giovedì 29 ottobre 2015

IL NUOVO FORUM - DIMENSIONE PSICOLOGIA

È attivo il nostro nuovo FORUM “DIMENSIONE PSICOLOGIA”.


Da un’idea dei collaboratori del Centro di Psicoterapia Familiare Pescara-Foggia, “dimensione psicologia” vuole essere un posto privilegiato in cui poter parlare di psicologia, dei propri disagi, delle possibilità di risoluzione dei problemi psicologici, delle risorse che ognuno può mettere in campo pur non sapendolo, il tutto anche in forma totalmente anonima.
È sempre più presente, nonostante il progresso dei tempi, il bisogno di fare cultura psicologica, di rompere dei miti errati sul disagio emotivo, di combattere gli stereotipi che ancora oggi la società impone a partire dal tema delle difficoltà relazionali fino ad approdare allo scoglio delle malattie mentali, le quali fanno purtroppo ancora molta paura.

Per iscriversi basta collegarsi a dimensionepsicologia.forumfree.it ed accedere alla registrazione in maniera anonima oppure attraverso il proprio profilo di Facebook, come si vede dall’immagine sottostante.




VI ASPETTIAMO NUMEROSI!!!

sabato 24 ottobre 2015

INCIPIT - Mostra fotografica



Arriva a Pescara INCIPIT, la mostra fotografica all'interno della sala da The "i Giardini del The" in via Nicola Fabrizi n. 20/22.
Incipit sarà a Pescara dal 30 Ottobre 2015 al 30 Novembre 2015.
Un'occasione per unire arte, cultura e passione per il territorio abruzzese. 

Da non perdere!

L'artista è Giuliano di Sante, che commenta così:

"Incipit nasce dalla riscoperta di un'antica passione, quella per la fotografia, in un momento delicato e difficile della mia esistenza.
A 42 anni ho ripreso contatto con i miei sentimenti e la parte che sentivo più mancarmi, quello spirito creativo e fantastico che mi ha sempre e da sempre caratterizzato e motivato.
Le foto di "Incipit" sono il risultato di un girovagare, non per luoghi misteriosi od esotici, ma in quella realtà che mi circonda e sopratutto in quello che ho dentro e che si rifletteva in ciò che i miei occhi disillusi non vedevano più e desideravo ritrovare.
Un modo diverso di leggere la nostra realtà quotidiana, questo è lo spirito di "Incipit". Una mostra in itere, perché la ricerca non è terminata e le sue interpretazioni sono ancora un mondo che sto scoprendo giorno per giorno."
Giuliano Di Sante

mercoledì 14 ottobre 2015

SKYPE: LA TECNOLOGIA AL SERVIZIO DEL BENESSERE PSICOLOGICO

Lo sviluppo delle tecnologie di comunicazione a distanza e la loro rapida diffusione hanno aperto anche agli psicologi la possibilità di una loro utilizzazione non solo a fini di informazione o di pubblicità, ma per fornire prestazioni professionali.


È da qualche anno, quindi, che si può sperimentare un modo nuovo, innovativo e immediato per poter usufruire di consulenza e supporto psicologico anche da casa, se impossibilitati a recarsi presso lo studio di un professionista, o a distanza qualora il professionista scelto si trovi in una città, regione o nazione diverse dalla propria.
Al momento, nel nostro paese, non si parla di psicoterapia perché le linee guida dell’ordine degli psicologi per la psicologia a distanza consigliano cautela. Sono ammessi solo colloqui psicologici e di sostegno.

Quali vantaggi?

