mercoledì 6 marzo 2013

LA PERDITA


La Famiglia di fronte alla morte


Il pensiero della morte occupa più di ogni altro tema la mente dell’uomo suscitando in lui e in chi gli vive accanto reazioni cariche di emotività.
Nella nostra società manca una cultura della fine della vita che tenga conto del travaglio psicologico, spirituale, etico, relazionale che la morte ed il lutto provocano negli individui, nonché del significato che questi eventi assumono nella trasmissione del sapere familiare e del patrimonio culturale, simbolico e morale che tiene in piedi il corpo sociale e dà continuità al succedersi delle generazioni. La tendenza più diffusa è quella di emarginare questi eventi, che certamente prospettano problematiche complesse e difficili del vivere individuale e sociale.
La morte ed il lutto sono stati quasi completamente sottratti ad ogni sacralità sia religiosa che laica: è subentrata una diffusa intolleranza sociale all’espressione della tristezza e della disperazione, per cui chi soffre della perdita di una persona significativa è molto meno sostenuto ed assistito di quanto avveniva in passato.
Fino alla I° metà del secolo scorso si moriva in casa e le persone amiche ed i parenti avevano il compito di accompagnare il morente ed insieme di sostenere la famiglia. L’avvicinarsi della morte era un evento sociale, sacro, trasformativo, religiosamente vissuto, che obbligava a confrontarsi con inevitabilità della fine e del distacco, ma insieme consentiva la condivisione e la trasmissione di valori e credenze: c’erano i messaggi da affidare al morente e l’attesa dei suoi insegnamenti che costituivano il passaggio di consegne alle generazioni successive, i riti comunitari che avevano la funzione di nutrire simbolicamente e rafforzare i legami.
In tal modo bambini ed adulti familiarizzavano con questi eventi temuti e minacciosi e la collettività e le famiglie, che in questi riti comunitari e religiosi si riconoscevano, si sentivano confermate dall’acquisizione di un patrimonio simbolico e relazionale da trasmettere alle generazioni future.
Nella società attuale queste ritualità appaiono sempre meno praticabili, sono consumati il più rapidamente possibile e vissuti in genere in solitudine, come eventi strettamente individuali e privati.
Anche i riti funebri si svolgono spesso in un clima di meccanica doverosità, di estraneità emotiva al contenuto spirituale del rito.
Secondo M. Bowen la modalità di affrontare il rito funebre al giorno d’oggi ha solo la funzione di negare la morte e di perpetuare i legami emotivi irrisolti tra il morto ed i vivi.
Tra le consuetudini funerarie troviamo il portare via il corpo dall’ospedale senza che la famiglia abbia un contatto con la persona cara, il non voler vedere il corpo per ricordarlo com’era in vita, evitare di portare i bambini ai funerali, riti strettamente privati per non venire a contatto con l’emotività di altre persone.
Da ciò derivano una serie di eterne fantasie e di immagini distorte e poco realistiche che non possono più essere corrette e facilitano il permanere di quei legami emotivi irrisolti tra le persone che influenzano le future relazioni e continueranno a dirigere il corso di un’esistenza.
I funerali dovrebbero invece permettere di “seppellire definitivamente il morto al momento della morte”.
Esso ha assolto la sua funzione principale quando porta parenti ed amici al più intimo contatto funzionale possibile sia tra loro che  con la cruda realtà della morte in questo momento così carico di emotività.
Chi conosce il dolore totale dei morenti, i travagli dei familiari durante la malattia e “l’onda d’urto emotiva” che per mesi o anni si trasmette e permane nel sistema familiare, sa quanto siano utili la compartecipazione, la condivisione e la manifestazione dei sentimenti.
Il lutto naturalmente viene vissuto in tempi e modi molto personali e differenti: Bowen a questo proposito parla di sistema relazionale “chiuso” e “aperto”per descrivere la morte come un fenomeno all’interno della famiglia.
Si dice sistema relazionale aperto quello in cui l’individuo è libero di comunicare una notevole percentuale di pensieri, sentimenti e fantasie interiori ad un altro, il quale può a sua volta rispondere allo stesso modo.
Il sistema relazionale chiuso è invece un riflesso emotivo automatico che protegge il sé dall’ansia presente nell’altra persona, per quanto la maggior parte delle persone affermi di evitare gli argomenti tabù  per non turbare l’altro.
La morte è il principale argomento tabù, e per questo molte persone muoiono sole, prigioniere dei propri pensieri che non riescono a comunicare ad altri.
In questi casi vengono attivati almeno due processi: uno è il processo intrapsichico che implica sempre un certo diniego della morte, l’atro é il sistema relazionale chiuso.
Intorno alla persona affetta da male incurabile ruotano almeno tre sistemi chiusi:
v Quello che agisce all’interno del paziente: il malato ha la consapevolezza della morte incombente ma non la comunica a nessuno
v Quella che agisce all’interno della famiglia: essa riceve informazioni dal medico e vi aggiunge altre notizie prese da fonti diverse amplificando, distorcendo e reinterpretando il tutto durante le conversazioni che avvengono a casa. Si arriva così a preparare il comunicato per il paziente in modo accuratamente riveduto e corretto per evitargli una reazione ansiosa.
v Quella che agisce tra il personale medico e sanitario: questo sistema è influenzato dalla reattività emotiva alla famiglia e dalle relazioni che si stabiliscono all’interno de personale stesso. Quando il medico è emotivo tende ad usare un gergo che la famiglia non comprende, quando è ansioso tende a parlare troppo ed ascoltare poco producendo messaggi vaghi che vengono facilmente fraintesi dai familiari.
Molte energie vengono così impiegate nello sforzo di negare la verità al malato e talvolta anche ad alcuni familiari.
La congiura del silenzio, a cui spesso aderisce collusivamente anche il malato, impedisce di creare uno spazio affettivo di riconoscimento, di consolazione reciproca e di condivisione per elaborare il dolore della separazione. In genere i sentimenti personali vengono inibiti e taciuti senza riconoscerne l’importanza, l’irrecuperabilità e le conseguenze future.
In contrasto con l’idea che l’Io sia troppo fragile in alcune situazioni, le persone gravemente malate sono riconoscenti quando si offre loro l’opportunità di parlare apertamente della morte.
Naturalmente i familiari devono compiere un percorso interiore simile a quello del malato per adattarsi alla perdita.
La parola transizione assume in questo caso connotati particolari, in quanto è un passaggio che attiva soprattutto gli aspetti simbolici.
Sappiamo che l’entrata di nuovi membri così come l’uscita sono forti marcatori di passaggio perché mutano la struttura della famiglia e le relazioni tra i membri.
Sia che la morte sia l’epilogo di un lungo percorso di sofferenza o abbia i caratteri dell’evento improvviso, essa obbliga i familiari a confrontarsi con l’inevitabilità del distacco e a procedere ad un impegnativo lavoro di passaggio di consegne e di distribuzioni delle parti ed eredità familiari.

