giovedì 24 gennaio 2013

ADOZIONE: I PARTE


Perché sei un essere speciale… ed io avrò cura di te…

“I vostri figli non sono figli vostri: sono i figli e le figlie della forza della Vita. Nascono per mezzo di voi e tuttavia non vi appartengono, dimorano con voi e tuttavia non vi appartengono. Potete dare loro il vostro amore ma non le vostre idee. Potete dare una casa al loro corpo ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell'avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni. Potete sforzarvi di tenere il loro passo ma non pretendete di renderli simili a voi perché la vita non torna indietro ne' può fermarsi a ieri. Voi siete l'arco dal quale, come frecce vive i vostri figli sono lanciati in avanti.”

Se sono vere le parole di Gibran Kahlil non importa da dove venga il proprio figlio, non importa se questo e' generato da altri o se ha una sua storia di cui non si fa parte, perché il ruolo di genitore e' quello di fornire ai propri figli gli strumenti necessari per permettere loro di costruirsi un futuro indipendentemente da ogni legame, anche da quello di sangue. Poi però capita di parlare con una donna che non può conoscere ciò che viene definita ''maternità''' e basta guardare i suoi occhi per capire che in fondo non e' proprio così, che alla fine quel legame un po' di peso ce l'ha… Adozione. Pur essendo un tema molto dibattuto - recentemente a riguardo della sua legittimazione all'interno delle coppie di fatto - spesso ci si trova in difficoltà a parlarne e menzionandola ci si dimentica delle innumerevoli difficoltà che questa procedura comporta e non solo a livello pratico. Il nuovo procedimento di adozione internazionale si ispira ad alcuni principi generali contenuti nella convenzione dell'Aja del 1993 e nelle nostre leggi nazionali e alle successive modifiche apportate nel 2001. Secondo queste normative l'adozione e' permessa ai coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni tra i quali non sussista separazione personale (neppure di fatto) e che siano idonei a educare, istruire e in grado di mantenere i minori che intendono adottare. Il conseguimento di idoneità e' solo il primo passo, e anche solo il riuscire a ottenerlo non e' così facile. Infatti invece di una semplice verifica formale occorre una valutazione ''di merito”, che viene promossa dai Tribunali per i Minori e compiuta a opera dei servizi assistenziali degli enti locali in collaborazione con le aziende sanitarie.
Inoltre la nuova legge pone fine al ''fai da te”: in passato veniva così indicato il sistema che consentiva di scegliere liberamente il proprio ''intermediario'': poteva trattarsi di un legale, di una qualsiasi associazione, di un missionario.
A questo sistema era però legato un mercato delle adozioni, che non tutelava ne' i diritti del minore ne' la famiglia da situazioni rischiose. La nuova legge pone fine a tutto questo: solo Enti autorizzati dalla Commissione per le adozioni internazionali sono legittimati a occuparsi delle pratiche e il loro intervento e' obbligatorio.