  • Poter scegliere un professionista “consigliato” o con una particolare specializzazione, che si trova lontano dalla propria città di provenienza;
  • Poter usufruire di un servizio psicologico anche in presenza di problematiche di salute o handicap fisici che renderebbero più difficili gli spostamenti;
  • La maggiore flessibilità negli orari, in quanto si ammortizzano i tempi degli spostamenti dal posto in cui ci si trova al luogo di ricevimento del professionista;
  • La possibilità di esprimere il proprio disagio con uno specialista della propria lingua quando, ad esempio, si è costretti a vivere in una nazione diversa da quella di provenienza;


Il CENTRO DI PSICOTERAPIA FAMILIARE PESCARA - FOGGIA si è adeguato ai tempi dando la possibilità di usufruire di questo servizio, basta farne richiesta aggiungendo i vostri dati secondo l’esempio riportato in fondo alla pagina, ed inviandoli via mail all’indirizzo


La dott.ssa Ivana Siena vi ricontatterà per comunicarvi tre date e orari disponibili e una volta concordato insieme il momento più adatto per il colloquio su SKYPE, basterà aggiungere il contatto Skype con il nome ivana.siena.

Per maggiori informazioni
+39.391.35.19.017


Esempio di richiesta:

NOME______________________________________________
COGNOME_________________________________________
DATA E LUOGO DI NASCITA__________________________
CODICE FISCALE ____________________________________
LUOGO DI PROVENIENZA_____________________________
NUMERO DI TELEFONO_______________________________
NOME SKYPE________________________________________
INDIRIZZO E-MAIL____________________________________
RICHIESTA___________________________________________
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venerdì 9 ottobre 2015

MA QUALI GENITORI IDEALI?

L’Associazione Italiana di Psicologia sostiene che “Le affermazioni secondo cui i bambini, per crescere bene, avrebbero bisogno di una madre e di un padre, non trovano riscontro nella ricerca internazionale […]".


Infatti i risultati delle ricerche psicologiche hanno da tempo documentato come il benessere psico­sociale dei membri dei gruppi familiari non sia tanto legato alla forma che il gruppo assume, quanto alla qualità dei processi e delle dinamiche relazionali che si attualizzano al suo interno. 
In altre parole, non sono né il numero né il genere dei genitori a garantire di per sé le condizioni di sviluppo migliori per i bambini, bensì la loro capacità di assumere questi ruoli e le responsabilità educative che ne derivano.
In particolare, la ricerca psicologica ha messo in evidenza che ciò che è importante per il benessere dei bambini è la qualità dell’ambiente familiare che i genitori forniscono loro, indipendentemente dal fatto che essi siano dello stesso sesso.”


Va ricordato con forza che, oltre alla famiglia, è la società ad avere un forte impatto sullo sviluppo emotivo del bambino. Essa condiziona la personalità umana nei suoi aspetti esterni - di comportamento – e in quelli interiori – pensieri, opinioni, sentimenti – sin dalla nascita, influenzandola profondamente durante tutto il corso dello sviluppo sia tramite gli atti e gli atteggiamenti intenzionali che gli adulti rivolgono al bambino, sia tramite un’azione più generale che si attua sotto forma di informazione, di suggestione, di regola, di esempio. Dare l’esempio, questo è il nostro compito! E che sia quello giusto, di tolleranza e affetto, non di deleteria stigmatizzazione.

Vorrei concludere con un pensiero di Antonino Ferro psichiatra e psicoanalista, presidente della Società Psicoanalitica Italiana:

«Che ben vengano bambini di coppie che si amano e che siano capaci di buoni accoppiamenti mentali. Non sarà il sesso biologico dell’uno o dell’altro ad aver più peso ma le attitudini mentali dell’uno e dell’altro. I figli li faccia chi ha voglia di accudirli con amore. Ciò che conta, in fondo, è che ogni bambino abbia il suo Presepe, la sua festa, che sia accolto e amato come un prodigio, poi sul sesso biologico di bue e asinello non ci perderei molto tempo».

Dott. Simone Ferrazzo

Laureato in Psicologia e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara

martedì 6 ottobre 2015

A COME AUTOSTIMA

Stare bene con se stessi vuol dire stare ben con gli altri. 



