giovedì 29 gennaio 2015

SINGLE, NIENTE PAURA!

 ARRIVA LA “INVISIBLE  BOYFRIEND”



Negli Stati Uniti e in Canada è stata lanciata “Invisible Boyfriend”, una nuova App per smartphone che permette di scambiare messaggi con un fidanzato virtuale.
Dopo aver scaricato l’applicazione è possibile creare il partner ideale scegliendo non solo la foto, il nome, l’età, l’altezza e il colore dei capelli, ma anche il suo profilo psicologico, delineando tratti di personalità, interessi ed  hobby.
Un ulteriore tocco di realtà è dato, nell’apposita didascalia,  dalla descrizione  di tutti i retroscena del rapporto, specificando le varie dinamiche sul come ci si è conosciuti e dove, o scrivendo una storia che giustifichi l’assenza fisica del fidanzato.
Per rendere più credibile ed intensificare la relazione è possibile acquistare altri pacchetti che prevedono nuove funzionalità che vanno dai post su Facebook a conversazioni su Whatsapp. Il servizio funziona grazie ad una società di 200.000 lavoratori che rispondono  ai messaggi. Nessuno di loro ha accesso ai numeri di telefono o ai nomi dei clienti e nessuno intrattiene conversazioni con un solo utente. Nella realtà quindi, il fidanzato invisibile è gestito da diverse persone che rispondono autonomamente ai messaggi.
Lo scopo dell’applicazione, per coloro che l’hanno inventata, è ingannare amici e familiari intrusivi ed insistenti  ed evitare quindi giustificazioni sul perché non si ha una relazione stabile.
Una volta lanciata nella piattaforma però, ognuno può decidere di utilizzarla per molteplici scopi: nascondere una relazione omosessuale che la famiglia disapproverebbe ad esempio, far ingelosire qualcuno, lasciar desistere avances indesiderate o semplicemente “far pratica” senza così perdere l’abitudine ad interfacciarsi nella vita di coppia.
Può esserci, quindi, il rischio che gli utenti si affezionino seriamente alla figura virtuale da loro stessi creata?
Razionalmente chi sceglie di scaricare l’App è consapevole che si tratta di uno scherzo, che è un servizio per il quale  paga e che non può in nessun modo sostituire una relazione amorosa. Allo stesso tempo, però, i messaggi ricevuti, nonostante artefatti, creano una risposta emotiva nell’utente generando sensazioni di piacere e desiderabilità.
Su queste premesse non è difficile immaginare che qualcuno possa sviluppare dei sentimenti per un essere umano virtuale, il quale per di più provvede ad ogni minima esigenza emotiva.
Quella che sembrava una finzione cinematografica potrebbe diventare realtà; ne è un esempio il film “Her” di Spike Jonze, dove il protagonista si innamora della voce di un sistema operativo dotato di intelligenza artificiale.
Il rischio di una App come questa è sicuramente di rendere ancor più sintetiche le relazioni sentimentali, già ampiamente de-umanizzate dai social network. Sembra che da un lato possa rispondere ad un bisogno reale, quello di appartenenza (Maslow, 1954) attraverso il quale un individuo necessita per il suo benessere psico-fisico di sperimentare affetto familiare e intimità sotto ogni suo significato. 


Tuttavia la falsa illusione di soddisfare questo bisogno attraverso il virtuale può portare alla dipendenza affettiva nonché alla difficoltà di mettere alla prova se stessi nella vita reale, cosa che influisce sul livello di autostima mantenendolo costantemente in riserva. Di conseguenza una bassa autostima genera la necessità di cercare nuovamente contatti solo attraverso la protezione di uno schermo del pc o dello smartphone, e si innesca un circolo vizioso.
Ciò detto resta un’unica domanda: visti tutti i rischi illustrati, riusciremo mai a tornare al vecchio metodo vis a vis?

Dott.ssa Manuela Fersini
Dott.ssa Ivana Siena












domenica 25 gennaio 2015

FOMO: la paura di essere tagliati fuori


"Vivere è così sorprendente
 che lascia poco spazio
per qualsiasi altra cosa"
Emily Dickinson



L’uso sempre più pervasivo di Internet e dei Social Network ha portato, tra le altre cose,alla nascita di una forma tutta nuova di ansia sociale: la FOMO ("Fear Of Missing Out"), ovvero la paura di perdersi tutto ciò che accade in rete, di essere tagliati fuori da notizie, eventi o aggiornamenti e restare isolati. È la malattia del nostro secolo ossessionato dalle comunicazioni: il pensiero costante che gli altri stiano facendo qualcosa di più interessante di quello che stiamo facendo noi, e che ci stiamo perdendo qualcosa.

Che cos'è la FOMO?


