venerdì 25 gennaio 2013

ADOZIONE : II PARTE


La seconda fase: l’ingresso


Il momento dell'incontro è reso difficile da un'estraneità reciproca (entrambi hanno stili di vita, abitudini, modi di vedere la realtà diversi). Essi hanno anche, come abbiamo visto, elaborato aspettative, timori nei confronti dell'altro: i genitori attraverso un'immagine di bambino desiderato ed idealizzato e il bambino attraverso un'immagine di adulto che è frutto della sua esperienza precedente.
 Quindi è richiesto un adattamento reciproco, determinato dalla graduale conoscenza reciproca, ma anche dal tentativo di entrambi di verificare le proprie aspettative e timori. La difficoltà iniziale non sarà, allora, solo di stabilire un rapporto fra persone che non si conoscono e che sono diverse, ma anche di sostituire le immagini fantasticate con le persone reali. Ma è fondamentale che ciò avvenga da parte di entrambi.
Da parte dei genitori la discrepanza non è solo fra bambino desiderato e bambino reale ma anche fra una loro immagine di sé come genitori e il loro atteggiamento verso il figlio adottivo. Per il bambino va considerato che l'adozione, se da una parte, gli dà la sensazione di essere desiderato da qualcuno, nello stesso tempo gli dà la certezza del rifiuto da parte dei genitori naturali. Il bambino si sente abbandonato, ma spesso non ne conosce il motivo e si sente in qualche modo responsabile, per questo ha paura di essere nuovamente abbandonato e, siccome non si fida ancora dei suoi nuovi genitori, li sfida per vedere se veramente loro gli vogliono bene, attraverso comportamenti aggressivi o minacce di abbandono.
Tali comportamenti aggressivi, se da una parte, possono essere un mezzo per negare realtà dolorose e minacciose, dall'altra possono, però, generare sensi di colpa e il timore di essere nuovamente abbandonato. Questo fa sì che inizialmente il bambino alterni momenti di rivalsa e momenti di richiesta di affetto che possono stupire gli adottanti. Un altro comportamento che può sconcertare i genitori è il ricordare frequentemente da parte del bambino le sue origini, per non perdere la propria identità.
Egli così racconta dei suoi genitori naturali, magari idealizzandoli, per dare una definizione di sé, all'interno di un ambiente per lui assolutamente sconosciuto.
L'inserimento di una persona in un nucleo familiare crea sempre dei problemi di adattamento. Infatti un evento così importante come la nascita di un figlio provoca radicali cambiamenti nell'organizzazione familiare: i genitori devono dividersi i compiti per adeguarsi ai bisogni del nuovo nato.
In sostanza, a seconda delle fasi del ciclo vitale, la famiglia deve adattarsi e ristrutturarsi, e ciò richiede da parte dei familiari un continuo accomodamento.(Minuchin,1976)
"La famiglia deve affrontare la problematica causata dal cambiamento sia interno che esterno pur mantenendo la sua continuità, e deve sostenere e incoraggiare la crescita dei suoi membri, pur adeguandosi a una società in transizione".(Minuchin, 1976)
Anche nell'adozione la ricostruzione di un nuovo equilibrio familiare avviene spesso con difficoltà. E ciò dipende dalla motivazione all'adozione. Infatti spesso viene adottato un bambino per la donna, non solo per riempire le sue giornate, ma per dare un senso alla sua vita. Capita così che il marito acconsenta all'adozione, ma non senta questa decisione come qualcosa che lo coinvolge e che implica un cambiamento di vita e delle relazioni familiari. Egli non sempre accetta il bambino e talvolta arriva a viverlo come un rivale.
In questo modo il padre adottivo si trova coinvolto in un rapporto in cui non pensava di esserlo e questo può far sì che i problemi che il bambino presenta vengano da lui ingigantiti.
In questo modo se il rapporto di coppia era retto da un equilibrio precario o da intese solo formali l'ingresso del bambino può veramente creare delle forti tensioni.
Inoltre se i genitori non saranno in grado di riconoscere il bisogno duplice del bambino, di protezione e di affetto, ma anche di rendersi gradatamente autonomo, sperimentando nuovi spazi, egli dovrà rinunciare a definirsi in modo autonomo all'interno del nucleo familiare. Tali rinunce saranno più evidenti nei bambini più grandi, ma anche nel bambino più piccolo si noterà un adeguamento passivo agli schemi familiari.
"Le possibilità di adattamento e di crescita del bambino nel nucleo adottivo appaiono così legate alla capacità dei genitori di rendersi disponibili alla modifica dei rapporti familiari in funzione dei bisogni reali del bambino e quindi anche al cambiamento di aspettative e di prospettive elaborate durante l'attesa". (Dell'Antonio, 1986)
Infatti è necessario che chi adotta un bambino assuma un ruolo genitoriale nei suoi confronti, accentandolo per quello che è, con i bisogni che porta ma anche con i suoi conflitti e difficoltà.
Quindi poiché il bambino adottato porta con sé un nome, una storia, una cultura e un corpo, la famiglia,  tutta, deve essere pronta ad accettarli.
L’ingresso di questo bambino rende reali le fantasie e le attese create su di lui che aumentano in base all’età ed al sesso del bambino.
Infatti un neonato è destorizzato e il processo di accoglienza e di educazione rende questo nuovo nucleo familiare più simile ad una famiglia naturale. Se il bambino è già abbastanza grande, la coppia vive un nuovo lutto che è la fase di accudimento del neonato e quindi anche il processo di attaccamento; la tendenza in queste situazione è di infantilizzare il bambino, per non privarsi di quei momenti che invece hanno perso. Ma il bambino ha bisogno di costruirsi una memoria positiva di ciò che gli sta accadendo e spesso non è disponibile da subito al contatto fisico che risulta anzi non gradito. Il senso di accoglienza per lui si accresce attraverso segnali emotivi e non verbali.
Il bonding nel bambino adottato è stato prematuramente interrotto da una separazione dalla madre di nascita, producendo un’esperienza di perdita che si imprime in maniera indelebile nella mente e nel cuore e generando così la cosiddetta ferita primaria.
I comportamenti di attaccamento includono anche la rappresentazione del mondo e di se stessi; i bambini si percepiscono come tranquilli e sicuri di loro stessi perché hanno sperimentato un mondo positivo e accogliente attraverso l’attaccamento. La ferita primaria porta invece il bambino a sentirsi indegno di essere amato e scatenando rabbia e disperazione, rendendogli difficile partire da una base sicura e introiettare una relazione con la madre di nascita sufficientemente buona, che gli permetta di avere fiducia nel mondo e nelle sue potenzialità.
La relazione che si instaura fra la mamma e il suo bimbo nei primi anni di vita può essere paragonata ad una danza che, se interrotta, provoca chiusura e dolore. I passi di questa danza interrotta possono però essere recuperati, imparati di nuovo grazie ad una nuova musica che la famiglia adottiva compone insieme al suo bambino.
Un fattore positivo di questo momento del processo adottivo è rappresentato da una partenza alla pari di entrambi i genitori al contrario di un parto naturale in cui il legame biologicamente più forte tra madre e nascituro porta a posizionare il padre in maniera periferica con i conseguenti sentimenti di esclusione.