Una delle maggiori richieste rivolte a specialisti della psicologia è come migliorare il rapporto con gli altri, con il partner, con i genitori, con i colleghi. La tendenza a percepire l’altro con cui si entra in relazione come “problematico” è molto comune e racchiude difficoltà di comunicazione per le quali non si riesce a vedere chiaramente una possibilità di risoluzione.

Questa sensazione costante e pervasiva ha in realtà a che fare con la percezione che si ha di sé, spesso messa in crisi proprio dagli altri intorno che, sempre attraverso la comunicazione, ci danno conferme o apparenti dimostrazioni di ciò che siamo. 
Non sempre, però, l’immagine che gli altri ci rimandano indietro è corretta, oggettiva, spassionata; è anzi facile che sia distorta da pregiudizi, bisogni, e tutto ciò che necessitano di vedere in noi per esorcizzare le loro paure.

L’idea che abbiamo di noi stessi è una costruzione molto complessa, della quale non siamo nemmeno pienamente consapevoli ed si può racchiudere nel concetto di autostima.
L’autostima è la percezione che si ha di sé, quella che si costruisce proprio attraverso i feedback di cui parlavamo sopra. Si possono individuare almeno cinque importanti aree della vita quotidiana attraverso le quali si costruisce: quella sociale, quella scolastica/professionale, familiare, estetico-corporea, intellettivo-culturale (la sensazione di avere delle abilità mentali ed una cultura adeguate e valorizzate nel proprio ambiente).  

Questa valutazione di sé è dinamica e si muove nel tempo su un continuum che prevede due estremi, quello positivo e quello negativo.
La bassa autostima aumenta il senso di insicurezza ed inadeguatezza, la convinzione di non essere in grado di  poter contare su se stessi e di essere quindi padroni della propria vita in quanto il pensiero e, ancora peggio, il giudizio degli altri sono fondamentali alla propria sopravvivenza emotiva. La prima cosa di cui è importante rendersi conto è il fatto che già la semplice idea che ci siamo fatti di noi stessi tende a condizionare il nostro comportamento in modo tale da “autoconfermare” l’idea stessa: è il cosiddetto effetto di “profezia che si autoavvera”. 

Nei casi di bassa autostima, la profezia è di tipo catastrofico e viene quindi confermata di volta in volta dal bisogno impellente di fare di un altro esterno il nostro punto di riferimento in quanto “Io non sono capace da solo” di decidere, agire, pensare. Nei casi più gravi sorge una dipendenza verso l’esterno che conferma quindi il proprio sentirsi inutili e invisibili.

Non da meno risulta l’eccesso opposto del continuum in cui un’alta autostima, che come dicevamo è necessaria per star bene con se stessi e con gli altri, può diventare a suo modo un  problema. Troppa sicurezza di sé,  la convinzione di star facendo sempre e comunque la cosa giusta, impediscono una visione obiettiva della realtà. Questa modalità prevede che la persona non riesca più a confrontarsi con il mondo esterno e ritenga di possedere una saggezza interna che non le permette di accorgersi dei propri errori.

Non si nasce con la giusta autostima, essa va piuttosto coltivata, curata, alimentata durante il corso dell'esistenza. Una sana autostima permette di percepirsi in modo realistico e di riequilibrarsi costantemente e in maniera indipendente dal giudizio altrui.

La lotta al miglioramento continuo richiede un impegno costante nel tempo e una volontà forte di mettersi in gioco in prima persona, lavorando sulle proprie percezioni e su ciò che le ha radicate a partire dall’infanzia fino all’età adulta.

Una chiave di svolta importante inoltre sta nel valore soggettivo della diversità e della differenziazione rispetto agli altri e al mondo esterno, dove per differenziazione si intende autodefinirsi ed individualizzarsi, per evitare la fusione relazionale e conservare l'obiettività emotiva  all'interno del sistema a cui si appartiene.



