui quest’uomo godeva, da tramandare poi alla prole. Tale scelta verteva quindi su un uomo più anziano, scevro dagli ardori giovanili, ma con competenze provate a livello fisico e mentale. I due partner si incontravano poco prima del matrimonio, suggellavano il loro patto attraverso uno scambio di doni e fedeltà reciproca trovandosi a gestire la loro unione pur avendo una conoscenza poco approfondita l’uno dell’altra, impegnati a far aumentare le loro affinità e a superare le loro divergenze che si potevano ripercuotere sulla nascita dei figli (performance).
La donna è sempre stata la portatrice della dote familiare, che nel paragone calcistico è rappresentata dall’insieme dei talenti che si esprimono nella squadra. La dote era messa a totale disposizione del consorte che se ne doveva prendere cura,  nel tentativo di potenziarla ed arricchirla. Seppur trattandosi di un matrimonio combinato non era escluso che il sentimento autentico dell’amore potesse nascere e consolidarsi nella procreazione di numerosi figli a cui affidare la decorosa sopravvivenza della stirpe.
L’allenatore e la sua squadra diventano tutt’uno nel loro matrimonio calcistico, ma come accade nella vita quotidiana, l’amore per poter divenire “eterno” non può rimanere solo un sentimento provato, bensì deve divenire un “atto di volontà”, una decisione consapevole di voler unire la propria vita a quella di un altro. Necessita di impegno, passione e intimità, tre componenti che vengono costantemente minacciate dalle difficoltà che si incontrano sul cammino. Gli insuccessi, la supervisione costante dei “genitori della sposa”, gli attacchi psicologici dei familiari stretti (la stampa) nonché il giudizio e la disapprovazione della gente esterna ma comunque influente (la tifoseria), mettono a gran rischio la stabilità di questa relazione. Un allenatore, in quanto marito, porta con sé la grande responsabilità di gestire la sua famiglia, di prendere le decisioni più adatte alla sopravvivenza di questo nucleo, di proteggerlo dai pericoli esterni e, non meno importante, di provvedere al sostentamento e alla realizzazione dei suoi figli. Quando tutto questo sistema di compiti evolutivi non funziona come dovrebbe e calano i livelli di passione, intimità ed impegno reciproco,  si può andare incontro ad uno scioglimento del patto matrimoniale.
L’allenatore può abbandonare il tetto coniugale dimettendosi dopo una serie di fallimenti di cui si attribuisce la responsabilità, può “tradire” rincorrendo un vecchio amore che fino a quel momento non ha avuto l’opportunità di coltivare, o può essere esonerato dal “padre della sposa” per inadempienza dei suoi doveri coniugali.
Sempre la Società Calcistica si occupa in sua assenza di provvedere a riempirne il vuoto, nella speranza di ricreare una nuova coppia soddisfacente e più funzionale.  Tuttavia un amore, seppur nato da basi di convenienza, spesso si trasforma nella conferma di quella prima scelta e, nonostante la crisi che attraversa, lascia dei profondi segni della sua importanza. Un ritorno a casa del primo marito, per quanto possa sembrare un errore, può in determinati casi rappresentare un nuovo inizio, soprattutto laddove l’intensità di quel sentimento provato viene testimoniata anche da chi sta intorno alla coppia, oppure quando i figli, frutto di quell’amore, hanno sì continuato a crescere, ma senza crearsi una vera identità che necessita dalla presenza di entrambi i genitori che li hanno messi al mondo. Guardare alla crisi come un’opportunità per rivedere se stessi, il proprio contesto di appartenenza e per migliorarsi è una risorsa fondamentale per l’evoluzione di ogni sistema, anche quello calcistico. Con questa visuale è possibile pensare agli errori commessi come insegnamenti, al perdono come strumento per riavviare il nastro inceppato e al “ritorno” come possibile punto di partenza”.
Dott.ssa Ivana Siena

giovedì 11 aprile 2013

PSICOLOGIA DELL'EMERGENZA


Dentro e fuori dalla catastrofe


La Psicologia dell'Emergenza è un settore della Psicologia nato in Italia nell'ottobre del 1997, quando il Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi attiva - nello stesso anno - l'intera comunità degli Psicologi italiani a seguito del terremoto Umbria-Marche.
Nata dalla Psichiatria d'Urgenza, dalla Psicologia Militare e dal Disaster Mental Health, la Psicologia dell'Emergenza si è progressivamente sviluppata fino a diventare una vera e propria disciplina con caratteristiche proprie.
Essa si occupa degli interventi clinici e sociali in situazioni di calamità.
Si rivolge a popolazioni e a singoli individui che hanno dovuto subire un evento traumatico originato da cause naturali (terremoti...) e/o dall'uomo (guerre...).