Dal punto di vista del bambino



Il bambino adottato convive con il doloroso fatto che i genitori biologici non hanno potuto (voluto) tenerlo con loro e questo lo espone alla prematura ferita della perdita. La famiglia adottiva genera il bambino nel suo essere figlio a partire dall’esperienza dell’abbandono.
Spesso questi bambini sono considerati difficili, estremamente problematici proprio a causa dell’esperienza che hanno vissuto; sperimentano difficoltà di concentrazione, di astrazione, di linguaggio, percezione visuo-spaziale alterata, rad (reactive attachment disorder-sindrome di non attaccamento), blocco emotivo, bassa autostima anche a causa degli episodi di bullismo di cui spesso sono vittime.
E’ fondamentale sapere che questi bambini hanno potenzialità inutilizzate enormi, sopite fortemente dall’instabilità della situazione da cui arrivano, dalla mancanza di punti di riferimento affettivi e cognitivi; l’importante è non considerare queste difficoltà come tratti di personalità, per non imbrigliare il bambino emotivamente e cognitivamente ancora di più nella sua storia ferita.
Nell’adozione si può pensare all’integrazione a diversi livelli. In  particolare se ne possono considerare due: socio-culturale e psico-educativo.

1) Livello socio-culturale
Nella quotidianità, nella scuola, nel tempo libero, nelle amicizie.
Parlare dell’adozione trattandola come una delle possibili esperienze di vita.
La scuola in questo ambito può fare tanto già a partire dalla scuola materna. Ecco alcune attività che si possono proporre: leggere fiabe che parlino di adozione, drammatizzazione dell’andare all’aeroporto a ricevere il fratellino o la sorellina adottati, preparare la casa per il bimbo adottato.
E’ indispensabile inoltre un lavoro sul pregiudizio nei confronti di chi non appartiene ad una famiglia tradizionale (non solo con bambini adottati ma anche figli di genitori separati).
Lavoro sull’apertura del campo mentale, aiutando i bambini a considerare diverse fonti di informazione, prendendo in considerazione anche esperienze e percorsi di vita a cui non sono abituati. E’ necessario che i bambini imparino a costruire realtà esperite derivanti dall’incontro vero con l’altro e con la sua storia, soprattutto se dolorosa.

2) Livello psico - educativo
Per integrazione possiamo intendere inoltre il graduale sviluppo delle funzioni del sistema nervoso secondo un ordine biologico che tende al creare un’unità. In psicologia si usa il termine integrazione anche per indicare l’avvenuto processo di assimilazione e accomodamento di nuove esperienze e nuovi elementi nella struttura psichica della persona, oltre all’adattamento al sistema sociale e socioculturale esistenti.
I bambini adottati vivono una profonda disunità e una percezione spesso episodica della realtà; per loro è molto difficile collegare la storia attuale ad eventi precedenti, se non attraverso la sofferenza del ricordo negativo di alcuni episodi traumatici dell’infanzia. Spesso la capacità di assimilazione e di connessione fra gli eventi è alterata dall’esperienza in Istituto, che confina spesso i bambini in giornate senza avvenimenti significativi che le scandiscano e che aiutino a strutturare il senso del ritmo del tempo.
E’ necessario far riscoprire al bambino la potenza del suo pensiero, della sua mente, per permettergli di spendere i molti talenti a sua disposizione, mettersi in gioco per superare le difficoltà e realizzare i suoi obiettivi.
Un’altra mediazione fondamentale è quella dell’individualità e della differenziazione psicologica: il bambino adottato deve sperimentare relazioni finalmente positive in cui rispecchiarsi, per poter cogliere la propria unicità, le caratteristiche peculiari di se stesso attraverso le quali poter arrivare all’autonomia. L’individualità può essere paragonata all’impronta digitale, che è differente per ogni persona. . 
Opportuno è stimolare anche la certezza della modificabilità, per aiutare il bimbo a comprendere che le cose possono cambiare e migliorare, a partire proprio da quello che non va e che ci crea difficoltà; individuare il potenziale positivo insito nel cambiamento permette di gioire di ciò che inizialmente destabilizza.
Infine, importantissima è la mediazione del senso di appartenenza ad un gruppo, ad un paese, ad una comunità in modo da potersi sentire parte di ambienti che permettano di dare significati condivisi e risposte di senso, di dare e ricevere amore e amicizia.
Non ci sono risposte ai dubbi forse l'unica si trova nel sorriso di una donna che stringe a sé un bambino di cui non e' la mamma ma la madre, e che salvandolo, si e' salvata. 
Il supporto alla nuova famiglia
La coppia che si apre all’adozione ha spesso anche un doloroso bagaglio fatto di una costellazione di fattori bisognosi di trovare un ambiente in cui confrontarsi serenamente, senza troppe remore e dando il nome giusto alle esperienze.
Un papà che ha accolto una bambina e segue ora gli iter di coppie adottive ha riletto con originalità la sua esperienza etichettandola “Sindrome di Stoccolma post-adottiva” . Con ironia viene spiegato di uno strano fenomeno che colpisce le coppie adottive appena possono finalmente stringere fra le braccia il bambino o la bambina tanto attesi, dopo un lungo e doloroso iter. Inebriati dalla gioia, i genitori iniziano inconsciamente a rileggere tutta la esperienza che li ha condotti fino a quel bambino che ora è entrato anche fisicamente nella loro vita e tutto improvvisamente diventa positivo e quasi magico, soprattutto le cose negative. Quindi i tempi, spesso lunghissimi, di attesa, le pratiche, i tanti documenti, gli incontri con i Servizi Sociali, il dolore dell’attesa protratta, l’incontro con il bambino che poi si doveva lasciare in Istituto per diversi altri mesi tutto cambia assumendo colori pastello, tinte delicate, profumi deliziosi, scrive l’autore. La Sindrome di Stoccolma post-adottiva placa forse la durezza dell’esperienza, ma è necessario conservare un po’ di rabbia storica funzionale allo scatto che si deve fare per integrare pienamente l’esperienza traumatica dell’attesa nella propria storia di vita. L’ascolto di un mediatore può essere utile a questo scopo, attraverso l’importante mediazione di significato, di trascendenza, di condivisione e di sentimento di appartenenza.
La richiesta da parte dei genitori adottivi di una consulenza psicologica riflette il loro bisogno di "fare sempre qualcosa" per i figli, come se fosse una loro missione, che, a volte, può anche non esaurirsi, neanche con il passaggio del figlio all'età adulta (Prieur, 1988).
Tale bisogno può essere un'affermazione del sentimento di onnipotenza educativa di questi genitori che, se da un lato, può soddisfare la loro identificazione narcisistica, dall'altro serve a distruggere l'immagine della madre naturale e a creare un bambino nuovo, che non ha una storia, un passato.
Questo confronto con la madre naturale può avvenire da parte dei genitori adottivi, per esempio, aggredendo verbalmente il figlio adottivo quando questo in qualche modo li delude.
Inoltre in alcune famiglie adottive accade una "rottura del tempo", perchè c'è uno sforzo comune, sia da parte dei genitori sia da parte dell'adottato, di dimenticare un passato che spesso è molto doloroso.
Le "famiglie riuscite", quindi, sarebbero quelle che conservano la memoria del periodo precedente l'adozione e ciò darebbe loro modo di ritrovare una continuità del tempo, in quanto se non si possiede un passato può risultare difficile avere un futuro.
Ma c'è un'altra dimenticanza che i genitori operano: la loro storia prima dell'adozione che, nel caso di coppie sterili, è una storia costellata di grandi sofferenze. Spesso, infatti, nelle famiglie adottive non si parla con i figli di cosa ha motivato l'adozione, del perchè si è operata questa scelta. I genitori, in genere, poi, sottolineano che il passato del figlio è molto più doloroso del loro e quindi evitano di parlarne. Ma questo loro "segreto" può avere delle gravi ripercussioni sul rapporto genitori-figli.
E' indispensabile, infatti, che i coniugi riescano ad elaborare i propri vissuti di lutto e di frustrazione biologica. Questo processo che si snoda nel tempo è molto importante per la coppia genitoriale e per la riuscita del processo adottivo.
In queste famiglie l'iter che porta all'adozione è raramente vissuto come doloroso perchè probabilmente nelle loro premesse (inconsapevoli) c'è la convinzione che per ottenere un bambino bisogna pagare un prezzo molto alto e tale prezzo è appunto il dolore. Una coppia, infatti, quando scopre di essere sterile si sottopone ad un lungo iter: prima a vari interventi medici a connotazione sessuale, in seguito, quando opta per l'adozione, viene sottoposta ad una serie di colloqui con gli operatori (psicologi, assistenti sociali) per essere dichiarata idonea all'adozione; poi l'attesa, le pratiche burocratiche da sbrigare, e, a volte, i viaggi all'estero. Deve subire, quindi, una forte e massiccia invasione da parte degli operatori della propria sfera privata, che può mettere a dura prova il loro desiderio di adottare un bambino. I genitori adottivi che non hanno problemi con i loro figli adottivi sono arrivati "ad una biforcazione nel doppio destino tragico dell'adozione, quello, congiunto del bambino adottato e dei suoi genitori"(Prieur, 1988).
Il destino tragico del bambino è quello di un bambino che ha vissuto una situazione alle spalle, spesso, di abbandono. Un bambino nei confronti del quale il desiderio non si è potuto esprimere e ciò può provocare nello stesso una svalorizzazione del sé. Ma anche il destino dei genitori, come abbiamo sottolineato, non è meno tragico. Quindi "nella coesistenza di questi due destini tragici, l'adozione può offrire una possibilità di biforcazione che può essere quella di correre il rischio dell'incerto per costruire una nuova famiglia".
Per l'approccio sistemico, infatti, un sistema ha bisogno dell'alternanza di regolazione, intesa come stabilità, e di biforcazione, intesa come fonte di trasformazione del sistema. La vita delle famiglie adottive è piena di incertezze e biforcazioni e allora compito del terapeuta è fare accettare le inevitabili biforcazioni, ma anche riuscire a legare il destino tragico del bambino con quello dei genitori.