Dott.ssa Ivana Siena

lunedì 5 ottobre 2015

LO PSICOLOGO IN FARMACIA A SAN SEVERO (FG)




Mercoledì 07 Ottobre 2015 dalle ore 17:00 alle 18:30 la Dott.ssa Ivana Siena accoglierà le Vostre domande presso la FARMACIA CENTRALE di via T. Masselli, 69 San Severo (FG).


Questa Farmacia aderisce al Progetto LO PSICOLOGO IN FARMACIA dando la possibilità ai suoi clienti di usufruire di un colloquio di consulenza psicologica gratuito presso il CENTRO DI PSICOTERAPIA FAMILIARE in via N. Passero, 69 a San Severo (FG). Inoltre per coloro che avranno bisogno di un percorso psicologico individuale, di coppia o familiare, avranno una riduzione del 20% sul costo di ogni incontro. 


domenica 4 ottobre 2015

OTTOBRE MESE DEL BENESSERE PSICOLOGICO





Dal 01 al 31 Ottobre 2015 il CENTRO DI PSICOTERAPIA FAMILIARE Pescara-Foggia consente di usufruire di due incontri gratuiti finalizzati ad una valutazione del benessere psicologico delle persone.

PERCHE’ ADERIRE?
Con l'espressione salute mentale, secondo la definizione dell' Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), si fa riferimento ad uno stato di benessere emotivo e psicologico nel quale l'individuo è in grado di sfruttare le sue capacità cognitive o emozionali, esercitare la propria funzione all'interno della società, rispondere alle esigenze quotidiane della vita di ogni giorno, stabilire relazioni soddisfacenti e mature con gli altri, partecipare costruttivamente ai mutamenti dell'ambiente, adattarsi alle condizioni esterne e ai conflitti interni.
Più semplicemente, il disagio psicologico che deriva da insoddisfazioni lavorative, da problematiche familiari irrisolte, dalla gestione di un familiare in difficoltà, da relazioni sentimentali intricate e deludenti, dalla complicata gestione dei figli ecc…, può essere affrontato per una migliore qualità della vita. Tuttavia spesso non ci si rende conto di quale sia la ragione che c’è dietro tanta sofferenza e si continua a reiterare comportamenti che ciclicamente portano allo stesso malessere prima menzionato.
Non c’è medicinale che possa aiutare, non c’è strategia mentale che aiuti in queste situazioni. L’unico vero modo per uscirne è affrontare le proprie paure e rinforzare quelle che crediamo essere le nostre fragilità.
Lo psicologo è lo specialista che si occupa di guidare le persone in un percorso di riscoperta delle proprie risorse per vivere meglio la propria vita.

A CHI E’ RIVOLTO?
·        A tutte le persone che hanno bisogno di cambiare qualcosa nella propria vita;
·        A coloro che hanno domande e non trovano risposte;
·        A chi si preoccupa degli altri più che di sé;
·        A chi sente il bisogno di nuove consapevolezze.

COME ADERIRE?
Si può contattare la Dott.ssa Ivana Siena telefonicamente al 391.351.90.17, via e-mail: sienaivana@gmail.com, o cercando il Centro di Psicoterapia Familiare su Facebook, su Twitter o su Linkedin.

DOVE SI TROVA?
In ABRUZZO: Via Nicola Fabrizi, 60 Pescara (PE)
In PUGLIA: Via Nicola Passero, 69 San Severo (FG)


lunedì 20 aprile 2015

ESSERE O NON ESSERE, QUESTO E' IL PROBLEMA!