La finalità che consegue tale branca è il recupero della normalità delle popolazioni colpite o esposte all'evento traumatico, per aiutarle a riacquistare la capacità di gestire le proprie difficoltà, anche facendo ricorso a servizi psicologici predisposti.
Tra gli ambiti di lavoro dello Psicologo vi è quindi anche quello delle Emergenze, ne diviene operatore - con ruoli e mansioni proprie - a fianco e/o come supporto delle Forze dell'Ordine, della Protezione Civile, degli Operatori del pronto soccorso, dei Volontari...
Tutti gli Operatori - Psicologo compreso - quando vengono chiamati a prestare aiuto devono mettere in atto azioni al fine di migliorare una situazione difficile o alleggerire il peso di un dramma.

Pensiamo al terremoto dell'Abruzzo.
Subito dopo l'evento c'è stato bisogno di allestire un campo base, la segreteria, la mensa... e di rispondere alle continue domande che venivano poste in relazione a:
·                 quando sarebbero arrivate le nuove case,
·                 quale sarebbe stato il funzionamento della vita di campo,
·                 a chi rivolgersi in caso di bisogno,
·                 se potevano esserci persone ancora incastrate nelle proprie abitazioni...
Ci sono anche situazioni difficili in cui i superstiti chiedono dove siano finiti i familiari che, magari, durante una scossa erano in casa.
Immaginiamo oppure un incidente stradale che ha causato la morte di un ragazzo.
Come dirlo ai familiari? Come provocare il meno possibile dolore? Che parole utilizzare?

È qui che la figura dello Psicologo diviene indispensabile, poiché si occupa direttamente sia delle persone colpite sia degli altri Operatori che spesso non hanno la formazione adeguata per far fronte a situazioni difficili da gestire e - pur essendo estremamente competenti nello specifico del loro lavoro - possono avere difficoltà in tutti quei casi in cui è necessario saper comunicare bene e relazionarsi con molta delicatezza.
Allo stesso modo possono essere aiutati dallo Psicologo a gestire la propria emotività e lo stress che situazioni del genere inevitabilmente comportano.
Riassumendo, lo Psicologo opera:
·                 Prima - pianificazione degli interventi, gestione e sviluppo della formazione del personale di soccorso.
·                 Durante - organizzazione della rotazione del personale, supporto alle vittime.
·                 Dopo l'emergenza - supporto psicologico.
Si pone l'obiettivo di salvaguardare e, in alcuni casi, ripristinare l'equilibrio psichico delle vittime e dei soccorritori che abbiano vissuto eventi traumatici, di riorganizzare il tessuto sociale e facilitare il recupero della sicurezza collettiva.
Il raggiungimento di tali scopi avviene attraverso lo studio, la prevenzione e il trattamento dei fenomeni psichici e sociali determinati da un evento traumatico in soggetti o nella comunità.
La formazione del personale di soccorso
Rispetto alle aree in cui opera lo Psicologo, in questo articolo tratteremo la formazione degli operatori dell'Emergenza, di cui ho avuto esperienza diretta.
Lo Psicologo può formare operatori che lavorano in ambiti diversi.
Pensate ad esempio a chi interviene in un terremoto o a chi presta servizio nel soccorso stradale e deve poi comunicare il decesso delle persone coinvolte ai familiari, o ancora a chi deve placare risse, crisi, pianti...

In ognuna delle situazioni citate l'operatore deve possedere doti comunicative di un certo tipo, deve anche saper contenere e gestire situazioni complesse e delicate.
La formazione quindi è importante per tutte quelle figure professionali che si trovano a gestire situazioni particolari. A tal proposito la formazione degli operatori dell'emergenza risulta di fondamentale importanza.
Come dicevamo nel paragrafo precedente, essi sono competenti nelle abilità che riguardano la loro professionalità (pensiamo agli operatori che devono allestire un campo base dopo un evento calamitoso, il dover sistemare tende, etc.), ma a volte hanno difficoltà nel rapportarsi con le persone vittime di un evento calamitoso, come per esempio un terremoto.
A mio parere, una metodologia che risulta essere efficace è quella che prevede la mescolanza di teoria e pratica durante gli incontri di gruppo. Non lezioni accademiche a un pubblico silenzioso e attento, ma lezioni che prevedano un coinvolgimento da parte dei partecipanti.
Questa metodologia, infatti, permette di offrire uno spazio volto alla discussione e all'elaborazione, promuovendo uno scambio di esperienze e una crescita professionale.
Ritengo utile inoltre, durante la formazione, porre uno sguardo particolare rivolto agliaspetti emotivi degli operatori, che sono quelli che spesso arrivano prima al cuore di chi è in una situazione particolare.

La formazione dovrebbe essere strutturata in due parti:
1.              la prima relativa alle nozioni teoriche del tema che si andrà ad affrontare nel corso,
2.            la seconda parte deve essere più pratica e aperta allo scambio attraverso role playing, esercitazioni, lavori di gruppo.
Durante la formazione anche l'attenzione a piccole cose è fondamentale, come la disposizione delle sedie dei partecipanti in forma circolare in modo tale da potersi guardare l'un l'altro.
Una volta fissate le regole principali, che lo Psicologo cercherà sempre di far rispettare - come "parlare uno alla volta" e "alzare la mano per prendere la parola" - in base all'argomento della formazione darà degli input, per esempio:
·                 "Emozioni provate prima della partenza"
·                 "Rapporti con la cittadinanza"
·                 "Comunicazione del decesso"...
Quando un operatore porta la sua esperienza o un comportamento non consono con la situazione vissuta, è molto importante non "puntare il dito" su di lui (e questo dovrebbe essere evitato anche da parte degli altri partecipanti). È bene invece cercare di chiarire quale sarebbe stata la pratica migliore fornendo una spiegazione, e sostenendo comunque la persona per l'azione compiuta.
Gli aspetti positivi dati da una modalità "aperta" - più simile a una discussione che a una lezione accademica - sono una maggior partecipazione, coinvolgimento, condivisione di esperienze e scambio di consigli da parte dei partecipanti stessi. Ne vedremo un esempio nel prossimo paragrafo.
Tra gli aspetti negativi possono esservi il farsi travolgere eccessivamente dalle emozioni da parte dei partecipanti, facilitazione della critica dell'operato degli altri, possibilità che l'uno tolga spazio di parola all'altro.

Centro di Psicoterapia Familiare
 Fonte: humantrainer.com

Per maggiori info: SIPEM MARCHE

mercoledì 10 aprile 2013

DISTURBI


DISTURBO D'ANSIA


Con il termine ansia si intende un particolare stato di attivazione psicofisica che normalmente ci permette di far fronte a diverse situazioni, come svolgere prestazioni o compiti. Ha la funzione di mediare tra il mondo esterno ed il nostro mondo psichico interno rendendoci capaci di affrontare i problemi della vita e di adoperarci per migliorare il nostro adattamento all'ambiente esterno permettendo quindi lo sviluppo e la crescita della nostra  personalità.
Si tratta in questi casi della cosidetta ansia positiva, fisiologica, funzionale.
Tuttavia può accadere che di fronte ad eventi stressanti o a situazioni nuove da affrontare o di pericolo, la risposta psicofisica sembra non essere adeguata e funzionale tanto da creare stati d'animo spiacevoli fino a condizioni di malessere e disagio dell'intera persona, sia a livello fisico che mentale.
In questi casi si potrebbe trattare di disturbi d'ansia.
Sono risposte psicofisiche tese all'evitamento di alcune situazioni vissute come stressanti o pericolose, o al controllo di circostanze od eventi che hanno causato un elevato stress per la persona.
Tali risposte psicofisiche, dovute all'attivazione del sistema nervoso autonomo, vengono sperimentate sia a livello cognitivo (pensieri, convinzioni, percezioni) che somatico. In quest'ultimo caso i sintomi più frequenti riguardano la respirazione, la frequenza cardiaca, la temperatura corporea, la sudorazione. Nello specifico tali sintomi saranno descritti nei singoli disturbi.
I più frequenti possono essere il disturbo d'ansia generalizzato, l'attacco di panico, il disturbo da stress post traumatico. Talvolta gli stati ansiogeni possono portare a fobie o a disturbi ossessivi compulsivi.

