mercoledì 3 aprile 2013

SEMINARIO GRATUITO


Il Centro Milanese di Terapia della Famiglia
è lieto di invitare alla giornata di studio


ACKERMAN INSTITUTE (NEW YORK),
MENTAL RESEARCH INSTITUTE (PALO ALTO),
CENTRO MILANESE DI TERAPIA DELLA FAMIGLIA (MILANO)

si incontrano in Italia per

“LA SISTEMICA E IL FUTURO”

che si terrà a Milano il 19 Aprile (presso l’Auditorium “San Fedele” – P. zza  San Fedele, 4) e
il 21 aprile 2013 a Pescara (presso l’Auditorium “Petruzzi” – Via delle Caserme, 60).
Tramite un collegamento “webinar” l’incontro sarà inoltre trasmesso in diretta a L’Aquila (presso l’Associazione Abitare Insieme – Via della Scuola della Torretta, 53/c ).

Il convegno sarà l’occasione per affrontare le tematiche della terapia sistemica all’interno di un confronto tra rappresentanti dell’Ackerman Institute, del Mental Research Institute e del Centro Milanese di Terapia della Famiglia. Il dibattito sarà aperto al pubblico, con l’intenzione di favorire uno scambio di idee tra i differenti approcci alla psicoterapia.

Il nostro evento si inserisce all’interno di un processo di sensibilizzazione e promozione della cultura psicologica. Attraverso il confronto intendiamo incentivare l’interesse per la psicoterapia e per l’epistemologia sistemica.
L’incontro è gratuito per favorire la più ampia partecipazione degli operatori professionali, e in particolare dei più giovani.


sabato 30 marzo 2013

CICLO DI VITA DELLA FAMIGLIA


Sindrome del nido vuoto


La cosiddetta sindrome del nido vuoto è in realtà un momento di disagio individuale o di coppia che può verificarsi in corrispondenza con il momento del ciclo di vita della famiglia che corrisponde all’uscita di casa dei figli. I dati statistici riportano che questo momento è ritardato di quasi un decennio rispetto al passato, cioè l’uscita di casa dei figli, che vanno a vivere autonomamente con o senza un partner, si colloca nella maggior parte dei casi dopo i trent’anni. 
Si riferisce a sentimenti di depressione, ristezza, e/o dolore sperimentato dai genito nel momento in cui i figli iniziano a lasciare” la casa genitoriale. Questo talvolta può accadere quando i figli da bambini iniziano ad andare a scuola oppure, di solito quando raggiunta la maturità, decidono di andare via e sposarsi.
Le madri hanno maggiore probabilità di essere colpite rispetto ai padri, perchè spesso, il momento in cui il “nido” si svuota coincide per le donne con momenti altrettanto difficili e significativi della vita come ad esempio la menopausa o la cura dei genitori anziani, quindi lo stress è certamente più alto.
Fortunatamente la stragrande maggioranza delle madri oggigiorno lavora, pertanto, avverte in maniera meno forte il vuoto che i figli lasciano nell’andare via di casa.
Inoltre , un numero sempre crescente di giovani adulti tra 25 e 34 vive ancora in casa.
Psicologo Allan Scheinberg definisce questi ragazzi "figli boomerang" vuole a dire che seppur i genitori offrono loro la possibilità di abbandonare il nido familiare, a causa della limitata responsabilità appresa nell’infanzia e grazie ai privilegi che il restare in casa con i genitori offrono, quasi sempre questi ragazzi, esattamente come boomerang, dopo brevi sperimentazioni di
distanza tendono a rientrare in casa non appena incontrano le prime difficoltà.

Sintomi
Sentimenti di tristezza sono normali in questo momento. È anche normale trascorrere del tempo nella cameretta per sentirsi più vicini al proprio figlio, ma è fondamentale controllare le proprie reazioni e la loro durata. Se si sente che la propria vita è inutile, o se si piange continuamente o si è così angosciati fino al punto da non desiderare vedere amici o andare al lavoro, si dovrebbe considerare la possibilità di richiedere un aiuto professionale.