Transessualismo e Adolescenza nel XXI secolo

 
Se dovessi definire il XXI secolo non potrei trovare espressione migliore di "We Can"="Noi  Possiamo".
Ma possiamo cosa???
Possiamo essere tutto ciò che vogliamo? Possiamo reinventarci giorno dopo giorno, prendere tutti quei parametri preconfezionati dalla società, come la nazionalità, lo stato civile, il genere,e gettarli dalla finestra? Possiamo essere realmente uomini liberi?
È davvero difficile poter dare una risposta a tutto, e forse un pò spaventa, ma confrontandomi con le persone ed ascoltando le tante notizie che provengono dal mondo, una cosa ha attirato la mia attenzione: com'è essere transessuale oggi?
Sembra talmente naturale per noi classificarci come uomo o donna, che il più delle volte lo diamo per scontato, non pensando che spesso qualcuno possa sentir opprimente l'essere rilegato in questo bipolarismo.
Parole come transgender, queer, terzo sesso, intersessualità, crossdressing invadono la TV e i giornali, riecheggiano nelle nostre teste, e a volte ne ignoriamo il reale significato. Sono Tutti termini che ci fanno sobbalzare o stranire, perchè ci mettono in contatto con nuovi tipi di realtà per troppo tempo non riconosciute, ma che esistono.
Ma proprio perchè siamo nell'epoca del "Possibile", non si può più continuare a far finta di nulla, a non vedere che l'uomo cambia, che è flessibile, che varia; c'è l'esigenza impellente di conoscere e comprendere per rispettare l'altro e noi, per essere d'aiuto, per essere realmente liberi.
IL DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali) ne parla in termini di DIG, disturbo dell'Identita' Di Genere, che nasce da una mancata corrispondenza tra la percezione interiore della propria identità di genere e il sesso biologico in cui si è nati, e che comporta una forte sensazione di estraneità e di disagio.
La sofferenza della persona transessuale però, è spesso dovuta non tanto alla propria condizione intrinseca, ma alle pressioni e alle violenze che esercita sull’individuo una società come la nostra, caratterizzata da un binarismo sessuale rigido e preconfezionato.
Inoltre, viene da chiedersi se è più o meno giusto parlare di disturbo, o meglio quanto etichettare questo disagio non accresca la tendenza a stigmatizzare e a considerare patologica qualunque espressività identitaria che si discosti dal modello maschio-femmina?
Un aspetto essenziale di tale problematica riguarda la giovane età in cui può comparire, infatti è proprio tra il primo e  il terzo anno di vita del bambino che si instaura l’identità di genere.
Quindi già dall’età di due-tre anni si potrebbe vivere un disagio rispetto la percezione di sé e la situazione si aggrava fortemente nell’adolescenza, fase in cui i cambiamenti puberali trasmettono al mondo un’immagine di sè in contrasto con il proprio sentire.
Dunque è importante intervenire nel modo corretto per salvaguardare il benessere psicofisico di questi bambini e adolescenti.
Ma in che consiste il modo corretto?
Delle risposte, da diverse parti del mondo, cominciano ad emergere, come ad esempio il progetto di  una  clinica olandese dove si "sospende" la pubertà degli adolescenti transgender.
Il VU Medical Center, alla periferia di Amsterdam, ha sviluppato un metodo per la presa in carico di teenager che presentano disforia di genere. Tale protocollo prevede, per i ragazzi di 12 anni, l'uso di farmaci appositi che bloccano la produzione degli ormoni sessuali e, dopo un periodo che può arrivare al massimo a 4 anni, se viene confermata la diagnosi di disforia di genere gli adolescenti sono reindirizzati, grazie a un’altra terapia ormonale, verso la pubertà dell’altro sesso.
Quello che per molti può essere vista come un'affrettare le cose o una manipolazione, ha esattamente lo scopo opposto, ovvero la sospensione della pubertà serve proprio per prendere tempo ed arrivare a una diagnosi accurata e a un’età in cui si può fare una scelta consapevole, migliorando nel frattempo il benessere psicologico degli adolescenti.