La prima fase: l’attesa


Nonostante in merito alle adozione siano stati fatti molti passi in avanti e il livello di informazione generale sia sensibilmente aumentato, restano ancora tante le implicazioni psicologiche da considerare sia per la coppia che decide di vivere questo percorso, sia.
Una coppia con problemi di sterilità, infatti, spesso arriva all'adozione portando i segni di una profonda ferita: non poter generare un figlio e' un dolore che ha bisogno di tempo per essere metabolizzato e che durante questa procedura spesso riaffiora. A questo si aggiunge, con molta frequenza, la stanchezza per l'altalena dei sentimenti legata ai tentativi di fecondazione assistita cui le coppie si sottopongono come ultima alternativa: con l'aiuto delle nuove tecnologie sperimentali molti tentano di spingersi al di là dei limiti imposti dalla natura.
La fecondazione assistita assume l'aspetto di un intervento medico che con la sua riuscita comporta il raggiungimento della tanto voluta gravidanza ma porta allo stesso tempo a un'alternanza di depressione e speranza, in particolare per la donna che vive in prima persona interventi anche molto invasivi.
Il film sotterraneo vede una donna che sente di avere un problema o anche di essere il problema, vive “il tradimento del corpo”. Adattarsi a dei limiti (l’infertilità), è distruttivo anche per la coppia, e soprattutto mina l’identità personale.
Quando l’infertilità è dell’uomo spesso si assiste ad una reazione che prevede un miglioramento a livello fisico, facendo maggiore attività fisica o curando di più il proprio corpo, tutto ciò rimane comunque un palliativo.
La coppia è indebolita, il patto indiretto costituito all’inizio si è rotto e la sessualità viene inevitabilmente compromessa. Il principio di base del sesso è il procreare, pertanto se l’obiettivo non può essere raggiunto il letto diventa acquista un significato simbolico del fallimento e quindi evitato. In tale situazione è necessario che gli interessati riscoprano la sessualità fatta solo per piacere senza il fine procreativo.
Non in tutte le famiglie si può poi affrontare questa problematica liberamente: scatta la caccia al colpevole che spinge la coppia a chiudersi nel silenzio o addirittura nel senso di colpa se in precedenza sono stati utilizzati contraccettivi che potrebbero in qualche modo aver influito sulla infertilità.
E' quindi importante che la coppia arrivi all'adozione avendo superato questo dolore per non correre il rischio di chiedere, anche inconsapevolmente, al bambino adottato di riempire un vuoto, di sostituirsi a un bambino mai nato.
Quindi a partire dall’attesa mentale di un figlio che poi non arriva si passa all’attesa stremante dei tentativi di fecondazione di cui si è parlato precedentemente fino ad arrivare all’attesa altrettanto deleteria costituita dall’iter burocratico da affrontare: i colloqui che le coppie effettuano con gli psicologi hanno lo scopo di valutare l'idoneità' ad adottare ma si propongono anche di accompagnare i futuri genitori in un cammino fatto di impegni e verifiche che riaccendono frustrazioni, rabbia e dolore.
Per affrontare questa situazione sono stai istituiti molti centri di supporto e informazione che accompagnano la famiglia adottiva nel loro cammino.
Sono migliaia le testimonianze di sofferenza, dolore e infine gioia che queste persone hanno affrontato continuando coraggiosamente ad andare avanti anche là dove le speranze sono poche, l'insicurezza perenne. La coppia è spinta a chiedersi se anche gli altri genitori adottivi abbiano dovuto subire tali valutazioni, e addirittura se anche quelle che hanno abbandonato il bambino ne abbiano subito di simili. Da qui la trasformazione della sofferenza in danno con il rischio di una depressione.

Le aspettative e i timori dei coniugi che ricorrono all'adozione

Come abbiamo visto, i genitori adottivi giungono all'adozione con una situazione personale che, spesso, non è stata risolta perchè sono rimaste aperte le problematiche che hanno portato la coppia alla decisione di adottare, soprattutto nel caso di coppie sterili.
Spesso rimane nei coniugi la convinzione, a livello inconscio, che la genitorialità adottiva sia inferiore a quella naturale e questo porta loro a pensare che, nonostante tutto, il bambino appartenga ai genitori naturali e che le cose che verrano fatte per lui non saranno mai sufficienti a rendere i genitori adottivi "uguali" agli altri (Dell'Antonio, 1986). In questo modo si spiegherebbe la reticenza dei genitori adottivi a non rivelare l'origine del bambino non solo all'ambiente che li circonda, ma anche al bambino stesso e la loro richiesta che nessuno parli al bambino della sua nascita.
Essi, attraverso questi comportamenti, evitano di turbare il bambino, ma in questo modo percepiscono il bambino diverso da quello naturale e hanno paura che lui, intuendo tale diversità, si possa sentire a disagio. Ma essi hanno bisogno di questo bambino, perchè la sua presenza li rende genitori e ciò realizza il loro desiderio di genitorialità, ma garantisce loro anche un ruolo sociale adeguato. Pensiamo infatti come sia ancora ben radicata nella popolazione l'idea di famiglia composta dalla coppia genitoriale e dai figli. Un altro problema è rappresentato dall'immagine che i genitori si costruiscono del bambino adottato: cercano di pensare a come sarà sia fisicamente sia caratterialmente. Ciò capita anche ai genitori che aspettano un figlio proprio, ma nei genitori adottivi l'immagine è meno rassicurante perchè inevitabilmente si interrogano su cosa abbia ereditato dai genitori naturali, sul tipo di ambiente in cui è vissuto (se non è un neonato). Tali preoccupazioni rimangono senza risposta perchè non si sa nulla del bambino che adotteranno. Quindi l'immagine che i genitori adottivi si costruiscono, spesso non corrisponde alla realtà, ma alle loro aspettative. Tale immagine diventerà determinante nel futuro rapporto genitore-figlio. Potrà avvenire, per esempio, che l'immagine del bambino vero e quella del bambino immaginato verrano confrontate e non sempre quella reale viene considerata la migliore.
Il figlio immaginato presenta in parte delle caratteristiche che sono legate ad esigenze personali dei genitori adottanti e in parte caratteristiche che corrispondono a bisogni comuni, indotti da stereotipi culturali. E' infatti frequente immaginare il bambino senza una sua storia; storia che incomincia nel momento in cui viene adottato, tralasciando l'esperienza precedente, che non deve fare parte della loro vita. Per questo motivo tendenzialmente vengono preferiti per l'adozione i bambini molto piccoli, che non hanno alle spalle una loro storia. Anche chi adotta bambini più grandi spesso desidera non ricordare il passato.
Ma il rischio di tale atteggiamento è rappresentato dal fatto che non fare alcun riferimento al passato del bambino significa costringerlo a perdere contatto con una parte di sé stesso. Infatti, anche se i rapporti del bambino con i genitori naturali sono stati conflittuali o negativi, rivestono comunque una grande importanza per lui e sono comunque i suoi iniziali punti di riferimento nella costruzione dell'immagine di sé e degli altri.
Un altro timore dei genitori è che il figlio non si affezioni a loro, soprattutto se non è piccolissimo ed ha avuto contatti con i genitori naturali e che , una volta grande, il bambino voglia riallacciare i rapporti con loro. Il pensare alla ricerca delle origini da parte del figlio li mette su un piano di competizione con i genitori naturali e fa loro temere che alla fine siano questi i preferiti. Tali fantasie vengono vissute con un senso di fallimento personale: i genitori adottivi non riescono a considerare la "curiosità genealogica", comune negli adolescenti adottati, come una tappa fisiologica e normale. Tale senso di fallimento implica un alto grado di autosvalutazione e, talvolta, può portare alla fantasia di avere sfidato il loro destino tragico di genitori sterili.
Ma la paura che il figlio non si affezioni e che non riesca a diventare "veramente" loro figlio può portare i genitori adottivi ad avere con lui un legame molto intenso e quasi esclusivo, scoraggiando talvolta un'apertura verso il mondo esterno, soprattutto con i coetanei.
Un altra aspettativa è rivolta alla riuscita del bambino, una volta raggiunta l'età adulta: in questo senso essi temono eventuali difficoltà legate a fattori ereditari o a carenze affettive. Quindi per la scelta per l'adozione diventa fondamentale il potenziale intellettivo, considerato un importante fattore per la riuscita del bambino. Ma anche la presenza di tratti caratteriali nel bambino può pregiudicare la buona riuscita sociale dello stesso. E anche per questo motivo vengono privilegiati bambini più piccoli.
Spesso i coniugi tendono a non parlare delle loro ansie e timori sul futuro del bambino, sulla riuscita dell'adozione, sulle proprie capacità, non solo agli altri ma anche fra di loro. La tattica del non parlare con il figlio è una tecnica che usano per primi loro stessi. Ma il mancato confronto dei propri timori con quelli del partner può portare alla costituzione di immagini diverse del bambino e alla elaborazione di aspettative diverse nei suoi confronti.
Guidi e Tosi utilizzano il termine "romanzo familiare", mutuato dalla psicoanalisi (il bisogno dell'adolescente di costruirsi, attraverso un processo fantasmatico, un'origine adottiva che lo possa distanziare dai propri genitori, aiutandolo a crescere) per indicare "la storia reale adottiva co-costruita da quella famiglia " (Guidi, Tosi,1996).
In questo modo la trasposizione della storia del bambino nella storia della coppia modifica il "romanzo familiare" della famiglia adottiva, costruendo e dando una nuova cornice di significato anche per il passato. Nella spiegazione al figlio delle proprie origini, definita "verità narrabile", devono essere fornite le necessarie informazioni sui genitori naturali, rispettando gli eventi reali precedenti l'adozione. La verità narrabile che verrà co-costruita dalla famiglia conterrà tutto ciò che riguarda il bambino.
Troveranno posto, quindi, la spiegazione della rinuncia o dell'incapacità che hanno legittimato la perdita della funzione genitoriale di coloro che li hanno generati; il desiderio dei genitori adottivi di diventare genitori, quindi il rivelare un'eventuale sterilità; le difficoltà incontrate e il riconoscimento da parte del Tribunale dell'idoneità.
"Il romanzo familiare adottivo verrà, quindi, a disporsi in sequenze temporali che dispiegano il susseguirsi dei vari cicli di vita, interessati dalla verità narrabile." La verità narrabile si completerà attraverso il trascorrere del tempo, rispondendo ai bisogni esplicitati di un bambino più grande, con la spiegazione, se si conosce, della rinuncia genitoriale.
"La verità narrabile rispecchia le premesse delle persone che la co-costruiscono, cioè della famiglia che la esprime. In essa, essendo "romanzo familiare" trova posto la storia degli eventi, delle emozioni e dei significati attribuiti, così come sono presenti nell'immagine del mondo dei genitori"(Guidi, Tosi, 1996).

domenica 6 gennaio 2013

Assessment clinico e valore della scelta in terapia



Per Assessment si intende un’ampia valutazione iniziale che uno psicologo clinico svolge in rapporto alla possibile presa in carico di un paziente, al fine di decidere un aiuto psicologico o una psicoterapia o un reindirizzo del paziente verso interventi che paiono più appropriati alle esigenze del caso.
Si tratta quindi di una raccolta di informazioni, quanto più dettagliate possibili, sulla storia della persona, su eventi importanti della  sua vita, su modalità ripetitive di comportamento che potrebbero essere alla base del problema riportato in seduta. Una ricostruzione dei meccanismi e dei processi che sottendono i disagi lamentati.
In questa fase del processo è necessario individuare e concordare con il paziente sia obiettivi immediati che quelli a lungo termine che saranno i punti cardine dell’eventuale trattamento.
Rappresenta un momento fondamentale del percorso che si sta per intraprendere in quanto, di base, presuppone una scelta da entrambe le parti in questione. Infatti, da un lato c’è il professionista (psicologo e/o psicoterapeuta) che viene chiamato in causa come esperto di problematiche psicologiche;  dall’altra c’è la persona, la coppia o la famiglia intera che sta facendo una richiesta d’aiuto in un momento della propria vita in cui un particolare disagio o difficoltà destabilizza l’equilibrio fino ad ora vissuto.
La scelta del terapeuta da parte di un paziente è quella più impegnativa perché si tratta di valutare un professionista sulla base di poche informazioni reperite, oggi più che mai, attraverso internet o tramite il passaparola, tenendo presente che questo dovrà essere una presenza costante al proprio fianco per mesi o anche più. In questa professione non si può “operare chirurgicamente” dando così una percentuale più o meno veritiera di riuscita. L’imprevedibilità delle relazioni che si instaurano in un contesto valutativo e, ancor più proseguendo per quello terapeutico, presuppone che ci sia un affidamento sulla base del proprio istinto, ma soprattutto della sensazione di accoglienza che la persona avverte sin dal primo incontro.
Un altro fattore determinante nella scelta è quello del sesso: ci si può sentire a proprio agio con un terapeuta dello stesso sesso oppure ci si trova meglio con uno del sesso opposto. Anche l’età del terapeuta ha una grande rilevanza: è frequente che una persona si affidi più volentieri ad un professionista con un'età superiore alla propria, ma non è raro che possa sentirsi meglio compreso da un coetaneo.
Come accennato però, non è da sottovalutare la scelta fatta anche da parte del terapeuta stesso. Basandoci sul concetto secondo cui essere specializzati in un area o in un orientamento specifico, sia un punto a favore della professionalità e della competenza del terapeuta, quest’ultimo, a seguito dei primi colloqui di assessment, dovrebbe fare una vera e propria scelta di coscienza che gli permetta di inviare il paziente ad un collega qual’ora non si sentisse in grado di aiutarlo come dovrebbe. Un terapeuta è in primis un essere umano, fatto di sentimenti e fragilità pertanto, come chiunque altro, può attraversare fasi di vita difficili che non gli permettano di interagire lucidamente con eventuali pazienti che chiedono aiuto per una problematica che in quel momento li accomuna. In una situazione simile la presa in carico è possibile solo se non rappresenta per il terapeuta una sfida con le proprie capacità, un segnale di onnipotenza, ma al massimo un obiettivo di crescita parallela, da attuare però in supervisione costante. La capacità di essere utile agli altri è mantenuta, quindi, solo se il terapeuta è consapevole del suo bisogno di crescere mantenendo la sua autenticità.
Come la vita, anche la terapia è una danza, dove ciascun ballerino è responsabile di quanto accade, della sinuosità, della grazia, della coerenza dei passi, del ritmo e dell'affinità. Questa condizione d'elezione non si sviluppa al primo incontro, ma in qualche modo si raffina col tempo attraverso la conoscenza reciproca con l’intento di riuscire a volteggiare insieme in un percorso coerente e produttivo.

dott.ssa Ivana Siena

venerdì 4 gennaio 2013

PSICOLOGIA DELLO SPORT


L'Allenatore come guida del gruppo ed i ruoli - Approfondimento



Le relazioni instaurate all’interno della squadra si vestono delle stesse dinamiche che le persone vivono nel contesto familiare. Non è possibile scegliere in quale famiglia nascere, né da quali genitori far dipendere la propria crescita. Allo stesso modo un calciatore sottostà a regole di mercato che spesso gli impongono di cambiare squadra e rimettere in discussione insegnamenti ricevuti precedentemente che restano però parte del proprio stile, della propria personalità, fuori e dentro il prato verde.
Compiti di organizzazione, sostegno e incoraggiamento del gruppo sono assegnati ad un esperto, per caratteristiche carismatiche ed esperienziali, il cui ruolo, in famiglia è solitamente rappresentato dal padre, mentre in una squadra di calcio è propriamente riconosciuto nell’allenatore. In quanto leader del gruppo, egli porta sulle spalle grandi responsabilità nella gestione delle dinamiche di squadra. Un leader, infatti, dovrebbe saper creare un clima favorevole utilizzando le sue capacità relazionali ed empatiche, dovrebbe riuscire a convogliare le personalità distinte dei singoli giocatori verso un obiettivo comune che li renda un’entità compatta, alternando l’essere direttivo all’essere stimolante.
Protezione e autorevolezza proprio come nelle funzioni di un padre di famiglia che osserva tutto il contesto ed interviene tempestivamente nel ristabilire gli equilibri minati dagli eventi esterni.
Nel calcio attuale, il buon allenatore assume sempre di più le caratteristiche del buon comunicatore: la competenza tecnico-tattica è fondamentale e serve a dargli credibilità, così come l’abilità comunicativa è necessaria per rivestirlo di spessore e qualità professionale. Come ogni bravo genitore, si impegna nella diffusione dei propri principi, delle proprie tradizioni e del proprio metodo educativo (tecnica) ai suoi figli (i giocatori), un sapere che a sua volta lui ha appreso nel tempo attraverso le stesse modalità di trasmissione o attraverso il crescere e diventare uomo.
In questo alternativo modo di vedere le dinamiche del gruppo, il “sistema familiare” in questione è sicuramente di tipo patriarcale. L’allenatore ha un enorme potere decisionale, può rifornirsi di consigli e suggerimenti, può delegare determinati compiti ma le scelte e le decisioni finali spettano a lui. Tuttavia nel contesto odierno in cui il risultato è l’unica cosa che conta veramente e che forma i giudizi sul lavoro svolto, l’allenatore ha la necessità di non ritrovarsi da solo nei rapporti con la squadra, con la società, con i media, con i tifosi. Ha bisogno di una sorta di corazza, rappresentata dai suoi collaboratori, vice allenatore in primis.
A livello sistemico, quest’ultimo è associato ad un ruolo materno. Vive costantemente lo spogliatoio (casa), ed è preposto all’osservazione e al riequilibrio dei rapporti tra gli atleti. Lo spogliatoio è il cuore pulsante della squadra in cui condividere la tensione, le ansie e i conflitti che ne derivano, la delusione, i silenzi o le personali esternazioni di felicità, proprio come accade in famiglia prima e dopo un evento rilevante. Su un piano relazionale quindi, il vice allenatore fa da termometro dell’emotività dei suoi giocatori, monitorando la coesione del gruppo. Rappresenta un punto di riferimento che lavora attraverso un ascolto attivo privo di giudizio e volto ad affrontare l’imprevisto ed a migliorare la prestazione in un sistema di cooperazione diretta con il primo allenatore. Questo ruolo è spesso sottovalutato in quanto non si considera che oltre alle capacità tecniche riconosciute, vista la posizione che ricopre, il vice allenatore è investito di responsabilità che necessitano di una dote particolare, la diplomazia. La capacità di dire o non dire la cosa giusta al momento giusto e all’interlocutore giusto è fondamentale per mantenere la propria credibilità e quella dell’allenatore in prima. Minare in qualche modo l’autorità del ruolo del primo allenatore causerebbe negatività all’interno del gruppo che si ripercuoterebbero inevitabilmente su tutto il sistema squadra, pertanto anche sulla validità della sua carica.
Complicità e sostegno delle idee e degli obiettivi comuni sono fondamenti cardine su cui si basa la collaborazione di queste due figure all’apice del sistema squadra, esattamente come padre e madre devono sostenersi e rinforzarsi nei propri ruoli per evitare il disgregamento della famiglia. 
Dott.ssa Ivana Siena

lunedì 31 dicembre 2012

In Suo onore


FINE SI, FINE NO - "Pensieri catastrofici"



Non preoccupatevi - ha detto attraverso organi di stampa il portavoce della Nasa Dwayne Brown - il 21 dicembre sarà un giorno come gli altri”. Tutti i più grandi scienziati hanno rilasciato dichiarazioni per tranquillizzare le popolazioni di tutto il mondo sul tema “fine del mondo”, eppure quella del popolo Maya resterà la più grande beffa di tutti i tempi a livello mondiale.
Alcuni scettici hanno deciso di fare di questo atteso evento un momento di giovamento per la comunità di appartenenza; in molte città americane, hotel e ristoranti hanno programmato serate a tema, sono state organizzate mostre d’arte con quadri e sculture sul giudizio universale, spettacoli teatrali, cene con menù dedicati ai sopravvissuti, anche in forma gratuita.
I furbi a caccia di business, invece, hanno ideato kit di sopravvivenza che contenevano grano saraceno da seminare, una scatoletta di pesce, candele, fiammiferi, penna e blocnotes, una fune e una bottiglia di vodka. I superstiziosi e gli apocalittici li hanno comprati.
Da sempre la fine del mondo appartiene alla letteratura popolare ma quest’ennesima, definitiva catastrofe globale si è trasformata in “psicopatologia della fine”. Una psicosi collettiva che ha visto la corsa alla costruzione o acquisto di bunker ed a riempire le cantine di scorte di cibo, mentre in televisione imperavano maratone cinematografiche sull’immaginario catastrofista. Da non dimenticare inoltre le varie mete geografiche, Cile, e più vicino a noi la Maiella e Cisternino in Puglia, dove si sono registrate numerose vendite immobiliari e gli alberghi hanno fatto il sold out, in quanto luoghi che sarebbero stati risparmiati dalla furia del cataclisma. Un altro paese sacro, nel sud della Francia, è stato isolato su tutto il perimetro dal traffico aereo per evitare che la gente si lanciasse sulla città con il paracadute.
Ma cosa si cela dietro questa sproporzionata paura della fine? La paura è una intensa emozione derivata dalla percezione di un pericolo, reale o supposto: essa è una delle emozioni primarie, comune sia alla specie umana, sia a molte specie animali.
Il senso di morte, di cui ogni persona prende consapevolezza nella tarda infanzia, ha origine proprio da questa paura primaria, resta nell’ombra e riaffiora ogni qual volta l’imprevedibilità della natura si manifesta ricordando all’uomo la sua impotenza.
L’angoscia scaturita dalle catastrofi annunciate non è rappresentata soltanto dalla paura di morte e al pensiero di perdere i propri cari, ma racchiude in sé l’idea che gioie e sofferenze, sperimentate fino a quel momento, siano state vissute invano, mettendo in crisi l’essenza stessa della vita. L’istinto di conservazione prevale e fa scattare la frenetica ricerca di un luogo sicuro, un posto che ricordi il grembo materno, uno schermo protettivo dal pericoloso mondo esterno, che agevoli l’illusione di continuare ad “esistere” nonostante l’incertezza circostante. Questo pensiero è talmente radicato da sovrastare persino le più nefaste fantasie sulle difficoltà legate ad un’eventuale ricostruzione del mondo da parte dei sopravvissuti.
Oltre 200 profezie catastrofiche sono state individuate dagli scienziati, la maggior parte di queste è stata identificata per data e orario precisi. L’avvicinarsi di una scadenza così definita provoca inevitabilmente l’innalzamento dei livelli di ansia che si propagano velocemente attraverso vari veicoli, a partire dall'azione dei media fino al passaparola quotidiano, creando l’allarmismo di massa.
C’è però un altro aspetto che vorrei considerare, che riguarda un riscontro diretto avuto nelle conversazioni legate al 21 dicembre 2012. Una frase è stata ridondante e, a mio avviso, significativa perché collocata nel nostro contesto culturale e in questo momento storico dell’Italia: “Speriamo che arrivi davvero la fine, perché non si può più vivere così”. Una nota depressiva, di rassegnazione e di sfinimento morale accompagna queste parole. Tuttavia mi piace pensare ad un’altra interpretazione, più positiva, che vede sì una malinconia di fondo legata al bilancio tipico della fine di ogni anno, ma che si accompagna alla speranza di un nuovo inizio, propositivo il più possibile.
Si può pensare quindi che la profezia Maya sia stata un modo per fermarsi e ri-focalizzarsi su se stessi e sulle cose davvero importanti della propria vita? Potrebbe essere stato uno strumento per immaginare di poter fermare il mondo e ritrovare, nel silenzio che segue, il proprio equilibrio?
Venerdì 21 dicembre 2012 qualcosa però è successo: molti genitori sono rimasti a casa trovando a tutti i costi il tempo per i loro figli, molte altre persone hanno pronunciato un ti voglio bene a chi non lo dicevano da tempo e molti altri gesti d’affetto e umanità sono stati incentivati dalla paura che potesse essere l’ultima occasione per farlo. Dunque, se questo è l’effetto delle profezie catastrofiche, benvenuta fine del mondo!

dott.ssa Ivana Siena

sabato 29 dicembre 2012

DALLA "VITA VERA"


«Sono autistico, ti insegno come si fa a diventarmi amico»




Una fotocopia. Con quattordici consigli. Quattordici modi per imparare a stare insieme. A stare attenti senza far pesare nulla. A fare i compiti insieme senza temere che quando non si è proprio uguali le cose non si possono fare. Ad abbassare la voce, perché i suoni e i rumori troppo forti sono amplificati e rimbombano nella testa di Riccardo lo confondono e gli fanno paura. E allora quelle parole, dette anche con amore, possono avere l'effetto opposto. I suoi compagni di scuola stanno imparando. Piano e veloci, come gli adolescenti possono fare. «Non ditegli come fare, ma mettetevi accanto a lui e fatelo insieme», scrive la mamma Loredana, a scuola, l'istituto Itsos Albe Steiner, ad aspettarlo, per il cambio di ora tutti i giorni. La fatica e l'amore, insieme. Riccardo è un ragazzo autistico, ha appena compiuto quindici anni. Quando ha sostenuto l'esame di terza media ha portato con sé il suo labrador. Gli hanno permesso di lasciarlo in classe sotto il banco. Da quando c'è Peggy, Riccardo ha iniziato a parlare. La luce, se entra troppo forte attraverso i suoi occhiali scuri può fargli male, ferire i suoi occhi. Allora fate piano quando aprite le finestre. E i suoi compagni ora ci pensano prima di spalancarle. La mamma è lì, alla riunione di classe. Il suo sogno è di spedirle a tutte le scuole d'Italia. Perché può servire agli altri. Perché è inutile prendersela con le carenze dei fondi pubblici quando è troppo complicato. Meglio scrivere una preziosa guida all'altro. E farne centinaia di fotocopie. Fax. Mail.Eccola la prima regola: «Sono un bimbo solo, perché il mio autismo mi impedisce di comunicare e sono molto triste perché anche io vorrei giocare e parlare con te». Per diventare amici bisogna conoscersi, prima: «L'autismo mi impedisce di comunicare, per me è impossibile guardarti negli occhi e non riesco a rispondere ad una tua domanda. Le mie risposte sono dei movimenti impercettibili». Bisogna imparare ad essere più sensibili, più delicati. Non solo per Riccardo. Mamma Loredana si è sentita persino chiedere se era stata una mamma fredda con suo figlio. Lo racconta, adesso con un certo fastidio. Vecchie teorie (para)mediche che non sanno tener conto di genitori che di fronte alle difficoltà non mollano. Racconta di quella volta che Riccardo era andato con il papà dal veterinario e ha pronunciato la sua prima frase: «Attento al tuo gatto, il mio pastore tedesco, Killer, lo mangia». E allora l'intuizione di regalargli un cucciolo di Labrador. E quel cane diventa il suo ponte verso il mondo. Persino il suo primo maestro di sorrisi. Dentro le quattordici regole di mamma Loredana c'è un cammino di vita a tratti molto faticoso. Otto scuole che hanno chiuso la porta perché ci sono situazioni considerate troppo complicate da gestire. Poi una preside dà un'intera aula vuota tutta per Riccardo e la sua insegnante di sostegno. E poi la classe «vera». Regola numero dieci: «Parlami lentamente con frasi brevi e con parole facili, tutto mi arriva rallentato e se non capisco aiutami. Trasformati in un mimo che racconta le storie con le mani e con la faccia». «Voglio che si realizzi come persona nella società», dice la mamma. Che una volta ha deciso, ad un congresso sull'autismo di fare una cosa che forse nessuno aveva mai fatto prima: far partecipare Riccardo. «Si parlava anche di lui, mi è parsa la cosa più naturale del mondo. Non solo professori, e luminari». Racconta di quella volta che davanti a un cartone animato vide Riccardo sfarfallare con le braccia. E allora cominciò a imitarlo perché quello doveva essere il modo per entrare in comunicazione con lui. Erano i primi sentimenti. «Ci sono le insegnanti che in questi anni ci hanno ringraziato dopo i timori iniziali». Perché i compagni di scuola imparano a diventare più attenti e sensibili. Non solo alla lavagna, ma alle persone. Tutte. Il messaggio che si vuole lanciare è che con la collaborazione di tutti, istituzioni e genitori, possiamo rendere la vita più semplice a questi ragazzi Più se ne parla, più soluzioni si trovano. E soprattutto si incoraggiano le famiglie che si sentono sole.Nicola SalduttiRIPRODUZIONE RISERVATA
Saldutti Nicola

mercoledì 19 dicembre 2012

LA DEPRESSIONE NATALIZIA




Euforia collettiva, shopping forzato, riunioni con i parenti. Per molte persone il Natale diventa uno “spettro” che fa paura.  L’atmosfera natalizia coincide con la fine dell’anno, con lo stilare il bilancio obbligato con se stessi degli eventi più o meno importanti vissuti, con la paura che qualcosa improvvisamente cambi allo scoccare dell’ultima mezzanotte dell’anno e con la sensazione di essere inghiottiti da un futuro tanto pieno di nuove speranze quanto di incertezze.
''Mai come in questo periodo - sottolinea il neurologo Sorrentino - si registra un'incidenza così alta di depressione, a causa del cambio di stagione e delle abitudini, della riduzione della luce e soprattutto del confronto fra l'euforia collettiva e il proprio malessere. Questo clima di felicità a tutti i costi - spiega - aggrava il disagio psichico preesistente, la persona si avvita su se stessa, guarda in maniera pessimistica il proprio passato e si sente sola”.
Il Natale, inoltre,  porta con sé una alterazione dei regolari ritmi di vita, che  espone a stimoli insoliti: le pause dal lavoro portano spesso dei vuoti che non si sa spesso come riempire e la convivenza prolungata e forzata con altre persone, con i ruoli sociali imposti in primis, costringe a fare i conti con aspetti irrisolti delle relazioni, magari anche conflittuali, che generano ansia e tensione.
Il vissuto di solitudine quindi si mescola al senso di colpa nei confronti di chi, nel medesimo contesto invece, vive questo evento come una festa e come momento peculiare di  incontro e ritrovamento dei legami familiari.  Da non sottovalutare inoltre l’angoscia e il senso di vuoto accentuati da eventuali lutti, o perdite,  subiti e non ancora superati. L’assenza della persona cara, come anche un cambiamento radicale sperimentato,  vengono avvertiti maggiormente quando nelle festività il quotidiano si ferma e il caos dei preparativi diventa solo un fastidioso rumore.
 Il malessere percepito come più opprimente è una spia che la mente accende rispetto a qualcosa vissuto come irrisolto o problematico. L'ascolto di questo segnale è il primo passo per individuare il problema nascosto, la causa vera del dolore ed è un processo fondamentale da parte di colui che lo vive come anche delle persone che lo circondano. Convertire questo disagio in un’opportunità per guardarsi dentro e conoscersi, imparare a chiedere aiuto sono fasi imprescindibili per andare incontro a una reale rinascita, che rappresenta poi ciò che il significato del Natale vuole insegnare. 

Dott.ssa Ivana Siena

mercoledì 12 dicembre 2012

RESILIENZA


Speranza è il sentimento con cui guardiamo fiduciosi al futuro; resilienza è forza d’animo con cui superiamo i traumi subiti. La vita regala a ognuno esperienze positive e negative. Coloro che coltivano speranza e resilienza riescono a gioire delle prime e a superare le seconde, diventando più forti laddove sono stati feriti.