Il processo di autonomizzazione : verso la costruzione dell'identità

Passato il periodo difficile dell'adattamento reciproco, il bambino deve essere messo in grado di riuscire a proseguire verso il processo di autonomizzazione dai genitori, deve riuscire a sviluppare la propria individualità. Ma per far ciò deve sentirsi capace e autonomo e, in questo, deve essere aiutato dai suoi genitori.
Tale processo viene ostacolato quando i genitori mettono a confronto le capacità del figlio con quelle di altri bambini o del bambino idealizzato e invitano il figlio a migliorare per essere più apprezzato da loro. Si sa quanto sia importante nella costruzione dell'immagine del sé l'opinione che hanno i genitori: se questa sarà negativa, il bambino si considererà cattivo, incapace e ciò potrà compromettere il processo di individualizzazione e creare maggiore dipendenza nei confronti dei genitori.
Ma ciò che impedisce un processo di autonomizzazione è la tendenza dei genitori, fin dall'inizio, a tenere tutto per sé il bambino per superare l'iniziale sentimento di estraneità e a scoraggiare la naturale esigenza del bambino di esplorare il mondo. D'altra parte il bambino rinforza questo atteggiamento perchè vuole attaccarsi ai nuovi genitori. Diventa quindi estremamente difficile arrivare ad un progressivo distacco se permane nel bambino o nei genitori la paura di essere abbandonato dall'altro (il bambino perchè può non sentirsi del tutto accettato nel nuovo nucleo; i genitori perchè non si sentono degni di essere genitori, in quanto genitori adottivi e non biologici, o perchè hanno paura di perdere un bambino che hanno tanto desiderato).
Inoltre il non affrontare l'argomento delle origini del bambino non parlandone mai e il manipolare i ricordi può creare un ambiente artificiale in cui vi è una dipendenza reciproca perchè si cerca di salvaguardare l'altro dal ricordare esperienze dolorose. Ma affinché il bambino giunga ad essere autonomo e a costruire un adeguato senso di identità è necessario che egli non rifiuti nulla del suo passato e che, parlandone con i genitori adottivi, possa inserirli nella sua storia personale, dando alla sua origine e al suo passato il giusto risalto. Tutto ciò solo se il genitore potrà parlargliene in modo sereno.

L'adozione internazionale: quando il figlio proviene da un altro Paese


Negli ultimi anni il numero di adozioni internazionali è in costante aumento (sono infatti circa 6000 le coppie all'anno che ricorrono all'adozione). Pertanto l'adozione internazionale sta diventando un fenomeno sociale.
In generale il ricorso all'adozione è determinato da vari fattori, quali l'aumento della sterilità nelle coppie, la decisione, sempre più diffusa, di posticipare la data del matrimonio in età matura, e, di conseguenza, la scelta della coppia di procrastinare la nascita del primo figlio.
Nello specifico si ricorre ad un'adozione internazionale perchè la procedura è notevolmente più veloce rispetto a quella nazionale. E' quindi, talvolta, una scelta di ripiego dettata dalla fretta e dalla scarsa consapevolezza e rispetto per la soggettività del bambino, per la sua cultura e le sue origini.
Ultimamente, però, essa si connota anche come una scelta di solidarietà, considerata la maggiore sensibilità della popolazione nei confronti di Paesi in cui i bambini si trovano spesso in condizioni di estrema indigenza. Ma il processo che porta alla costruzione di una identità definita risulta essere ancora più difficile se il bambino adottivo appartiene ad un'altra razza. Innanzitutto da parte dei genitori adottivi deve esserci un'accettazione dell'etnia da cui proviene il bambino, soprattutto nel caso di bambini di pelle diversa.
Da parte di alcuni genitori adottivi, invece, c'è la convinzione che la loro sia una razza superiore ed è per questo motivo che essi minimizzano e negano talvolta le differenze somatiche e del colore della pelle del bambino adottato, cercando di farlo sentire bianco. Inoltre per evitare al figlio situazioni frustranti all'esterno (quali giudizi negativi sulla sua etnia) tendono a proteggerlo molto. Tuttavia questa negazione al bambino della sua origine non può durare molto perchè egli ben presto si accorge di essere diverso e ciò rinforzerà la sua sensazione di appartenere ad una razza socialmente non accettata.
In questi casi i genitori adottivi si comportano come se il bambino fosse uguale a loro, facendo in modo che egli diventi al più presto parte della loro famiglia e del loro contesto socio-culturale, negando, però,l'importanza della sua appartenenza ad un'altra etnia ed evitando di valorizzare gli aspetti positivi della sua diversità, impedendogli, quindi, un'integrazione nella comunità in cui vive. Ci sono, per contro, genitori che insistono sulle differenze: essi non solo riconoscono le differenze legate all'adozione, ma le enfatizzano al punto da attribuire alla differenza genetica ogni problema nel rapporto genitori-figli.
Nell'adozione internazionale il "conflitto cruciale "sta nell'attribuire "valore" al simile e di attribuire, invece, "disvalore" al differente. In alcuni Paesi poveri, infatti, il bambino che viene dato in adozione diventa una merce (perché può essere comprato e venduto) e quindi un oggetto senza valore.
L'atteggiamento auspicabile dovrebbe tenere presente che questi bambini, una volta adulti, si sentiranno appartenenti ad una minoranza che è svalorizzata sul piano culturale. In questo senso la famiglia adottiva deve accettare di definirsi una famiglia interrazziale e ciò comporta che i genitori adottivi prendano contatto con la cultura del Paese d'origine e ne conoscano le tradizioni, cogliendone gli aspetti positivi e cercando di trasmetterli al bambino come suoi punti di riferimento. In secondo luogo essi dovrebbero favorire i contatti del bambino con persone appartenenti alla sua razza di origine.
"L'importante è che il nuovo nucleo possa assumere quelle caratteristiche di interrazzialità che permette a tutti di accettarsi reciprocamente senza dover perdere nulla dei propri valori e della propria storia" (Dell'Antonio, 1986).