In Olanda, ogni piccolo paziente viene preso in carico da un team multidisciplinare che deve accertare se soffra davvero di disforia di genere,  è previsto una servizio di consulenza psicologica, che segue anche i genitori, figure essenziali in questo percorso, anche loro con la propria sofferenzza ed i propri bisogni, primo tra tutti prendersi cura dei propri figli. La sofferenza di chi presenta disforia di genere, infatti, lascia tracce persistenti, provocando danni concreti, questi ragazzi presentano tassi molto più alti della media di ansia, depressione, pensieri suicidi e disturbi alimentari.
Ma quali sono i reali vantaggi di tale procedura?
Gli esperti di Amsterdam parlano di risultati  impressionanti sia psicologici che fisici:
-il funzionamento psicologico migliora, gli adolescenti hanno meno problemi a scuola, con i compagni, nel loro ambiente sociale, calano i pensieri suicidi, l’ansia, i sintomi depressivi, in generale diminuisce la sofferenza psicologica;
-da un punto di vista fisico, se questi ragazzi e ragazze decideranno di cambiare davvero sesso, potranno evitare in seguito interventi invasivi e dolorosi e avranno un aspetto fisico molto più convincente nell’altro genere.
La sospensione della pubertà può essere considerata come un aiuto ad affrontare tutto questo in un periodo più calmo, senza lo stress e le pressioni del corpo che cambia, inoltre va sottolineato il fatto che non è un intervento irreversibile, in quanto è possibile tornare indietro senza che ci siano conseguenze durature. Solo arrivati all'età di 16 anni, se si sentono pronti, i pazienti possono iniziare ad assumere ormoni dell’altro sesso, mentre le operazioni chirurgiche per la rettificazione del sesso, come la ricostruzione genitale o la mastectomia, si possono intraprendere solo dopo i 18 anni.
Per quanto riguarda il nostro Paese, la sola richiesta di introdurre una tale procedura ha sollevato molteplici accuse ai medici di voler sottoporre i  bambini a manipolazioni biologiche.
L'iniziativa qui presentata può suscitare non poche perplessità, dubbi e controversie, ma sono dell'idea che questo "protocollo" rappresenti un primo segnale che qualcosa comincia a cambiare, è  in ogni caso un passo avanti, un modo di costruire un "ponte", di fornire un aiuto concreto. Probabilmete se si iniziasse a cambiare prospettiva almeno in parte la situazione cambierebbe, se l'obiettivo diventasse realmente quello di prendersi cura e di supportare l'asolescente e la sua famiglia, si riuscirebbe concretamente ad essere d'aiuto, a rendere il tuttto meno difficile, lento e complicato.
Ci si chiede se i bambini siano in grado di poter scegliere per loro stessi, ci si sente alle volte in colpa e responsabili del problema, ma se guardiamo ed ascoltiamo questi bambini invece la cosa più evidente è che per loro non c’è nulla di ambiguo o strano.
I dubbi e le incertezze devono rappresentare il motore della crescita, non il limite, e questo è possibile solo lavorando insieme su una adeguata informazione e una forte sensibilizzazione che cominci dalle famiglie, dalle scuole e da tutte quelle istituzioni che rivestono un ruolo essenziale nella nostra quotidianeità.
Dovremmo fermarci un momento e provare a chiederci se fosse facile alzarci una mattina, guardarci allo speccho e non riconoscerci, ma soprattutto non essere riconosciuti dal mondo esterno. Leggendo i vari articoli che circolano sul web una frase di un ragazzo mi risuona in mente: "Per voi è facile: andate al lavoro, litigate, vi ammalate, però siete sempre voi. Io ho un problema molto più grande: mi sveglio la mattina, mi metto una maschera e dico: ok, andiamo a recitare una parte”.  Non si può rimanere indifferenti e inermi di fronte a questa sofferenza, bisogna intervenire, anche a piccoli passi, ad esempio riconoscendo i segni di un probabile problema di identità di genere invece di banalizzarli, lasciando liberi i bambini di esprimersi come più si sentono a loro agio e non temendo di rivolgersi ad uno speacilista in grado di fornire un adeguato supporto psicologico non solo al ragazzo, ma all'intero nucleo familiare.
 