La FOMO è la paura di non vivere al meglio, come gli altri, ed è legata all’utilizzo eccessivo delle nuove tecnologie on line.
La paura di essere tagliati fuori, di essere dimenticati dagli altri, è sempre esistita;l'avvento dei Social Network l’ha soltanto amplificata. Succede sempre più spesso che gli utenti dei vari Social Network sianologorati dal bisogno ossessivo di controllare ciò che gli altri stanno facendo. Un bisogno che, se non viene soddisfatto, può causare una vera e propria "crisi di astinenza".
Mediamente ogni persona guarda lo smartphone circa 150 volte al giorno, una volta ogni 6 minuti. È in aumento anche il numero di coloro che controllano la posta elettronica e i propri profili social molto presto al mattino, appena svegli. Una vera e propriaansia e irrequietezza di essere connessi e di controllare che può causare problemie disagi non soltantoalla vita sociale e relazionale ma anche a quella lavorativa e scolastica.

Ma siamo proprio sicuri che tutti coloro che caricano le foto sui Social Network si stanno divertendo davvero? Sono proprio loro, secondo alcune ricerche, gli individui con il grado maggiore di FOMO.
Sempre più persone, soprattutto giovani, dichiarano di soffrire di questo disagio, che manifestano utilizzando gli stessi Social che lo creano. Su Twitter, ad esempio, sono molti i giovani che dicono di soffrire di tristezza o depressione se trascorrono una serata a casa. È soprattutto il sabato sera a terrorizzare di più.Tanto che su Twitter, l'account @FOMO cerca di aiutare chi ammette di soffrire del problema, offrendo una consulenza online in 140 caratteri.
Possibili soluzioni
Per sconfiggere la "paura di essere tagliati fuori", è fondamentale imparare a stabilire un equilibrio nell’utilizzo dei social network. La tecnologia non va demonizzata, bisogna soltanto imparare a usarla in modo sano, non stressante.La soluzione non è disconnettersi definitivamente, perdendo in questo modo tutto ciò che di positivo Internet può dare, quanto piuttosto sapersi disconnettere e connettere al momento giusto. Recuperare l'indipendenza. Scegliere di usare la Rete invece che esserne sopraffatti. 
Dott.ssa Rossella Scelza



sabato 24 gennaio 2015

#HASHTAG



Cos’è un hashtag?

Il termine Hashtag è un neologismo dato dall’unione delle parole Hash, che significa cancelletto ( # ), e Tag, che indica un’etichetta o un codice di identificazione.
L’Hashtag permette di evidenziare una parola chiaverendendola facilmente identificabile, rintracciabile e immediatamente disponibile per le ricerche per argomento all’interno del Social.Quando sul Social viene effettuata una ricercadi uno specifico argomento, il motore di ricerca troveràuna serie di contenuti inerenti il tema, tra cui anche quello che noi avevamo precedentemente identificato con l’hashtag.
L’hashtag ha quindi lo scopo di categorizzare un post, un contenuto o una foto per argomenti, e risulta molto utile a scopo informativo, divulgativo e promozionale.

A cosa serve un hashtag?

Oltre a categorizzare un argomento per renderlo rintracciabile, uno degli scopi dell’utilizzo dell’hashtag è quello di ottenere una maggior visibilità.
Contrassegnando i propri contenuti all’interno dei Social ci sono maggiori probabilità che chi ricerca notizie inerenti l’argomento possa trovare i nostri contenuti interessanti, decidendo di premere il tasto “segui” o “mi piace”, dando inizio ad una relazione sia di supporto che di promozione.
L’hashtag è quindi un espediente che richiama visibilità ad un proprio contenuto o ad una propria foto, e il suo utilizzo ha senso quando per mezzo di quel contenuto ci lavoriamo o abbiamo la necessità di promuoverci.
Tuttavia, oggi l’utilizzo di questo espediente comunicativo è molto diffuso e spesso sganciato da meri fini promozionali.

Come siamo arrivati a sentire il bisogno di condividere con i nostri amici virtuali i nostri spostamenti, l’ alimentazione e lo svolgersi della nostra giornata?
Attraverso questi nuovi espedienti comunicativi offerti dai social network abbiamo la possibilità di costruire un'immagine artificiale del nostro essere. Il social è una vetrina che possiamo riempire di contenuti che ci descrivono nel modo che stabiliamo noi, creandoci un'immagine di noi stessi che rispecchia il modo in cui desideriamo apparire agli altri. Questo ci spinge a condividere un tipo di informazioni piuttosto che altre, andando a costruire così una sorta di specchio del nostro mondo interno.



 Dott.ssa Rossella Scelza

venerdì 23 gennaio 2015

TUTTI PAZZI PER I SELFIES




Cos’è un selfie?
Per selfie si intende una foto autoprodotta di se stessi, scattata con uno smartphone e pubblicata online su un Social Network.
A lanciare questa moda sono statele star dello spettacolo, subito seguite da migliaia di fan.
In poco tempo il web è stato invaso di foto scattate nei momenti e nei luoghi più insoliti.Tantissime adolescenti, e non solo, si fotografano davanti alla specchio, magari del bagno; mentre non poche coppie sono solite postare una loro foto accompagnata dall’hashtag #Aftersex.

Cosa si nasconde dietro al selfie?
Cos’è che spinge sempre più persone a scattarsi una foto e a pubblicarla in rete?
Senza dubbio emerge una forte componente narcisistica.I social network diventano un enorme specchio narcisista, una vetrina autoreferenziale per dimostrare agli altri che cosa si è, quanto si vale, comunicare stati d'animo e caratteristiche di sé in modo disimpegnato e senza le difficoltà della comunicazione diretta.
Probabilmente, il desiderio di mostrarsi a più persone possibile ha a che fare con la ricerca di identità.
Si ricerca lo sguardo altrui, e sempre più spesso online.Viene costantemente ricercata una conferma della propria immagine;il pericolo è che si affidi la propria identità ai ritratti di sé che vengono veicolati dai social network, investendo la rete di quelle funzioni di riconoscimento sociale generalmente affidate al confronto con gli altri.
In alcuni casi il desiderio ossessivo di realizzare fotografie di sé stesso per poi pubblicarle online, compensa la mancanza o carenza di autostima.
Spesso infatti dietro ad un selfie non si nasconde affatto sicurezza. Al contrario, la ricerca costante di commenti positivi alla propria immagine rappresenta il bisogno di accettazione e di rassicurazioni sul proprio aspetto e, più in generale, sulla qualità della propria vita.
Tuttavia, nessuno è completamente immune da tale fenomeno che può assumere forme e livelli di gravità differenti.
Il problema nasce quando, senza rendersene conto, si finisce con il perdere il contatto con la realtà della propria dimensione, generando così difficoltà relazionali.

Opportunità e rischi
Non c’è assolutamente niente di male nell’utilizzo dei Social Network e dei suoi espedienti comunicativi, anzi in molti casi sono un ottimo strumento per vincere la timidezza o favorire la conoscenza di persone nuove. L’importante è ricordare che non rappresentano l’unico mezzo di socializzazione. 
Dott.ssa Rossella Scelza

giovedì 22 gennaio 2015

SESSO OCCASIONALE E AMORE: PERCHÉ CI INFATUIAMO DEGLI AMANTI DI UNA NOTTE

Incontrare un uomo, scambiarsi uno sguardo e farsi trascinare dalla passione


Poi, quando ognuno ritorna alla propria vita, qualcosa è cambiato. Questo sconosciuto, di cui fino a ieri ignoravamo l’esistenza, è, infatti, entrato nei nostri pensieri irreversibilmente. Ad aiutarci a capire cosa succede al nostro corpo in questo tumulto di emozioni ci viene incontro la scienza che spiega il desiderio con un cocktail irresistibile. 

La dopamina - Quando cadiamo vittime di un’infatuazione attiviamo la produzione di dopamina. Si tratta di un neurotrasmettitore responsabile dell’euforia, dell’eccitazione e dell’appagamento. In particolare, questa sostanza, sollecita l’ipotalamo che attiva una serie di manifestazioni fisiche alla presenza dell’altro (pupille dilatate, accelerazione del battito cardiaco, sudorazione). Se questi stimoli ricevono risposta, e dunque c’è attrazione reciproca, il cervello crea un percorso neurale dove si associa il piacere alla compagnia di quella particolare persona. Più rapporti sessuali avranno luogo, più questo percorso sarà consolidato.

L’ossitocina - Nel complesso sistema chimico che si mette in moto durante l’innamoramento, un ruolo importante è ricoperto dall’ossitocina. Definito da molti “l’ormone dell’amore”, si tratta di un ormone rilasciato durante i rapporti sessuali che, tra le altre funzioni, stimola l’orgasmo. Il suo funzionamento all’interno del meccanismo dell’amore non è ancora chiaro agli studiosi, ma si sospetta essere legato all’aumento di motilità uterina che permette allo sperma di raggiungere con efficacia la destinazione. Quello che viene coinvolto è, dunque, qualcosa che di scritto nel nostro DNA: il bisogno di riprodursi.

Love addicted - Avrete notato, che queste infatuazioni sono legate a avventure nelle quali si è raggiunto l’orgasmo, anche più volte. Senza questo gol, infatti, il nostro cervello, il sistema limbico precisamente, che è affamato di tutte queste sostanze legate all’appagamento, non prova “interesse” nel proseguire la relazione. Potremmo dire, in altri termini, che la nostra mente è dipendente da queste sostanze ed è proprio l’associarle a un incontro passionale che ci fa sentire come se non potessimo più fare a meno.



Fonte: tgcom24.

lunedì 19 gennaio 2015

WORKSHOP FORMATIVO ESPERENZIALE A FOGGIA



L'ESPERIENZA DEL GENOGRAMMA


Dal 21 al 22 febbraio 2015
il Centro di Psicoterapia Familiare di Foggia
ospiterà nella sede dell'Associazione A.Di.Fa. 
in viale Francia, 34 a Foggia
un workshop formativo sul
“L'esperienza del Genogramma: lo strumento, l’utilità, le modalità”

Questo appuntamento è il primo di una serie di incontri formativi per Psicologi, Psicoterapeuti ed altre figure legate al benessere psicologico che il Centro di Psicoterapia Familiare organizza quest’anno.   


Il GENOGRAMMA è uno strumento grafico di rappresentazione della struttura (almeno) tri-generazionale della famiglia, che ha lo scopo di mantenere traccia delle risultanze dell'indagine psicodiagnostica relazionale e guidarla rispetto alle dinamiche emotive, di funzione e di relazione che caratterizzano la specifica famiglia che si sta trattando in terapia.
Attraverso il Genogramma si scoprono i punti di forza e di debolezza dei membri della famiglia e dell'intero gruppo, conoscendone le ragioni evolutive di questi, conquistando così una buona base condivisa di conoscenza della propria storia per affrontare proficuamente le trasformazioni insite in un buon percorso psicoterapeutico.
Questo strumento può essere usato proficuamente da didatti esperti anche in sessioni formative, dove si utilizza con gli/le allievi/e allo scopo di:
  •       consentire ad ognuno di essi una profonda conoscenza della propria storia evolutivo-relazionale,
  •       di individuare gli schemi inconsci ed automatici di relazione da cui si viene dominati,
  •       apprendere esperienzialmente l'uso dello strumento.
PROGRAMMA:
Teoria e struttura del genogramma, tecnica applicativa, uso degli oggetti e delle foto di famiglia,   applicazione esemplificativa di primo livello con alcuni partecipanti (max 2 su esplicita richiesta).

DESTINATARI:
Psicologi, psicoterapeuti, counselor, assistenti sociali, educatori,  dirigenti di comunità, operatori socio-assistenziali, pedagogisti.

TEMPI E COSTI:
Il costo del week end formativo è di € 150,00 e si svolgerà nei seguenti orari: sabato 21 dalle ore 10.00 alle 19.00 (con pausa pranzo), domenica 22 dalle 10.00 alle 14.00.

CONDUTTORI:
     Dott. Cesario Calcagni (psicologo, psicoterapeuta, Didatta Accademia di Psicoterapia della Famiglia)
Dott.ssa Ivana Siena (psicologa, psicoterapeuta Direttrice del Centro di Psicoterapia Familiare Pescara-Foggia)

Verrà rilasciato attestato di frequenza.

Per questa iniziativa, può prenotarsi, entro e non oltre il 10 febbraio 2015 scrivendo a cdpfpuglia@gmail.com o contattando direttamente la dott.ssa Ivana Siena al numero 391.351.90.17
A seguito della prenotazione verrà comunicato l’Iban per il versamento della quota di iscrizione.
Il workshop è a numero programmato: si accettano, cioè, iscrizioni fino a un massimo di 12 partecipanti, così come, al di sotto di un minimo di 6 persone, esso verrà rinviato di un mese, ad un’altra data. La quota versata, in tal caso, potrà fungere da nuova prenotazione o essere restituita.  




Centro di Psicoterapia Familiare Foggia
Dott.ssa Ivana Siena

P.Iva 02431490693
Via Nicola Passero, 69 
71016 San Severo (FG)

Cell. 391.351.90.17





domenica 14 dicembre 2014

ZONA DI SVILUPPO PROSSIMALE





Diverse sono le teorie che hanno cercato di spiegare l’apprendimento del bambino nei primissimi anni di vita e in particolar modo lo sviluppo del linguaggio. Piaget, nella sua Teoria degli Stadi Cognitivi, sostiene che gli sviluppi cognitivo e linguistico passano attraverso una serie di stadi universali e invarianti e sono indipendenti dall’interazione sociale con l’adulto di riferimento.
Bruner ipotizza una base innata per il linguaggio dove adulti e contesto sociale agiscono da sistemi di supporto cosi da favorire l’ingresso del bambino nella cultura di appartenenza e nel mondo del linguaggio.
Vygotsky sostiene, a differenza di Piaget, che lo sviluppo linguistico-cognitivo del bambino sia correlato alla quantità e alla qualità delle interazioni sociali con l’adulto. Concetto fondamentale nella sua Teoria Socioculturale è quello di Zona di Sviluppo Prossimale(zdsp) intesa come la distanza tra il livello attuale di sviluppo, cosi come determinato dal problemsolving autonomo, e il livello più alto di sviluppo potenziale, cosi come è determinato attraverso il problemsolving sotto la guida di un adulto o in collaborazione con i propri pari più capaci (vedi video consigliato alla fine del testo per un esempio pratico di zdsp).
Una dimostrazione di zdsp è l’episodio di rievocazione dove l’adulto aiuta il bambino a ricordare esperienze precedentemente vissute fornendo suggerimenti e accenni. L’apprendimento all’interno della zdsp è possibile in parte grazie all’esistenza dell’intersoggettivitàovvero un modo comune di vedere le cose che si basa sull’esistenza di un punto su cui concentrare l’attenzione e una meta che il bambino e la persona più competente condividono tra loro. Le persone esperte quindi , gli adulti o coetanei più capaci, sostengono temporaneamente le abilità emergenti del bambino per poi lasciare che faccia da sé.
Ritorniamo al linguaggio e alle sue varie fasi di sviluppo. Il bambino per imparare ad utilizzare il linguaggio deve compiere varie operazioni preliminari tra cui: segmentare i suoni linguistici che ascolta, ampliare il vocabolario, padroneggiare le regole morfo-sintattiche della propria lingua ecc. Per poter eseguire tutto ciò ha ovviamente bisogno di assistenza, di un aiuto che solo un adulto o una persona più capace può dargli. Quindi senza una zona di sviluppo prossimale, ovvero uno spazio di interazione bambino-adulto, lo sviluppo linguistico, cosi come quello cognitivo-comportamentale non potrebbero avere luogo.
Ma come avviene lo sviluppo comunicativo-comportamentale nei bambini con sviluppo atipico?
Prendiamo ad esempio i bambini affetti da sindrome di Down. Questi bambini hanno difficoltà nella produzione vocale che compensano con un maggior ricorso all’uso dei gesti. Inizialmente il ricorso alla produzione vocale e ai gesti è equilibrato e simile a quello dei bambini con sviluppo tipico; con l’andare avanti dell’età però la produzione vocale diviene scarsa e meno frequente e si associa a un uso più massiccio di gesti. L’adulto in questo caso punterà sui comportamenti manifesti nei momenti di attenzione condivisa, quindi nei momenti in cui può agire influenzando positivamente il bambino nel raggiungimento di uno scopo (nella zona di sviluppo prossimale appunto). I bambini con autismo non riescono a “sfruttare” i momenti di attenzione condivisa con l’adulto non alternando lo sguardo tra il partner e l’oggetto/evento in questione. Questi bambini inoltre non guardano il volto dell’adulto per capire come comportarsi in una situazione ambigua e in loro è carente la capacità di usare l’intenzione dichiarativa ovvero non riescono a usare un gesto comunicativo, come può essere il semplice gesto di indicare, per attirare l’attenzione dell’adulto verso un oggetto o un evento esterno alla diade.
Sono state diverse le ricerche che hanno indagato su come i genitori di bambini con sviluppo atipico dialogassero con questi ultimi. L’obiettivo comune di queste ricerche era rispondere al seguente quesito: l’esperienza linguistica di cui usufruiscono i bambini con sviluppo atipico è uguale a quella che si rileva per i bambini con sviluppo tipico? I genitori dei bambini che presentano disabilità di vario tipo tendono ad essere più direttivi e meno responsivi dei genitori dei bambini con sviluppo tipico. Il genitore vede l’interazione con il proprio bambino come una << seduta didattica >> quindi fa largo uso di ordini e istruzioni. Le madri dei bambini con ritardo mentale utilizzano inoltre un linguaggio più semplice a livello sintattico. Uno studio di Longobardi e Caselli degli anni 90, ha confrontato lo stile comunicativo delle madri di bambini con sindrome di Down con quello delle madri con bambini con sviluppo normale della stessa età linguistica. Le madri di bambini con sindrome di Down indirizzano un numero inferiore di iniziative comunicative ai propri bambini e di conseguenza utilizzano meno frequentemente tutte le funzioni comunicative (tutoria, didattica, etc...). Queste madri non hanno però mostrato una preferenza per uno stile comunicativo direttivo. Uno studio di Nelson e collaboratori ha evidenziato come le madri di bambini con DSL (Disturbo Specifico del Linguaggio) usano meno le espressioni semanticamente collegate agli enunciati del bambino (esempio: il bambino dice “Luca macchina” e la madre risponde “Luca ha la macchina”).
Cross et al. hanno invece confrontato il livello di capacità di comprensione verbale dei bambini sordi e dei bambini udenti. Il campione era composto da un gruppo di bambini sordi di cinque anni di età (1) , un gruppo i bambini sordi di due anni di età (2) ed uno di bambini udenti di due anni (3). Si è riscontrato che i bambini del gruppo 1 avevano una capacità di comprensionesimile ai b. del gruppo 3 e che i bambini del gruppo 2 avevano capacità di comprensione simile ai b. di pochi mesi di vita. Le madri dei b. sordi utilizzano un linguaggio molto semplificato essendo consapevoli del deficit dei loro bambini. Per i bambini udenti la modalità più efficace per attivare la loro attenzione è quella verbale, per i b sordi risulta invece essere quella di “segnare” il loro spazio visivo. Uno studio di Anderson sui bambini ciechi ha evidenziato che i genitori: usano più frequentemente frasi imperative e interrogative del tipo si/no; adoperano frequentemente denominazioni e richieste di denominazioni mentre con i bambini vedenti vengono usate delle ricche descrizioni su oggetti presenti nell’ambiente circostante; i genitori di b ciechi raramente includono nei loro discorsi richieste di espansione al bambino ma piuttosto forniscono a quest’ultimo una seriedi etichette verbali. 
In conclusione da questi studi emerge come un input quantitativamente e qualitativamente diverso da quello di cui usufruisce un bambino con sviluppo normale non necessariamente vuol dire peggiore, potrebbe invece rappresentare l’effetto di un processo di adeguamento per creare condizioni più favorevoli per lo sviluppo dei bambini con sviluppo tipico.

Dott. Renato Porcelli

Laureato in Psicologia e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara 



Video Zona di Sviluppo Prossimale: https://www.youtube.com/watch?v=idrwTS4EG-U

martedì 9 dicembre 2014

LA PAZIENZA


Se invitate la gente a dire che cosa le viene in mente pensando alla pazienza, ottenete risposte del genere: << Una donna rassegnata, un bue, una persona anziana che fa passare il tempo >>. Invece, all’impazienza: << Un giovane vivace, un capo che da ordini in modo imperioso, una donna bella e capricciosa >>. Ci sono poi molti che considerano la pazienza e l’impazienza due qualità innate, come sarebbero il colore degli occhi o la lunghezza del naso. Alcuni addirittura si vantano dell’impazienza del marito o della moglie. << Non riesce a star ferma un momento, non sopporta le lungaggini >> dicono, come se fosse una prova di vivacità intellettuale o di forza di carattere. Sono invece convinto che la pazienza sia una virtù fondamentale. E, tanto per cominciare, non è affatto innata. La pazienza si apprende, si costruisce col ferreo esercizio della volontà. Il bambino è impaziente. Se ha fame piange, se non c’è la mamma si dispera. L’adolescente è impaziente, morde il freno per stare qualche ora fermo a scuola. Ma anche il bambino, anche il ragazzo, se vogliono riuscire in uno sport, dal calcio alla pesca, devono subito disciplinare i loro impulsi. Devono imparare a stare immobili, attenti, e poi scattare quando è il momento, né un istante prima, né un istante dopo. Devono ripetere pazientemente centinaia di volte lo stesso gesto per perfezionarlo. Molta gente confonde la pazienza con la pigrizia, il disinteresse, l’apatia. Stati psichici caratterizzati dalla mancanza di energia vitale. Invece la pazienza è la capacità di controllare una grande energia vitale senza farsene travolgere, ma indirizzandola a un fine. Nei momenti difficili della vita noi dobbiamo essere capaci di perseguire tenacemente una meta, di volerla con tutta la forza del nostro animo, eppure dobbiamo anche saper aspettare. Come è più facile dare in escandescenze, sbattere una porta! Difficile è sopportare la prima, la seconda, la terza sconfitta e, ogni volta, ricominciare, ritessere le file, cercando nuove strade, nuove alleanze. Tutte le volte che dobbiamo affrontare una grave prova, come un concorso, un affare, una malattia, ma anche un amore, la vera difficoltà è saper resistere giorni e giorni, mesi e mesi, alla più atroce incertezza. La pazienza, in questi casi, è il nome che diamo al coraggio. Il coraggio è la virtù del cominciamento. La pazienza è la virtù del ricominciamento. Perché deve rinascere ogni mattina, ogni ora, ogni minuto. Per <<tener duro>> bisogna  ricominciare a farlo infinite volte. I giovani, finché sono in famiglia, possono permettersi di essere impazienti, cioè di comportarsi come bambini protetti dai loro genitori. Il momento della verità viene quando incominciano a lavorare. Allora, con stupore, si accorgono che nessuno più corregge le loro intemperanze. E che ogni errore devono pagarlo. E, da quel momento, ogni progresso professionale dipende dalla loro capacità di osservare gli altri, di studiarli, di capirli. Siano essi i colleghi, i clienti o i dirigenti. E anche quando viene il momento di parlare, di dire le proprie ragioni, devono sapersi controllare, agire con prudenza e pazienza. L’impazienza crea sempre panico e disagio attorno a sé e, alla fine, si fa tutti nemici. Il padre padrone che, quando torna a casa, urla ad ogni ritardo, il capoufficio che sbraita con la segretaria, il dirigente che strapazza i suoi collaboratori. Costoro usano l’impazienza come strumento di dispotismo e avvelenano la vita e il lavoro degli altri. Chi vuole riuscire non può permettersi questi capricci. A cominciare dal venditore che deve porsi dal punto di vista del cliente, sempre gentile, sempre paziente. Ma anche il grande manager, se vuole ottenere il consenso dei suoi collaboratori, se vuole motivarli davvero, deve essere pronto ad ascoltarli, a parlare, a spiegare, a giustificare, come fa l’allenatore di una squadra. Deve mettercela tutta, e prodigarsi, prodigarsi; e ne deve avere di pazienza!




Tratto da “L’ottimismo” di Francesco Alberoni. Fabri editori- Corriere della Sera 1995.

domenica 7 dicembre 2014

LA CRISI



Ci sono dei periodi nella nostra vita in cui perdiamo l’abituale sicurezza. Ci sentiamo smarriti, disorientati. Avevamo delle idee chiare, delle certezze. Adesso siamo pieni di dubbi. Non sappiamo più se abbiamo fatto le scelte giuste. Alcuni risultati che ci riempivano di orgoglio, ora ci appaiono privi di valore. Ci vengono in mente tutte le altre strade, quelle che non abbiamo percorso, quelle che hanno seguito gli altri e scopriamo che forse erano meglio della nostra. Proviamo rimorso per chi abbiamo inutilmente fatto soffrire. È un momento di crisi, di smarrimento, di disorientamento, di vuoto. 
Qualcuno può dirci che è un attacco di depressione o di nevrosi. Per farlo passare basta un periodo di vacanza, o un viaggio, o una breve cura. Ma è il caso di combatterlo, di sfuggirlo? Non è invece meglio accettarlo, viverlo,  approfittare dell’insegnamento che ci sta dando? Quando siamo impegnati in un compito non possiamo lasciarci afferrare dal dubbio, avvelenare dalle incertezze. Dobbiamo tener ben ferma la meta e occuparci solo dei mezzi per raggiungerla. 
Dobbiamo convincerci che siamo nel giusto e che possiamo riuscire. D’altra parte quando, seguendo un certo metodo, abbiamo avuto successo, ne facciamo tesoro e continuiamo sulla stessa strada. Se in un ristorante i clienti apprezzano particolarmente certi piatti, il cuoco continuerà a prepararli. Quando un pittore ha scoperto una modalità espressiva in cui si realizza e che piace ai critici, vi si abbandonerà con piacere. Lo scienziato che ha elaborato una teoria cercherà di applicarla a tutti i casi che incontra senza sentire il bisogno di cercarle una alternativa. Col passare del tempo, però, quelle che prima erano modalità per esprimere noi stessi e la nuova creatività, a poco a poco finiscono per diventare abitudini, rituali. Il cuoco si abitua a fare gli stessi piatti in modo meccanico. Non sperimenta più nulla di nuovo. L’artista si ripete, imita se stesso. Lo scienziato applica la sua teoria a fenomeni nuovi e diversi che essa non può spiegare. Prima la sua teoria era uno strumento per conoscere, adesso gli nasconde la realtà. Tutto ciò che facciamo nasce come apertura sul mondo, braccia tese per andare incontro e accogliere. Ma questo movimento, ripetuto infinite volte, diventa un rituale vuoto. Non esprime più noi stessi, non ci collega più con la vita. Ecco perché, periodicamente, abbiamo bisogno di una crisi. Qualche volta questa è la conseguenza di un insuccesso, di un brutale schiaffo che la realtà, troppo a lungo trascurata, dà alle nostre abitudini. Ma altre volte ci rendiamo conto di esserci sclerotizzati, irrigiditi, di essere come morti. Allora può arrivare al vertice del successo. Molti autori sono rimasti insoddisfatti del loro capolavoro. Virgilio voleva addirittura distruggere l’Eneide. Scatta in quel momento il bisogno di vedere il mondo da tutti gli altri punti di vista che noi abbiamo dovuto abbandonare per scegliere il nostro, di trascendere ciò che abbiamo fatto. È un bisogno di novità, di freschezza, di ricominciamento che per realizzarsi deve far piazza pulita di ciò che esiste delle strutture in cui ci siamo realizzati. 
La crisi è il momento iniziale, devastante, di un’opera di risanamento e di ricostruzione. Nella vita psichica non c’è vero progresso senza queste discontinuità in cui riusciamo a mettere in discussione radicale noi stessi, ciò che abbiamo fatto, ciò che vogliamo. Distruggendo i nostri possessi, le nostre certezze, creiamo il caos originario in cui tutto diventa nuovamente pensabile e possibile. Solo allora diventiamo nuovamente capaci di cambiare. Perché siamo diventati leggeri, ingenui e umili. 

Tratto da “L’ottimismo” di Francesco Alberoni. Fabri editori- Corriere della Sera 1995.

giovedì 20 novembre 2014

L'INTERVISTA

La dottoressa Ivana Siena ad Evento Abruzzo

La dottoressa  Ivana Siena, Psicologa e Psicoterapeuta ad indirizzo Sistemico-Relazionale, fondatrice del Centro di Psicoterapia Familiare Pescara-Foggia, ha rilasciato un’intervista esclusiva ad Evento Abruzzo.


 L’intervista:

In che modo interpreti il lavoro: Professione? o Vocazione? Perché?

Il percorso formativo legato alla mia professione ha Sì origine da una “chiamata”. Non c’è, però, un essere supremo a farla, ma una serie di fattori legati alle problematiche che si vivono sin dalla nascita nella propria famiglia. Non mi riferisco a situazioni al limite, ma alle difficoltà che ogni Famiglia vive nel corso del proprio ciclo di vita e che, inevitabilmente, hanno risonanze su ognuno dei suoi membri. Queste difficoltà si legano a specifiche caratteristiche di personalità dell’individuo, alla predisposizione all’ascolto ed al personale grado di tolleranza della sofferenza, portando il futuro Psicologo a scegliere di investire in questo tipo di percorso universitario. Il passaggio alla Professione vera e propria arriva quando matura la consapevolezza che l’aiuto che si cerca per sé arriva attraverso quello che si è disposti a offrire all’Altro, e viceversa.

Come mai a tuo avviso i giovani d’oggi non riescono a divertirsi senza bere?

In una società degli eccessi come la nostra, ogni persona è in continuo confronto con il “tanto” ed il “troppo”.  Le energie psico-fisiche che vengono impiegate per restare al passo con i tempi possono essere circoscritte se l’obiettivo è di tipo materiale, ma meno gestibili se si entra nella sfera della realizzazione personale ed in quella delle relazioni sociali. “Insoddisfazione” è la parola chiave, oggi oseremmo dire il tag, che meglio delinea il sentimento di tristezza e la sensazione di vuoto che spesso attanagliano i giovani quando sono impegnati nella ricerca, apparentemente difficile, del proprio valore, della propria stima, così l’alcool diventa lo strumento d’elezione per NON pensare e NON sentire.

La famiglia d’origine può risultare davvero fondamentale nel processo di formazione di una persona? Perché?

La famiglia d’origine E’ fondamentale in questo processo. Tutto ciò che si è da adulti dipende da quello che coloro che ci hanno cresciuto si sono impegnati, più o meno volutamente, a tramandare. Spesso si tratta di messaggi impliciti, gesti, sguardi, brevi frasi i quali restano impressi dentro i figli, le quali saranno la mappa che indica la direzione, il “cosa fare” e “come farlo”. Questa mappa assomiglia ad un copione teatrale che può essere però modificato nel tempo, senza mai rifiutare la trama. Un albero senza le radici è destinato a non stare in piedi, ma a cadere. Lo stesso albero può essere trapiantato e vivere bene anche in altre condizioni diverse, purché non lo si privi delle sue radici.

Il benessere economico, talvolta provoca apatia e depressione, come spieghi questo fenomeno?

Il confronto continuo con dei modelli che incoraggiano “l’avere” piuttosto che “l’essere”, si scontra notevolmente con la realtà economicamente meno favorevole di talune persone. Ciò che provoca apatia e, nei casi più gravi, depressione è il “misurarsi” con l’altro, ma la stessa parola implica il sentirsi sconfitti in partenza. Ragionare per emulazione impedisce l’accettazione di ciò che si è o si è diventati, porta a polemizzare contro il fato perdendo di vista il proprio potere di cambiare le cose, se solo lo si vuole. Sentirsi meno fortunati diventa un alibi per restare nella passività e non crearsi alternative.

Che ruolo hanno assunto i  Social Network in una società come la nostra?
  
Mi viene in mente la parola Alter Ego, ossia l’altro Sé che ognuno vorrebbe essere. Credo che i Social Network rappresentino l’invenzione più ingegnosa degli ultimi tempi, ma anche la più penalizzante. Se da un lato attraverso questi si può esprimere se stessi nella totalità, perché protetti da uno schermo che impedisce il contatto oculare con le persone, dall’altro si trasforma la naturalezza delle relazioni vis à vis. Si tratta di un mezzo per esibire, comunicare, condividere e spesso giudicare, infatti si può affermare che, a tutti gli effetti, è un’arma e come tale può essere usata per proteggere o per ferire  gli altri, ma spesso si dimentica che il rischio più grande è rivolgerla verso se stessi.

In un momento di congiuntura economica come quello stiamo attraversando  che valenza possono assumere i sogni veri ed autentici?

A mio avviso i sogni sono tutti veri ed autentici, sono la rappresentazione paradossale della realtà, quella che si desidera e che spesso viene negata a se stessi. La riflessione sul “cosa” impedisce di realizzarli è un lavoro lungo e difficile, ma non impossibile.

 Matteo Sborgia