Centro di Psicoterapia Familiare

martedì 5 marzo 2013

PENSIERI


Beati coloro che si baceranno sempre al di là delle labbra......
varcando il confine del piacere.....
per cibarsi dei sogni.....
--Alda Merini--



PSICOLOGIA DELLO SPORT


Calcio e Depressione



Uno dei disturbi psichici rispetto al quale sono stati maggiormente studiati i collegamenti con lo sport è la depressione. Considerando questi due ambiti appare scontata la concezione secondo cui lo sport è una delle maggiori risorse per uscire dal tunnel di una patologia così invalidante come la depressione. Se si pensa che lo stesso termine depressione implica una “mancanza di pressione”, che sia fisiologica (dovuta quindi a un calo di produzione di endorfine) o più semplicemente legata ad un atteggiamento nei confronti della vita, è chiaro che la pratica sportiva rappresenta una potenzialità riabilitativa, nonché risolutiva, di questo male.
Ciò che interessa però in questo contesto è capire come possa avvenire il processo inverso, ossia cosa accade nella mente di determinati atleti, dalle note capacità, che imboccano e percorrono una strada di cui non riescono a vedere la via d’uscita.
In generale in tutti gli sport, ma nello specifico nel calcio, è necessario  fare una netta distinzione tra coloro che a fine carriera trovano maggiore difficoltà a reinventarsi e ricollocarsi nel nuovo stile di vita e coloro che cadono nell’oblio del male oscuro mentre ancora sono messi alla prova dai ritmi frenetici della professione scelta.
Nel primo caso il “pensionamento” avviene in un’età in cui si è relativamente giovani, quindi ancora con la voglia di fare e, essendo un mestiere legato anche all’immagine, di essere qualcuno.  Da personaggio si torna ad essere persona e questo passaggio somiglia a una traumatica perdita d’identità; avviene così che grandi atleti finiscono per rifugiarsi nella tristezza, nel proprio mondo interiore fino a rimanervi bloccati. Si perde l’unione con la propria essenza che,  fino a quel momento, era stata inevitabilmente sostituita da un ruolo mirato verso un unico obiettivo, riuscire in campo. Riabilitare le papille gustative al nuovo stile di vita, più calmo e privo di quella pressione tanto odiata quanto necessaria,  si traduce in una ridotta capacità di percepire i propri sensi e quindi se stessi. La famiglia in questa fase è importantissima per il nuovo adattamento, fermo restando che gli eccessi dello stile di vita vissuta ne abbiano preservato la sopravvivenza.
Il gioco del calcio è uno degli sport più famosi e seguiti nel mondo. È un gioco complesso e ricco di sfaccettature. Porta i suoi protagonisti lontano da casa e famiglia in una fase di vita più che delicata, tra adolescenza e post-adolescenza. Questi piccoli uomini vengono catapultati in un mondo fatto di popolarità e riflettori accesi 24h al giorno e il rischio di un “surriscaldamento” è fisiologico.
Nei campionati di serie A la pressione è costante con dei picchi che si innalzano a partire dal momento del ritiro fino all’uscita dal campo a fine partita. Per molti il successo è un’occasione per vedersi riconoscere nelle proprie capacità e non solo: tifoserie, assegni sempre più cospicui, eventi mondani dedicati, cerchie di donne bellissime e personaggi famosi che fino all’adolescenza si potevano guardare solo attraverso la televisione, ora diventano una realtà tangibile. E ancora, per alcuni, la popolarità rappresenta la rivincita verso una vita di povertà dove il pallone si trasformava in un rifugio da cattive compagnie e abitudini dannose.
Una volta conquistate tutte queste piccole mete l’incubo diventa reggere la pressione, cercare di non essere tagliati dalla squadra, il timore di non comparire sulle pagine dei giornali e di essere dimenticati dai media. La testimonianza più esplicita rispetto a questo lato della fragilità del calciatore viene da Martin Bengtsson  che nella sua autobiografia Nell’Ombra di San Siro spiega: “Sei solo, lontano da casa e hai già sperimentato soldi e successo: puoi perdere l’equilibrio. Le aspettative stritolano. La depressione è la prima minaccia per un giovane calciatore”. Un giorno Martin torna nel suo appartamento, mette su un disco di David Bowie e si taglia le vene. Lo salva la donna delle pulizie che lo trova per caso in un bagno di sangue.
Il calcio è un reality a livello mondiale e come in ogni reality ci sono protagonisti che mostrano più o meno apertamente la loro personalità, le loro debolezze. Una depressione non è però funzionale a mantenere la facciata, pertanto deve essere mascherata il più possibile. Accade così che un campione come Gary Speed, all’epoca commissario tecnico del Galles, scuote il mondo del pallone una domenica mattina togliendosi la vita nella sua abitazione nel Chesire. Un gesto considerato come unica soluzione da chi soffre di depressione e che nella sua tragicità ha però spinto molti altri giocatori a richiedere una aiuto psicologico concreto. In Inghilterra è nato anche un servizio telefonico specifico ad accogliere richieste d’aiuto di questo tipo, dove giocatori ed ex giocatori possano trovare un antidoto al mal di vivere.
Per quanto ci possano essere cause comuni, l’insorgere di una depressione deve essere interpretata nella specificità del caso singolo, considerando la storia personale e le esperienze proprie del giocatore in questione. I segnali di un malessere simile possono variare dallo shopping compulsivo al ricorrere all’alcool, dal gioco d’azzardo alla forte crisi coniugale, il denominatore comune è il senso di solitudine per il quale non si vede via d’uscita.
Un ultimo doveroso esempio viene dall’attaccante Marco Bernacci, il quale abbandonò il Torino dopo appena una giornata di campionato. Si parlò, a denti stretti, di stato depressivo. Un anno dopo, Bernacci è tornato a giocare, nel Modena, e a segnare. Lui tra i due colori del pallone da calcio ha scelto il bianco e ce l’ha fatta.


Dott.ssa Ivana Siena

domenica 3 marzo 2013

AUTOSTIMA E BENESSERE


Social-specchio



Svegliarsi una domenica mattina di sole, fare colazione in compagnia della tv. Incappare in Catfish, un programma in onda sul canale RealTime del digitale terrestre, già noto per l’originalità e la veridicità dei temi che propone nelle trasmissioni del suo palinsesto.  Star di questo reality Nev Schulman, un “poco più che ragazzo” che ha avuto un’esperienza di relazione virtuale sul web, conclusa con la scoperta che la donna dall’altra parte dello schermo, non fosse poi esattamente chi diceva di essere. 
Le domande, legittime, che pone questo programma sono poi le stesse che ogni persona amante dei social network si pone: Quali sono i rischi di una relazione nata su un social network o su una chat? In una storia d'amore online, chi si cela davvero dietro lo schermo? In ogni episodio di questa serie Nev, il protagonista , accompagna un partner a conoscere di persona il suo o la sua amata in un emozionante viaggio alla scoperta della verità…
Incuriosita dall’argomento sono rimasta a guardare la puntata. Una ragazza, Trina 24 anni, parla da più di un anno al telefono con un ragazzo, Scorpio 27anni, di cui è riuscita ad avere ben tre foto! Foto in cui lui è ritratto aitante e seminudo in posa plastica da modello. Tra i due si instaura un rapporto di confidenza e scambio reciproco quotidiano che entrambi considerano una vera e propria relazione d’amore. La ragazza, per quanto possa apparire frivola, parla di aspettative e progetti comuni e nomina addirittura la parola matrimonio. C’è solo un piccolissimo problema, rappresentato dal fatto che il ragazzo, Scorpio, non “può”,  o non vuole, per vari motivi, incontrarla. Dalle indagini si scopre che il ragazzo non è quello ritratto nella foto, che non ha 27 anni, ma 32, che ha quattro figli con una donna, alla quale non è più legato sentimentalmente, e che fisicamente non corrisponde al modello per cui si spacciava, ma che è invece leggermente in sovrappeso.
Il problema dell’autostima quindi si ripropone costantemente quando si parla di social network. Lo schermo, il filtro, è uno strumento duttile, dalle molteplici funzioni, utilizzato ad arte per essere da un lato “Me stesso”, a dispetto di un mondo reale che impone una maschera, e dall’altro essere l’opposto di Me, dove invece sono “Io” il più severo giudice di me stesso. Alla base di tutto questo modo virtuale di porsi e comunicare c’è ad ogni modo un concetto ampio di conformismo e accettazione. Il conformismo mi fa pensare alle regole del vivere quotidiano, che hanno a che fare con azioni, costumi, a volte anche pensiero “adeguati” alla cultura e al tempo che si sta vivendo. L’accettazione di questi fattori però spesso provoca insoddisfazione, come anche il sentirsi diversi rispetto ad essi. Riconoscere quindi le proprie peculiarità, mette in crisi di fronte alla scelta di porsi per ciò che realmente si è rispetto a ciò che si dovrebbe essere.
Il senso di identità si costruisce con le esperienze, le prove, le conferme che ciascuno vive. Riformulare le proprie risorse emotive ed affettive necessita di un lavoro di rinforzo continuo per sostenere il confronto positivo con gli altri della propria specie.  Quando le conferme esterne non sono sempre così positive l’autostima si abbassa rendendo l’individuo più vulnerabile e costretto alla ricerca di mezzi compensativi per sentirsi accettato.
È quello che è successo nell’esempio riportato dal programma televisivo. Il ragazzo infatti si è creato una realtà di sé alternativa che lo rendesse maggiormente appetibile agli occhi della ragazza, in attesa che lei potesse apprezzarlo per altre sue caratteristiche, differenti dal quelle esteriori che lui stesso non percepiva come positive. Il tempo trascorso tra telefonate e conversazioni via chat ha rappresentato un palliativo per la sua autostima che però non gli ha permesso di “viversi” concretamente il rapporto e che lo ha portato ad avere la conferma che qualcosa in lui è sbagliato, visto l’esito negativo del loro incontro reale.
La scoperta della propria identità è un processo dai tempi soggettivi che dovrebbe muoversi attraverso la ricerca dell’armonia tra l’immagine di sé e le proprie aspettative, un viaggio tra percezione personale e realtà che tenga però in mente l’obiettivo finale che è il benessere acquisito una volta che si riesce ad uscire dal personaggio per diventare persona.

Dott.ssa Ivana Siena

PROBLEM SOLVING


Raggiungere l'obiettivo


Problem Solving significa letteralmente “risolvere problemi”. Il termine, nato in ambito matematico, si è diffuso negli ultimi anni in riferimento alle abilità e ai processi implicati nell’affrontare problemi di qualsiasi tipo, da quelli pratici a quelli interpersonali o psicologici.
Oggi il Problem Solving viene insegnato e applicato con successo in vari ambiti, ad esempio, in azienda e nel counselling come metodo di lavoro per migliorare la capacità di risolvere i problemi.
Anche se gli strumenti di Problem Solving si differenziano a seconda delle diverse aree di applicazione, i principi di base rimangono gli stessi.
Si potrebbe obiettare che risolvere problemi e inventare soluzioni siano attività quotidiane di tutti. Alcuni danno perfino l’impressione di riuscire a cavarsela in qualsiasi circostanza.
Capita però che certi problemi siano particolarmente complessi, oppure che le conoscenze e le esperienze passate sedimentino in noi presupposti sbagliati, pregiudizi che ci ostacolano nella ricerca della soluzione. Altre volte ancora siamo così assorbiti dal nostro malessere da non riuscire a focalizzare il vero problema.
In tutti questi casi diventa utile applicare un metodo che ci aiuti a inquadrare correttamente i problemi e a trovare soluzioni creative e realistiche, riducendo al minimo stress, contrasti, stallo o pericolo di rinuncia.
Un problema è un invito al cambiamento per raggiungere i nostri obiettivi
Un problema esiste quando c’è un ostacolo al raggiungimento di un obiettivo.
Un esempio: stiamo percorrendo una strada di montagna con la nostra auto. Ad un tratto incontriamo un albero caduto che ci sbarra la via. Il nostro obiettivo è andare avanti ma l’albero non si può spostare. Però, con un po’ di attenzione, è possibile aggirarlo uscendo dalla strada asfaltata per un breve tratto per poi ritornare in carreggiata.
In questo caso il problema è stato risolto senza rimuovere l’ostacolo sul nostro cammino: semplicemente abbiamo modificato il percorso.
Il problema, dunque, non corrisponde all’ostacolo, ma a una condizione in cui, a causa della presenza di ostacoli o impedimenti, siamo costretti a individuare nuove azioni, chiamate soluzioni, per raggiungere i nostri obiettivi.
In presenza di un ostacolo non possiamo raggiungere i nostri obiettivi procedendo secondo le conoscenze o le esperienze precedenti. Dunque, per arrivare alla soluzione, è necessario un cambiamento nel nostro modo di vedere e sentire le cose o nei nostri comportamenti, che ci consenta di raggiungere gli obiettivi.
Il Problem Solving ci aiuta a individuare di quale cambiamento abbiamo bisogno e a metterlo in atto.
Rimuovere, aggirare o utilizzare l’ostacolo?
Non sempre il cambiamento richiesto dalla situazione corrisponde alla rimozione dell’impedimento. Esistono infatti diversi modi per affrontare un ostacolo:
- rimuoverlo
Per alcuni problemi la soluzione più semplice, se praticabile, è rimuovere l’ostacolo in quanto rappresenta un peso inutile. Ad esempio, ci togliamo il maglione se abbiamo troppo caldo, ci documentiamo se dobbiamo tenere una lezione su un argomento che non conosciamo approfonditamente.
- aggirarlo
In altri casi, è più proficuo non tenere conto dell’ostacolo, praticando altre strade. Ad esempio, se il nostro lavoro non ci fa guadagnare abbastanza, cerchiamo un altro lavoro o dei lavoretti saltuari per arrotondare.
- utilizzarlo
Alcuni ostacoli non possono essere eliminati o aggirati ma, se osservati da un’altra prospettiva, possono addirittura diventare una risorsa: una piccola azienda che non è in grado di espandersi può decidere di puntare sulla qualità del suo prodotto.
Le fasi del Problem Solving
Il processo di Problem Solving si suddivide in quattro fasi, che si articolano in vari passaggi intrecciati fra loro. Vediamole in sintesi:
FASE 1: Identifichiamo il problema e il nostro obiettivo:
  • Definizione dell’obiettivo.
  • Analisi degli ostacoli.
FASE 2: Generiamo le possibili soluzioni:
  • Generazione delle idee (brain storming).
  • Trasformazione delle idee in soluzioni.
FASE 3: Scegliamo, valutiamo e pianifichiamo la soluzione:
  • Valutazione di efficacia, fattibilità e conseguenze.
  • Scelta della soluzione
  • Pianificazione (cosa, quando, come e con quali risorse)
FASE 4: Mettiamo in pratica:
  • Esecuzione del piano.
  • Valutazione dei risultati.
Le quattro fasi sono consequenziali: seguirle nella loro progressione ci consente di impostare correttamente il problema e di chiarire alcuni atteggiamenti o aspetti che ci confondono, impedendoci di trovare delle soluzioni.
Non pensiamo però che il Problem Solving sia un processo interamente razionale e lineare, come una specie di “catena di montaggio del pensiero”. Al contrario lo scopo del Problem Solving è aiutarci a integrare le nostre risorse, sia quelle logiche e critiche, sia quelle creative indispensabili per arrivare alla soluzione.
In particolare la creatività e l’intuizione sono il cuore della seconda fase: dopo aver identificato i nostri obiettivi e i reali ostacoli al loro raggiungimento, dobbiamo lasciare la mente libera di creare idee, immagini, collegamenti, prendendo nota di tutto ciò che ci passa per la testa senza criticarlo o analizzarlo (brain storming). Solo dopo ci preoccuperemo di come le idee potranno essere effettivamente realizzate e di tutti i possibili limiti e problemi del progetto.
Problem Solving per problemi emotivi e interpersonali
Anche quando non si tratta di problemi pratici ma emotivi o interpersonali, i principi fondamentali del Problem Solving rimangono, con alcuni adattamenti, gli stessi.
I problemi interpersonali nascono dalle difficoltà di relazione con gli altri. Ad esempio, si possono verificare quando non esprimiamo con chiarezza i nostri obiettivi, quando questi non sono condivisi da altre persone, oppure nei casi in cui non riconosciamo agli altri il diritto di volere qualcosa.
I problemi emotivi sono quelli in cui sentiamo un forte senso di disagio e abbiamo bisogno di eliminarlo o ridurlo almeno in parte: ad esempio, quando ci sentiamo depressi, ansiosi oppure abbiamo paura di parlare in pubblico o non accettiamo il nostro aspetto.
Una delle ragioni per cui facciamo fatica a risolvere i problemi emotivi e interpersonali è la confusione tra problema e disagio: il problema non è il disagio. Il malessere che sentiamo è piuttosto un segnale dell’esistenza del problema, l’espressione di bisogni o difficoltà che, non trovando soluzioni migliori, si manifestano appunto attraverso le emozioni sgradevoli o dolorose. E’ per questo motivo che quando ci proponiamo di non provare una certa emozione, ad esempio la paura o l’imbarazzo, il più delle volte non riusciamo nel nostro intento. Dunque, è importante riuscire a identificare quali esigenze profonde si celano dietro le emozioni per arrivare a porci gli obiettivi giusti. Obiettivi positivi, non semplici negazioni dell’ostacolo.
Individuare obiettivi e ostacoli
Data la complessità delle emozioni e dei rapporti umani, spesso non è facile identificare l’obiettivo e gli ostacoli al suo raggiungimento ma il Problem Solving può venirci in aiuto con numerose tecniche.
Una di queste è la “domanda del miracolo” ideata da alcuni ricercatori inglesi per focalizzare gli obiettivi. Consiste nell’immaginare la seguente situazione:
Se domani mattina mi svegliassi e, per miracolo, il problema non esistesse più, come me ne accorgerei? Come vedrei il mondo? Cosa farei nel corso della giornata? Che progetti farei per il futuro? Come mi descriverei in questa nuova situazione?
Cerchiamo di rispondere immedesimandoci il più possibile in questa ipotetica liberazione dal problema. Saranno le sensazioni provate a farci capire se quello che abbiamo immaginato ci soddisfa veramente e dunque rappresenta l’obiettivo o se in realtà stiamo cercando qualcosa di diverso.
Un’altra tecnica, questa volta per individuare gli ostacoli, consiste nell’identificare delle “situazioni tipo” in cui sperimentiamo il problema con i suoi ostacoli e nel cercare di descriverle in termini di immagini, sensazioni corporee e dialoghi interni.
Ad esempio, se riteniamo che il nostro problema sia parlare in pubblico, possiamo pensare a cosa succede quando ci capita di farlo durante una riunione di lavoro. La descrizione potrebbe essere pressappoco così: “quando prendo la parola e tutti iniziano a guardarmi, le gambe cominciano a tremare, sento un gran caldo e la fronte si copre di sudore.
Mi imbarazza sapere che gli altri mi osservano mentre sono tutto sudato, ma cerco di far finta di niente per non evidenziarlo ancora di più. Quasi involontariamente, abbasso il tono della voce e faccio fatica a trovare le parole per esprimere anche i concetti più semplici…”.
Come si può vedere, più la descrizione è particolareggiata e attenta ai segnali lanciati dal corpo, più diventa semplice individuare i vari ostacoli che aggiungono stress al problema: ad esempio, lo sguardo degli altri puntato su di noi o la reazione psicofisica del sudare, con l’imbarazzo che ne consegue.
E la soluzione?
Anche per quanto riguarda la ricerca delle soluzioni, il Problem Solving mette a disposizione varie tecniche la cui scelta può dipendere dal tipo di problema e dalla personalità di chi si trova ad affrontarlo.
E’ importante precisare che le soluzioni a problemi emotivi e interpersonali non sono solamente azioni da compiere, ma delle vere e proprie rielaborazioni del nostro modo di vivere alcune esperienze. Per questo motivo, in alcuni casi l’impiego del Problem Solving acquisisce efficacia nell’ambito di un intervento di counselling che può fornire a chi vive un profondo disagio il supporto adeguato per superare la confusione emotiva e la dispersione delle energie.
Cambiamo le convinzioni o i comportamenti?
Come abbiamo detto, la chiave per arrivare alla soluzione si trova in un cambiamento nel nostro modo di vivere certe esperienze. Ma da dove cominciare per realizzare un tale cambiamento? Non esiste una risposta assoluta: in alcuni casi il cambiamento potrebbe partire dalle convinzioni che influenzano le nostre emozioni e comportamenti.
Ad esempio, per chi si considera una persona incapace la soluzione potrebbe trovarsi nel lavorare sulla propria autostima. In altre situazioni, potremmo invece iniziare modificando il comportamento, le risposte corporee per arrivare a un cambiamento nelle convinzioni.
Ad esempio, il sentirsi ansiosi quando ci troviamo in posti nuovi o in mezzo a persone che non conosciamo potrebbe dipendere dalla convinzione inconsapevole che “siamo in pericolo”. In tal caso può essere utile superare questa idea negativa partendo dal corpo, addestrandoci a rilassarci proprio nelle situazioni che temiamo.
Il cambiamento avvenuto nella nostra reazione automatica (l’esserci rilassati) può produrre un cambiamento nella cognizione, che diventerà, appunto, “sono al sicuro”.
In conclusione
Abbiamo visto che, nei problemi emotivi e interpersonali, la risoluzione è soprattutto un percorso di ascolto e di dialogo interno. Il sovraccarico emotivo rende queste situazioni particolarmente difficili da affrontare, spesso genera confusione ma, allo stesso tempo, è un forte segnale che ci spinge a cambiare qualcosa.
Con il Problem Solving, nell’ambito di un aiuto professionale, possiamo individuare le nostre vere esigenze, mettere ordine a pensieri e comportamenti e arrivare più facilmente a una soluzione che ci consenta di star bene con noi stessi e con gli altri.

Fonte: P. SPAGNULO, Problem solving. L’arte di trovare soluzioni, ECOMIND

Centro di Psicoterapia Familiare

sabato 2 marzo 2013

DIVENTARE GENITORI


Da due a tre



La “transizione alla genitorialità” è quel processo complesso e delicato che porta una coppia a diventare coppia genitoriale.
La transizione, come sempre, porta con sé una crisi. Tale crisi non è necessariamente sinonimo di problema o addirittura di patologia ma è sinonimo di cambiamento e il cambiamento, quasi sempre, implica possibilità e rischi.
La nascita di un figlio comporta una serie di importanti modificazioni per la coppia:
- Le cure di cui un bambino piccolo necessita di norma richiedono tempi significativi che prima la coppia dedicava a se stessa e al proprio tempo libero. Il tempo per stare insieme, divertirsi, rilassarsi, dopo l’arrivo di un figlio si riduce drasticamente.
- Prima della nascita di un figlio la coppia ha come unica responsabilità il sostentamento, il mantenimento e la sopravvivenza di sé stessa. Con la nascita di un figlio il carico di responsabilità sulle spalle dei genitori aumenta notevolmente e con esso possono aumentare anche la paura di non farcela a sostenere tale carico e la sensazione di “perdita di libertà”.
- Con il diffondersi della famiglia nucleare a scapito di quella patriarcale, per ovvie ragioni legate a dinamiche socioeconomiche e alla mobilità territoriale delle giovani coppie che vivono lontano dalla famiglia d’origine, la coppia genitoriale si trova a dover affrontare le sue nuove importanti responsabilità praticamente da sola. Le strutture di supporto sul territorio sono spesso assenti o hanno costi che le rendono poco accessibili. Le reti sociali e amicali, specie fuori dai piccoli centri e nelle grandi città, sono spesso lasse o incompatibili con le distanze. Questo isolamento rende tutto molto più difficile e i momenti di scoraggiamento per la coppia di neogenitori possono essere decisamente più frequenti.
- Il post partum è un momento estremamente difficile per la mamma. Di norma compaiono malinconia e una certa tristezza e questo essenzialmente per ragioni sia psicologiche che biologiche. L’accudimento di un figlio può rappresentare per una donna un compito umano troppo difficile verso il quale si sente completamente sguarnita. E’ più che normale sentirsi impreparati e preoccupati ad affrontare tale compito ma spesso tale preoccupazione determina una sorta di “paralisi” ad agire, ad occuparsi del proprio bambino, a curarlo e coccolarlo e un sentimento di dolorosa inadeguatezza. Ciò che ne deriva è uno stato di tristezza profonda che spesso sfocia in una vera e propria depressione. Dal punto di vista biologico, nel post partum il livello di estrogeni nel sangue si riduce drasticamente determinando un fisiologico calo del tono dell’umore che quasi sempre si accompagna anche ad un calo del desiderio sessuale. La vita della coppia evidentemente risente di tutto ciò in maniera molto significativa.
- Con l’arrivo di un figlio, l’attenzione delle mamme viene catalizzata quasi interamente dal bambino e dal suo accudimento e questo, spesso, fa si che i papà si sentano trascurati ed estromessi dal rapporto privilegiato tra madre e bambino. Sempre più spesso, però, accade di assistere all’esatto contrario, ovvero papà che diventano un tutt’uno con il loro nuovo ruolo di genitori e mamme che soffrono perché si sentono trascurate e messe da parte.
Come fare per far sì che questo delicato passaggio di vita possa costituire per la coppia un momento in cui ritrovarsi anziché perdersi?

Non è un compito semplice. Non lo è in quanto ciò che è realmente determinante in questo processo è l’equilibrio che la coppia aveva stabilito prima della nascita di un figlio. E’ evidente che una coppia che funzionava in maniera problematica già prima del lieto evento rischia molto più di una coppia che, invece, aveva conquistato un buon funzionamento complessivo.
Le crisi problematiche, la sofferenza che non passa vanno affrontate con l’aiuto di professionisti con una preparazione psicoterapeutica. Certamente, però, alcuni consigli pratici possono aiutare a contrastare l’insorgere di problemi durante questo delicato momento di transizione.
Sforzarsi di trovare del tempo per la coppia
Può sembrare impossibile farlo quando in due, oltre a lavorare, ci si deve occupare di un neonato ma è di fondamentale importanza che la coppia si ritagli uno spazio proprio nel quale il bambino non c’è o è sullo sfondo. La coppia dovrebbe vivere questo spazio come un appuntamento (quotidiano, settimanale ecc.) irrinunciabile da pianificare a tutti i costi.
Perdonarsi per le proprie paure
Avere paura di mettere al mondo un figlio e di accudirlo è la cosa più normale del mondo. Non c’è nulla di male o di patologico nell’avere paura, anzi, la paura ci serve per mettere in campo tutte le nostre risorse per svolgere al meglio i compiti difficili. Quando pensiamo di non farcela spesso stiamo sottostimando le nostre capacità e sovrastimando il pericolo. Pensiamo a tutte le volte che abbiamo avuto paura di qualcosa e poi ci siamo detti, dopo aver affrontato questo qualcosa, che forse non c’era da avere così tanta paura. Inoltre, sforziamoci di riflettere sul perché proprio noi non dovremmo farcela?
Chiedere aiuto
Quando il peso dei problemi e delle difficoltà quotidiane diventa insostenibile è bene allentare la tensione e lasciarsi aiutare. Chiedere aiuto non è sempre facile, a volte la coppia ha la sensazione di dovercela fare da sola a gestire un bambino e sente che chiedere aiuto rappresenti una sorta di piccolo fallimento. In altri casi la coppia può temere di essere di peso se chiede aiuto e così facendo si priva della possibilità di scoprire che a volte genitori, amici e parenti sono ben contenti di rendersi utili.
I genitori perfetti non esistono
E’ quello che ogni neogenitore dovrebbe ripetere a sé stesso tutte le volte che si sente inadeguato o teme di poter sbagliare con il proprio figlio. Sentirsi preoccupati e paralizzati dalla paura di sbagliare è normale, specie quando nostro figlio è appena nato ma questo non fa di noi genitori inadeguati o inetti. 
Centro di Psicoterapia Familiare


INSEGNAMENTO E BURNOUT


Il Burnout nell’insegnamento


L’insegnante oggi vive una dinamica di ruolo estremamente articolata perché parte di un sistema ricco di tensioni e mutamenti, quale quello della scuola.
I numerosi cambiamenti che investono il sistema istruzione uniti ai cambiamenti della popolazione studentesca pongono l’insegnante di fronte alla possibilità di sperimentare in continuazione l’esperienza dell’inefficacia del proprio intervento educativo.
Il fallimento rappresenta una costante minaccia nella percezione di sé e del sentimento di autostima personale e sociale; tale fenomeno è potenzialmente in grado di generare situazioni di distress professionale (disagio) che incidono sulla prestazione lavorativa e sull’equilibrio psicologico.
Le cause di maggior disagio professionale sono:
• La peculiarità della professione (relazione d’aiuto)
• Lo scarso riconoscimento sociale e istituzionale della professione
• Il numero elevato di studenti per classe
• La maggior partecipazione degli studenti alle decisioni e conseguente
livellamento dei ruoli con i docenti
• L’inadeguata retribuzione
• Le conflittualità tra colleghi (passaggio critico dall’individualismo al
lavoro d’equipe)
• Il rapporto con i genitori e con gli studenti
• L’evoluzione scientifica (avvento dell’era informatica e delle nuove tecnologie
di comunicazione elettronica)
• Il susseguirsi continuo di riforme
Gli insegnanti, che esercitano appieno una professione riconosciuta come
relazione di aiuto (helping profession), sono maggiormente a rischio di sviluppare la sindrome del burnout, a causa dello stress cronico e prolungato.
Il Burnout è “un processo nel quale un professionista precedentemente impegnato, si disimpegna dal proprio lavoro in risposta allo stress e alla tensione sperimentata”.
Secondo Maslach, una delle maggiori studiose del fenomeno in questione, il nucleo della sindrome del burnout è uno schema di sovraccarico emozionale seguito da esaurimento emozionale.
Autorevoli studi hanno accertato che tale affezione rappresenta un fenomeno di portata internazionale, che ricorre frequentemente tra gli insegnanti. Secondo Maslach e Jackson, una o più condizioni stressogene, se particolarmente intense o protratte nel tempo, possono indurre l’insorgenza di tale sindrome.
Secondo il modello di Maslach, che a tutto’oggi è quello maggiormente condiviso, la sindrome del burnout si caratterizza con:
• particolari stati d’animo (quali ansia, irritabilità, esaurimento fisico,
panico, agitazione, senso di colpa, negativismo, ridotte autostima, empatia
e capacità d’ascolto, ecc.),
• somatizzazioni (emicrania, sudorazioni, insonnia, disturbi gastrointestinali, parestesie, ecc.)
• reazioni comportamentali (assenze o ritardi frequenti sul posto di lavoro, chiusura difensiva al dialogo, distacco emotivo dall’interlocutore, ridotta creatività, ricorso a comportamenti stereotipati).
Il repertorio comportamentale che viene descritto da questo modello si declina attraverso vissuti di:
1. Esaurimento emotivo: la sensazione di essere in continua tensione, emotivamente inariditi dal rapporto con gli altri. Essa si caratterizza per la mancanza dell’energia necessaria per affrontare la realtà quotidiana e per la prevalenza di sentimenti di apatia e distacco emotivo, nei confronti del lavoro. Il soggetto si sente svuotato, sfinito, le sue risorse emozionali sono esaurite. Le conseguenze dell’esaurimento emotivo possono essere sia fisiche (insonnia o disturbi nel sonno, emicrania, problemi gastrointestinali) che interpersonali (stanchezza, affaticamento, vuoto mentale, sensazione di fallimento, ansia, depressione, rabbia, scoraggiamento, tendenza all’isolamento e al ritiro.
2. Depersonalizzazione: la risposta negativa nei confronti delle persone che ricevono la prestazione professionale. Viene rappresentata da un atteggiamento caratterizzato da distacco e ostilità che coinvolgono primariamente la relazione professionale, vissuta con fastidio, freddezza e cinismo. La persona tenta di sottrarsi al coinvolgimento, limitando la quantità e la qualità dei propri interventi professionali al punto da rispondere evasivamente alle richieste e sottovalutare o negare i problemi dell’utente. Crollate le aspettative, cadono anche le convinzioni personali riguardo alle proprie capacità ed alle proprie competenze: “non sono capace di fare il mio lavoro!”, “non valgo niente!”.
Le conseguenze della depersonalizzazione possono essere lavorative (bassa produttività lavorativa con sensazione di mancata realizzazione dei propri obiettivi, assenteismo, rigidità e resistenza al cambiamento, ripetitività passiva e acritica del proprio lavoro) e interpersonali (cinismo, aggressività, sospettosità, incapacità d’ascolto e relazione d’aiuto).
3. Ridotta realizzazione professionale: la sensazione che nel lavoro a contatto con gli altri la propria competenza e il proprio desiderio di successo stiano venendo meno. Il soggetto si sente perennemente fallito da un punto di vista professionale e inadeguato per il tipo di lavoro svolto. Tale stato è inoltre aggravato dalla consapevolezza del disinteresse e dell’intolleranza verso gli altri. Ciò comporta pesanti sensi di colpa per le modalità relazionali impersonali e disumanizzate che si è, in qualche modo, costretti ad utilizzare nella relazione con altri. Mentre in passato il lavoratore trovava nel lavoro stimoli e caratteristiche che, se pur in vario modo, rispondevano alle attese personali e alle motivazioni di scelta del lavoro, successivamente prevale la routine, la monotonia e tutto diventa più pesante e gravoso.
Le conseguenze della ridotta realizzazione professionale intaccano il complesso di sensazioni relative alla propria competenza e abilità professionale. Ne risente, senz’altro, anche il desiderio ed il piacere di lavorare con gli altri, condividendo le esperienze acquisite.
La sindrome del burnout può essere riconosciuta attraverso la presenza di
quattro elementi principali:
1. Affaticamento fisico ed emotivo (emotional exhaustion and fatigue);
2. Atteggiamento distaccato e apatico nei confronti di studenti, colleghi e neirapporti interpersonali (depersonalisation and cynical attitude);
3. Sentimento di frustrazione dovuto alla mancata realizzazione delle proprie aspettative (lack of personal accomplishment);
4. Perdita della capacità del controllo, smarrimento cioè di quel senso critico che consente di attribuire all’esperienza lavorativa la dimensione giusta. La professione finisce per assumere un’importanza smisurata nell’ambito della vita di relazione e l’individuo non riesce a “staccare” mentalmente tendendo a lasciarsi andare anche a reazioni emotive, impulsive e violente.
In altri termini psicologici individuali e interpersonali, nella sindrome del
burnout si instaura una situazione conflittuale tra il modello ideale che ciascuno ha del suo lavoro (come è stato desiderato e quindi scelto), tra il ruolo lavorativo così com’è e quello effettivamente svolto e il ruolo burocratico (così com’è imposto dalla istituzione).
La conseguenza è che si “spersonalizza” il rapporto con l’utente e si riduce la motivazione ad intraprendere azioni finalizzate alla soluzione di problemi, impedendo l’elaborazione di azioni creative e originali.
Ciò implica dei rischi per la salute mentale dell’individuo, che vive il rapporto con l’istituzione attraverso emozioni di rabbia, senso di impotenza, depressione, ansia e tutto questo determina disistima, richiami, censure e, nei casi più gravi, provvedimenti disciplinari).

A fare fronte a questi sintomi e a queste percezioni spiacevoli in grado di condizionare pesantemente il tono dell’umore e la qualità della vita dell’individuo nel suo contesto, intervengono le cosiddette Strategie di Coping (Coping Strategies).
In uno studio effettuato nel Regno Unito su 2.638 direttori scolastici viene suggerita una classificazione delle strategie di coping messe in atto:
Azioni dirette (direct), miranti cioè ad affrontare positivamente la situazione
Diversive (diversionary), cioè tese a schivare l’evento assumendo un atteggiamento
apatico, impersonale, distaccato nei confronti di terzi
Di fuga (withdrawal) o abbandono dell’attività, per sottrarsi alla situazione
stressogena
Palliative (palliative) cioè incentrate sul ricorso a sostanze come caffè, fumo, alcool, farmaci.
Intervento psicologico
Da molti anni l’interesse della psicologia al mondo della scuola è in aumento, anche se lo psicologo non è una figura istituzionalizzata e riconosciuta nelle scuole di ogni ordine e grado.
Negli ultimi anni, accanto ai temi finora trattati dalla psicologia, è emersa la necessità di considerare lo stress professionale del corpo docente e la sindrome del burnout, come oggetto d’interesse.
La psicologia scolastica è una disciplina che si occupa di produrre salute e mira al benessere del docente, inteso anche come la capacità di trovare nuove strategie di adattamento in situazioni di disagio professionale, consentendo una crescita individuale e sistemica che coinvolga l’identità personale e professionale del docente. E’ una materia che mira alla scoperta e al potenziamento di quelle parti sane dell’individuo, inteso come persona che fa parte di un contesto di appartenenza e dotato di una mente relazionale, in grado di crescere in maniera ecologica e parallela rispetto agli altri individui del gruppo di lavoro.
L’ultima edizione del Giornale “La Professione di Psicologo”, organo ufficiale dell’Ordine Nazionale degli Psicologi è stata interamente dedicata alla Scuola e intitolata “I Servizi Psicologici per la Scuola”.
All’interno di questa edizione è stata realizzata un’intervista al Prof. Guido Petter e troviamo stimolante, per una riflessione attuale e futura, riportare alcune sue parole.
Alla domanda sulla riscoperta e sulla rivalutazione del ruolo della passione per la professione di insegnante, il professore ha risposto:
“Avere passione per il mestiere che si esercita è certo importante nel caso di tutte le professioni, perché significa, per una persona, identificarsi con l’attività che svolge, sentirsi realizzata attraverso di essa, trovare in essa continui motivi di soddisfazione e di crescita (e purtroppo molte volte non è così, quando per esempio si è costretti ad accettare un lavoro che proprio non piace e al quale ci si sente estranei).
Nel caso delle cosiddette “professioni d’aiuto” [...] questa “passione” assume un ruolo anche più rilevante, perché non ha allora solo una ricaduta personale [...] ma anche un’importante ricaduta sociale.
Infatti, un insegnante che ha passione per il proprio lavoro tende costantemente a migliorare la propria preparazione, ad acquisire sempre nuove conoscenze e abilità, e ciò si riflette positivamente sugli allievi, con i quali svolge la sua attività educativa.
Inoltre, questi ultimi avvertono il suo entusiasmo e ne vengono facilmente coinvolti. E, in qualche misura, lo avvertono anche i genitori, che più facilmente possono allora impegnarsi nelle direzioni da lui indicate.
E lo avvertono anche i colleghi: è un dato di fatto che, quando in una scuola opera un piccolo nucleo di insegnanti “appassionati”, anche gli altri si lasciano coinvolgere in iniziative educativamente importanti, e il tono di
tutta la scuola si alza”. Riteniamo che, in linea con il titolo e l’obiettivo del corso, i gruppi hanno contribuito ad un’iniziale modifica dell’atteggiamento dei docenti e dei dirigenti verso le problematiche emotive, con la sfida di muoversi tutti verso una “Scuola di Salute e Condivisione”.

Fonte: "L’approccio psicologico al disagio mentale professionale e al Burnout: orientarsi dal problema alla gestione proficua del conflitto attraverso strategie personali e di gruppo"

Centro di Psicoterapia Familiare