 DISTURBO DA ANSIA GENERALIZZATO
Tale disturbo viene anche indicato con l'espressione "ansia diffusa" in quanto la sensazione di eccessiva preoccupazione  è persistente ed incontrollabile, può riguardare qualsiasi tipo di attivtà o circostanza.
Gli adulti con Disturbo d’Ansia Generalizzato spesso si preoccupano per circostanze quotidiane, abitudinarie, come responsabilità lavorative, problemi economici, salute dei familiari, disgrazie per i propri figli o piccole cose (come faccende domestiche, riparazioni all’automobile, far tardi agli appuntamenti).
I bambini tendono a preoccuparsi per le proprie capacità e per la qualità delle loro prestazioni ad esempio scolastiche o sportive.
L’ansia e la preoccupazione possono essere accompagnate da irrequietezza, facile affaticabilità, difficoltà a concentrarsi e a rilassarsi, irritabilità, tensione e dolori muscolari, sonno disturbato, presenza di tic alle palpebre o in altre parti del corpo o tremori.
Possono occorrere anche sintomi somatici come rossore, sudorazione, batticuore, nausea, diarrea, sensazioni di freddo, bocca secca, nodo alla gola, mani sudate, pollachiuria (aumento della frequenza delle urine), respiro poco profondo.

ATTACCO DI PANICO
Si tratta di un'eccessiva reazione fisica e psichica dovuta alla percezione di un pericolo imminente anche se in realtà non è tale. Le caratteristiche principali sono l'intensa paura di morire che si manifesta improvvisamente e la breve durata. I  sintomi più frequenti possono essere palpitazioni, sudorazione eccessiva, vertigini, sensazione di soffocamento, dolore o fastidio al petto, nausea e disturbi addominali, vampate di calore, brividi, tremori. L’attacco ha un inizio improvviso, raggiunge rapidamente l’apice (di solito in 10 minuti o meno), ed è spesso accompagnato da un senso di pericolo o di catastrofe imminente e da urgenza di allontanarsi.

FOBIA SOCIALE
Si manifesta come una intensa paura di esporsi a certe situazioni o prestazioni sociali come parlare in pubblico o parlare a qualcuno o di essere osservati mentre si sta facendo qualcosa. È presente una forte preoccupazione di apparire imbarazzati, di avere vuoti di memoria, di essere quindi giudicati deboli, timidi dagli altri. Questi timori possono portare ad un livello di disagio molto elevato fino all'evitamento delle situazioni sociali quindi di parlare, mangiare, bere o scrivere in pubblico (timore che gli altri vedano il tremore delle mani).
Un'altra caratteristica di questo disturbo è una marcata ansia che precede le situazioni temute. In questo caso si tratta di ansia anticipatoria che si manifesta già prima di affrontare la situazione temuta e che potrebbe rendere la prestazione realmente scadente o percepita come tale.
L'evitamento, la paura e l'ansia possono interferire significativamente con la routine quotidiana, con il funzionamento lavorativo e con la vita sociale.

FOBIA SPECIFICA
È  rappresentata dalla paura estrema di oggetti, animali o situazioni specifiche che in relatà non sono pericolosi per la persona, che spesso determina condotte di evitamento.
Una paura marcata, persistente e eccessiva quando si è in presenza di, o quando si aspetta di affrontare un oggetto o una situazione specifici. Questa risposta può prendere la forma di un "attacco di panico" causato dalla situazione o sensibile alla situazione. Mentre gli adolescenti e gli adulti con questo disturbo riconoscono che questa paura è eccessiva o irragionevole, questo può non accadere nei bambini. Più spesso lo stimolo fobico viene evitato, ma talvolta sopportato nel timore.
Una forte sensazione di ansia precede la situazione temuta, è la cosidetta ansia anticipatoria che può quindi portare all'evitamento dell'oggetto, della situazione temuti ed interferire quindi con il normale svolgimento delle attivtà quotidiane e lavorative della persona. Quindi oltre alla paura di imbattersi nello stimolo temuto si prova anche paura di provare tale sensazione.
Le fobie specifiche sono state raggruppate secondo la tipologia. Le più diffuse sono le fobie verso animali o insetti, verso situazioni ambientali o naturali (temporali, acqua, vento, altezze), riguardo elementi corporei (sangue, ferite, iniezioni).

DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO
E' caratterizzato da pensieri, immagini e/o impulsi ricorrenti che creanno allarme e paura e costringono a mettere in atto azioni mentali o comportamenti ripetitivi che richiedono del tempo (almeno un'ora al giorno) e causano disagio ed interferiscono nello svolgimento delle attività quotidiane.
In particolare le ossessioni sono idee, pensieri, impulsi o immagini persistenti, sono vissute come intrusive e inappropriate, e causano ansia o disagio marcati. L’individuo è capace di riconoscere che le ossessioni sono il prodotto della sua mente e non vengono imposte dall’esterno.
Le ossessioni più frequenti sono pensieri ripetitivi di contaminazione (es., essere contaminati quando si stringe la mano a qualcuno), dubbi ripetitivi (es., chiedersi se si è lasciata la porta), la necessità di avere le cose in un certo ordine (es., disagio intenso quando gli oggetti sono in disordine), impulsi aggressivi o terrifici e fantasie.
La persona con ossessioni di solito cerca di ignorare o sopprimere tali pensieri o impulsi o di neutralizzarli con altri pensieri o azioni (cioè, una compulsione).
Le compulsioni sono comportamenti ripetitivi (cioè lavarsi le mani, riordinare, controllare) o azioni mentali (es., pregare, contare, ripetere mentalmente delle parole) il cui obiettivo è quello di prevenire o ridurre l’ansia o il disagio e non quello di fornire piacere o gratificazione. Nella maggior parte dei casi, la persona si sente spinta a mettere in atto la compulsione per ridurre il disagio che accompagna un’ossessione o per prevenire qualche evento o situazione temuti. Ad esempio gli individui afflitti dall’ossessione di avere lasciato una porta aperta possono essere spinti a controllare la porta a intervalli di pochi minuti. Per definizione le compulsioni sono chiaramente eccessive e non connesse in un modo realistico con ciò che sono designate a neutralizzare o prevenire. Le compulsioni più comuni comprendono lavarsi e pulire, contare, controllare, richiedere o pretendere rassicurazioni, ripetere azioni e mettere in ordine.

AGORAFOBIA
La caratteristica essenziale dell'agorafobia è l’ansia relativa al trovarsi in luoghi o situazioni dai quali può essere difficile (o imbarazzante) allontanarsi, o nei quali può non essere disponibile aiuto in caso di "attacco di panico" o sintomi tipo panico (per es., paura di avere un attacco improvviso di vertigini o di diarrea. L’ansia determina tipicamente l’evitamento di una varietà di situazioni che possono includere stare fuori casa da soli o stare a casa da soli; essere in mezzo alla folla; viaggiare in automobile, autobus o aereoplano; oppure essere su un ponte o in ascensore. Alcune persone sono in grado di esporsi alle situazioni temute, ma le sopportano con considerevole paura.

DISTURBO DA STRESS POST TRAUMATICO
Il Disturbo post-traumatico da stress si manifesta con una serie di sintomi di disagio innescati dall’esperienza di eventi traumatici stressanti, come la personale esposizione ad eventi dolorosi, a una malattia grave, al rischio di morire o ad altre serie minacce alla propria integrità fisica o a quella di familiari e amici stretti (catastrofi naturali, violenze personali, incidenti, lutti, ecc.).
Centro di Psicoterapia Familiare
 Fonte: psicologiapertutti.it