Cause
In genere le famiglie rendono possibile e facilitano il processo fisiologico di uscita di casa dei figli, mentre ciò può risultare problematico nelle cosiddette famiglie invischiate: per esempio se la presenza del figlio in casa è ciò che consente di eludere il conflitto tra i genitori allora l’abbandono del tetto da parte del figlio provocherebbe uno squilibrio che l’intera famiglia non sarebbe in grado di fronteggiare. In alcuni casi, come dice Haley, un esperto di dinamiche familiari, è il figlio stesso a sviluppare un qualche tipo di problema, ad esempio un comportamento sintomatico o un fallimento nell’inserimento professionale, tanto da renderlo necessariamente bisognoso della famiglia ed impossibilitato a separarsene.

Generalmente quello che viene consigliato alle coppie che restano nuovamente sole, come quando erano senza figli, è di re-investire energie emotive e fisiche nella relazione di coppia, se questa relazione funziona: quindi l’ideale sarebbe quello di crearsi dei nuovi interessi, dedicarsi ad attività che a causa delle necessità dei figli sono sempre state rinviate, come viaggiare, iscriversi ad un corso di ballo, riscoprire l’intimità e le relazioni amicali. E naturalmente rappresentare per i figli un punto di riferimento certo, seppur distinto.

Se la relazione di coppia invece è già da tempo problematica l’uscita di casa dei figli può funzionare da detonatore della conflittualità, poichè se restare uniti poteva essere sensato in presenza dei figli, anche se adulti, è facile che si possa andare incontro all’eventualità di una separazione nel momento in cui anche il figlio più piccolo ha lasciato il nido. In questo caso però incolpare l’indipendenza dei figli del fallimento della relazione è un meccanismo patologico e soprattutto improduttivo.
Per affrontare l’eventuale rinegoziazione della relazione coniugale può essere utile pensare di intraprendere una psicoterapia di coppia, mentre in caso di separazione si può decidere di affrontare lo stress di questo evento attraverso un aiuto individuale.
Recenti ricerche indicano che la qualità del rapporto genitore-figlio può vere importanti conseguenze in un momento così delicato come quello all’abbandono della casa genitoriale. Estreme ostilità, conflitti, o drastici distacchi nella relazione padre-figlio possono ridurre la sensazione di sostegno necessario per la maggior parte dei giovani durante la prima età adulta rendendo più doloroso e difficile l’abbandono ed acutizzando i sentimenti di colpa e disagio nella madre, la quale si sente inevitabilmente fra due fuochi.
Le donne sono particolarmente vulnerabili alla depressione quando i figli lasciano la casa, attraversano infatti una profonda perdita di identità e di finalità. Tuttavia, gli studi non indicano alcun aumento della malattia depressiva tra le donne in questa fase della vita.

Trattamento
Parlare dei propri sentimenti, con un professionista e ritrovare tutti quegli aspetti positivi che una maggiore libertà può offrire. Nel frattempo, è importante frequentare gli amici, avvicinarsi al proprio partner, riscoprire interessi messi tempo prima nel cassetto.
Questo può favorire anche il processo di adeguamento al nuovo ruolo ed identità di genitore. Il rapporto con il proprio figlio può diventare più paritario e diretto. Risulta utile ad evitare lo svilupparsi di tale sindrome,tenere sempre un “posto vuoto” nel nido mentre i figli vivono ancora in casa.
Sviluppare amicizie, hobby, carriera, e di opportunità ludiche. Fare piani con la famiglia, mentre sono ancora tutti sotto lo stesso tetto, piani specifici per una parte extra di denaro da spendere solo per gratificare e “coccolare”se stessi (viaggi, piccoli regali…) nel momento in cui si resterà soli.