Vedi anche: ADOZIONE: I PARTE

giovedì 24 gennaio 2013

ADOZIONE: I PARTE


Perché sei un essere speciale… ed io avrò cura di te…

“I vostri figli non sono figli vostri: sono i figli e le figlie della forza della Vita. Nascono per mezzo di voi e tuttavia non vi appartengono, dimorano con voi e tuttavia non vi appartengono. Potete dare loro il vostro amore ma non le vostre idee. Potete dare una casa al loro corpo ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell'avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni. Potete sforzarvi di tenere il loro passo ma non pretendete di renderli simili a voi perché la vita non torna indietro ne' può fermarsi a ieri. Voi siete l'arco dal quale, come frecce vive i vostri figli sono lanciati in avanti.”

Se sono vere le parole di Gibran Kahlil non importa da dove venga il proprio figlio, non importa se questo e' generato da altri o se ha una sua storia di cui non si fa parte, perché il ruolo di genitore e' quello di fornire ai propri figli gli strumenti necessari per permettere loro di costruirsi un futuro indipendentemente da ogni legame, anche da quello di sangue. Poi però capita di parlare con una donna che non può conoscere ciò che viene definita ''maternità''' e basta guardare i suoi occhi per capire che in fondo non e' proprio così, che alla fine quel legame un po' di peso ce l'ha… Adozione. Pur essendo un tema molto dibattuto - recentemente a riguardo della sua legittimazione all'interno delle coppie di fatto - spesso ci si trova in difficoltà a parlarne e menzionandola ci si dimentica delle innumerevoli difficoltà che questa procedura comporta e non solo a livello pratico. Il nuovo procedimento di adozione internazionale si ispira ad alcuni principi generali contenuti nella convenzione dell'Aja del 1993 e nelle nostre leggi nazionali e alle successive modifiche apportate nel 2001. Secondo queste normative l'adozione e' permessa ai coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni tra i quali non sussista separazione personale (neppure di fatto) e che siano idonei a educare, istruire e in grado di mantenere i minori che intendono adottare. Il conseguimento di idoneità e' solo il primo passo, e anche solo il riuscire a ottenerlo non e' così facile. Infatti invece di una semplice verifica formale occorre una valutazione ''di merito”, che viene promossa dai Tribunali per i Minori e compiuta a opera dei servizi assistenziali degli enti locali in collaborazione con le aziende sanitarie.
Inoltre la nuova legge pone fine al ''fai da te”: in passato veniva così indicato il sistema che consentiva di scegliere liberamente il proprio ''intermediario'': poteva trattarsi di un legale, di una qualsiasi associazione, di un missionario.
A questo sistema era però legato un mercato delle adozioni, che non tutelava ne' i diritti del minore ne' la famiglia da situazioni rischiose. La nuova legge pone fine a tutto questo: solo Enti autorizzati dalla Commissione per le adozioni internazionali sono legittimati a occuparsi delle pratiche e il loro intervento e' obbligatorio.

La prima fase: l’attesa


Nonostante in merito alle adozione siano stati fatti molti passi in avanti e il livello di informazione generale sia sensibilmente aumentato, restano ancora tante le implicazioni psicologiche da considerare sia per la coppia che decide di vivere questo percorso, sia.
Una coppia con problemi di sterilità, infatti, spesso arriva all'adozione portando i segni di una profonda ferita: non poter generare un figlio e' un dolore che ha bisogno di tempo per essere metabolizzato e che durante questa procedura spesso riaffiora. A questo si aggiunge, con molta frequenza, la stanchezza per l'altalena dei sentimenti legata ai tentativi di fecondazione assistita cui le coppie si sottopongono come ultima alternativa: con l'aiuto delle nuove tecnologie sperimentali molti tentano di spingersi al di là dei limiti imposti dalla natura.
La fecondazione assistita assume l'aspetto di un intervento medico che con la sua riuscita comporta il raggiungimento della tanto voluta gravidanza ma porta allo stesso tempo a un'alternanza di depressione e speranza, in particolare per la donna che vive in prima persona interventi anche molto invasivi.
Il film sotterraneo vede una donna che sente di avere un problema o anche di essere il problema, vive “il tradimento del corpo”. Adattarsi a dei limiti (l’infertilità), è distruttivo anche per la coppia, e soprattutto mina l’identità personale.
Quando l’infertilità è dell’uomo spesso si assiste ad una reazione che prevede un miglioramento a livello fisico, facendo maggiore attività fisica o curando di più il proprio corpo, tutto ciò rimane comunque un palliativo.
La coppia è indebolita, il patto indiretto costituito all’inizio si è rotto e la sessualità viene inevitabilmente compromessa. Il principio di base del sesso è il procreare, pertanto se l’obiettivo non può essere raggiunto il letto diventa acquista un significato simbolico del fallimento e quindi evitato. In tale situazione è necessario che gli interessati riscoprano la sessualità fatta solo per piacere senza il fine procreativo.
Non in tutte le famiglie si può poi affrontare questa problematica liberamente: scatta la caccia al colpevole che spinge la coppia a chiudersi nel silenzio o addirittura nel senso di colpa se in precedenza sono stati utilizzati contraccettivi che potrebbero in qualche modo aver influito sulla infertilità.
E' quindi importante che la coppia arrivi all'adozione avendo superato questo dolore per non correre il rischio di chiedere, anche inconsapevolmente, al bambino adottato di riempire un vuoto, di sostituirsi a un bambino mai nato.
Quindi a partire dall’attesa mentale di un figlio che poi non arriva si passa all’attesa stremante dei tentativi di fecondazione di cui si è parlato precedentemente fino ad arrivare all’attesa altrettanto deleteria costituita dall’iter burocratico da affrontare: i colloqui che le coppie effettuano con gli psicologi hanno lo scopo di valutare l'idoneità' ad adottare ma si propongono anche di accompagnare i futuri genitori in un cammino fatto di impegni e verifiche che riaccendono frustrazioni, rabbia e dolore.
Per affrontare questa situazione sono stai istituiti molti centri di supporto e informazione che accompagnano la famiglia adottiva nel loro cammino.
Sono migliaia le testimonianze di sofferenza, dolore e infine gioia che queste persone hanno affrontato continuando coraggiosamente ad andare avanti anche là dove le speranze sono poche, l'insicurezza perenne. La coppia è spinta a chiedersi se anche gli altri genitori adottivi abbiano dovuto subire tali valutazioni, e addirittura se anche quelle che hanno abbandonato il bambino ne abbiano subito di simili. Da qui la trasformazione della sofferenza in danno con il rischio di una depressione.

Le aspettative e i timori dei coniugi che ricorrono all'adozione

Come abbiamo visto, i genitori adottivi giungono all'adozione con una situazione personale che, spesso, non è stata risolta perchè sono rimaste aperte le problematiche che hanno portato la coppia alla decisione di adottare, soprattutto nel caso di coppie sterili.
Spesso rimane nei coniugi la convinzione, a livello inconscio, che la genitorialità adottiva sia inferiore a quella naturale e questo porta loro a pensare che, nonostante tutto, il bambino appartenga ai genitori naturali e che le cose che verrano fatte per lui non saranno mai sufficienti a rendere i genitori adottivi "uguali" agli altri (Dell'Antonio, 1986). In questo modo si spiegherebbe la reticenza dei genitori adottivi a non rivelare l'origine del bambino non solo all'ambiente che li circonda, ma anche al bambino stesso e la loro richiesta che nessuno parli al bambino della sua nascita.
Essi, attraverso questi comportamenti, evitano di turbare il bambino, ma in questo modo percepiscono il bambino diverso da quello naturale e hanno paura che lui, intuendo tale diversità, si possa sentire a disagio. Ma essi hanno bisogno di questo bambino, perchè la sua presenza li rende genitori e ciò realizza il loro desiderio di genitorialità, ma garantisce loro anche un ruolo sociale adeguato. Pensiamo infatti come sia ancora ben radicata nella popolazione l'idea di famiglia composta dalla coppia genitoriale e dai figli. Un altro problema è rappresentato dall'immagine che i genitori si costruiscono del bambino adottato: cercano di pensare a come sarà sia fisicamente sia caratterialmente. Ciò capita anche ai genitori che aspettano un figlio proprio, ma nei genitori adottivi l'immagine è meno rassicurante perchè inevitabilmente si interrogano su cosa abbia ereditato dai genitori naturali, sul tipo di ambiente in cui è vissuto (se non è un neonato). Tali preoccupazioni rimangono senza risposta perchè non si sa nulla del bambino che adotteranno. Quindi l'immagine che i genitori adottivi si costruiscono, spesso non corrisponde alla realtà, ma alle loro aspettative. Tale immagine diventerà determinante nel futuro rapporto genitore-figlio. Potrà avvenire, per esempio, che l'immagine del bambino vero e quella del bambino immaginato verrano confrontate e non sempre quella reale viene considerata la migliore.
Il figlio immaginato presenta in parte delle caratteristiche che sono legate ad esigenze personali dei genitori adottanti e in parte caratteristiche che corrispondono a bisogni comuni, indotti da stereotipi culturali. E' infatti frequente immaginare il bambino senza una sua storia; storia che incomincia nel momento in cui viene adottato, tralasciando l'esperienza precedente, che non deve fare parte della loro vita. Per questo motivo tendenzialmente vengono preferiti per l'adozione i bambini molto piccoli, che non hanno alle spalle una loro storia. Anche chi adotta bambini più grandi spesso desidera non ricordare il passato.
Ma il rischio di tale atteggiamento è rappresentato dal fatto che non fare alcun riferimento al passato del bambino significa costringerlo a perdere contatto con una parte di sé stesso. Infatti, anche se i rapporti del bambino con i genitori naturali sono stati conflittuali o negativi, rivestono comunque una grande importanza per lui e sono comunque i suoi iniziali punti di riferimento nella costruzione dell'immagine di sé e degli altri.
Un altro timore dei genitori è che il figlio non si affezioni a loro, soprattutto se non è piccolissimo ed ha avuto contatti con i genitori naturali e che , una volta grande, il bambino voglia riallacciare i rapporti con loro. Il pensare alla ricerca delle origini da parte del figlio li mette su un piano di competizione con i genitori naturali e fa loro temere che alla fine siano questi i preferiti. Tali fantasie vengono vissute con un senso di fallimento personale: i genitori adottivi non riescono a considerare la "curiosità genealogica", comune negli adolescenti adottati, come una tappa fisiologica e normale. Tale senso di fallimento implica un alto grado di autosvalutazione e, talvolta, può portare alla fantasia di avere sfidato il loro destino tragico di genitori sterili.
Ma la paura che il figlio non si affezioni e che non riesca a diventare "veramente" loro figlio può portare i genitori adottivi ad avere con lui un legame molto intenso e quasi esclusivo, scoraggiando talvolta un'apertura verso il mondo esterno, soprattutto con i coetanei.
Un altra aspettativa è rivolta alla riuscita del bambino, una volta raggiunta l'età adulta: in questo senso essi temono eventuali difficoltà legate a fattori ereditari o a carenze affettive. Quindi per la scelta per l'adozione diventa fondamentale il potenziale intellettivo, considerato un importante fattore per la riuscita del bambino. Ma anche la presenza di tratti caratteriali nel bambino può pregiudicare la buona riuscita sociale dello stesso. E anche per questo motivo vengono privilegiati bambini più piccoli.
Spesso i coniugi tendono a non parlare delle loro ansie e timori sul futuro del bambino, sulla riuscita dell'adozione, sulle proprie capacità, non solo agli altri ma anche fra di loro. La tattica del non parlare con il figlio è una tecnica che usano per primi loro stessi. Ma il mancato confronto dei propri timori con quelli del partner può portare alla costituzione di immagini diverse del bambino e alla elaborazione di aspettative diverse nei suoi confronti.
Guidi e Tosi utilizzano il termine "romanzo familiare", mutuato dalla psicoanalisi (il bisogno dell'adolescente di costruirsi, attraverso un processo fantasmatico, un'origine adottiva che lo possa distanziare dai propri genitori, aiutandolo a crescere) per indicare "la storia reale adottiva co-costruita da quella famiglia " (Guidi, Tosi,1996).
In questo modo la trasposizione della storia del bambino nella storia della coppia modifica il "romanzo familiare" della famiglia adottiva, costruendo e dando una nuova cornice di significato anche per il passato. Nella spiegazione al figlio delle proprie origini, definita "verità narrabile", devono essere fornite le necessarie informazioni sui genitori naturali, rispettando gli eventi reali precedenti l'adozione. La verità narrabile che verrà co-costruita dalla famiglia conterrà tutto ciò che riguarda il bambino.
Troveranno posto, quindi, la spiegazione della rinuncia o dell'incapacità che hanno legittimato la perdita della funzione genitoriale di coloro che li hanno generati; il desiderio dei genitori adottivi di diventare genitori, quindi il rivelare un'eventuale sterilità; le difficoltà incontrate e il riconoscimento da parte del Tribunale dell'idoneità.
"Il romanzo familiare adottivo verrà, quindi, a disporsi in sequenze temporali che dispiegano il susseguirsi dei vari cicli di vita, interessati dalla verità narrabile." La verità narrabile si completerà attraverso il trascorrere del tempo, rispondendo ai bisogni esplicitati di un bambino più grande, con la spiegazione, se si conosce, della rinuncia genitoriale.
"La verità narrabile rispecchia le premesse delle persone che la co-costruiscono, cioè della famiglia che la esprime. In essa, essendo "romanzo familiare" trova posto la storia degli eventi, delle emozioni e dei significati attribuiti, così come sono presenti nell'immagine del mondo dei genitori"(Guidi, Tosi, 1996).

