domenica 3 marzo 2013

PROBLEM SOLVING


Raggiungere l'obiettivo


Problem Solving significa letteralmente “risolvere problemi”. Il termine, nato in ambito matematico, si è diffuso negli ultimi anni in riferimento alle abilità e ai processi implicati nell’affrontare problemi di qualsiasi tipo, da quelli pratici a quelli interpersonali o psicologici.
Oggi il Problem Solving viene insegnato e applicato con successo in vari ambiti, ad esempio, in azienda e nel counselling come metodo di lavoro per migliorare la capacità di risolvere i problemi.
Anche se gli strumenti di Problem Solving si differenziano a seconda delle diverse aree di applicazione, i principi di base rimangono gli stessi.
Si potrebbe obiettare che risolvere problemi e inventare soluzioni siano attività quotidiane di tutti. Alcuni danno perfino l’impressione di riuscire a cavarsela in qualsiasi circostanza.
Capita però che certi problemi siano particolarmente complessi, oppure che le conoscenze e le esperienze passate sedimentino in noi presupposti sbagliati, pregiudizi che ci ostacolano nella ricerca della soluzione. Altre volte ancora siamo così assorbiti dal nostro malessere da non riuscire a focalizzare il vero problema.
In tutti questi casi diventa utile applicare un metodo che ci aiuti a inquadrare correttamente i problemi e a trovare soluzioni creative e realistiche, riducendo al minimo stress, contrasti, stallo o pericolo di rinuncia.
Un problema è un invito al cambiamento per raggiungere i nostri obiettivi
Un problema esiste quando c’è un ostacolo al raggiungimento di un obiettivo.
Un esempio: stiamo percorrendo una strada di montagna con la nostra auto. Ad un tratto incontriamo un albero caduto che ci sbarra la via. Il nostro obiettivo è andare avanti ma l’albero non si può spostare. Però, con un po’ di attenzione, è possibile aggirarlo uscendo dalla strada asfaltata per un breve tratto per poi ritornare in carreggiata.
In questo caso il problema è stato risolto senza rimuovere l’ostacolo sul nostro cammino: semplicemente abbiamo modificato il percorso.
Il problema, dunque, non corrisponde all’ostacolo, ma a una condizione in cui, a causa della presenza di ostacoli o impedimenti, siamo costretti a individuare nuove azioni, chiamate soluzioni, per raggiungere i nostri obiettivi.
In presenza di un ostacolo non possiamo raggiungere i nostri obiettivi procedendo secondo le conoscenze o le esperienze precedenti. Dunque, per arrivare alla soluzione, è necessario un cambiamento nel nostro modo di vedere e sentire le cose o nei nostri comportamenti, che ci consenta di raggiungere gli obiettivi.
Il Problem Solving ci aiuta a individuare di quale cambiamento abbiamo bisogno e a metterlo in atto.
Rimuovere, aggirare o utilizzare l’ostacolo?
Non sempre il cambiamento richiesto dalla situazione corrisponde alla rimozione dell’impedimento. Esistono infatti diversi modi per affrontare un ostacolo:
- rimuoverlo
Per alcuni problemi la soluzione più semplice, se praticabile, è rimuovere l’ostacolo in quanto rappresenta un peso inutile. Ad esempio, ci togliamo il maglione se abbiamo troppo caldo, ci documentiamo se dobbiamo tenere una lezione su un argomento che non conosciamo approfonditamente.
- aggirarlo
In altri casi, è più proficuo non tenere conto dell’ostacolo, praticando altre strade. Ad esempio, se il nostro lavoro non ci fa guadagnare abbastanza, cerchiamo un altro lavoro o dei lavoretti saltuari per arrotondare.
- utilizzarlo
Alcuni ostacoli non possono essere eliminati o aggirati ma, se osservati da un’altra prospettiva, possono addirittura diventare una risorsa: una piccola azienda che non è in grado di espandersi può decidere di puntare sulla qualità del suo prodotto.
Le fasi del Problem Solving
Il processo di Problem Solving si suddivide in quattro fasi, che si articolano in vari passaggi intrecciati fra loro. Vediamole in sintesi:
FASE 1: Identifichiamo il problema e il nostro obiettivo:
  • Definizione dell’obiettivo.
  • Analisi degli ostacoli.
FASE 2: Generiamo le possibili soluzioni:
  • Generazione delle idee (brain storming).
  • Trasformazione delle idee in soluzioni.
FASE 3: Scegliamo, valutiamo e pianifichiamo la soluzione:
  • Valutazione di efficacia, fattibilità e conseguenze.
  • Scelta della soluzione
  • Pianificazione (cosa, quando, come e con quali risorse)
FASE 4: Mettiamo in pratica:
  • Esecuzione del piano.
  • Valutazione dei risultati.
Le quattro fasi sono consequenziali: seguirle nella loro progressione ci consente di impostare correttamente il problema e di chiarire alcuni atteggiamenti o aspetti che ci confondono, impedendoci di trovare delle soluzioni.
Non pensiamo però che il Problem Solving sia un processo interamente razionale e lineare, come una specie di “catena di montaggio del pensiero”. Al contrario lo scopo del Problem Solving è aiutarci a integrare le nostre risorse, sia quelle logiche e critiche, sia quelle creative indispensabili per arrivare alla soluzione.
In particolare la creatività e l’intuizione sono il cuore della seconda fase: dopo aver identificato i nostri obiettivi e i reali ostacoli al loro raggiungimento, dobbiamo lasciare la mente libera di creare idee, immagini, collegamenti, prendendo nota di tutto ciò che ci passa per la testa senza criticarlo o analizzarlo (brain storming). Solo dopo ci preoccuperemo di come le idee potranno essere effettivamente realizzate e di tutti i possibili limiti e problemi del progetto.
Problem Solving per problemi emotivi e interpersonali
Anche quando non si tratta di problemi pratici ma emotivi o interpersonali, i principi fondamentali del Problem Solving rimangono, con alcuni adattamenti, gli stessi.
I problemi interpersonali nascono dalle difficoltà di relazione con gli altri. Ad esempio, si possono verificare quando non esprimiamo con chiarezza i nostri obiettivi, quando questi non sono condivisi da altre persone, oppure nei casi in cui non riconosciamo agli altri il diritto di volere qualcosa.
I problemi emotivi sono quelli in cui sentiamo un forte senso di disagio e abbiamo bisogno di eliminarlo o ridurlo almeno in parte: ad esempio, quando ci sentiamo depressi, ansiosi oppure abbiamo paura di parlare in pubblico o non accettiamo il nostro aspetto.
Una delle ragioni per cui facciamo fatica a risolvere i problemi emotivi e interpersonali è la confusione tra problema e disagio: il problema non è il disagio. Il malessere che sentiamo è piuttosto un segnale dell’esistenza del problema, l’espressione di bisogni o difficoltà che, non trovando soluzioni migliori, si manifestano appunto attraverso le emozioni sgradevoli o dolorose. E’ per questo motivo che quando ci proponiamo di non provare una certa emozione, ad esempio la paura o l’imbarazzo, il più delle volte non riusciamo nel nostro intento. Dunque, è importante riuscire a identificare quali esigenze profonde si celano dietro le emozioni per arrivare a porci gli obiettivi giusti. Obiettivi positivi, non semplici negazioni dell’ostacolo.
Individuare obiettivi e ostacoli
Data la complessità delle emozioni e dei rapporti umani, spesso non è facile identificare l’obiettivo e gli ostacoli al suo raggiungimento ma il Problem Solving può venirci in aiuto con numerose tecniche.
Una di queste è la “domanda del miracolo” ideata da alcuni ricercatori inglesi per focalizzare gli obiettivi. Consiste nell’immaginare la seguente situazione:
Se domani mattina mi svegliassi e, per miracolo, il problema non esistesse più, come me ne accorgerei? Come vedrei il mondo? Cosa farei nel corso della giornata? Che progetti farei per il futuro? Come mi descriverei in questa nuova situazione?
Cerchiamo di rispondere immedesimandoci il più possibile in questa ipotetica liberazione dal problema. Saranno le sensazioni provate a farci capire se quello che abbiamo immaginato ci soddisfa veramente e dunque rappresenta l’obiettivo o se in realtà stiamo cercando qualcosa di diverso.
Un’altra tecnica, questa volta per individuare gli ostacoli, consiste nell’identificare delle “situazioni tipo” in cui sperimentiamo il problema con i suoi ostacoli e nel cercare di descriverle in termini di immagini, sensazioni corporee e dialoghi interni.
Ad esempio, se riteniamo che il nostro problema sia parlare in pubblico, possiamo pensare a cosa succede quando ci capita di farlo durante una riunione di lavoro. La descrizione potrebbe essere pressappoco così: “quando prendo la parola e tutti iniziano a guardarmi, le gambe cominciano a tremare, sento un gran caldo e la fronte si copre di sudore.
Mi imbarazza sapere che gli altri mi osservano mentre sono tutto sudato, ma cerco di far finta di niente per non evidenziarlo ancora di più. Quasi involontariamente, abbasso il tono della voce e faccio fatica a trovare le parole per esprimere anche i concetti più semplici…”.
Come si può vedere, più la descrizione è particolareggiata e attenta ai segnali lanciati dal corpo, più diventa semplice individuare i vari ostacoli che aggiungono stress al problema: ad esempio, lo sguardo degli altri puntato su di noi o la reazione psicofisica del sudare, con l’imbarazzo che ne consegue.
E la soluzione?
Anche per quanto riguarda la ricerca delle soluzioni, il Problem Solving mette a disposizione varie tecniche la cui scelta può dipendere dal tipo di problema e dalla personalità di chi si trova ad affrontarlo.
E’ importante precisare che le soluzioni a problemi emotivi e interpersonali non sono solamente azioni da compiere, ma delle vere e proprie rielaborazioni del nostro modo di vivere alcune esperienze. Per questo motivo, in alcuni casi l’impiego del Problem Solving acquisisce efficacia nell’ambito di un intervento di counselling che può fornire a chi vive un profondo disagio il supporto adeguato per superare la confusione emotiva e la dispersione delle energie.
Cambiamo le convinzioni o i comportamenti?
Come abbiamo detto, la chiave per arrivare alla soluzione si trova in un cambiamento nel nostro modo di vivere certe esperienze. Ma da dove cominciare per realizzare un tale cambiamento? Non esiste una risposta assoluta: in alcuni casi il cambiamento potrebbe partire dalle convinzioni che influenzano le nostre emozioni e comportamenti.
Ad esempio, per chi si considera una persona incapace la soluzione potrebbe trovarsi nel lavorare sulla propria autostima. In altre situazioni, potremmo invece iniziare modificando il comportamento, le risposte corporee per arrivare a un cambiamento nelle convinzioni.
Ad esempio, il sentirsi ansiosi quando ci troviamo in posti nuovi o in mezzo a persone che non conosciamo potrebbe dipendere dalla convinzione inconsapevole che “siamo in pericolo”. In tal caso può essere utile superare questa idea negativa partendo dal corpo, addestrandoci a rilassarci proprio nelle situazioni che temiamo.
Il cambiamento avvenuto nella nostra reazione automatica (l’esserci rilassati) può produrre un cambiamento nella cognizione, che diventerà, appunto, “sono al sicuro”.
In conclusione
Abbiamo visto che, nei problemi emotivi e interpersonali, la risoluzione è soprattutto un percorso di ascolto e di dialogo interno. Il sovraccarico emotivo rende queste situazioni particolarmente difficili da affrontare, spesso genera confusione ma, allo stesso tempo, è un forte segnale che ci spinge a cambiare qualcosa.
Con il Problem Solving, nell’ambito di un aiuto professionale, possiamo individuare le nostre vere esigenze, mettere ordine a pensieri e comportamenti e arrivare più facilmente a una soluzione che ci consenta di star bene con noi stessi e con gli altri.

Fonte: P. SPAGNULO, Problem solving. L’arte di trovare soluzioni, ECOMIND

Centro di Psicoterapia Familiare

sabato 2 marzo 2013

DIVENTARE GENITORI


Da due a tre



La “transizione alla genitorialità” è quel processo complesso e delicato che porta una coppia a diventare coppia genitoriale.
La transizione, come sempre, porta con sé una crisi. Tale crisi non è necessariamente sinonimo di problema o addirittura di patologia ma è sinonimo di cambiamento e il cambiamento, quasi sempre, implica possibilità e rischi.
La nascita di un figlio comporta una serie di importanti modificazioni per la coppia:
- Le cure di cui un bambino piccolo necessita di norma richiedono tempi significativi che prima la coppia dedicava a se stessa e al proprio tempo libero. Il tempo per stare insieme, divertirsi, rilassarsi, dopo l’arrivo di un figlio si riduce drasticamente.
- Prima della nascita di un figlio la coppia ha come unica responsabilità il sostentamento, il mantenimento e la sopravvivenza di sé stessa. Con la nascita di un figlio il carico di responsabilità sulle spalle dei genitori aumenta notevolmente e con esso possono aumentare anche la paura di non farcela a sostenere tale carico e la sensazione di “perdita di libertà”.
- Con il diffondersi della famiglia nucleare a scapito di quella patriarcale, per ovvie ragioni legate a dinamiche socioeconomiche e alla mobilità territoriale delle giovani coppie che vivono lontano dalla famiglia d’origine, la coppia genitoriale si trova a dover affrontare le sue nuove importanti responsabilità praticamente da sola. Le strutture di supporto sul territorio sono spesso assenti o hanno costi che le rendono poco accessibili. Le reti sociali e amicali, specie fuori dai piccoli centri e nelle grandi città, sono spesso lasse o incompatibili con le distanze. Questo isolamento rende tutto molto più difficile e i momenti di scoraggiamento per la coppia di neogenitori possono essere decisamente più frequenti.
- Il post partum è un momento estremamente difficile per la mamma. Di norma compaiono malinconia e una certa tristezza e questo essenzialmente per ragioni sia psicologiche che biologiche. L’accudimento di un figlio può rappresentare per una donna un compito umano troppo difficile verso il quale si sente completamente sguarnita. E’ più che normale sentirsi impreparati e preoccupati ad affrontare tale compito ma spesso tale preoccupazione determina una sorta di “paralisi” ad agire, ad occuparsi del proprio bambino, a curarlo e coccolarlo e un sentimento di dolorosa inadeguatezza. Ciò che ne deriva è uno stato di tristezza profonda che spesso sfocia in una vera e propria depressione. Dal punto di vista biologico, nel post partum il livello di estrogeni nel sangue si riduce drasticamente determinando un fisiologico calo del tono dell’umore che quasi sempre si accompagna anche ad un calo del desiderio sessuale. La vita della coppia evidentemente risente di tutto ciò in maniera molto significativa.
- Con l’arrivo di un figlio, l’attenzione delle mamme viene catalizzata quasi interamente dal bambino e dal suo accudimento e questo, spesso, fa si che i papà si sentano trascurati ed estromessi dal rapporto privilegiato tra madre e bambino. Sempre più spesso, però, accade di assistere all’esatto contrario, ovvero papà che diventano un tutt’uno con il loro nuovo ruolo di genitori e mamme che soffrono perché si sentono trascurate e messe da parte.
Come fare per far sì che questo delicato passaggio di vita possa costituire per la coppia un momento in cui ritrovarsi anziché perdersi?

Non è un compito semplice. Non lo è in quanto ciò che è realmente determinante in questo processo è l’equilibrio che la coppia aveva stabilito prima della nascita di un figlio. E’ evidente che una coppia che funzionava in maniera problematica già prima del lieto evento rischia molto più di una coppia che, invece, aveva conquistato un buon funzionamento complessivo.
Le crisi problematiche, la sofferenza che non passa vanno affrontate con l’aiuto di professionisti con una preparazione psicoterapeutica. Certamente, però, alcuni consigli pratici possono aiutare a contrastare l’insorgere di problemi durante questo delicato momento di transizione.
Sforzarsi di trovare del tempo per la coppia
Può sembrare impossibile farlo quando in due, oltre a lavorare, ci si deve occupare di un neonato ma è di fondamentale importanza che la coppia si ritagli uno spazio proprio nel quale il bambino non c’è o è sullo sfondo. La coppia dovrebbe vivere questo spazio come un appuntamento (quotidiano, settimanale ecc.) irrinunciabile da pianificare a tutti i costi.
Perdonarsi per le proprie paure
Avere paura di mettere al mondo un figlio e di accudirlo è la cosa più normale del mondo. Non c’è nulla di male o di patologico nell’avere paura, anzi, la paura ci serve per mettere in campo tutte le nostre risorse per svolgere al meglio i compiti difficili. Quando pensiamo di non farcela spesso stiamo sottostimando le nostre capacità e sovrastimando il pericolo. Pensiamo a tutte le volte che abbiamo avuto paura di qualcosa e poi ci siamo detti, dopo aver affrontato questo qualcosa, che forse non c’era da avere così tanta paura. Inoltre, sforziamoci di riflettere sul perché proprio noi non dovremmo farcela?
Chiedere aiuto
Quando il peso dei problemi e delle difficoltà quotidiane diventa insostenibile è bene allentare la tensione e lasciarsi aiutare. Chiedere aiuto non è sempre facile, a volte la coppia ha la sensazione di dovercela fare da sola a gestire un bambino e sente che chiedere aiuto rappresenti una sorta di piccolo fallimento. In altri casi la coppia può temere di essere di peso se chiede aiuto e così facendo si priva della possibilità di scoprire che a volte genitori, amici e parenti sono ben contenti di rendersi utili.
I genitori perfetti non esistono
E’ quello che ogni neogenitore dovrebbe ripetere a sé stesso tutte le volte che si sente inadeguato o teme di poter sbagliare con il proprio figlio. Sentirsi preoccupati e paralizzati dalla paura di sbagliare è normale, specie quando nostro figlio è appena nato ma questo non fa di noi genitori inadeguati o inetti. 
Centro di Psicoterapia Familiare


INSEGNAMENTO E BURNOUT


Il Burnout nell’insegnamento


L’insegnante oggi vive una dinamica di ruolo estremamente articolata perché parte di un sistema ricco di tensioni e mutamenti, quale quello della scuola.
I numerosi cambiamenti che investono il sistema istruzione uniti ai cambiamenti della popolazione studentesca pongono l’insegnante di fronte alla possibilità di sperimentare in continuazione l’esperienza dell’inefficacia del proprio intervento educativo.
Il fallimento rappresenta una costante minaccia nella percezione di sé e del sentimento di autostima personale e sociale; tale fenomeno è potenzialmente in grado di generare situazioni di distress professionale (disagio) che incidono sulla prestazione lavorativa e sull’equilibrio psicologico.
Le cause di maggior disagio professionale sono:
• La peculiarità della professione (relazione d’aiuto)
• Lo scarso riconoscimento sociale e istituzionale della professione
• Il numero elevato di studenti per classe
• La maggior partecipazione degli studenti alle decisioni e conseguente
livellamento dei ruoli con i docenti
• L’inadeguata retribuzione
• Le conflittualità tra colleghi (passaggio critico dall’individualismo al
lavoro d’equipe)
• Il rapporto con i genitori e con gli studenti
• L’evoluzione scientifica (avvento dell’era informatica e delle nuove tecnologie
di comunicazione elettronica)
• Il susseguirsi continuo di riforme
Gli insegnanti, che esercitano appieno una professione riconosciuta come
relazione di aiuto (helping profession), sono maggiormente a rischio di sviluppare la sindrome del burnout, a causa dello stress cronico e prolungato.
Il Burnout è “un processo nel quale un professionista precedentemente impegnato, si disimpegna dal proprio lavoro in risposta allo stress e alla tensione sperimentata”.
Secondo Maslach, una delle maggiori studiose del fenomeno in questione, il nucleo della sindrome del burnout è uno schema di sovraccarico emozionale seguito da esaurimento emozionale.
Autorevoli studi hanno accertato che tale affezione rappresenta un fenomeno di portata internazionale, che ricorre frequentemente tra gli insegnanti. Secondo Maslach e Jackson, una o più condizioni stressogene, se particolarmente intense o protratte nel tempo, possono indurre l’insorgenza di tale sindrome.
Secondo il modello di Maslach, che a tutto’oggi è quello maggiormente condiviso, la sindrome del burnout si caratterizza con:
• particolari stati d’animo (quali ansia, irritabilità, esaurimento fisico,
panico, agitazione, senso di colpa, negativismo, ridotte autostima, empatia
e capacità d’ascolto, ecc.),
• somatizzazioni (emicrania, sudorazioni, insonnia, disturbi gastrointestinali, parestesie, ecc.)
• reazioni comportamentali (assenze o ritardi frequenti sul posto di lavoro, chiusura difensiva al dialogo, distacco emotivo dall’interlocutore, ridotta creatività, ricorso a comportamenti stereotipati).
Il repertorio comportamentale che viene descritto da questo modello si declina attraverso vissuti di:
1. Esaurimento emotivo: la sensazione di essere in continua tensione, emotivamente inariditi dal rapporto con gli altri. Essa si caratterizza per la mancanza dell’energia necessaria per affrontare la realtà quotidiana e per la prevalenza di sentimenti di apatia e distacco emotivo, nei confronti del lavoro. Il soggetto si sente svuotato, sfinito, le sue risorse emozionali sono esaurite. Le conseguenze dell’esaurimento emotivo possono essere sia fisiche (insonnia o disturbi nel sonno, emicrania, problemi gastrointestinali) che interpersonali (stanchezza, affaticamento, vuoto mentale, sensazione di fallimento, ansia, depressione, rabbia, scoraggiamento, tendenza all’isolamento e al ritiro.
2. Depersonalizzazione: la risposta negativa nei confronti delle persone che ricevono la prestazione professionale. Viene rappresentata da un atteggiamento caratterizzato da distacco e ostilità che coinvolgono primariamente la relazione professionale, vissuta con fastidio, freddezza e cinismo. La persona tenta di sottrarsi al coinvolgimento, limitando la quantità e la qualità dei propri interventi professionali al punto da rispondere evasivamente alle richieste e sottovalutare o negare i problemi dell’utente. Crollate le aspettative, cadono anche le convinzioni personali riguardo alle proprie capacità ed alle proprie competenze: “non sono capace di fare il mio lavoro!”, “non valgo niente!”.
Le conseguenze della depersonalizzazione possono essere lavorative (bassa produttività lavorativa con sensazione di mancata realizzazione dei propri obiettivi, assenteismo, rigidità e resistenza al cambiamento, ripetitività passiva e acritica del proprio lavoro) e interpersonali (cinismo, aggressività, sospettosità, incapacità d’ascolto e relazione d’aiuto).
3. Ridotta realizzazione professionale: la sensazione che nel lavoro a contatto con gli altri la propria competenza e il proprio desiderio di successo stiano venendo meno. Il soggetto si sente perennemente fallito da un punto di vista professionale e inadeguato per il tipo di lavoro svolto. Tale stato è inoltre aggravato dalla consapevolezza del disinteresse e dell’intolleranza verso gli altri. Ciò comporta pesanti sensi di colpa per le modalità relazionali impersonali e disumanizzate che si è, in qualche modo, costretti ad utilizzare nella relazione con altri. Mentre in passato il lavoratore trovava nel lavoro stimoli e caratteristiche che, se pur in vario modo, rispondevano alle attese personali e alle motivazioni di scelta del lavoro, successivamente prevale la routine, la monotonia e tutto diventa più pesante e gravoso.
Le conseguenze della ridotta realizzazione professionale intaccano il complesso di sensazioni relative alla propria competenza e abilità professionale. Ne risente, senz’altro, anche il desiderio ed il piacere di lavorare con gli altri, condividendo le esperienze acquisite.
La sindrome del burnout può essere riconosciuta attraverso la presenza di
quattro elementi principali:
1. Affaticamento fisico ed emotivo (emotional exhaustion and fatigue);
2. Atteggiamento distaccato e apatico nei confronti di studenti, colleghi e neirapporti interpersonali (depersonalisation and cynical attitude);
3. Sentimento di frustrazione dovuto alla mancata realizzazione delle proprie aspettative (lack of personal accomplishment);
4. Perdita della capacità del controllo, smarrimento cioè di quel senso critico che consente di attribuire all’esperienza lavorativa la dimensione giusta. La professione finisce per assumere un’importanza smisurata nell’ambito della vita di relazione e l’individuo non riesce a “staccare” mentalmente tendendo a lasciarsi andare anche a reazioni emotive, impulsive e violente.
In altri termini psicologici individuali e interpersonali, nella sindrome del
burnout si instaura una situazione conflittuale tra il modello ideale che ciascuno ha del suo lavoro (come è stato desiderato e quindi scelto), tra il ruolo lavorativo così com’è e quello effettivamente svolto e il ruolo burocratico (così com’è imposto dalla istituzione).
La conseguenza è che si “spersonalizza” il rapporto con l’utente e si riduce la motivazione ad intraprendere azioni finalizzate alla soluzione di problemi, impedendo l’elaborazione di azioni creative e originali.
Ciò implica dei rischi per la salute mentale dell’individuo, che vive il rapporto con l’istituzione attraverso emozioni di rabbia, senso di impotenza, depressione, ansia e tutto questo determina disistima, richiami, censure e, nei casi più gravi, provvedimenti disciplinari).

A fare fronte a questi sintomi e a queste percezioni spiacevoli in grado di condizionare pesantemente il tono dell’umore e la qualità della vita dell’individuo nel suo contesto, intervengono le cosiddette Strategie di Coping (Coping Strategies).
In uno studio effettuato nel Regno Unito su 2.638 direttori scolastici viene suggerita una classificazione delle strategie di coping messe in atto:
Azioni dirette (direct), miranti cioè ad affrontare positivamente la situazione
Diversive (diversionary), cioè tese a schivare l’evento assumendo un atteggiamento
apatico, impersonale, distaccato nei confronti di terzi
Di fuga (withdrawal) o abbandono dell’attività, per sottrarsi alla situazione
stressogena
Palliative (palliative) cioè incentrate sul ricorso a sostanze come caffè, fumo, alcool, farmaci.
Intervento psicologico
Da molti anni l’interesse della psicologia al mondo della scuola è in aumento, anche se lo psicologo non è una figura istituzionalizzata e riconosciuta nelle scuole di ogni ordine e grado.
Negli ultimi anni, accanto ai temi finora trattati dalla psicologia, è emersa la necessità di considerare lo stress professionale del corpo docente e la sindrome del burnout, come oggetto d’interesse.
La psicologia scolastica è una disciplina che si occupa di produrre salute e mira al benessere del docente, inteso anche come la capacità di trovare nuove strategie di adattamento in situazioni di disagio professionale, consentendo una crescita individuale e sistemica che coinvolga l’identità personale e professionale del docente. E’ una materia che mira alla scoperta e al potenziamento di quelle parti sane dell’individuo, inteso come persona che fa parte di un contesto di appartenenza e dotato di una mente relazionale, in grado di crescere in maniera ecologica e parallela rispetto agli altri individui del gruppo di lavoro.
L’ultima edizione del Giornale “La Professione di Psicologo”, organo ufficiale dell’Ordine Nazionale degli Psicologi è stata interamente dedicata alla Scuola e intitolata “I Servizi Psicologici per la Scuola”.
All’interno di questa edizione è stata realizzata un’intervista al Prof. Guido Petter e troviamo stimolante, per una riflessione attuale e futura, riportare alcune sue parole.
Alla domanda sulla riscoperta e sulla rivalutazione del ruolo della passione per la professione di insegnante, il professore ha risposto:
“Avere passione per il mestiere che si esercita è certo importante nel caso di tutte le professioni, perché significa, per una persona, identificarsi con l’attività che svolge, sentirsi realizzata attraverso di essa, trovare in essa continui motivi di soddisfazione e di crescita (e purtroppo molte volte non è così, quando per esempio si è costretti ad accettare un lavoro che proprio non piace e al quale ci si sente estranei).
Nel caso delle cosiddette “professioni d’aiuto” [...] questa “passione” assume un ruolo anche più rilevante, perché non ha allora solo una ricaduta personale [...] ma anche un’importante ricaduta sociale.
Infatti, un insegnante che ha passione per il proprio lavoro tende costantemente a migliorare la propria preparazione, ad acquisire sempre nuove conoscenze e abilità, e ciò si riflette positivamente sugli allievi, con i quali svolge la sua attività educativa.
Inoltre, questi ultimi avvertono il suo entusiasmo e ne vengono facilmente coinvolti. E, in qualche misura, lo avvertono anche i genitori, che più facilmente possono allora impegnarsi nelle direzioni da lui indicate.
E lo avvertono anche i colleghi: è un dato di fatto che, quando in una scuola opera un piccolo nucleo di insegnanti “appassionati”, anche gli altri si lasciano coinvolgere in iniziative educativamente importanti, e il tono di
tutta la scuola si alza”. Riteniamo che, in linea con il titolo e l’obiettivo del corso, i gruppi hanno contribuito ad un’iniziale modifica dell’atteggiamento dei docenti e dei dirigenti verso le problematiche emotive, con la sfida di muoversi tutti verso una “Scuola di Salute e Condivisione”.

Fonte: "L’approccio psicologico al disagio mentale professionale e al Burnout: orientarsi dal problema alla gestione proficua del conflitto attraverso strategie personali e di gruppo"

Centro di Psicoterapia Familiare

lunedì 25 febbraio 2013

LA DOTT.SSA SIENA A VIOLINO TZIGANO

 La Dott.ssa Ivana Siena Psicologa-Psicoterapeuta Familiare ospite alla trasmissione televisiva "Violino Tzigano" puntata del 18/02/2013 condotta da Gianni Lussoso 


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sabato 23 febbraio 2013

AUTOSTIMA


Così come mi vedo
Stare bene con se stessi vuol dire stare ben con gli altri. Una delle maggiori richieste rivolte a specialisti della psicologia è come migliorare il rapporto con gli altri, con il partner, con i genitori, con i colleghi. La tendenza a percepire l’altro con cui si entra in relazione come “problematico” è molto comune e racchiude difficoltà di comunicazione per le quali non si riesce a vedere chiaramente una possibilità di risoluzione.
Questa sensazione costante e pervasiva ha in realtà a che fare con la percezione che si ha di sé, spesso messa in crisi proprio dagli altri intorno che, sempre attraverso la comunicazione, ci danno conferme o apparenti dimostrazioni di ciò che siamo. Non sempre, però, l’immagine che gli altri ci rimandano indietro è corretta, oggettiva, spassionata; è anzi facile che sia distorta da pregiudizi, bisogni, e tutto ciò che necessitano di vedere in noi per esorcizzare le loro paure.
L’idea che abbiamo di noi stessi è una costruzione molto complessa, della quale non siamo nemmeno pienamente consapevoli ed si può racchiudere nel concetto di autostima.
L’autostima è la percezione che si ha di sé, quella che si costruisce proprio attraverso i feedback di cui parlavamo sopra. Si possono individuare almeno cinque importanti aree della vita quotidiana attraverso le quali si costruisce: quella sociale, quella scolastica/professionale, familiare, estetico-corporea, intellettivo-culturale (la sensazione di avere delle abilità mentali ed una cultura adeguate e valorizzate nel proprio ambiente). 
Questa valutazione di sé è dinamica e si muove nel tempo su un continuum che prevede due estremi, quello positivo e quello negativo.
La bassa autostima aumenta il senso di insicurezza ed inadeguatezza, la convinzione di non essere in grado di  poter contare su se stessi e di essere quindi padroni della propria vita in quanto il pensiero e, ancora peggio, il giudizio degli altri sono fondamentali alla propria sopravvivenza emotiva. La prima cosa di cui è importante rendersi conto è il fatto che già la semplice idea che ci siamo fatti di noi stessi tende a condizionare il nostro comportamento in modo tale da “autoconfermare” l’idea stessa: è il cosiddetto effetto di “profezia che si autoavvera”. Nei casi di bassa autostima, la profezia è di tipo catastrofico e viene quindi confermata di volta in volta dal bisogno impellente di fare di un altro esterno il nostro punto di riferimento in quanto “Io non sono capace da solo” di decidere, agire, pensare. Nei casi più gravi sorge una dipendenza verso l’esterno che conferma quindi il proprio sentirsi inutili e invisibili.
Non da meno risulta l’eccesso opposto del continuum in cui un’alta autostima, che come dicevamo è necessaria per star bene con se stessi e con gli altri, può diventare a suo modo un  problema. Troppa sicurezza di sé,  la convinzione di star facendo sempre e comunque la cosa giusta, impediscono una visione obiettiva della realtà. Questa modalità prevede che la persona non riesca più a confrontarsi con il mondo esterno e ritenga di possedere una saggezza interna che non le permette di accorgersi dei propri errori.
Non si nasce con la giusta autostima, essa va piuttosto coltivata, curata, alimentata durante il corso dell'esistenza. Una sana autostima permette di percepirsi in modo realistico e di riequilibrarsi costantemente e in maniera indipendente dal giudizio altrui.
La lotta al miglioramento continuo richiede un impegno costante nel tempo e una volontà forte di mettersi in gioco in prima persona, lavorando sulle proprie percezioni e su ciò che le ha radicate a partire dall’infanzia fino all’età adulta.
Una chiave di svolta importante inoltre sta nel valore soggettivo della diversità e della differenziazione rispetto agli altri e al mondo esterno, dove per differenziazione si intende autodefinirsi ed individualizzarsi, per evitare la fusione relazionale e conservare l'obiettività emotiva  all'interno del sistema a cui si appartiene.

dott.ssa Ivana Siena
Centro di Psicoterapia Familiare

venerdì 22 febbraio 2013

DISABILITA'


LA FAMIGLIA DI FRONTE ALL’HANDICAP



I legami che uniscono i membri di una famiglia hanno caratteristiche ben definite: sono fortemente vincolanti, presentano cioè una libertà limitata; sono strutturati secondo una gerarchia; sono fondati su processi di reciprocità e di reciproca lealtà.
Per quanto riguarda la gerarchizzazione dei rapporti essi sono prevalentemente regolati in base alle generazioni.
Queste considerazioni sono da tenere presenti anche nel caso delle presenza di un figlio che presenta un handicap, che pur limitandone l’autonomia, non ne annulla comunque un’evoluzione parziale verso forme ed esigenze di vita adulta. Gli aggiustamenti da trovare saranno più complessi non potendo contare su parametri socialmente riconoscibili e condivisi. Il cammino verso il ruolo adulto andrà incoraggiato anche dai genitori, che tendono a viverlo come “figlio per sempre”.
Per quanto riguarda la relazione di attaccamento va sottolineato che essa regola anche il concetto di lealtà, di affidabilità del legame.
Boszormenyi-Nagy e Spark mette in luce gli aspetti di dovere del legame, dovere che si esprime secondo leggi che implicitamente lo governano, “fibre invisibili, ma solide” che vincolano le relazioni familiari. Gli autori ipotizzano la presenza di “conti” inconsci tra il dare e l’avere del legame familiare, conti che debbono essere saldati secondo criteri di giustizia, pena l’esperienza del malessere psicologico.
Può apparire che il soggetto disabile sia sotto questo profilo, inadempiente, sempre creditore e mai debitore nella relazione.
Se opportunamente condotto nella propria strada di sviluppo, il disabile può “pagare” almeno in parte e con forme simboliche, il suo debito alle generazioni precedenti non solo con il riconoscimento affettivo ma anche operativamente, facendo esperienza di valorizzazione di se stesso e di “consolazione” verso gli altri membri della famiglia.
Se torniamo al concetto di famiglia come sistema capace di conservazione dei propri livelli organizzativi e di cambiamento vedremo che sarà sempre necessario al suo interno una forma di negoziazione. Ciò che deve essere maggiormente negoziato in ogni sistema è la distanza interpersonale tra i membri che include chi è dentro e chi è fuori dalla famiglia.
Minuchin ha descritto le famiglie in base agli stili che la caratterizzano, mettendo in luce i termini di distanza e vicinanza interpersonale:
-         Disimpegnate: caratterizzate da una grande distanza psicologica e affettiva tra i membri, con poca condivisione e legami di attaccamento di tipo evitante. Questo tipo di famiglia tenderà a sottovalutare le difficoltà del soggetto disabile, che si troverà solo di fronte ai suoi limiti;
-         Invischiate: tutti i membri della famiglia si occupano degli affari di tutti, mostrando forme di attaccamento ansioso-ambivalente, che rendono faticoso un processo di individuazione e separazione tra i membri. La famiglia del disabile apparirà iperprotettiva e faticherà a vedere le risorse evolutive del disabile, limitandolo nell’esplorazione con il contagio della propria ansia.

In ogni situazione familiare i compiti di assistenza e di lealtà reciproca, di vicinanza o di distanza interpersonale, possono essere utilizzati per esercitare espressioni di potere: anche in nome della malattia è possibile esercitare un potere, e nascondersi dietro ad essa, manipolando inconsciamente gli equilibri del rapporto e stravolgendo perfino l’ordine generazionale.
Analizzeremo ora come questo avvenga nella coppia, nella famiglia estesa e tra i fratelli.
La coppia e l’assistenza
Nella società attuale nell’ambito lavorativo la donna e l’uomo sono considerati intercambiabili, mentre nell’area domestica le mansioni sono rimaste fissate nell’organizzazione tradizionale: è frequente perciò che la donna abbia di fatto un doppio lavoro, uno come casalinga e uno come lavoratrice con reddito proprio.
La posizione della donna, già faticosa in condizioni consuete, diventa drammatica con l’ingresso nella famiglia della disabilità.
Accade perciò che donne/madri interessate al proprio lavoro si trovino improvvisamente ad un bivio esistenziale penosissimo: il dover scegliere tra il bene del proprio caro e la propria realizzazione personale. Tutta la comunità, compreso il padre e i riabilita tori avvallano la teoria del sacrificio, non prevedendo gli effetti nefasti sulla relazione familiare di un sentimento depressivo della donna, suscitato dalla convinzione di aver fatto una rinuncia troppo grande.
Che cosa accadrà, per esempio, tra madre e figlio se questi non sarà in grado di ricompensare il sacrificio materno con risultati brillanti nella riabilitazione? E ancora: quale sottile potere sarà dato in mano al figlio che può frustrare la madre che ha riposto in lui la sua autostima? Quale responsabilità toccherà al padre, che ha richiesto implicitamente alla propria compagna il sacrificio della realizzazione professionale?
L’handicap, come abbiamo accennato, si presta meravigliosamente ad essere un paravento dietro cui si possono nascondere fini occulti di controllo e di potere: la richiesta di assistenza completa da parte di una moglie richiesta dal marito può nascondere il desiderio intimo di renderla dipendente; la coalizione moglie-madre può essere un tentativo di escludere il coniuge, considerato incapace, dalle scelte familiari nei confronti del disabile….
Anche nei casi più fortunati in cui i coniugi riescono a conservare l’alleanza di coppia, il problema di sentire il figlio come perpetuo terzo pone un’alta carica di ansia verso prospettive future, con perdita per entrambi di uno spazio indispensabile all’esperienza duale.
Nelle malattie degenerative, ad esempio, la diagnosi pone la famiglia di fronte alla famiglia un verdetto tragico in cui è contemplato solo un peggioramento progressivo che non di rado ha come esito la morte. La coppia deve perciò abbandonare bruscamente il proprio progetto di vita, progetto che lascia spesso il posto unicamente alle aspettative di morte. L’improvvisa transizione fa riemergere a livello conscio l’intera storia familiare e personale con tutto il suo bagaglio di risorse ma anche di aree problematiche, talvolta inespresse. Ecco allora che sensi di colpa per mancanze vere o presunte, rimpianti per progetti irrealizzati, sofferenze per lutti non elaborati, irrompono in questo scenario già saturo di angoscia scatenando una reazione di negazione e di fuga. La coppia cercherà di ricercare un tempo “riparatorio” per rinforzare il cordone difensivo per immobilizzare il tempo e lo spazio: lo spazio diventa statico ed il tempo negato.
In questo senso il terapeuta della famiglia si dovrà da “ponte”, ovvero come interlocutore per coniugare le scelte dei genitori e le esigenze del figlio.

LA FAMIGLIA NUCLEARE E LA FAMIGLIA ESTESA

Le famiglie quando incontrano difficoltà, non tendono a ricorrere immediatamente all’aiuto dei servizi pubblici, ma cercano piuttosto l’appoggio della parentela.
Il problema della giusta distanza dalle famiglie di origine, senza né vissuti di abbandono ed emarginazione, né di delega o squalifica può sembrare insormontabile: se saranno disponibili a lasciarsi coinvolgere, in tempi successivi potrebbero diventare fonte di interferenze; se non saranno disponibili presenteranno una delusione così amara da riuscire perfino intollerabile.
I processi di inclusione/esclusione più evidenti sono quelli diretti verso membri significativi della famiglia estesa: sono, infatti, una sorta di vaso comunicante con la famiglia nucleare, verso cui e da cui rifluiscono le situazioni di disagio emotivo.
E’ frequentissimo notare che la solidarietà affettiva offerta da coloro che sono vicini al nucleo familiare viene utilizzata per ri-investire legami che in passato avevano lasciato insoddisfatti. Nasce la comprensibile aspettativa che in presenza di una così grande sventura sarà possibile ricevere quella gratificazione affettiva, prima sospirata invano. Speranze abbandonate, aspettative affettive deluse, ritornano in campo, poiché inconsciamente ognuno sente che la tragedia rende ottenibile ciò che prima, in condizioni normali, era stato negato.

CONVIVERE CON UN FRATELLO DISABILE


Molto importante è la posizione in cui vengono a trovarsi i fratelli sani, che più di tutti risentono della modalità utilizzata dalla famiglia per fronteggiare l’angoscia del trauma. Il comportamento dei genitori costituisce, infatti, un potente segnale per i figli i quali spesso vi si adeguano, adottandolo come un codice di riferimento. L’iperprotettività dei genitori verso il disabile, per esempio, sarà assunta come norma dagli altri figli i quali si sentiranno in dovere di provvedere al fratello in modo da inibire ogni suo sforzo di autonomia. Per contro atteggiamenti di rifiuto e di emarginazione del disabile autorizzeranno i fratelli ad allontanarsi da lui.
Di norma nella famiglia “normale” la scala valoriale assunta dai figli, sul modello proposto dagli adulti, è solitamente improntata sulla protezione, definendo così due ruoli:
-         Quelli che proteggono: gli adulti e i figli maggiori (anche se hanno sei anni)
-         Quelli che ricevono protezione: figli minori e disabili (indipendentemente dalla sua età cronologica).
Agli occhi dei genitori il figlio disabile è per definizione non autonomo: il suo effettivo bisogno di aiuto in alcuni settori si allarga spesso a macchia d’olio, così che il più delle volte il soggetto viene considerato disabile in tutto e per tutto. Per contro gli altri figli ricevono prematuramente la patente di autonomi, di “grandi”, “di quelli che ragionano”, assai prima di meritarla, o di averla desiderata, o di essere in grado di utilizzarla con profitto.
I figli possono essere interlocutori gratificanti dei genitori, dando loro una diversa visione del futuro; se maggiori del bambino compromesso, possono essere di appoggio e di aiuto nel crescerlo. I fratelli sani stimolano il fratelli disabili, distolgono l’attenzione angosciosa dai suoi problemi imponendo le proprie, più gratificanti, esigenze di crescita; danno soddisfazioni ripagando gli sforzi educativi dei genitori e compensandoli delle delusioni che ricevono dal fratello compromesso.
I fratelli sani possono essere gelosi delle eccessive attenzioni che il disabile riceve e dare a propria volta preoccupazioni con comportamenti inaccettabili.
Essi possono sentire le richieste dei genitori come eccessive e rifiutarsi di soddisfarle. Tuttavia se la compromissione del figlio disabile è seria, inevitabilmente ai fratelli sani viene fatto carico di funzioni genitoriali sostitutive che con il procedere della crescita, possono indurre in loro un grave vissuto depressivo. Portare la responsabilità di un soggetto compromesso, già pesante per un adulto, funziona da inibitore per un ragazzo in evoluzione che dovrebbe concentrare tutte le sue forze nell’espandere se stesso e proiettarsi nel futuro.
Purtroppo l’età dei genitori che avanza e la fatica di lasciar emancipare proprio quei figli da cui si sono ricevute gratificazioni rendono estremamente forte la tentazione di trattenerli, mettendo loro dinanzi il fratello bisognoso.
Considerando poi anche il caso fortunato in cui l’emancipazione dei figli sani proceda per il meglio ed essi si dedichino a costruire un proprio futuro autonomo, pesa comunque su di loro la consapevolezza di dover subentrare ai genitori nei compiti di assistenza quando questi per l’età, la malattia, o la morte non potessero più farvi fronte. Coloro che reagiscono a tale responsabilità con rifiuto o ribellione spesso si trascinano per tutta la vita un profondo senso di colpa; per contro la possibilità di riuscire a recuperare una vicinanza con il fratello disabile riuscendo a tollerare la propria impotenza di fronte alla sua sofferenza riuscirà in seguito ad attenuare il senso di colpa per le gelosie, le piccole mancanze vissute nei suoi confronti in passato ed in ultima analisi di essere sani.


Centro di Psicoterapia Familiare

COMUNICAZIONE IN TERAPIA


La genesi della CNV


“(…) Insomma, stavo capendo, in un esercizio continuo, che la Comunicazione è una questione di tatto, ed ero molto felice di sentire che la mia mamma vedeva dall’esterno le mie risposte sotto forma di movimenti ai quali cominciava ad attribuire significato. Non stavamo mai in silenzio, ci mandavamo messaggi continui con il linguaggio dei sapori, degli odori, del tono muscolare (…). Riuscivo a mandarle addirittura i desideri così come lei, persino nel sonno, mi mandava straordinarie immagini di un mondo ancora sconosciuto. Ero proprio in un castello incantato, in cui non facevo in tempo a desiderare perché tutto era esaudito (…).
Il corpo racconta… Stefania Guerra Lisi

L’unica forma di comunicazione di ogni bambino nei primi due anni di vita è quella non verbale. Attraverso i gesti e la mimica lui si rapporta con la sua figura di riferimento e con il mondo esterno esprimendo manifestazioni affettive e richieste di soddisfacimento dei suoi bisogni. Queste prime interazioni con l’ambiente circostante, già dalla vita prenatale, sono il fondamento delle modalità di apprendimento futuro di ogni bambino. La “corporeità della mente” è dovuta alle immagini sensoriali, conservate in quella che viene chiamata memoria procedurale, che ne determinano la soggettiva reattività rispetto all’ambiente circostante.  Una memoria che include il rapporto complessivo di azioni quotidiane, di affettività e di aspettative che il bambino si crea. Ciò si traduce in un senso di azione e reazione che va oltre la semplice analisi dei cinque sensi.
Per percepire il proprio corpo è necessario tenere presente il suo confine anche se sentirsi accolti nel proprio ambiente, sentire i propri messaggi compresi e accettati fa sì che l’atteggiamento di apertura sia sempre maggiore verso di esso. Nelle situazioni di rifiuto o disconferma da parte dell’ambiente circostante ogni essere vivente si pone in posizione di chiusura o di cattiva ricettività, e di conseguenza inadeguata reattività agli stimoli esterni. Pertanto può venir attuato un tentativo di non comunicazione attraverso il silenzio o una modalità di espressione distorta, ma come sappiamo questo tentativo è di già per sé  comunicazione e quindi può essere compreso, come qualsiasi altro atteggiamento di chiusura.

·        La CNV nella terapia relazionale

In un contesto terapeutico il linguaggio del corpo costituisce uno degli elementi più importanti dell’analisi della comunicazione del sistema famiglia e contribuisce a determinarne il contesto.
È impossibile nella vita quotidiana distinguere i vari livelli di comunicazione in quanto si intersecano continuamente influenzandosi a vicenda. Pertanto non è semplice determinare una gerarchia dei modi di comunicare, se il modo verbale comporta l’informazione intenzionale esplicita, altri modi assicurano altrettante necessarie funzioni per lo svolgimento dell’interazione e per la trasmissione delle conoscenze.
Nel linguaggio corrente una persona molto comunicativa è una persona la cui espressione verbale è arricchita da una notevole espressività corporea.
La riscoperta del corpo, della sua funzione comunicativa e il ruolo indispensabile che ha nell’apprendimento sono necessità nel processo di osservazione dell’altro e dei linguaggi legati ai canali sensoriali attraverso cui essi si esprimono.
Nell’ottica sistemica incontrare una famiglia o un singolo paziente significa valutare tutta una serie di informazioni che derivano innanzitutto dalla conoscenza della loro storia, quindi i fatti più importanti della vita delle persone coinvolte nell’intervento terapeutico, ma anche dall’osservazione del qui ed ora, ossia da come la famiglia si rapporta sia al suo interno che con il professionista che si confronta con lei.
Un dato importante da tenere presente è il fatto che qualsiasi terapia ha inizio con il primo contatto telefonico in cui oltre allo stabilire tutta una serie fattori pratici quali ad esempio orario e luogo dell’appuntamento, è possibile osservare ed annotare un gran numero di fenomeni: peculiarità della comunicazione, tono della voce, richieste di ogni genere di informazioni o addirittura tentativi immediati di manipolazione che a volte possono operare quasi verso una inversione dei ruoli tra famiglia e terapeuta.
Un terapeuta familiare può trovarsi di fronte a sterili dati di fatto che lo legano al contesto in cui avviene il colloquio, ma deve integrare il tutto con un’osservazione selettiva atta a ricercare un metodo che gli permetta di superare i vari livelli di complessità nella comprensione del rapporto terapeutico. Ci saranno terapeuti più portati a concentrarsi sull’espressione verbale del paziente, altri che invece nella loro formazione hanno scoperto una maggiore propensione verso l’osservazione dei segnali del corpo; il lavoro dell’équipe è fondamentale a tal proposito. Uno strumento affidabile che registra l’interazione che sta avvenendo al di là del vetro sotto ogni punto di vista e la somma a quelle che sono le rilevazioni relazionali fatte dal terapeuta stesso. Ad esempio nel post – seduta il terapeuta può esplicitare una certa sensazione che ha avuto durante la seduta la quale può essere confermata o smentita dai colleghi, incaricati della supervisione, che hanno la possibilità di cogliere sequenze mimiche particolari in  corrispondenza di specifici scambi interattivi del sistema terapeutico, oppure attraverso l’analisi della videoregistrazione della seduta.
L’analisi della comunicazione non verbale diventa quindi essenziale per la comprensione del significato di ciò che accade nelle interazioni familiari e nell’evoluzione del rapporto terapeutico e del sistema terapeutico.

·        La CNV nella pratica clinica

Il problema centrale di ogni relazione, anche terapeutica, è che cosa si comunica e come si comunica. Sia per il linguaggio verbale che per quello non verbale si può asserire che l’assenza di determinate componenti, siano esse espressive o gestuali, causa incomprensione e fraintendimenti dei concetti che una persona sta esprimendo. Lo stesso vale per la modulazione e la sintassi dei discorsi argomentati che attraverso l’intensità e le sfumature dei vari contenuti, influiscono sul significato complessivo della comunicazione, quindi sul come si sta comunicando.
In ambito clinico la relazione che si viene a creare è tra due persone che trovano un accordo sulla modalità di comunicare e l’interpretazione dell’esperto diventa man mano più attenta e ricettiva quanto più lui stesso si sente di condividere i significati e le emozioni della persona che ha di fronte in una sorta di risonanza. Ogni percezione è selettiva onde evitare una disorganizzazione derivante dall’enorme massa di stimoli che arrivano ai sensi. Un’attenzione selettiva o troppo bassa o troppo diffusa può portare all’impossibilità di dare coerenza e il giusto significato a quanto si osserva nell’altro.
A livello individuale il linguaggio del corpo è composto in parte da una mimica che rappresenta soltanto la storia del soggetto in questione; il modo in cui l’individuo si presenta ed entra in relazione va percepito e condiviso al fine di entrare in sintonia con il suo modo di comunicare con noi. Il focus dell’attenzione del terapeuta è sulla mimica che per alcuni può essere molto vivace mentre per altri può essere povera, se non del tutto soggetta a un rigido controllo. La capacità di manifestare le emozioni dice molto sulla persona che si ha di fronte, e la mancanza di una certa espressività facciale o corporea non deve trarre in inganno facendo pensare che questa non è capace di provare emozioni; in una prima analisi è sempre bene ipotizzare che chi sta di fronte non  riesce a manifestarle, andando a ricercare la causa di un tale comportamento anche all’interno delle abitudini familiari.
A livello relazionale, ossia quando sono coinvolte più persone su un piano intrasistemico, il linguaggio del corpo diventa espressione di sentimenti che non hanno solo origine all’interno del singolo individuo, ma che si arricchiscono dell’interazione con gli altri in un contesto in cui gli stimoli esterni variano di continuo. Inoltre compare anche una nuova componente ad influenzare il tipo di espressione dei propri vissuti che è il fine che ci si propone di ottenere. La risposta a sua volta modulerà nuovamente l’espressione accentuandola o inibendola, in una dinamica circolare tipica dell’interazione sistemica.
Rimane da accennare a quella particolare forma di comunicazione non verbale rappresentata dai sincronismi osservabili in terapia tra tutte le persone presenti.  Si tratta di movimenti del corpo accompagnati da espressioni mimiche che si verificano contemporaneamente in diversi momenti della seduta e sembrano contraddistinguere specifiche sequenze interattive. In genere si riscontrano in momenti in cui vengono trattati argomenti di particolare rilevanza emotiva, una sorta di codice comunicativo che si è andato creando nel sistema terapeutico.
Un altro elemento fondamentale è dove si colloca lo psicologo relazionale. La distanza fisica dal punto in cui convergono le informazioni della famiglia indica il coinvolgimento psicologico: in una posizione troppo ravvicinata rischia di farsi coinvolgere troppo e di assorbire tutto ciò che viene portato dal cliente; ad una giusta distanza invece, può ricollegare le informazioni in una nuova dimensione spazio-temporale. Il terapeuta deve sintonizzarsi con il sistema emotivo familiare, per poi distaccarsene, ridefinendo il significato emotivo stesso, in una cornice più allargata nella quale vengono inclusi i diversi livelli generazionali. 

Dott.ssa  Ivana Siena
 VEDI ANCHE: COMUNICANDO  e  CNV