DIPENDENZA AFFETTIVA


Né con te, né senza di te 


Negli ultimi anni, assieme alle diverse forme di dipendenza che possono attraversare l’animo umano (droga, alcol, sesso, gioco d’azzardo, etc..), si sente parlare di “dipendenza affettiva”.
Ci si può pertanto chiedere, dato che nelle situazioni sentimentali, capita spesso di soffrire, se sia questa la situazione che ci riguarda e come potervi far fronte. 
Innanzitutto occorre specificare che la dipendenza è un fenomeno tipico della specie umana e non è di per sé patologico, tanto che la prima e fondamentale esperienza di dipendenza è quella del neonato dalle figure adulte di riferimento. 
Per tutta la vita si sperimentano situazioni dipendenza, sia in amore che nelle diverse forme di legame, essa è indissolubile dal sentimento stesso che proviamo per l’altra persona, per questo possiamo definirlo attaccamento. J. Bowlby è stato il primo a parlare dell’importanza dell’attaccamento. Secondo lo studioso, le interazioni tra madre e bambino (che iniziano già durante la gravidanza, e che vanno dall'abbraccio, allo scambio di sguardi, alla nutrizione, al conforto ecc.), strutturano ciò che viene definito “sistema d'attaccamento”. 
Questo periodo dello sviluppo è molto importante perché porta allo crescita del sistema che guiderà le interazioni e gli scambi relazionali e affettivi. 
Poichè l’autonomia emotiva e la piena coscienza di se non si sono ancora formate, se si verificano esperienze di rifiuto e di abbandono da parte di uno o di entrambi i genitori, i bambini sperimentano inconsapevolmente sia l’ambivalenza tra il dolore e la rabbia per l’ amore non ricevuto, sia il dubbio di non valere poi tanto e di dover fare di tutto per essere migliori. 

Queste premesse, creano le basi per la possibilità di sviluppare una dipendenza affettiva, i cui sintomi principali sono:


- Profondo senso di colpa
- Rancore e rabbia nei confronti del partner
- Paura di perdere l’amore
- Paura dell’abbandono, della separazione
- Paura della solitudine e della distanza
- Terrore di mostrarsi per quello che si è
- Senso di inferiorità verso il partner
- Profonda gelosia
- Dedizione totale al partner e annullamento di se
- Abbassamento dell'autostima
- Senso di vergogna

Il dipendente dedica completamente tutto sé stesso all'altro, al fine di perseguire esclusivamente il suo benessere e non anche il proprio, come dovrebbe essere in una relazione "sana". Chi ha una dipendenza affettiva, nell'amore vede la risoluzione dei propri problemi. Il partner assume il ruolo di un salvatore, egli diventa lo scopo della sua esistenza, la sua assenza anche temporanea da un profondo senso di angoscia. Per riempire questa voragine esistono tanti altri modi: l’alcool, il fumo, il cibo, il super lavoro, ma essi non la potranno mai colmare veramente, possono aiutare a distrarsi, a non sentire, ma non risolvono il problema di fondo.

Chi è affetto da dipendenza affettiva non riesce a cogliere ed a beneficiare dell'amore nella sua profondità ed intimità. A causa della paura dell'abbandono, della separazione, della solitudine, si tende a negare i propri desideri e bisogni e si ripropongono i copioni passati, gli stessi che hanno ostacolato la propria crescita personale. 
La dipendenza si stabilisce perché c’è il rifiuto. Se non ci fosse, quasi sempre il presunto amore finirebbe in un tempo incredibilmente breve. Quello che imprigiona nelle relazioni, il dipendente affettivo, è la speranza e presunzione di riuscire prima o poi nella vita a farsi amare da chi proprio non vuole farlo, o di riuscire a curare chi non può o non vuole essere curato, o di salvare chi non può o non vuole essere salvato. Gli individui dipendenti solitamente cercano una o poche relazioni esclusive, sia con il partner che con gli amici, così da riprodurre quello schema comportamentale instauratosi nella fase post-natale.

Scelgono persone che sembrano in grado di affrontare la vita e che si possano prendere cura di loro e investono su queste figure di riferimento, responsabilità che altrimenti spetterebbero a loro in prima persona. Il soggetto dipendente, pur di compiacere l'altro, evita il conflitto ed ogni sorta di controversia per il timore dell'abbandono, rinnegando il proprio vero Sè. Quando non riesce a vivere un rapporto di coppia come un processo di crescita permanente, rimane intrappolato negli schemi disfunzionali appresi nel passato, alimentato dalle paure di solitudine e d’abbandono, e dalla speranza che l’altro si prenda cura di lui. 
La guarigione dalla dipendenza affettiva non è il distacco dalla persona o dalle persone da cui si era dipendenti, bensì l’acquisizione di una l’autonomia affettiva; questo è ciò che permette di entrare consapevolmente e realmente in relazione con gli altri, perché li vogliamo, perché li scegliamo, non perché abbiamo bisogno di loro per esistere. 

Giungere a questo livello non è semplice, anche perché nonostante il forte malessere è molto difficile chiedere aiuto per la pura del rifiuto. Il momento significativo che porta i dipendenti affettivi a chiedere aiuto, come nelle diverse forme di dipendenza, avviene quando si tocca il fondo, quando si ha la percezione del vuoto, della perdita di identità, della rabbia e dalla frustrazione di non vedere ricambiata la dedizione e il loro amore.

Durante questi dolorosi momenti si convincono che qualcosa non va, e trovano la spinta necessaria ad uscire dal circolo vizioso della dipendenza affettiva. 
In questo processo di acquisizione il ruolo di amici e persone care può essere fondamentale, ma non sufficiente. 

La ricerca di un esperto psicoterapeuta a cui affidarsi, permette di scoprire i nodi che hanno dato origine al circolo vizioso e di sperimentare una sana relazione di attaccamento, che può essere risolutiva, rispetto al malessere provato.

Fonte: psicologi-italia.it

PENSIERI


"Vieni a giocare con me,” le propose il piccolo principe, “sono così triste…”
“Non posso giocare con te, “disse la volpe, “non sono addomesticata.”
“Che cosa vuol dire ‘addomesticare’?”
“… vuol dire creare dei legami…”



“Creare dei legami?”
“Certo,” disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. 
(…) Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. E poi, guarda! Vedi, laggiù, in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me, è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticata. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…”
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe: “Per favore, addomesticami” disse."

Il Piccolo Principe

domenica 24 marzo 2013

PENSIERI


QUANTO PESA UN BICCHIERE D’ACQUA?

Dipende dal tempo che lo si regge, da quante persone sono disponibili a offrire un aiuto. Se è per un minuto soltanto non è un problema, dopo un’ora si comincia ad avvertire un dolore alla mano, dopo un giorno si trasforma in una tortura, in ciascun caso il peso è lo stesso, ma più a lungo lo si tiene, più diventa pesante. 



PSICOLOGIA DELLO SPORT

Altro articolo di Psicologia dello Sport, i piccoli calciatori crescono tra aspettative proprie e dei genitori, tra soddisfazioni e rischi:


"Giovani calciatori: Aspettative e rischi"




Leggilo qui: www.forzapescara.tv

martedì 19 marzo 2013

PSICOLOGIA DELLO SPORT


Il mio ultimo articolo di Psicologia dello Sport, un modo nuovo di vedere la relazione tra Allenatore e Squadra.


“AMORE E RITORNO – Parallelo tra calcio e vita quotidiana”






Leggilo qui: www.forzapescara.tv




CORSO DI FORMAZIONE

CORSO DI PERFEZIONAMENTO IN PSICOLOGIA DELLA FAMIGLIA

Un excursus sul ciclo vitale della famiglia, soffermandoci sui momenti critici che si attraversano durante l’evoluzione del nucleo familiare, i difficili compiti di sviluppo di ognuno dei suoi membri, le tecniche per affrontarli e superarli nel modo più funzionale possibile.
Un Corso a cura della dott.ssa Ivana Siena ed organizzato da IGEAcps di Pescara.

Le iscrizioni sono aperte



giovedì 14 marzo 2013

ADOLESCENZA


Criticità nei giovani 


L'adolescenza è quella fase del ciclo di vita umano in cui si verifica la transizione dallo stato di bambino a quello di adulto. Essa copre un periodo piuttosto lungo, mutevole da individuo a individuo e da cultura a cultura, in cui a fronte delle numerose trasformazioni fisico-corporee si assiste a profondi cambiamenti psicologici, che investono le capacità cognitive, la sfera degli affetti e le competenze sociali della persona.
La definizione psicologica di adolescenza come fase di transizione non deve tuttavia comportare una svalutazione del contributo sociale e culturale da essa rappresentato. Il periodo di vita vissuto dagli adolescenti è infatti un preciso momento evolutivo con caratteristiche specifiche che lo rendono, pur nella continuità data dal processo di costruzione dell’identità, uno stadio autonomo.
C’è un’idea di adolescenza come percorso/processo di costruzione dell’identità all’interno del ciclo di vita: percorso che si realizza affrontando (coping) e in qualche modo risolvendo specifici compiti di sviluppo che trovano nel contesto e nella cultura di appartenenza del singolo adolescente la loro concreta esplicitazione.
Autori che hanno contribuito a definire il tema della costruzione dell’identità in adolescenza sono Erikson (1982) e Marcia (1966; 1980). Vygotskij (1934), Bruner (1990) e Cole (1996) hanno fornito gli strumenti metateorici per accostarvisi criticamente. A Vvgotskij si deve il concetto di “zona di sviluppo prossimale” (lo spazio d’intervento dell’adulto per accrescere le competenze del bambino) e l’idea che lo sviluppo di capacità naturali è in parte funzione dei cosiddetti “amplificatori culturali”, ossia gli strumenti che la cultura mette al servizio della mente. Il contributo dell’ultimo Bruner è rintracciabile nel concetto di “conoscenza” come ricerca e costruzione condivisa del significato, grazie al procedere complementare del pensiero logicoscientifico e di quello narrativo. Cole ha fatto dei contesti d’apprendimento il luogo della propria ricerca,sviluppando idee riguardanti capacità mentali di soggetti appartenenti a popolazioni non occidentali.

Adolescenza, identità e compiti di sviluppo
Erikson (1982) ha una visione dello sviluppo come “ciclo di vita’ costellato di eventi critici.
L’orizzonte al cui interno egli colloca il suo modello evolutivo è psicosociale, nel tentativo di comprendere non solo le dimensioni psichiche dello sviluppo della persona, ma anche quelle sociali e culturali. Quella che emerge è una visione complessa dell’individuo che si definisce in base a tre dimensioni fondamentali: biologica, psichica e sociale.
Il modello eriksoniano tiene conto non solo del presente vissuto dalla persona, ma anche del suo passato e del suo futuro, concependo l’esperienza individuale della persona sullo sfondo della sua inserzione socioculturale e storica.

Adolescenza e transizione all’adultità
Da diversi anni ormai è stata individuata una nuova fase di vita denominata post-adolescenza.
La costituzione di questa nuova fase nasce dall’esigenza di poter descrivere e spiegare da un punto di vista psicosociale il fenomeno che vede sempre più giovani o tardo adolescenti permanere nelle propria famiglia, rimandando una serie di scelte che una volta accadevano prima, contribuendo all’assunzione definitiva della propria identità.
Quello a cui spesso si assiste è un lento modificarsi delle relazione fra genitori e figli dovuto alla coabitazione prolungata nel tempo causata da elementi e difficoltà esterne, soprattutto di tipo lavorativo.
Erikson costruisce il suo modello in stadi e individua per ciascuno stadio del ciclo di vita un particolare compito di sviluppo che, a seconda di come viene affrontato e risolto, condurrà ad esiti evolutivi positivi o negativi. Ogni stadio dello sviluppo è infatti caratterizzato da un “dilemma psicosociale” che nasce all’interno della relazione soggetto/ambiente e che deve essere superato perché la crescita possa procedere in senso maturativo.
Il dilemma che l’adolescente deve affrontare è legato dall’antitesi fra identità e confusione d’identità e può portare a raggiungere la forza psicosociale positiva della fedeltà, ossia della capacità di essere coerenti e leali rispetto ad un impegno assunto.
Identificazione e sperimentazione vengono ad essere i due processi cruciali per la costruzione dell’identità in tale fase: attraverso il primo processo, l’adolescente abbandona le identificazioni precedenti, scegliendo nuovi modelli identificativi presenti nell’ambiente (amici, insegnanti e così via). Inoltre, egli si sperimenta nell’adesione consapevole a gruppi sociali che gli consentono di assumere svariati ruoli, favorendo il confronto, l’autoriflessione e la conoscenza di sé.
Al termine dell’adolescenza, il ragazzo dovrebbe possedere una maggiore e più articolata consapevolezza della propria identità e delle sue caratteristiche, che Erikson individua nelle seguenti componenti:
- continuità e coerenza (l’adolescente percepisce, pur nella discontinuità delle sue esperienze e vicende, una continuità e una consistenza interna);
- reciprocità (vi è consapevolezza di una sostanziale corrispondenza fra l’immagine che abbiamo di noi e quella percepita dagli altri);
- libertà ed accettazione dei/imiti (la comprensione dei propri limiti fisici e delle proprie capacità non intacca la consapevolezza e la libertà di scegliere); 
- avvertire una destinazione (aver costruito delle rappresentazioni realistiche di sé e del proprio
progetto/percorso di vita).

CPF 

MENOPAUSA


La donna e il cambiamento


Il termine menopausa (o climaterio) indica la cessazione nella donna dell'attività ovarica che si verifica mediamente tra i 45 i 53 anni e si accompagna a massicce modificazioni dell'assetto ormonale, a modificazioni fisiche e a cambiamenti psicologici.
La menopausa si inserisce nel processo di modificazioni del ciclo vitale della donna, il cui vissuto prevalente è costitutito dalla perdita della fertilità e dell’avvenenza fisica.
Non esiste un preciso rapporto tra specificic tratti di personalità e syndrome climaterica, ma una “vulnerabilità psicologica” che predispone ad una risposta negativa alle variazioni ormonali.
La menopausa costitutisce un momento di crisi che, analogamente ad altre tappe della vita della donna come la maternità e l’adolescenza, è caratterizzato da profondi cambiamenti interni ed esterni nelle diverse aree della realtà femminile. Mentre però la mertnità e l’adolescenza hanno un significato evolutivo, questa crisi ha un carattere di perdita e di lutto che possono portare ad una diminuzione della fiducia di base (Di Salvo, Cicuto, Prunelli).
Spesso alle modificazioni fisiologiche si accompagnano disagi psichici. Il quadro clinico è caratterizzato da uno squilibrio del sistema nervoso autonomo, cambiamenti repentini dell’umore, crisi d’ansia, insonnia e forme depressive, anche se solitamente di lieve entità.  Quando i sintomi sono eccessivi rispetto alla media, si può verificare una vera e propria crisi menopausa le che di solito però non deriva dalle reazioni fisiologiche tout court, ma dai vissuti personali e culturali rispetto al fenomeno della menopausa.  La donna nel periodo della menopausa può sentirsi più fragile, smarrita, meno capace di autocontrollo e  l’umore può variare come una banderuola seguendo gli eventi esterni.
Il problema clinico maggiore è la presenza di una sindrome depressiva. La depressione in menopausa è limitata a forme più lievi. Elementi di rischio è la difficoltà della donna di elaborare la ferita sull’identità sessuale, che deriva dalla perdita della capacita procreative.
Anche l’ansia riveste un’importanza particolare nella menopausa. Si presenta come senso di oppressione  interna o con insomnia, fobia di luoghi chiusi o aperti, al paura di allontanarsi da casa, la perdita di controllo dell’assunzione di cibo.
Andare in menopausa significa, inoltre, acquisire una nuova identità, sia come individuo che come donna, moglie e madre.
Entrare in menopausa di solito sancisce un cambiamento nel proprio ruolo e nel contesto familiare: i figli, di solito adulti, tendono a diventare più autonomi (certo non sempre è così) e ad uscire di casa, la funzione materna deve ridimensionarsi e i coniugi devono ritrovarsi di nuovo come coppia dopo molti anni di pura genitorialità. Questa ridefinizione può essere per la donna molto drammatica.
Le possibili reazioni a questo passaggio evolutivo nella vita di ogni donna, dipendono, oltre che dai cambiamenti ormonali, dalla personalità individuale e dal contesto sociale in cui la persona vive: ad esempio, una donna realizzata dal punto di vista professionale solitamente vive la menopausa con meno drammaticità, poiché ha un ruolo specifico (quello sancito dalla sua professione) oltre a quello ricoperto in famiglia.
I periodo menopausale rappresenta quindi, una tappa di particolare importanza per l’equilibrio affettivo ed emotivo della donna, durante il quale possono ricomparire o riattivare difficoltà del passato o carenze e problematiche fino ad adesso latenti. 
Contro di Psicoterapia Familiare

FONTE: www.psicozoo.it