Follia
domenica 7 aprile 2013
mercoledì 3 aprile 2013
SEMINARIO GRATUITO
Il Centro Milanese di Terapia della Famiglia
è lieto di invitare alla giornata
di studio
ACKERMAN INSTITUTE
(NEW YORK),
MENTAL RESEARCH INSTITUTE (PALO ALTO),
CENTRO MILANESE DI TERAPIA DELLA FAMIGLIA (MILANO)
MENTAL RESEARCH INSTITUTE (PALO ALTO),
CENTRO MILANESE DI TERAPIA DELLA FAMIGLIA (MILANO)
si
incontrano in Italia per
“LA SISTEMICA E
IL FUTURO”
che si terrà a Milano il 19 Aprile (presso l’Auditorium
“San Fedele” – P. zza San Fedele, 4) e
il 21 aprile 2013 a Pescara (presso l’Auditorium
“Petruzzi” – Via delle Caserme, 60).
Tramite un collegamento “webinar” l’incontro sarà inoltre
trasmesso in diretta a L’Aquila (presso l’Associazione Abitare Insieme – Via
della Scuola della Torretta, 53/c ).
Il convegno sarà l’occasione per affrontare le tematiche
della terapia sistemica all’interno di un confronto tra rappresentanti
dell’Ackerman Institute, del Mental Research Institute e del Centro Milanese di
Terapia della Famiglia. Il dibattito sarà aperto al pubblico, con l’intenzione
di favorire uno scambio di idee tra i differenti approcci alla psicoterapia.
Il nostro evento si inserisce all’interno di un processo
di sensibilizzazione e promozione della cultura psicologica. Attraverso il
confronto intendiamo incentivare l’interesse per la psicoterapia e per
l’epistemologia sistemica.
L’incontro è gratuito per favorire la più ampia
partecipazione degli operatori professionali, e in particolare dei più giovani.
sabato 30 marzo 2013
CICLO DI VITA DELLA FAMIGLIA
Sindrome del nido vuoto
La cosiddetta
sindrome del nido vuoto è in realtà un momento di disagio individuale o di
coppia che può verificarsi in corrispondenza con il momento del ciclo di vita
della famiglia che corrisponde
all’uscita di casa dei figli. I dati statistici riportano che questo momento è
ritardato di quasi un decennio rispetto al passato, cioè l’uscita di casa dei
figli, che vanno a vivere autonomamente con o senza un partner, si colloca
nella maggior parte dei casi dopo i trent’anni.
Si riferisce a sentimenti di depressione, ristezza, e/o dolore
sperimentato dai genito nel momento in cui i figli iniziano a lasciare” la casa
genitoriale. Questo talvolta può accadere quando i figli da bambini iniziano ad
andare a scuola oppure, di solito quando raggiunta la maturità, decidono di
andare via e sposarsi.
Le madri hanno maggiore probabilità di essere colpite rispetto ai padri,
perchè spesso, il momento in cui il “nido” si svuota coincide per le donne con
momenti altrettanto difficili e significativi della vita come ad esempio la
menopausa o la cura dei genitori anziani, quindi lo stress è certamente più
alto.
Fortunatamente la stragrande maggioranza delle madri oggigiorno lavora, pertanto,
avverte in maniera meno forte il vuoto che i figli lasciano nell’andare via di
casa.
Inoltre , un numero sempre crescente di giovani adulti tra 25 e 34 vive ancora in casa.
Psicologo Allan Scheinberg definisce questi ragazzi "figli boomerang" vuole a dire che seppur i genitori offrono loro la possibilità di abbandonare il nido familiare, a causa della limitata responsabilità appresa nell’infanzia e grazie ai privilegi che il restare in casa con i genitori offrono, quasi sempre questi ragazzi, esattamente come boomerang, dopo brevi sperimentazioni di
Inoltre , un numero sempre crescente di giovani adulti tra 25 e 34 vive ancora in casa.
Psicologo Allan Scheinberg definisce questi ragazzi "figli boomerang" vuole a dire che seppur i genitori offrono loro la possibilità di abbandonare il nido familiare, a causa della limitata responsabilità appresa nell’infanzia e grazie ai privilegi che il restare in casa con i genitori offrono, quasi sempre questi ragazzi, esattamente come boomerang, dopo brevi sperimentazioni di
distanza tendono a rientrare in casa non appena incontrano le prime difficoltà.
Sintomi
Sentimenti di tristezza sono normali in questo momento. È anche normale trascorrere del tempo nella cameretta per sentirsi più vicini al proprio figlio, ma è fondamentale controllare le proprie reazioni e la loro durata. Se si sente che la propria vita è inutile, o se si piange continuamente o si è così angosciati fino al punto da non desiderare vedere amici o andare al lavoro, si dovrebbe considerare la possibilità di richiedere un aiuto professionale.
Sintomi
Sentimenti di tristezza sono normali in questo momento. È anche normale trascorrere del tempo nella cameretta per sentirsi più vicini al proprio figlio, ma è fondamentale controllare le proprie reazioni e la loro durata. Se si sente che la propria vita è inutile, o se si piange continuamente o si è così angosciati fino al punto da non desiderare vedere amici o andare al lavoro, si dovrebbe considerare la possibilità di richiedere un aiuto professionale.
Cause
In genere le famiglie
rendono possibile e facilitano il processo fisiologico di uscita di casa dei
figli, mentre ciò può risultare problematico nelle cosiddette famiglie
invischiate: per esempio se la presenza del figlio in casa è ciò che consente di eludere il conflitto tra i genitori allora l’abbandono del tetto da parte del figlio
provocherebbe uno squilibrio che l’intera famiglia non sarebbe in grado di
fronteggiare. In alcuni casi, come dice Haley, un esperto di dinamiche familiari, è il figlio stesso a sviluppare un qualche tipo
di problema, ad esempio un comportamento sintomatico o un fallimento
nell’inserimento professionale, tanto da renderlo necessariamente bisognoso
della famiglia ed impossibilitato a separarsene.
Generalmente quello che viene consigliato alle coppie che restano nuovamente sole, come quando erano senza figli, è di re-investire energie emotive e fisiche nella relazione di coppia, se questa relazione funziona: quindi l’ideale sarebbe quello di crearsi dei nuovi interessi, dedicarsi ad attività che a causa delle necessità dei figli sono sempre state rinviate, come viaggiare, iscriversi ad un corso di ballo, riscoprire l’intimità e le relazioni amicali. E naturalmente rappresentare per i figli un punto di riferimento certo, seppur distinto.
Generalmente quello che viene consigliato alle coppie che restano nuovamente sole, come quando erano senza figli, è di re-investire energie emotive e fisiche nella relazione di coppia, se questa relazione funziona: quindi l’ideale sarebbe quello di crearsi dei nuovi interessi, dedicarsi ad attività che a causa delle necessità dei figli sono sempre state rinviate, come viaggiare, iscriversi ad un corso di ballo, riscoprire l’intimità e le relazioni amicali. E naturalmente rappresentare per i figli un punto di riferimento certo, seppur distinto.
Se la relazione di coppia invece è già da tempo problematica l’uscita di casa dei figli può funzionare da detonatore della conflittualità, poichè se restare uniti poteva essere sensato in presenza dei figli, anche se adulti, è facile che si possa andare incontro all’eventualità di una separazione nel momento in cui anche il figlio più piccolo ha lasciato il nido. In questo caso però incolpare l’indipendenza dei figli del fallimento della relazione è un meccanismo patologico e soprattutto improduttivo.
Per affrontare l’eventuale rinegoziazione della relazione coniugale può essere utile pensare di intraprendere una psicoterapia di coppia, mentre in caso di separazione si può decidere di affrontare lo stress di questo evento attraverso un aiuto individuale.
Recenti ricerche indicano che la qualità del rapporto genitore-figlio
può vere importanti conseguenze in un momento così delicato come quello all’abbandono
della casa genitoriale. Estreme ostilità, conflitti, o drastici distacchi nella
relazione padre-figlio possono ridurre la sensazione di sostegno necessario per
la maggior parte dei giovani durante la prima età adulta rendendo più doloroso
e difficile l’abbandono ed acutizzando i sentimenti di colpa e disagio nella
madre, la quale si sente inevitabilmente fra due fuochi.
Le donne sono particolarmente vulnerabili alla depressione quando i
figli lasciano la casa, attraversano infatti una profonda perdita di identità e
di finalità. Tuttavia, gli studi non indicano alcun aumento della malattia
depressiva tra le donne in questa fase della vita.
Trattamento
Parlare dei propri sentimenti, con un professionista e ritrovare tutti quegli aspetti positivi che una maggiore libertà può offrire. Nel frattempo, è importante frequentare gli amici, avvicinarsi al proprio partner, riscoprire interessi messi tempo prima nel cassetto.
Questo può favorire anche il processo di adeguamento al nuovo ruolo ed identità di genitore. Il rapporto con il proprio figlio può diventare più paritario e diretto. Risulta utile ad evitare lo svilupparsi di tale sindrome,tenere sempre un “posto vuoto” nel nido mentre i figli vivono ancora in casa.
Trattamento
Parlare dei propri sentimenti, con un professionista e ritrovare tutti quegli aspetti positivi che una maggiore libertà può offrire. Nel frattempo, è importante frequentare gli amici, avvicinarsi al proprio partner, riscoprire interessi messi tempo prima nel cassetto.
Questo può favorire anche il processo di adeguamento al nuovo ruolo ed identità di genitore. Il rapporto con il proprio figlio può diventare più paritario e diretto. Risulta utile ad evitare lo svilupparsi di tale sindrome,tenere sempre un “posto vuoto” nel nido mentre i figli vivono ancora in casa.
Sviluppare amicizie, hobby, carriera, e di opportunità ludiche. Fare
piani con la famiglia, mentre sono ancora tutti sotto lo stesso tetto, piani
specifici per una parte extra di denaro da spendere solo per gratificare e
“coccolare”se stessi (viaggi, piccoli regali…) nel momento in cui si resterà
soli.
DIPENDENZA AFFETTIVA
Né con te, né senza di te
Negli ultimi anni,
assieme alle diverse forme di dipendenza che possono attraversare l’animo umano
(droga, alcol, sesso, gioco d’azzardo, etc..), si sente parlare di “dipendenza
affettiva”.
Ci si può pertanto
chiedere, dato che nelle situazioni sentimentali, capita spesso di soffrire, se
sia questa la situazione che ci riguarda e come potervi far fronte.
Innanzitutto occorre
specificare che la dipendenza è un fenomeno tipico della specie umana e non è
di per sé patologico, tanto che la prima e fondamentale esperienza di
dipendenza è quella del neonato dalle figure adulte di riferimento.
Per tutta la vita si
sperimentano situazioni dipendenza, sia in amore che nelle diverse forme di
legame, essa è indissolubile dal sentimento stesso che proviamo per l’altra
persona, per questo possiamo definirlo attaccamento. J. Bowlby è stato il primo
a parlare dell’importanza dell’attaccamento. Secondo lo studioso, le
interazioni tra madre e bambino (che iniziano già durante la gravidanza, e che
vanno dall'abbraccio, allo scambio di sguardi, alla nutrizione, al conforto
ecc.), strutturano ciò che viene definito “sistema d'attaccamento”.
Questo periodo dello sviluppo è molto importante perché porta allo crescita del sistema che guiderà le interazioni e gli scambi relazionali e affettivi.
Poichè l’autonomia emotiva e la piena coscienza di se non si sono ancora formate, se si verificano esperienze di rifiuto e di abbandono da parte di uno o di entrambi i genitori, i bambini sperimentano inconsapevolmente sia l’ambivalenza tra il dolore e la rabbia per l’ amore non ricevuto, sia il dubbio di non valere poi tanto e di dover fare di tutto per essere migliori.
Queste premesse, creano le basi per la possibilità di sviluppare una dipendenza affettiva, i cui sintomi principali sono:
- Profondo senso di colpa
Questo periodo dello sviluppo è molto importante perché porta allo crescita del sistema che guiderà le interazioni e gli scambi relazionali e affettivi.
Poichè l’autonomia emotiva e la piena coscienza di se non si sono ancora formate, se si verificano esperienze di rifiuto e di abbandono da parte di uno o di entrambi i genitori, i bambini sperimentano inconsapevolmente sia l’ambivalenza tra il dolore e la rabbia per l’ amore non ricevuto, sia il dubbio di non valere poi tanto e di dover fare di tutto per essere migliori.
Queste premesse, creano le basi per la possibilità di sviluppare una dipendenza affettiva, i cui sintomi principali sono:
- Profondo senso di colpa
- Rancore e rabbia
nei confronti del partner
- Paura di perdere
l’amore
- Paura
dell’abbandono, della separazione
- Paura della
solitudine e della distanza
- Terrore di
mostrarsi per quello che si è
- Senso di
inferiorità verso il partner
- Profonda gelosia
- Dedizione totale al
partner e annullamento di se
- Abbassamento dell'autostima
- Senso di vergogna
Il dipendente dedica completamente tutto sé stesso all'altro, al fine di perseguire esclusivamente il suo benessere e non anche il proprio, come dovrebbe essere in una relazione "sana". Chi ha una dipendenza affettiva, nell'amore vede la risoluzione dei propri problemi. Il partner assume il ruolo di un salvatore, egli diventa lo scopo della sua esistenza, la sua assenza anche temporanea da un profondo senso di angoscia. Per riempire questa voragine esistono tanti altri modi: l’alcool, il fumo, il cibo, il super lavoro, ma essi non la potranno mai colmare veramente, possono aiutare a distrarsi, a non sentire, ma non risolvono il problema di fondo.
Chi è affetto da dipendenza affettiva non riesce a cogliere ed a beneficiare dell'amore nella sua profondità ed intimità. A causa della paura dell'abbandono, della separazione, della solitudine, si tende a negare i propri desideri e bisogni e si ripropongono i copioni passati, gli stessi che hanno ostacolato la propria crescita personale.
La dipendenza si stabilisce perché c’è il rifiuto. Se non ci fosse, quasi sempre il presunto amore finirebbe in un tempo incredibilmente breve. Quello che imprigiona nelle relazioni, il dipendente affettivo, è la speranza e presunzione di riuscire prima o poi nella vita a farsi amare da chi proprio non vuole farlo, o di riuscire a curare chi non può o non vuole essere curato, o di salvare chi non può o non vuole essere salvato. Gli individui dipendenti solitamente cercano una o poche relazioni esclusive, sia con il partner che con gli amici, così da riprodurre quello schema comportamentale instauratosi nella fase post-natale.
Scelgono persone che sembrano in grado di affrontare la vita e che si possano prendere cura di loro e investono su queste figure di riferimento, responsabilità che altrimenti spetterebbero a loro in prima persona. Il soggetto dipendente, pur di compiacere l'altro, evita il conflitto ed ogni sorta di controversia per il timore dell'abbandono, rinnegando il proprio vero Sè. Quando non riesce a vivere un rapporto di coppia come un processo di crescita permanente, rimane intrappolato negli schemi disfunzionali appresi nel passato, alimentato dalle paure di solitudine e d’abbandono, e dalla speranza che l’altro si prenda cura di lui.
La guarigione dalla dipendenza affettiva non è il distacco dalla persona o dalle persone da cui si era dipendenti, bensì l’acquisizione di una l’autonomia affettiva; questo è ciò che permette di entrare consapevolmente e realmente in relazione con gli altri, perché li vogliamo, perché li scegliamo, non perché abbiamo bisogno di loro per esistere.
Giungere a questo livello non è semplice, anche perché nonostante il forte malessere è molto difficile chiedere aiuto per la pura del rifiuto. Il momento significativo che porta i dipendenti affettivi a chiedere aiuto, come nelle diverse forme di dipendenza, avviene quando si tocca il fondo, quando si ha la percezione del vuoto, della perdita di identità, della rabbia e dalla frustrazione di non vedere ricambiata la dedizione e il loro amore.
Durante questi dolorosi momenti si convincono che qualcosa non va, e trovano la spinta necessaria ad uscire dal circolo vizioso della dipendenza affettiva.
In questo processo di
acquisizione il ruolo di amici e persone care può essere fondamentale, ma non
sufficiente.
La ricerca di un
esperto psicoterapeuta a cui affidarsi, permette di scoprire i nodi che hanno
dato origine al circolo vizioso e di sperimentare una sana relazione di
attaccamento, che può essere risolutiva, rispetto al malessere provato.
Fonte: psicologi-italia.it
PENSIERI
"Vieni a giocare con me,” le propose il
piccolo principe, “sono così triste…”
“Non posso giocare con te, “disse la volpe, “non sono addomesticata.”
“Che cosa vuol dire ‘addomesticare’?”
“… vuol dire creare dei legami…”
“Non posso giocare con te, “disse la volpe, “non sono addomesticata.”
“Che cosa vuol dire ‘addomesticare’?”
“… vuol dire creare dei legami…”
“Creare dei legami?”
“Certo,” disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro.
(…) Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. E poi, guarda! Vedi, laggiù, in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me, è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticata. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…”
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe: “Per favore, addomesticami” disse."
Il Piccolo Principe
domenica 24 marzo 2013
PENSIERI
QUANTO PESA UN
BICCHIERE D’ACQUA?
Dipende dal tempo che
lo si regge, da quante persone sono disponibili a offrire un aiuto. Se è per un
minuto soltanto non è un problema, dopo un’ora si comincia ad avvertire un
dolore alla mano, dopo un giorno si trasforma in una tortura, in ciascun caso
il peso è lo stesso, ma più a lungo lo si tiene, più diventa pesante.
PSICOLOGIA DELLO SPORT
Altro articolo di Psicologia dello Sport, i piccoli calciatori crescono tra aspettative proprie e dei genitori, tra soddisfazioni e rischi:
"Giovani calciatori: Aspettative e rischi"
Leggilo qui: www.forzapescara.tv
martedì 19 marzo 2013
PSICOLOGIA DELLO SPORT
Il mio ultimo articolo di Psicologia dello Sport, un modo
nuovo di vedere la relazione tra Allenatore e Squadra.
“AMORE E
RITORNO – Parallelo tra calcio e vita quotidiana”
Leggilo qui: www.forzapescara.tv
CORSO DI FORMAZIONE
CORSO DI
PERFEZIONAMENTO IN PSICOLOGIA DELLA FAMIGLIA
Un excursus sul ciclo vitale della famiglia, soffermandoci sui
momenti critici che si attraversano durante l’evoluzione del nucleo familiare,
i difficili compiti di sviluppo di ognuno dei suoi membri, le tecniche per
affrontarli e superarli nel modo più funzionale possibile.
Un Corso
a cura della dott.ssa Ivana Siena ed organizzato da IGEAcps di Pescara.
Le
iscrizioni sono aperte
giovedì 14 marzo 2013
ADOLESCENZA
Criticità nei giovani
L'adolescenza è quella fase del ciclo di vita umano in cui si verifica la transizione dallo
stato di bambino a quello
di adulto. Essa copre un periodo piuttosto lungo, mutevole da individuo a
individuo e da cultura a cultura,
in cui a fronte delle numerose trasformazioni fisico-corporee si assiste a
profondi cambiamenti psicologici,
che investono le capacità cognitive, la sfera degli affetti e le competenze
sociali della persona.
La
definizione psicologica di adolescenza come fase di transizione non deve
tuttavia comportare una svalutazione
del contributo sociale e culturale da essa rappresentato. Il periodo di vita
vissuto dagli adolescenti
è infatti un preciso momento evolutivo con caratteristiche specifiche che lo
rendono, pur nella continuità
data dal processo di costruzione dell’identità, uno stadio autonomo.
C’è
un’idea di adolescenza come percorso/processo di costruzione dell’identità
all’interno del ciclo di vita: percorso
che si realizza affrontando (coping) e in qualche modo risolvendo specifici
compiti di sviluppo che trovano
nel contesto e nella cultura di appartenenza del singolo adolescente la loro
concreta esplicitazione.
Autori
che hanno contribuito a definire il tema della costruzione dell’identità in
adolescenza sono Erikson (1982)
e Marcia (1966; 1980). Vygotskij (1934), Bruner (1990) e Cole (1996) hanno
fornito gli strumenti metateorici
per accostarvisi criticamente. A Vvgotskij si deve il concetto di “zona di
sviluppo prossimale” (lo
spazio d’intervento dell’adulto per accrescere le competenze del bambino) e
l’idea che lo sviluppo di capacità
naturali è in parte funzione dei cosiddetti “amplificatori culturali”, ossia
gli strumenti che la cultura mette
al servizio della mente. Il contributo dell’ultimo Bruner è rintracciabile nel
concetto di “conoscenza” come
ricerca e costruzione condivisa del significato, grazie al procedere
complementare del pensiero logicoscientifico e
di quello narrativo. Cole ha fatto dei contesti d’apprendimento il luogo della
propria ricerca,sviluppando
idee riguardanti capacità mentali di soggetti appartenenti a popolazioni non
occidentali.
Adolescenza, identità e compiti di sviluppo
Erikson
(1982) ha una visione dello sviluppo come “ciclo di vita’ costellato di eventi
critici.
L’orizzonte
al cui interno egli colloca il suo modello evolutivo è psicosociale, nel tentativo
di comprendere non
solo le dimensioni psichiche dello sviluppo della persona, ma anche quelle
sociali e culturali. Quella che emerge
è una visione complessa dell’individuo che si definisce in base a tre
dimensioni fondamentali: biologica,
psichica e sociale.
Il
modello eriksoniano tiene conto non solo del presente vissuto dalla persona, ma
anche del suo passato e del
suo futuro, concependo l’esperienza individuale della persona sullo sfondo
della sua inserzione socioculturale e
storica.
Adolescenza e transizione all’adultità
Da
diversi anni ormai è stata individuata una nuova fase di vita denominata
post-adolescenza.
La
costituzione di questa nuova fase nasce dall’esigenza di poter descrivere e
spiegare da un punto di vista psicosociale
il fenomeno che vede sempre più giovani o tardo adolescenti permanere nelle
propria famiglia, rimandando
una serie di scelte che una volta accadevano prima, contribuendo all’assunzione
definitiva della propria
identità.
Quello
a cui spesso si assiste è un lento modificarsi delle relazione fra genitori e
figli dovuto alla coabitazione
prolungata nel tempo causata da elementi e difficoltà esterne, soprattutto di
tipo lavorativo.
Erikson
costruisce il suo modello in stadi e individua per ciascuno stadio del ciclo di
vita un particolare compito
di sviluppo che, a seconda di come viene affrontato e risolto, condurrà ad
esiti evolutivi positivi o negativi.
Ogni stadio dello sviluppo è infatti caratterizzato da un “dilemma
psicosociale” che nasce all’interno
della relazione soggetto/ambiente e che deve essere superato perché la crescita
possa procedere in senso
maturativo.
Il
dilemma che l’adolescente deve affrontare è legato dall’antitesi fra identità e
confusione d’identità e può portare
a raggiungere la forza psicosociale positiva della fedeltà, ossia della
capacità di essere coerenti e leali
rispetto ad un impegno assunto.
Identificazione
e sperimentazione vengono ad essere i due processi cruciali per la costruzione
dell’identità in tale
fase: attraverso il primo processo, l’adolescente abbandona le identificazioni
precedenti, scegliendo nuovi
modelli identificativi presenti nell’ambiente (amici, insegnanti e così via).
Inoltre, egli si sperimenta nell’adesione
consapevole a gruppi sociali che gli consentono di assumere svariati ruoli,
favorendo il confronto,
l’autoriflessione e la conoscenza di sé.
Al
termine dell’adolescenza, il ragazzo dovrebbe possedere una maggiore e più articolata
consapevolezza della
propria identità e delle sue caratteristiche, che Erikson individua nelle
seguenti componenti:
-
continuità e coerenza (l’adolescente percepisce, pur nella discontinuità delle
sue esperienze e vicende, una continuità
e una consistenza interna);
-
reciprocità (vi è consapevolezza di una sostanziale corrispondenza fra
l’immagine che abbiamo di noi e quella
percepita dagli altri);
-
libertà ed accettazione dei/imiti (la comprensione dei propri limiti fisici e delle
proprie capacità non intacca la
consapevolezza e la libertà di scegliere);
-
avvertire una destinazione (aver costruito delle rappresentazioni realistiche
di sé e del proprio
progetto/percorso
di vita).
CPF
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