domenica 6 gennaio 2013

Assessment clinico e valore della scelta in terapia



Per Assessment si intende un’ampia valutazione iniziale che uno psicologo clinico svolge in rapporto alla possibile presa in carico di un paziente, al fine di decidere un aiuto psicologico o una psicoterapia o un reindirizzo del paziente verso interventi che paiono più appropriati alle esigenze del caso.
Si tratta quindi di una raccolta di informazioni, quanto più dettagliate possibili, sulla storia della persona, su eventi importanti della  sua vita, su modalità ripetitive di comportamento che potrebbero essere alla base del problema riportato in seduta. Una ricostruzione dei meccanismi e dei processi che sottendono i disagi lamentati.
In questa fase del processo è necessario individuare e concordare con il paziente sia obiettivi immediati che quelli a lungo termine che saranno i punti cardine dell’eventuale trattamento.
Rappresenta un momento fondamentale del percorso che si sta per intraprendere in quanto, di base, presuppone una scelta da entrambe le parti in questione. Infatti, da un lato c’è il professionista (psicologo e/o psicoterapeuta) che viene chiamato in causa come esperto di problematiche psicologiche;  dall’altra c’è la persona, la coppia o la famiglia intera che sta facendo una richiesta d’aiuto in un momento della propria vita in cui un particolare disagio o difficoltà destabilizza l’equilibrio fino ad ora vissuto.
La scelta del terapeuta da parte di un paziente è quella più impegnativa perché si tratta di valutare un professionista sulla base di poche informazioni reperite, oggi più che mai, attraverso internet o tramite il passaparola, tenendo presente che questo dovrà essere una presenza costante al proprio fianco per mesi o anche più. In questa professione non si può “operare chirurgicamente” dando così una percentuale più o meno veritiera di riuscita. L’imprevedibilità delle relazioni che si instaurano in un contesto valutativo e, ancor più proseguendo per quello terapeutico, presuppone che ci sia un affidamento sulla base del proprio istinto, ma soprattutto della sensazione di accoglienza che la persona avverte sin dal primo incontro.
Un altro fattore determinante nella scelta è quello del sesso: ci si può sentire a proprio agio con un terapeuta dello stesso sesso oppure ci si trova meglio con uno del sesso opposto. Anche l’età del terapeuta ha una grande rilevanza: è frequente che una persona si affidi più volentieri ad un professionista con un'età superiore alla propria, ma non è raro che possa sentirsi meglio compreso da un coetaneo.
Come accennato però, non è da sottovalutare la scelta fatta anche da parte del terapeuta stesso. Basandoci sul concetto secondo cui essere specializzati in un area o in un orientamento specifico, sia un punto a favore della professionalità e della competenza del terapeuta, quest’ultimo, a seguito dei primi colloqui di assessment, dovrebbe fare una vera e propria scelta di coscienza che gli permetta di inviare il paziente ad un collega qual’ora non si sentisse in grado di aiutarlo come dovrebbe. Un terapeuta è in primis un essere umano, fatto di sentimenti e fragilità pertanto, come chiunque altro, può attraversare fasi di vita difficili che non gli permettano di interagire lucidamente con eventuali pazienti che chiedono aiuto per una problematica che in quel momento li accomuna. In una situazione simile la presa in carico è possibile solo se non rappresenta per il terapeuta una sfida con le proprie capacità, un segnale di onnipotenza, ma al massimo un obiettivo di crescita parallela, da attuare però in supervisione costante. La capacità di essere utile agli altri è mantenuta, quindi, solo se il terapeuta è consapevole del suo bisogno di crescere mantenendo la sua autenticità.
Come la vita, anche la terapia è una danza, dove ciascun ballerino è responsabile di quanto accade, della sinuosità, della grazia, della coerenza dei passi, del ritmo e dell'affinità. Questa condizione d'elezione non si sviluppa al primo incontro, ma in qualche modo si raffina col tempo attraverso la conoscenza reciproca con l’intento di riuscire a volteggiare insieme in un percorso coerente e produttivo.

dott.ssa Ivana Siena

venerdì 4 gennaio 2013

PSICOLOGIA DELLO SPORT


L'Allenatore come guida del gruppo ed i ruoli - Approfondimento



Le relazioni instaurate all’interno della squadra si vestono delle stesse dinamiche che le persone vivono nel contesto familiare. Non è possibile scegliere in quale famiglia nascere, né da quali genitori far dipendere la propria crescita. Allo stesso modo un calciatore sottostà a regole di mercato che spesso gli impongono di cambiare squadra e rimettere in discussione insegnamenti ricevuti precedentemente che restano però parte del proprio stile, della propria personalità, fuori e dentro il prato verde.
Compiti di organizzazione, sostegno e incoraggiamento del gruppo sono assegnati ad un esperto, per caratteristiche carismatiche ed esperienziali, il cui ruolo, in famiglia è solitamente rappresentato dal padre, mentre in una squadra di calcio è propriamente riconosciuto nell’allenatore. In quanto leader del gruppo, egli porta sulle spalle grandi responsabilità nella gestione delle dinamiche di squadra. Un leader, infatti, dovrebbe saper creare un clima favorevole utilizzando le sue capacità relazionali ed empatiche, dovrebbe riuscire a convogliare le personalità distinte dei singoli giocatori verso un obiettivo comune che li renda un’entità compatta, alternando l’essere direttivo all’essere stimolante.
Protezione e autorevolezza proprio come nelle funzioni di un padre di famiglia che osserva tutto il contesto ed interviene tempestivamente nel ristabilire gli equilibri minati dagli eventi esterni.
Nel calcio attuale, il buon allenatore assume sempre di più le caratteristiche del buon comunicatore: la competenza tecnico-tattica è fondamentale e serve a dargli credibilità, così come l’abilità comunicativa è necessaria per rivestirlo di spessore e qualità professionale. Come ogni bravo genitore, si impegna nella diffusione dei propri principi, delle proprie tradizioni e del proprio metodo educativo (tecnica) ai suoi figli (i giocatori), un sapere che a sua volta lui ha appreso nel tempo attraverso le stesse modalità di trasmissione o attraverso il crescere e diventare uomo.
In questo alternativo modo di vedere le dinamiche del gruppo, il “sistema familiare” in questione è sicuramente di tipo patriarcale. L’allenatore ha un enorme potere decisionale, può rifornirsi di consigli e suggerimenti, può delegare determinati compiti ma le scelte e le decisioni finali spettano a lui. Tuttavia nel contesto odierno in cui il risultato è l’unica cosa che conta veramente e che forma i giudizi sul lavoro svolto, l’allenatore ha la necessità di non ritrovarsi da solo nei rapporti con la squadra, con la società, con i media, con i tifosi. Ha bisogno di una sorta di corazza, rappresentata dai suoi collaboratori, vice allenatore in primis.
A livello sistemico, quest’ultimo è associato ad un ruolo materno. Vive costantemente lo spogliatoio (casa), ed è preposto all’osservazione e al riequilibrio dei rapporti tra gli atleti. Lo spogliatoio è il cuore pulsante della squadra in cui condividere la tensione, le ansie e i conflitti che ne derivano, la delusione, i silenzi o le personali esternazioni di felicità, proprio come accade in famiglia prima e dopo un evento rilevante. Su un piano relazionale quindi, il vice allenatore fa da termometro dell’emotività dei suoi giocatori, monitorando la coesione del gruppo. Rappresenta un punto di riferimento che lavora attraverso un ascolto attivo privo di giudizio e volto ad affrontare l’imprevisto ed a migliorare la prestazione in un sistema di cooperazione diretta con il primo allenatore. Questo ruolo è spesso sottovalutato in quanto non si considera che oltre alle capacità tecniche riconosciute, vista la posizione che ricopre, il vice allenatore è investito di responsabilità che necessitano di una dote particolare, la diplomazia. La capacità di dire o non dire la cosa giusta al momento giusto e all’interlocutore giusto è fondamentale per mantenere la propria credibilità e quella dell’allenatore in prima. Minare in qualche modo l’autorità del ruolo del primo allenatore causerebbe negatività all’interno del gruppo che si ripercuoterebbero inevitabilmente su tutto il sistema squadra, pertanto anche sulla validità della sua carica.
Complicità e sostegno delle idee e degli obiettivi comuni sono fondamenti cardine su cui si basa la collaborazione di queste due figure all’apice del sistema squadra, esattamente come padre e madre devono sostenersi e rinforzarsi nei propri ruoli per evitare il disgregamento della famiglia. 
Dott.ssa Ivana Siena

lunedì 31 dicembre 2012

In Suo onore


FINE SI, FINE NO - "Pensieri catastrofici"



Non preoccupatevi - ha detto attraverso organi di stampa il portavoce della Nasa Dwayne Brown - il 21 dicembre sarà un giorno come gli altri”. Tutti i più grandi scienziati hanno rilasciato dichiarazioni per tranquillizzare le popolazioni di tutto il mondo sul tema “fine del mondo”, eppure quella del popolo Maya resterà la più grande beffa di tutti i tempi a livello mondiale.
Alcuni scettici hanno deciso di fare di questo atteso evento un momento di giovamento per la comunità di appartenenza; in molte città americane, hotel e ristoranti hanno programmato serate a tema, sono state organizzate mostre d’arte con quadri e sculture sul giudizio universale, spettacoli teatrali, cene con menù dedicati ai sopravvissuti, anche in forma gratuita.
I furbi a caccia di business, invece, hanno ideato kit di sopravvivenza che contenevano grano saraceno da seminare, una scatoletta di pesce, candele, fiammiferi, penna e blocnotes, una fune e una bottiglia di vodka. I superstiziosi e gli apocalittici li hanno comprati.
Da sempre la fine del mondo appartiene alla letteratura popolare ma quest’ennesima, definitiva catastrofe globale si è trasformata in “psicopatologia della fine”. Una psicosi collettiva che ha visto la corsa alla costruzione o acquisto di bunker ed a riempire le cantine di scorte di cibo, mentre in televisione imperavano maratone cinematografiche sull’immaginario catastrofista. Da non dimenticare inoltre le varie mete geografiche, Cile, e più vicino a noi la Maiella e Cisternino in Puglia, dove si sono registrate numerose vendite immobiliari e gli alberghi hanno fatto il sold out, in quanto luoghi che sarebbero stati risparmiati dalla furia del cataclisma. Un altro paese sacro, nel sud della Francia, è stato isolato su tutto il perimetro dal traffico aereo per evitare che la gente si lanciasse sulla città con il paracadute.
Ma cosa si cela dietro questa sproporzionata paura della fine? La paura è una intensa emozione derivata dalla percezione di un pericolo, reale o supposto: essa è una delle emozioni primarie, comune sia alla specie umana, sia a molte specie animali.
Il senso di morte, di cui ogni persona prende consapevolezza nella tarda infanzia, ha origine proprio da questa paura primaria, resta nell’ombra e riaffiora ogni qual volta l’imprevedibilità della natura si manifesta ricordando all’uomo la sua impotenza.
L’angoscia scaturita dalle catastrofi annunciate non è rappresentata soltanto dalla paura di morte e al pensiero di perdere i propri cari, ma racchiude in sé l’idea che gioie e sofferenze, sperimentate fino a quel momento, siano state vissute invano, mettendo in crisi l’essenza stessa della vita. L’istinto di conservazione prevale e fa scattare la frenetica ricerca di un luogo sicuro, un posto che ricordi il grembo materno, uno schermo protettivo dal pericoloso mondo esterno, che agevoli l’illusione di continuare ad “esistere” nonostante l’incertezza circostante. Questo pensiero è talmente radicato da sovrastare persino le più nefaste fantasie sulle difficoltà legate ad un’eventuale ricostruzione del mondo da parte dei sopravvissuti.
Oltre 200 profezie catastrofiche sono state individuate dagli scienziati, la maggior parte di queste è stata identificata per data e orario precisi. L’avvicinarsi di una scadenza così definita provoca inevitabilmente l’innalzamento dei livelli di ansia che si propagano velocemente attraverso vari veicoli, a partire dall'azione dei media fino al passaparola quotidiano, creando l’allarmismo di massa.
C’è però un altro aspetto che vorrei considerare, che riguarda un riscontro diretto avuto nelle conversazioni legate al 21 dicembre 2012. Una frase è stata ridondante e, a mio avviso, significativa perché collocata nel nostro contesto culturale e in questo momento storico dell’Italia: “Speriamo che arrivi davvero la fine, perché non si può più vivere così”. Una nota depressiva, di rassegnazione e di sfinimento morale accompagna queste parole. Tuttavia mi piace pensare ad un’altra interpretazione, più positiva, che vede sì una malinconia di fondo legata al bilancio tipico della fine di ogni anno, ma che si accompagna alla speranza di un nuovo inizio, propositivo il più possibile.
Si può pensare quindi che la profezia Maya sia stata un modo per fermarsi e ri-focalizzarsi su se stessi e sulle cose davvero importanti della propria vita? Potrebbe essere stato uno strumento per immaginare di poter fermare il mondo e ritrovare, nel silenzio che segue, il proprio equilibrio?
Venerdì 21 dicembre 2012 qualcosa però è successo: molti genitori sono rimasti a casa trovando a tutti i costi il tempo per i loro figli, molte altre persone hanno pronunciato un ti voglio bene a chi non lo dicevano da tempo e molti altri gesti d’affetto e umanità sono stati incentivati dalla paura che potesse essere l’ultima occasione per farlo. Dunque, se questo è l’effetto delle profezie catastrofiche, benvenuta fine del mondo!

dott.ssa Ivana Siena

sabato 29 dicembre 2012

DALLA "VITA VERA"


«Sono autistico, ti insegno come si fa a diventarmi amico»




Una fotocopia. Con quattordici consigli. Quattordici modi per imparare a stare insieme. A stare attenti senza far pesare nulla. A fare i compiti insieme senza temere che quando non si è proprio uguali le cose non si possono fare. Ad abbassare la voce, perché i suoni e i rumori troppo forti sono amplificati e rimbombano nella testa di Riccardo lo confondono e gli fanno paura. E allora quelle parole, dette anche con amore, possono avere l'effetto opposto. I suoi compagni di scuola stanno imparando. Piano e veloci, come gli adolescenti possono fare. «Non ditegli come fare, ma mettetevi accanto a lui e fatelo insieme», scrive la mamma Loredana, a scuola, l'istituto Itsos Albe Steiner, ad aspettarlo, per il cambio di ora tutti i giorni. La fatica e l'amore, insieme. Riccardo è un ragazzo autistico, ha appena compiuto quindici anni. Quando ha sostenuto l'esame di terza media ha portato con sé il suo labrador. Gli hanno permesso di lasciarlo in classe sotto il banco. Da quando c'è Peggy, Riccardo ha iniziato a parlare. La luce, se entra troppo forte attraverso i suoi occhiali scuri può fargli male, ferire i suoi occhi. Allora fate piano quando aprite le finestre. E i suoi compagni ora ci pensano prima di spalancarle. La mamma è lì, alla riunione di classe. Il suo sogno è di spedirle a tutte le scuole d'Italia. Perché può servire agli altri. Perché è inutile prendersela con le carenze dei fondi pubblici quando è troppo complicato. Meglio scrivere una preziosa guida all'altro. E farne centinaia di fotocopie. Fax. Mail.Eccola la prima regola: «Sono un bimbo solo, perché il mio autismo mi impedisce di comunicare e sono molto triste perché anche io vorrei giocare e parlare con te». Per diventare amici bisogna conoscersi, prima: «L'autismo mi impedisce di comunicare, per me è impossibile guardarti negli occhi e non riesco a rispondere ad una tua domanda. Le mie risposte sono dei movimenti impercettibili». Bisogna imparare ad essere più sensibili, più delicati. Non solo per Riccardo. Mamma Loredana si è sentita persino chiedere se era stata una mamma fredda con suo figlio. Lo racconta, adesso con un certo fastidio. Vecchie teorie (para)mediche che non sanno tener conto di genitori che di fronte alle difficoltà non mollano. Racconta di quella volta che Riccardo era andato con il papà dal veterinario e ha pronunciato la sua prima frase: «Attento al tuo gatto, il mio pastore tedesco, Killer, lo mangia». E allora l'intuizione di regalargli un cucciolo di Labrador. E quel cane diventa il suo ponte verso il mondo. Persino il suo primo maestro di sorrisi. Dentro le quattordici regole di mamma Loredana c'è un cammino di vita a tratti molto faticoso. Otto scuole che hanno chiuso la porta perché ci sono situazioni considerate troppo complicate da gestire. Poi una preside dà un'intera aula vuota tutta per Riccardo e la sua insegnante di sostegno. E poi la classe «vera». Regola numero dieci: «Parlami lentamente con frasi brevi e con parole facili, tutto mi arriva rallentato e se non capisco aiutami. Trasformati in un mimo che racconta le storie con le mani e con la faccia». «Voglio che si realizzi come persona nella società», dice la mamma. Che una volta ha deciso, ad un congresso sull'autismo di fare una cosa che forse nessuno aveva mai fatto prima: far partecipare Riccardo. «Si parlava anche di lui, mi è parsa la cosa più naturale del mondo. Non solo professori, e luminari». Racconta di quella volta che davanti a un cartone animato vide Riccardo sfarfallare con le braccia. E allora cominciò a imitarlo perché quello doveva essere il modo per entrare in comunicazione con lui. Erano i primi sentimenti. «Ci sono le insegnanti che in questi anni ci hanno ringraziato dopo i timori iniziali». Perché i compagni di scuola imparano a diventare più attenti e sensibili. Non solo alla lavagna, ma alle persone. Tutte. Il messaggio che si vuole lanciare è che con la collaborazione di tutti, istituzioni e genitori, possiamo rendere la vita più semplice a questi ragazzi Più se ne parla, più soluzioni si trovano. E soprattutto si incoraggiano le famiglie che si sentono sole.Nicola SalduttiRIPRODUZIONE RISERVATA
Saldutti Nicola

mercoledì 19 dicembre 2012

LA DEPRESSIONE NATALIZIA




Euforia collettiva, shopping forzato, riunioni con i parenti. Per molte persone il Natale diventa uno “spettro” che fa paura.  L’atmosfera natalizia coincide con la fine dell’anno, con lo stilare il bilancio obbligato con se stessi degli eventi più o meno importanti vissuti, con la paura che qualcosa improvvisamente cambi allo scoccare dell’ultima mezzanotte dell’anno e con la sensazione di essere inghiottiti da un futuro tanto pieno di nuove speranze quanto di incertezze.
''Mai come in questo periodo - sottolinea il neurologo Sorrentino - si registra un'incidenza così alta di depressione, a causa del cambio di stagione e delle abitudini, della riduzione della luce e soprattutto del confronto fra l'euforia collettiva e il proprio malessere. Questo clima di felicità a tutti i costi - spiega - aggrava il disagio psichico preesistente, la persona si avvita su se stessa, guarda in maniera pessimistica il proprio passato e si sente sola”.
Il Natale, inoltre,  porta con sé una alterazione dei regolari ritmi di vita, che  espone a stimoli insoliti: le pause dal lavoro portano spesso dei vuoti che non si sa spesso come riempire e la convivenza prolungata e forzata con altre persone, con i ruoli sociali imposti in primis, costringe a fare i conti con aspetti irrisolti delle relazioni, magari anche conflittuali, che generano ansia e tensione.
Il vissuto di solitudine quindi si mescola al senso di colpa nei confronti di chi, nel medesimo contesto invece, vive questo evento come una festa e come momento peculiare di  incontro e ritrovamento dei legami familiari.  Da non sottovalutare inoltre l’angoscia e il senso di vuoto accentuati da eventuali lutti, o perdite,  subiti e non ancora superati. L’assenza della persona cara, come anche un cambiamento radicale sperimentato,  vengono avvertiti maggiormente quando nelle festività il quotidiano si ferma e il caos dei preparativi diventa solo un fastidioso rumore.
 Il malessere percepito come più opprimente è una spia che la mente accende rispetto a qualcosa vissuto come irrisolto o problematico. L'ascolto di questo segnale è il primo passo per individuare il problema nascosto, la causa vera del dolore ed è un processo fondamentale da parte di colui che lo vive come anche delle persone che lo circondano. Convertire questo disagio in un’opportunità per guardarsi dentro e conoscersi, imparare a chiedere aiuto sono fasi imprescindibili per andare incontro a una reale rinascita, che rappresenta poi ciò che il significato del Natale vuole insegnare. 

Dott.ssa Ivana Siena

mercoledì 12 dicembre 2012

RESILIENZA


Speranza è il sentimento con cui guardiamo fiduciosi al futuro; resilienza è forza d’animo con cui superiamo i traumi subiti. La vita regala a ognuno esperienze positive e negative. Coloro che coltivano speranza e resilienza riescono a gioire delle prime e a superare le seconde, diventando più forti laddove sono stati feriti.