Dott.ssa Valentina D'Alessio
Laureata in Psicologia e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara

 

lunedì 13 aprile 2015

UNA DIPENDENZA DA “BRIVIDO”


Cerco un'alternativa che dia una scossa alla mia normalità, l'abitudine mi soffoca non ce la faccio più...
Mai nessuno capirà questa è una emergenza, ho bisogno di una scarica da 9000 volt...
Io non riesco a capire quello che mi succede, sento il cuore che batte...
Soffro di dipendenza da una strana sostanza... io non posso star senza la mia dose di adrenalina
Prima o poi so' che impazzirò perché ne voglio sempre, sempre di più sono fatto per rischiare per non accontentarmi mai... 
La mia testa se ne va...

(Adrenalina, Finley, 2008)



In ogni essere umano vi è una spinta a cercare piacere e eccitamento praticando attività che possono essere considerate piacevoli e prive di rischio trovando un certo appagamento: si ascolta musica, si balla, si va alle feste, si fanno viaggi, si va al cinema, si passa del tempo in compagnia, ecc..
Questa ricerca non avviene allo stesso modo in tutti gli individui, né con lo stesso livello di coinvolgimento e può modificarsi nel corso delle varie fasi della vita.
La ricerca del piacere dunque è un aspetto fondamentale della natura umana anche quando comporta l’esposizione a notevoli rischi.
Un esempio è dato dal provare piacere ed eccitamento attraverso la pratica di sport estremi. Action sport (o sport estremi), ormai praticati da migliaia di persone, sono sport di estrema difficoltà che sfidano i limiti delle leggi fisiche e della sopportazione del corpo umano. Essi nascono come attività ludiche e vengono definiti sport 'californiani', proprio perché nascono nella California tra gli anni '50 e ‘60.
Per citarne alcuni: free running, paracadutismo, bungee jumping, parapendio, freestyle motocross, rafting, hydrospeed (nuotare seguendo la corrente), immersioni, arrampicata, windsurf, skysurf (paracadutismo acrobatico), sandboarding (simile allo snowboard ma praticato sulle dune), rugby subacqueo, torrentismo, slackline (stare in equilibrio su una corda sospesa in aria), heliski (sci fuori pista), ecc…
C’è addirittura chi partecipa al “turismo estremo”, ossia viaggi e vacanze organizzati appositamente per poter praticare uno o più di tali sport.
Tra i temi ricorrenti di chi pratica queste attività troviamo: bisogno di avventura, emozioni forti e fuori dall’ordinario, spinta ad affrontare situazioni insolite e rischiose, ritorno all’essenziale, piacere, esibizionismo, autodisciplina, forza, coraggio, ricerca di limiti da superare, sfida dell'imprevedibilità, autoperfezionamento, sfida con la morte.
Queste persone, infatti, hanno un continuo bisogno di emozioni forti e una necessità fisiologica di produrre adrenalina che gli procura benessere e piacere. Sono i cosiddetti «sensation seekers», cioè «cacciatori di emozioni», persone che regolano in questo modo lo stress e che senza queste discipline ad alto tasso di intensità emotiva si annoierebbero.
Adrenalina” appunto, è il termine più diffuso in chi pratica abitualmente o abbia provato almeno una volta questa esperienza. Infatti i dati di alcune ricerche scientifiche hanno cercato di dimostrare che gli sport estremi hanno la capacità di aumentare la secrezione dell'ormone, che una volta prodotto, provoca eccitazione. In questo caso, il rilascio di adrenalina sembra legato principalmente a due situazioni:
·        correre dei rischi (per la propria incolumità o per il proprio stato);
·        sentirsi padroni (di una situazione, di un qualcosa o di se stessi).
Generalmente il rilascio di adrenalina è stimolato da forti emozioni, agitazione, stress, ansia e in particolare la paura, e di solito in quelle situazioni dove è alto il rischio per la propria incolumità. L'adrenalina fa sì che il corpo ottenga un aumento del livello di energia disponibile, aumentando riflessi, forza, velocità, aggressività, e diminuendo la percezione del dolore. Questo “meccanismo” origina nel nostro primitivo istinto di sopravvivenza: in caso di pericolo (o presunto pericolo) dobbiamo essere in grado di “lottare o fuggire per salvarci”.

Qui la secrezione, associata al bisogno di rischiare e alla tendenza a ricercare sensazioni estreme, attiva un’esperienza denominata “combatti o fuggi” in grado di provocare i cosiddetti “brividi” che nelle persone che ricercano frequentemente questo tipo di attività sono vissuti piacevolissimi: provano un acuto senso di felicità e di completezza, sensazioni di euforia, soddisfazione. Vi sono persone che sviluppano forme di “tolleranza al brivido” (si abituano alla sfida estrema) e ricercano un’ulteriore sfida per “sentire il brivido”, diventando, così, meno capaci di valutare il rischio.

Vi sono persone che affrontano queste sfide estreme come se fossero una sorta di “vaccino contro la paura”, una specie di ricerca di sicurezza in situazioni incerte, vissute come un modo per superare i propri timori. Si è guidati dalla convinzione o dalla speranza che, se si superano grandi sfide, poi si diventerà meno intimoriti dalle prove quotidiane.

Vi sono anche coloro che tendono a rischiare in modo negativo soddisfacendo i propri bisogni di avventura attraverso attività autodistruttive (“ebrezza della paura”).
In queste situazioni il bisogno di ricercare il brivido si combina con tendenze comportamentali negative, incrementato da un alterato senso della vita: il risultato è il perseguimento della propria passione, ponendo a rischio sé e altri.

Ma cosa succede se viene superata la capacità massima di produzione di questo ormone?

Si possono avere effetti collaterali negativi, che entrano in gioco subdolamente sia a livello fisico che psichico, senza che ce ne rendiamo conto tra cui: ansia, agitazione, cefalea, vertigini, palpitazioni, pallore e tremori, perdita di appetito, nervosismo, irritabilità, insofferenza, tristezza, incapacità di concentrazione su altre attività, ecc…
Tutti questi fattori portano quindi ad una instabilità interna che ci tolgono la capacità di interagire correttamente con l’ambiente circostante e valutarlo aumentando la capacità di andare incontro a rischi e pericoli.
Praticare questo tipo di sport non è solo questione di esibizionismo o di casualità, perché queste persone hanno bisogno di livelli di attivazione fisiologica e mentale molto alti.
È una vera e propria filosofia di vita finalizzata alla ricerca del limite ed a un bisogno innato di euforia ed esaltazione a un viaggio interiore dal quale si esce molto cambiati.
Probabilmente chi pratica sport estremi è alla ricerca di se stesso e della propria identità che può avvenire proprio attraverso il mettersi alla prova in situazioni di limite.
Questi comportamenti, sembrano offrire una via d’uscita alle insicurezze e incertezze della vita, si cerca di sconfiggere il senso estremo d’insoddisfazione, di vuoto e di noia che si provano soprattutto nell’area affettiva e nella quotidianità. Si sente il bisogno di “sentirsi vivi”,di avere un corpo e si affrontano i rischi dopo averli esaminati, valutati e aver studiato le opportune contromisure. Il praticante di sport estremi è consapevole di provare paura, ma sa che potrà superarla solo riducendo il margine di rischio effettivo.
Dietro la tendenza a rischiare potrebbe risiedere una sopravvalutazione di sé oppure una svalutazione della vita, necessità personale di sfidare la vita, di sentirsi padroni e di controllarne anche gli eventi più incerti.

La regola è che ognuno deve essere libero di esprimersi come vuole per essere sé stesso. Tuttavia se predominano le tendenze distruttive, il rischio non calcolato e sottovalutato e le sensazioni di onnipotenza nella sfida alle proprie capacità, può essere necessario SFIDARSI a volersi più bene.

Dott.ssa Loredana Longo

Laureata in Psicologia e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara