venerdì 15 luglio 2016

PAURA DI AMARE? COME RICONOSCERE LE PERSONE CHE SCAPPANO DALLE RELAZIONI SENTIMENTALI

Il termine Philofobia deriva del greco Philos= amore e Fobia = paura, questa parola viene infatti usata per definire la paura persistente e anormale di amare qualcuno. 


Che sentimenti prova il Philofobico?
Chi vive questa condizione ha il timore costante che l'innamoramento corrisponda a sofferenza e che prima o poi verrà ferito. Provano angoscia nel sentirsi attratti da altri, paura di aprirsi e di dipendere, rabbia per essersi lasciati intrappolare e invidia nei confronti di chi riesce a vivere i sentimenti di coppia.

Possiamo definire la Philofobia come una fobia specifica?
Sicuramente si; essa infatti possiede tutte le caratteristiche di una fobia specifica, quali paura marcata ed eccessiva della situazione temuta con una conseguente risposta ansiosa e immediata allo stimolo.
La persona percepisce l’innamoramento come una minaccia e deve quindi starne alla larga evitando tutte le situazioni che la tengono in contatto con la situazione temuta.

Dal punto di vista fisico…
Presenta dei segnali che la contraddistinguono, i soggetti affetti infatti possono presentare:
Ø Agitazione
Ø Nervosismo
Ø Tachicardia
Ø Nausea
Ø Sudorazione Eccessiva
Ø Senso Di Soffocamento
Ø Sensazione Di Vertigine
Ø Tremori
Ø Mal Di Testa
Ø Disturbi Gastrici
Ø Attacchi Di Panico

Dal punto di vista psicologico
Presentano desiderio di fuga e isolamento, senso di vergogna ingiustificato e paura di sentirsi giudicati o manipolati.

Associazione con altre fobie sociali
Ø Agorafobia: paura o grave disagio che un soggetto prova quando si ritrova in ambienti non familiari o in ampi spazi all’aperto temendo di non riuscire a controllare la situazione che lo porta a desiderare una via di fuga verso un posto più sicuro.
Ø Fobia Sociale: stato ansioso nel quale il contatto con gli altri è segnato dalla paura di essere mal giudicato o di comportarsi in maniera imbarazzante.
Risulta evidente come questa condizionare può nuocere significativamente la salute di chi ne soffre influendo negativamente sulla vita dell’individuo e di chi lo circonda.

Che comportamenti mettono in atto queste persone?
Quando sentono che c’è, con un’altra persona, attrazione, empatia, comunione di interessi o quando capiscono che stanno per innamorarsi presentano:
Ø Ghosting: tendenza del soggetto a sparire improvvisamente a causa della forte angoscia generata dal presentimento di un’intesa intima, profonda, sensuale. Come un fantasma, il philofobico si rende invisibile all’amore nonostante lo desideri: dirada gli incontri, cambia numero di telefono, rifiuta di comunicare col partner o addirittura di incontrarlo fino ad arrivare ad assumere comportamenti aggressivi che finiscono per allontanare l’altro.
Ø Ricerca continua di difetti nel proprio compagno
Ø Scelta di partner irraggiungibili
Ø Provocano continui litigi
Ø Si dedicano interamente alla carriera

Dott.ssa Alessandra Di Domenico
Dott.ssa Chiara Giaquinta


Laureate in Psicologia e tirocinanti presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara

venerdì 8 luglio 2016

RASSEGNARSI O ACCETTARE?


“Volere che la realtà sia diversa da quella che è, è come pretendere d’insegnare a un gatto ad abbaiare: puoi provare quanto vuoi, ma alla fine il gatto ti guarderà e ti dirà <miao>”. 

Con questo simpatico esempio Byron Katie ci fa riflettere su un punto fondamentale: volere che la realtà sia diversa da com’è è qualcosa di irrealizzabile. Eppure spessissimo pensiamo che determinate cose non dovrebbero essere come sono, che quell’amica non doveva comportarsi così, che il nostro datore di lavoro non doveva rimproverarci, che le nostre gambe dovrebbero essere più magre e toniche. Tanti “non dovrebbe essere così” che tentano di contrastare la realtà, di cambiare ciò che è, ma che hanno come unico risultato frustrazione, stress e sofferenza.



La soluzione sembra, quindi, smettere di opporsi. Tuttavia questa non resistenza ci fa sentire impotenti e passivi, rassegnati a una realtà che può tutto su di noi mentre noi non possiamo nulla su di lei. Ed è qui il punto focale di questo percorso: accettazione non è rassegnazione!  RASSEGNARSI è scegliere, più o meno consapevolmente, la strada della frustrazione, dell’impotenza, della tristezza, dello svuotamento, è accettare un fenomeno perché ci sentiamo incapaci di cambiarlo, ma questo implica anche che assumiamo una posizione passiva nella quale non siamo mai del tutto soddisfatti della scelta fatta.

Quello che possiamo fare è accettare la realtà e ACCETTARE, come suggerisce Romano Guardini, è osservare la realtà e predisporsi ad affrontarla, pronti a lottare per essa. È un atto di coraggio: implica che l’abbiamo compresa e condivisa, mentalmente ed emotivamente, e siamo pronti a viverla. Accettare le cose per ciò che sono, ma anche per ciò che non sono, con tutte le implicazioni che hanno per noi, ci da possibilità e libertà infinite: ci offre la capacità di vedere il mondo con occhi diversi, di avere un ruolo attivo nel processo, di passare dal ruolo di vittime a quello di protagonisti! E così abbiamo la possibilità e il potere di risolvere, migliorare, adattarci, rispettare e vedere il lato positivo della situazione. 


Rassegnarsi sarebbe sicuramente più semplice, meno faticoso, ma quanti danni farebbe? 
I rischi sono tanti: resteremmo sicuramente BLOCCATI di fronte a un muro che cerchiamo di abbattere, senza risultati se non una grande frustrazione, invece di cercare altre vie per aggirare quel muro e trovare nuove strade per andare avanti. 


Saremmo inevitabilmente INFELICI, perché la frustrazione del non riuscire a cambiare la situazione a nostro piacimento diverrebbe sempre più grande e apparentemente inevitabile, come un grande masso che ci costringiamo a trascinare, perché non sappiamo come lasciarlo andare. 
Infine questa grande frustrazione finirebbe per chiuderci gli occhi: totalmente CIECHI DI FRONTE ALLE NUOVE OPPORTUNITA’, rimarremmo inevitabilmente fermi nel passato.

Appare chiaro quindi che non è la situazione in sé a generare questa grande e dannosa frustrazione, bensì le nostre reazioni ad essa. Bene e male, negativo e positivo, in realtà si basano sui nostri punti di vista, su come scegliamo di reagire agli eventi. Quante volte siamo noi stessi a ingigantire una questione, a immaginare i peggiori esiti, a lasciarci prendere dalle emozioni negative, quando basterebbe cambiare prospettiva per renderle neutre e non più fonte di frustrazione. 

La vita ci mette continuamente di fronte a situazioni che non ci piacciono, ma noi abbiamo la possibilità di scegliere: essere vittime oppure prendere in mano le redini e cercare di trovare la soluzione più adatta a noi e al nostro obiettivo, continuare a tentare di abbattere il muro o sfruttarlo per continuare a percorrere la nostra strada. Impariamo ad abbracciare la vita con tutto quello che essa comporta, saremo sicuramente più felici.

Dott.ssa Alessandra Di Domenico


Laureata in Psicologia e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara

mercoledì 6 luglio 2016

INTERVISTA A MARIO SIEGA

Mi è successo di vedere le sue foto su Facebook, tra uno scatto ironico e uno più serio dei suoi.
Mi sono chiesta: come ha fatto a rappresentare così bene l’angoscia e la solitudine di un mondo così inquietante, ed ancora troppo sconosciuto, come quello di chi  soffre di malattie mentali?
Io e Mario ci siamo conosciuti parecchi anni fa, proprio in un ambiente psichiatrico, un posto dove tocchi con mano la sofferenza e rischi di venirne travolto. Qualcosa resta dentro di quelle sensazioni e Mario, attraverso la sua sensibilità e la sua estrosità, è riuscito a farle riaffiorare attraverso il suo lavoro.

El sueno de la racìon produce monstrus” è il titolo di questo progetto, rintracciabile QUI


Ho voluto fargli qualche domanda, ed ecco il risultato.

I: Ciao Mario, vorrei partire con la tua presentazione… “Chi è Mario Siega?”
M: “Ciao!, sono Mario Siega, ho 32 anni ed ho studiato Psicologia. Mi piace definirmi una persona amante delle persone, sono un voyeurista, nel senso che sono sempre alla ricerca di emozioni che cerco di catturare attraverso la mia Reflex”.

I: “Di solito le emozioni vanno sentite, le tue si possono chiamare Emozioni da guardare?”
M: “Si, emozioni da guardare. Emozioni che normalmente sfuggono o passano inosservate. Quei piccoli gesti del quotidiano che passano come gesti automatici e senza importanza, ma che in realtà sono fondamentali.






I: “Che altro puoi dire di te?”
M: “Adesso sono una persona un po’ in frantumi, non sto raccogliendo i pezzi. Voglio aggiungere una citazione di Chuck Palaniuk che dice: dimenticare il dolore è difficilissimo, ma ricordar la quiete lo è ancor di più.; la felicità non lascia cicatrici da mostrare, dalla quiete impariamo cosi poco. Quindi appositamente mi lascio ancora nel dolore, per vedere fino a quando riesco a rimanere sano.”

I: “Una sfida con te stesso quindi?”
M: “No, in realtà non è una sfida. I cocci si rimetteranno a posto da soli. In realtà cerco di sfruttare questa situazione, altrimenti i cocci rotti e lasciati a terra sono fini a se stessi. “

I: “Stai dicendo quindi che i cocci a terra ti rendono più creativo?”
M: “Penso che ogni singola foto non c’è l’oggetto ma in realtà è il fotografo. Perché Tu vedi la realtà attraverso l’occhio di chi scatta. Lo si vede nei miei scatti: se sono felice lo scatto in qualche modo esprime questa felicità. Lo stesso accade se sono triste”.

I: “Che cosa fai nella vita? Di cosa ti occupi?”
M: “Lavoro nel sociale come insegnate di sostegno alle scuole superiori. Cerco di insegnare ai ragazzi con problematiche più gravi perché riesco a lavorarci meglio, riesco a trovare una particolare sintonia. Poi mi occupo di fotografia.
Nel corso degli anni mi sono occupato di tantissime cose, però riesco a lavorare solo facendo cose che mi piacciono. Comunque tutte le esperienze che ho fatto sono state collegate tra di loro.”

I: “Nel campo della fotografia quale ambito preferisci?”
M: “Mi piace fotografare un po’ tutto,  poi il lavoro retribuito non hai molto margine di scelta. Il cliente decide quello che vuole; ce ne sono alcuni più esigenti di altri i quali limitano in un certo senso la mia creatività. Tuttavia lo ritengo naturale perché c’è una committenza”.

I: “Da cosa è nato questo progetto fotografico dal titolo El sueno de la racìon produce monstrus?”
M: “Penso che ogni artista debba avere un’ispirazione, una musa ecco.“

I: “La tua musa è la follia?”
M: “La scelta di immortalare la follia è la conseguenza di numerose vicissitudini. Ho voluto analizzare la follia perché credo che in questo momento della mia vita mi ritrovo molto vicino al concetto di follia, sia in prima persona che come spettatore. E quindi ho voluto analizzarla. Mi è venuto in mente il titolo di un dipinto di Francesco Goya: Il sonno della ragione genera mostri. Io questa frase la interpreto così: quando mettiamo a tacere la ragione o usiamo troppo la ragione i mostri poi prendono il sopravvento, creando una realtà alternativa che è comunque una realtà, perché la follia è una realtà. Molti associano la parola follia alla parola creatività dandole un’accezione positiva, ma la vera follia è sofferenza quindi non si può desiderare di essere folli solo per risultare creativi o geniali. Tutti i miei ultimi scatti vogliono lanciare un messaggio diretto come questo”
I: “Che cos’è per te la follia?”
M: “Se parliamo di follia proprio intesa come patologia, tipo la Schizofrenia, è un discorso a parte. La follia è un senso di non realtà. Quando vivi in una realtà che ti sei creato ad hoc per te.”

 

I: “Perché rappresentarla con il nudo?”
M: “Perché la foto deve avere un senso. Il tema del nudo è perché così sei a nudo. Sei tu, con le tue imperfezioni, con le tue perfezioni, con le tue insicurezze. Sei tu. Sei indifeso e nudo davanti a tutti.



I: “Attraverso l’ambientazione che cosa volevi trasmettere?”
M: “Quest’ambientazione è a Chieti, è l’ex ospedale S.Camillo che è in disuso. Mi sono trovato li due anni fa cosi per caso. Sono attratto dai luoghi abbandonati. Poi questo in particolare è un luogo che trasmette molto. Ci sono state persone malate e sofferenti.”


I: “Quindi volevi trasmettere questo senso di malattia”
M: “più che altro è che questo è un posto angusto, che parla molto. Purtroppo abbiamo passato li un pomeriggio e poi il sole ha iniziato a scendere, altrimenti nel giardino avremmo fatto altri scatti. Le foto sono state fatte quasi tutte con luce ambientale.”

I: “Cosa ti ha colpito di più di questa esperienza?”
M: “Mi ha fatto molto piacere conoscere bene il ragazzo che ho fotografato, Jimmi Fascina. L’ho trovato molto interessante come persona e di grande cultura. Un po’ per lavoro, un  po’ per esperienza sono attratto dalle persone complicate. C’è stato questo feeling ed ho pensato potesse essere il soggetto ideale.”

I: “Hai mai vissuto esperienze che riguardano l’ambiente psicotico?”
M: “Si sono tanti anni che lavoro in ambienti psichiatrici ed ho fatto tante esperienze. Sono stato alla Lilium, ho lavorato a Roma in una comunità di tossicodipendenza. Molto bella e con soggetti molto interessanti. C’erano anche persone che dovevano scontare molti anni di carcere. Una sfida lavorare con persone che hanno alle spalle dei crimini molto importanti. Devo dire che sono stato riconosciuto subito, infatti mi hanno proposto quasi subito un contratto. ”

I: “Stai ricercando qualcosa attraverso questo progetto?”
M: “No, io cerco solo di rendere utile ogni cosa che mi succede, o in cui mi reputo bravo. La sofferenza aiuta a crescere ma poi cerco di andare oltre. Che posso fare io? Che mezzi ho per rappresentarla? E cerco di rappresentarla con i miei mezzi. Quindi questo lavoro, il mio libro e le foto.
Quando mi accadrà qualcosa di importante e che mi toccherà molto forse uscirà qualcos’altro di altrettanto importante.”

I: “Grazie Mario”

M: “Grazie a te, è stato un piacere.”


Dott.ssa Ivana Siena

martedì 5 luglio 2016

IL MIO ULTIMO ARTICOLO



"Io e voi. Quando il gruppo diventa un disagio"





Si tratta di imbarazzo, di insicurezza, di disagio.
Come fare per star meglio all’interno degli ambienti che frequentiamo? Per vivere con serenità il tempo in condivisione?
Le amicizie, i colleghi, la famiglia o semplicemente una passeggiata per strada o un tragitto nel tram. Sono tutti “luoghi” che mettono alla prova la nostra capacità di star bene con gli altri, ma prima ancora con se stessi.

Buona lettura!


Dott.ssa Ivana Siena 

giovedì 23 giugno 2016

I TIMORI DEI 30 ANNI

Nel 1963 Francoise Hardy, cantante francese, sulle note di un 45 giri (L’età dell’amore) canta:

“È l'età dell'amor, l'età degli amici e dell'avventura... E un bel giorno così, il cuore va più in fretta
Sei felice perché è giunto fino a te, il vero amor... Non ci sono pensieri, il tempo che va...”



Arriva un momento, però, dove questo tempo rallenta, i pensieri si affollano e le preoccupazioni aumentano. Il passaggio tra la fine degli studi e l’inizio della vita individuale è piuttosto carica di inquietudini, turbolenze esistenziali e dubbi. Segnali di un passaggio da una fase all’altra della vita che richiede spesso  un riposizionamento del proprio essere. Per molti, questa età – cerniera, come viene definita in Psicologia, si configura come un vero e proprio momento di crisi, dove  vengono abbandonate certe modalità dell’essere per assumerne altre. Vengono passati al vaglio tutti gli obiettivi raggiunti e quelli futuri, chiedendosi se è stata fatta la scelta giusta. Spesso i sentimenti che accompagnano questo momento di passaggio sono: angoscia e ansia.

Il problema è rappresentato dalla coerenza o meno del progetto di vita individuato per sé stessi.
La domanda che ci si pone è: “voglio davvero quello che desideravo prima?” E, soprattutto: “questo progetto corrisponde alla realtà?
Ed ecco che entra in gioco la flessibilità. Questa caratteristica ricopre un ruolo fondamentale perché passate le fantasie e la visione rosea sul mondo, ci si accorge che esso non è necessariamente come noi lo vorremmo e che nel realizzare i propri desideri bisogna tenere conto anche delle sorprese che possono esserci. Si pensi ad esempio a tutti i cambiamenti sociali che ci sono oggi. Viviamo in un momento storico caratterizzato dalla precarietà del lavoro, degli affetti, ogni cosa viene posticipata e di certo tutto ciò non agevola la crescita personale. Si è costretti a domandarsi quanto il proprio progetto di vita sia “personale” o quanto sia stato in qualche modo influenzato dalla cultura in cui si vive.
Da questo momento in poi domande su domande affollano la mente fino ad entrare in crisi e aver voglia di scappare.


L’errore qual è? Arrivati a questo punto molti agiscono in modalità aut-aut, o una cosa o l’altra. Così facendo l’effetto potrebbe essere racchiuso nella parola fuga: fuga dalle relazioni, fuga dal lavoro, fuga dal partner fino a ritrovarsi un giorno insoddisfatti della propria vita.
Un ulteriore effetto collaterale è rappresentato dalla cristallizzazione delle relazioni e del lavoro, dove non appare mai nessuna novità cadendo così in un senso di vuoto e di monotonia.
Entrambe queste situazioni possono essere modificate, basta non aver paura della crisi, ma al contrario imparare da essa ad ascoltare e ad esprimere il proprio volere, solo così si può essere liberi di vivere ed esprimere la propria creatività.

Mi piacerebbe lasciarvi con queste righe:

“Sono stupendi i trent’anni... perché sono liberi, ribelli, fuorilegge, perché è finita l’angoscia dell’attesa, non è incominciata la malinconia del declino, perché siamo lucidi, finalmente, a trent’anni! Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti. Se siamo atei, siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna... I conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta...Siamo un campo di grano maturo, a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita... Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui siamo saliti, la strada per cui scenderemo. Un po’ ansimanti e tuttavia freschi, non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e in avanti, a meditare sulla nostra fortuna”

(Oriana Fallaci, “Se il Sole Muore”)

Dott.ssa Luisana Di Martino
Laureta in Psicologia e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara

mercoledì 22 giugno 2016

SOLO QUI PUOI ESSERE FELICE


“E’ la nostra mente a causare i nostri problemi, non le altre persone, non il mondo esterno. E’ la nostra mente, con il suo flusso di pensieri pressoché costante, che pensa al passato e si preoccupa del futuro” 
(Eckhart Tolle)



Avendo una concezione lineare del tempo, tendiamo sempre a vivere o preoccupandoci di quello che accadrà nel futuro  o rimuginando su quello che è stato il nostro passato. In entrambi i casi non diamo spazio a quello che è l’unico momento su cui abbiamo potere: il presente.


In questo modo ci condanniamo ad un’esistenza caratterizzata da ansia e tristezza. Pensare continuamente al futuro, a quello che potrebbe accadere o arrivare, al come e al perché, ci porta inevitabilmente ad affrontare ogni giornata all’insegna dell’angoscia e della preoccupazione, ma se ci riflettiamo bene ci rendiamo conto che il futuro è qualcosa che non esiste, che non sappiamo come sarà. L’unica cosa che sappiamo è che esso dipende da come viviamo nel qui ed ora, dalle intenzioni, dai pensieri e dai sentimenti che nell’oggi seminiamo. 
Il passato invece è qualcosa di andato, finito, terminato. È sicuramente importante fare tesoro di ciò che abbiamo vissuto, ma senza far diventare queste esperienze un peso che condiziona il momento presente. Possiamo lasciare andare il nostro passato, consapevoli che tutto ciò che abbiamo sperimentato e provato era adatto a ciò che eravamo in quel momento; ma si cresce, si cambia e le esperienze passate divengono inadatte, un blocco alla crescita personale.
Non ci rimane che vivere totalmente e interamente nel presente, come se non esistessero nè passato nè futuro: riappropriamoci della nostra vita, delle nostre risorse, dei nostri sentimenti e delle nostre azioni e riversarsiamoli in ciò che la vita ogni giorno, ogni singolo istante ci mette innanzi. 

Siamo noi quindi a dover fare il passo, a muoverci: metterci in uno stato di attesa di qualcosa che potrebbe succedere non fa altro che creare conflitti inconsci tra quello che siamo e abbiamo nel qui e ora e quello che vorremmo essere o avere, qualcosa di  immaginato e proiettato solo nella nostra mente. Questo meccanismo influenza negativamente la qualità della nostra vita, in quanto rischia di farci perdere di vista l’oggi, l’unico momento in cui possiamo realmente realizzarci e raggiungere quello che vogliamo essere o avere.
Ansia,tristezza, depressione, angoscia, all’apparenza elementi negativi, in realtà sono strumenti importanti, campanelli d’allarme che ci segnalano bisogni trascurati. Ci insegnano ad osservare cosa avviene dentro di noi e a conoscerci meglio, ad essere più consapevoli di noi stessi, delle nostre percezioni e del nostro corpo. Quindi, imparando a riconoscere, ascoltare ed apprezzare le nostre emozioni, cioè a viverle a pieno e nel momento presente, saremo in grado di aprirci maggiormente a noi stessi e di conseguenza agli altri.
Imparando ad esistere, in modo più consapevole e totale, potremo apprezzare la realtà, le esperienze che giorno per giorno andremo ad affrontare, alleggeriti da quel senso di angoscia e preoccupazione che derivano dal pensare a ieri e a domani e inondati dall’energia che viene dall’assaporare il nostro oggi.

Dott.ssa Alessandra Di Domenico

Laureata in Psicologia, tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus




mercoledì 1 giugno 2016

PERCHÉ MI HAI TRADITO?


La domanda che nessuno di noi vorrebbe pronunciare è proprio questa: "Perché mi hai tradito?" e non solo in una relazione di coppia, ma in tutte quelle relazioni in cui investiamo i nostri sentimenti. 
Essere traditi  è un brutto colpo, l'autostima finisce per abbassarsi, la fiducia negli altri diminuisce a dismisura, si avverte una mancanza di rispetto. Il tradito agli occhi degli altri e per ristabilire un proprio equilibrio interno spesso, indossa i panni della vittima e  trasforma l'altro in carnefice. Delle responsabilità si fa carico chi tradisce e il tradito diventa la vittima innocente che non riesce a comprendere il gesto subito. La maggior parte delle volte i tentativi di dialogo sono evitati e la relazione si chiude.
Sarebbe sicuramente più giusto, ma sicuramente per se stessi e socialmente meno accettabile se anche il tradito si facesse carico delle proprie responsabilità in modo tale da uscire dal ruolo di vittima ed essere in grado di fare i conti con la realtà.
E se il tradimento fosse solo la goccia che fa traboccare il vaso? Se fosse solo il segnale che questa coppia non funziona?

Cosa spinge il traditore?

In psicologia il tradimento di solito è visto come una segnalazione,cioè un modo per mettere in evidenza un malessere. È evidente che se nella relazione non ci fosse un effettivo problema, non si avrebbe la voglia di cercare supporto altrove. Questa non è una giustificazione al tradimento, ma solo un punto di vista che a volte viene sottovalutato. La mancanza di rispetto che è alla base del tradimento è sicuramente un punto chiave e forse molto spesso un punto di non ritorno, ma allo stesso tempo sono da tenere in considerazione gli aspetti che si celano dietro questa mancanza. Spesso non riusiamo ad esprimere realmente il nostro essere, i nostri sentimenti perché imprigionati in delle regole che non riusciamo a trasgredire. Il giudizio degli altri diventa il motore delle nostre azioni. Restiamo imprigionati in una relazione perché ci fa paura lasciare l'altro quando non lo si ama più. Ogni giorno si notano difetti nell'altro, incomprensioni, mancanze, ma pur di evitare il giudizio si evita di parlarne, si finge,ci si tradisce. 


La comunicazione che dovrebbe  essere il motore di ogni relazione perché permette un'ottima conoscenza dell'altro e l'evitamento delle incomprensioni diventa una sconosciuta o addirittura un mezzo per ferire l'altro. Il tradimento diventa a volte una valvola di sfogo l'espressione della vera individualità, nel nuovo partner si cerca di stabilire degli equilibri che mancano, di sopperire a delle mancanze, anche se a volte si ricade nella stessa trappola.
Alla luce di tutto ciò siamo ancora convinti che esistano vittime e carnefici quando c'è un tradimento?

 Dott.ssa Francesca Cappabianca

Tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara
  




lunedì 11 aprile 2016

QUANDO LA MENTE TACE ... IL CORPO PARLA

Comunicare a noi stessi il nostro stato d’animo spesso non è affatto semplice. Non solo, a volte non siamo nemmeno consapevoli del nostro disagio affettivo e delle nostre conflittualità psichiche, ma queste in qualche modo si manifestano. Come fanno? Usano il corpo come valvola di sfogo.


Fin dall'antichità si è sempre saputo che i sentimenti e le emozioni hanno una certa  ripercussione sull'organismo.
Lo stesso Ippocrate (460 a.c.), descrisse quattro tipi di “umori”: il flemmatico, difficile interlocutore poiché non mostra mai alcuna emozione e, di conseguenza, non si sa mai cosa pensa. È soggetto a disturbi del metabolismo, ai reumatismi e al diabete.
Poi troviamo il collerico: d’umore litigioso, spesso insoddisfatto di se stesso e degli altri. Ha una certa tendenza ai disturbi cardiaci, alle malattie del fegato e della bile.


Il melanconico, immerso nella sua tristezza è spesso in preda a crisi morali e si lascia andare nella disperazione.
Infine, il sanguigno, esuberante e risoluto, ma allo stesso tempo frivolo, è portato a prendere alla leggera anche la sua salute. 
Oggi non si parla più di “umori” ma di “psicosomatica” ovvero quella branca della medicina che pone in relazione la mente con il corpo, nello specifico il mondo emozionale ed affettivo con il soma (il disturbo). Scopo peculiare di questa scienza è occuparsi di rilevare e capire l'influenza che l'emozione esercita sul corpo e le sue manifestazioni.
F. Alexander (1891-1964), psicoanalista statunitense di origine ungherese, è stato il principale ideatore della medicina psicosomatica. Secondo l’autore ogni stato emotivo ha la propria sindrome fisiologica. In questo modo si possono descrivere particolarità psicologiche dell'asmatico, dell'obeso, dell'ulceroso, del coronare, del colitico, dell'anoressico, del bulimico e di altri ancora.
Seguirà ora un breve elenco dei messaggi che possono nascondersi dietro patologie e parti del corpo.
I Reumatismi: difficoltà di adeguarsi ad una situazione vissuta come problematica. La difficoltà di movimento diventa una limitazione auto-imposta. Paura per il futuro.


Apparato respiratorio: rappresenta le vie di comunicazione (scambio tra l'ambiente interno e l'ambiente esterno). Può segnalare un'assenza di gusto per la vita, perdita di desiderio di continuare a vivere, o anche un senso di colpa devastante.
Asma: rifiuto di prendere contatto con qualcuno (o qualcosa) attraverso il respiro.
Allergie: (sistema immunitario che si difende a vuoto): con l'esperienza allergica sperimentiamo una vera e propria strategia difensiva nei confronti di sostanze esterne vissute come estremamente pericolose e problematiche (le sostanze richiamano alla memoria eventi, atteggiamenti, ricordi carichi di conflittualità). Può essere interpretata come un timore inconscio del soggetto di venire in contatto con sostanze "non conosciute" che potrebbero modificarlo. Spesso gli individui che presentano questo disagio sono abitudinari, tendenzialmente rigidi e poco tolleranti. La rabbia e l'eccitazione sono sentimenti che l'allergico teme particolarmente e che, naturalmente, ritiene pericolosi.
Laringite: è un modo di soffocare la comunicazione quando vi è la necessità di parlare con qualcuno che è vissuto come un’ autorità.
Ipertensione: inibizione nelle reazioni di collera e nei rapporti sessuali. Profondi sensi di colpa e grande ansietà. Difficilmente nel rapporto c'è un reale coinvolgimento e abbandono. Controllo continuo della realtà circostante. Riguarda soprattutto le persone ambiziose e particolarmente competitive.
Apparato digerente: queste sono le patologie psicosomatiche che si verificano più di frequente. Riguardano situazioni che non sono state "digerite", idee, alimenti o condizioni che rifiutiamo, che troviamo ingiuste o che ci mandano in collera. Lo stomaco assorbe tutte le impressioni che vengono dall'esterno, accoglie cioè quello che deve essere "digerito".
Gastrite: collegata alla collera perché non ci sente rispettati o apprezzati per quanto valiamo. Il nervosismo e i disagi emotivi sono spesso responsabili. Rabbia repressa.
Ulcera: collera nei confronti di un evento che si è trovato ingiusto, ma davanti al quale ci si sente impotenti perché non si riesce a cambiare assolutamente nulla.
Cistite: rabbia trattenuta, frustrazione, delusione. Disagio a livello di coppia che si manifesta proprio nei momenti in cui si è sotto pressione (rapporto sessuale particolarmente problematico).
Stipsi: collegata al fatto di trattenersi. Ci si trattiene per paura di disturbare, di non piacere a qualcuno. Riguarda in particolar modo i soggetti che sono chiusi, controllati, molto formali, avari e gelosi di ciò che posseggono. Offrono sempre un'immagine "pulita", caratterizzata da grandi ideali e particolare rettitudine.
Diarrea: si è meticolosi, pignoli e, soprattutto, maniaci per l'ordine. Facilità al pianto, senso di stanchezza, insonnia, palpitazioni e depressione.
Colite: desiderio di trasgredire, timore di prendersi le responsabilità e sentirsi particolarmente "sporchi" quando ci si arrabbia.
Bulimia: collegata a un profondo senso di vuoto ed alla percezione della propria "inutilità". Immagine esteriore nettamente in contrasto con quella interiore. Le persone, con questo particolare disagio, tendono a vivere una vita felice in pubblico e una vita infelice in privato.
Obesità: si possono manifestare conflitti di svalutazione. Spesso il cibo sostituisce il bisogno di altre gratificazioni profonde, soprattutto affettive. Nascondersi, annientarsi, annullarsi, queste sono le fantasie di chi, coprendosi d'adipe, crede di nascondersi e scomparire.
Acne: sul volto, denota un rifiuto della propria personalità. Sul corpo, può tradurre il desiderio di non venire toccati, che ci lascino stare.
Vitiligine: può essere collegata alla vergogna, a un proprio comportamento sessuale.
Orticaria: molto spesso è collegata ad una situazione invivibile e che non si può più sopportare. Forte tendenza ad atteggiamenti passivi nei contatti umani, scarsa tolleranza all'ansia; elevata vulnerabilità nei rapporti sentimentali ed insicurezza nel comportamento.
Eczema: molto spesso è collegata alla paura, all'insicurezza, all'ansia e all'incertezza.
Psoriasi: spessa corazza per isolarsi dal mondo. Vengono colpite, in genere, persone ipersensibili che hanno un gran bisogno dell'amore degli altri. Sono terrorizzate di venire ferite da una o più persone del loro ambiente, oppure si sentono obbligate a soddisfare le aspettative, cosa che provoca inevitabilmente irritazione.
Candida: bisogno costante di purificazione. Bisogno di mostrare la propria pulizia morale, a dispetto del comportamento particolarmente trasgressivo.
Balbuzie: segnala una grande insicurezza (nell'infanzia) nei confronti di una persona che indica l'autorità.
Cefalea: dietro al mal di testa troviamo spesso un individuo con un grande orgoglio e mania di perfezione. La testa rappresenta "l'alto", il corpo esprime il "basso" (pensiero - sentimento). Quindi, chi accetta e vive soltanto ciò che è razionale, ragionevole e logico, perde ben presto il suo "rapporto con la parte bassa". Scarsa capacità di esteriorizzare le emozioni. Collera repressa, aggressività, ansia e disagio nei rapporti interpersonali.
Eiaculazione precoce: profonda paura e ansia incontrollata di sperimentare fino in fondo le emozioni forti a lasciarsi andare all'istinto, caratteristiche di chi vuole mantenere la "mente fredda" e il controllo razionale. Tale sintomo mima anche la "scarica incontrollata" dell'aggressività nei confronti della donna, non agita nel comportamento. 
Disturbi visivi: miopia comportamento di chiusura, gli occhi non vedono più ciò che non piace. Si considera più da vicino tutto ciò che ci circonda. A volte la miopia va a "sfuocare" un mondo affettivo povero o ostile. Presbiopia, trascurare le piccolezze quotidiane. Cateratta, il futuro viene vissuto in modo triste e senza nessuna speranza di miglioramento. Glaucoma:collegato a difficoltà di vedere la vita a seguito di un disagio emotivo di lunga durata.
Vertigini: insicurezza nei confronti di situazioni ignote. In chiave simbolica essa richiama la mancanza di punti di riferimento affettivo che ostacola la persona a strutturare un equilibrio interiore stabile.
Insonnia: insoddisfazione ed attese. L'insoddisfazione riguarda i problemi quotidiani, angoscia di non essere all'altezza. C'è sempre un timore a lasciarsi andare; indica debolezza e vulnerabilità (uomo); diventa sinonimo di sudditanza e prevaricazioni (donna). Nella difficoltà a prendere sonno una "parte di noi" non vuole perdere il controllo perché teme di incontrare le emozioni profonde (che durante il giorno riesce a tenere sotto controllo).
Tiroide: senso di dolore e tristezza profonda.
Enuresi: può essere una richiesta di attenzione, ma a volte segnala la paura nei confronti di uno dei genitori (autoritario o che ha grandi aspettative per il figlio). E' comunque un modo di manifestare inconsciamente il proprio bisogno di spazio.
Articolazioni: Le persone che soffrono di dolori articolari sono quasi sempre molto esigenti nei confronti di se stessi o della propria cerchia. A volte appaiono agli altri come molto flessibili, ma la loro docilità è dettata dalla paura. Sono presenti sentimenti di collera e un senso di rivolta, tenuti entrambi sotto silenzio.
Cervicale: chi soffre ripetutamente di questo particolare dolore tende ad essere dominato da un’attività riflessiva esagerata e da una grande ostinazione. Segnali, questi, che rivelano una scarsa cedevolezza nei confronti delle proprie emozioni, del desiderio di lasciarsi andare, di abbandonarsi. Questi tipi di sofferenza si legano frequentemente a un eccessivo dominio del “mondo” della testa (razionale) sugli istinti.
Cuore: sforzi per riuscire a vivere e ad essere felici. 
Dolore ai fianchi: paura di intraprendere nuovi cammini o immobilità nella propria vita. Può indicare resistenza ai cambiamenti e al movimento.
Dolore al collo: compare nelle persone che vivono uno stato di inflessibilità, rigidità, severità e autodisciplina.
Dolore al gomito: resistenza ad un cambiamento nella propria vita.
Dolore all’osso sacro: si sta trascurando una situazione che deve essere sbloccata e risolta.
Dolore alle braccia: si sta portando un grande carico emozionale.
Dolore alle caviglie: non ci si concede il diritto al piacere.
Dolore alle gengive: è collegato a decisioni che non vuoi prendere o che non tolleri.
Dolore alle mani: incapacità di connettersi con gli altri. Forse, in senso figurato, non si sta tendendo la mano al prossimo.
Dolore alle spalle: indica che si sta facendo carico di un’ emozione, che la sta “portando sulle spalle”. Non si ha il controllo sulle situazioni.
Dolore che causa stanchezza: indica noia, resistenza ed apatia.
Fegato: i suoi problemi sono determinati da inquietudini, da preoccupazioni oppure da un rifiuto ad adattarsi. Si ingerisce più di quanto si possa elaborare. Indica smoderatezza, eccessivi desideri espansionistici e ideali troppo alti.
Intestino: i problemi a questo organo riguardano paure e credenze che ci inducono alla ritenzione o alla non-accettazione.
Reni: (intuizione e ragione), essi rappresentano la socialità, sono organi di contatto. Presenza di conflitti interpersonali.
Il polso: è coinvolto nei rapporti interpersonali (dare la mano), denota l'equilibrio tra rigidità e flessibilità.
Il ginocchio: (condizione di inferiorità) il dolore può esprimere il grande disagio a vivere delle situazioni "umilianti": rifiuto di sottomettersi.
La pelle: Le malattie dermatologiche indicano un disagio nascosto. Come eczema e psoriasi che segnalano una personalità vulnerabile e in crisi. Senza dubbio, comunque, essa rappresenta la nostra protezione nei confronti dell'ambiente esterno.
Dolore muscolare: rappresenta la difficile capacità di muoverci nella vita. Indica quanto si è flessibili con le nostre esperienze nel lavoro, a casa e con noi stessi.
Mal di denti: non piace una determinata situazione in cui ci si trova.
Mal di schiena: parte superiore, mancanza di supporto emozionale, solitudine. Parte centrale (torace), indica senso di colpa, paure inespresse, emozioni represse, odio e rancore. E’ la chiusura del cuore. Il nostro corpo, sotto l’effetto di una umiliazione, tende a “piegarsi” o meglio a “ripiegarsi” su se stessi. Parte bassa della schiena (lombare): preoccupazioni economiche e senso di inadeguatezza e incertezza.
Mal di stomaco: si verifica quando “non hai digerito una situazione”. Lo stomaco è uno degli organi più sensibili e dove si somatizza di più. Molto probabilmente riguarda una situazione in cui si è stati giudicati negativamente o comunque ha a che fare col rapporto emotivo con le altre persone.
Mal di testa: limita il processo decisionale. Le emicranie compaiono quando viene presa una decisione, ma non si agisce.

La vera salute nasce dall’equilibrio tra la rappresentazione che abbiamo di noi come corpo e quella di noi come mente. L'ipotesi che sta alla base della medicina psicosomatica è quella dell'unità funzionale di soma e psiche. La filosofia di questa terapia è, pertanto, quella di fornire informazioni utili a conoscere e colloquiare con il proprio corpo, a rilasciarlo, a scoprire i canali di comunicazione più vicini a noi stessi.
Scopo di questo articolo non è quello di sottovalutare gli accertamenti medici, ma di trovare un canale di comunicazione attivo tra le nostre componenti emotive e le nostre componenti fisiche.  

Dott.ssa Luisana Di Martino
Laureata in Psicologia e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara