Se invitate la gente a dire che cosa le
viene in mente pensando alla pazienza, ottenete risposte del genere: <<
Una donna rassegnata, un bue, una persona anziana che fa passare il tempo
>>. Invece, all’impazienza: << Un giovane vivace, un capo che da
ordini in modo imperioso, una donna bella e capricciosa >>. Ci sono poi
molti che considerano la pazienza e l’impazienza due qualità innate, come
sarebbero il colore degli occhi o la lunghezza del naso. Alcuni addirittura si
vantano dell’impazienza del marito o della moglie. << Non riesce a star
ferma un momento, non sopporta le lungaggini >> dicono, come se fosse una
prova di vivacità intellettuale o di forza di carattere. Sono invece convinto
che la pazienza sia una virtù fondamentale. E, tanto per cominciare, non è
affatto innata. La pazienza si apprende, si costruisce col ferreo esercizio
della volontà. Il bambino è impaziente. Se ha fame piange, se non c’è la mamma
si dispera. L’adolescente è impaziente, morde il freno per stare qualche ora
fermo a scuola. Ma anche il bambino, anche il ragazzo, se vogliono riuscire in
uno sport, dal calcio alla pesca, devono subito disciplinare i loro impulsi.
Devono imparare a stare immobili, attenti, e poi scattare quando è il momento,
né un istante prima, né un istante dopo. Devono ripetere pazientemente
centinaia di volte lo stesso gesto per perfezionarlo. Molta gente confonde la
pazienza con la pigrizia, il disinteresse, l’apatia. Stati psichici
caratterizzati dalla mancanza di energia vitale. Invece la pazienza è la
capacità di controllare una grande energia vitale senza farsene travolgere, ma
indirizzandola a un fine. Nei momenti difficili della vita noi dobbiamo essere
capaci di perseguire tenacemente una meta, di volerla con tutta la forza del
nostro animo, eppure dobbiamo anche saper aspettare. Come è più facile dare in
escandescenze, sbattere una porta! Difficile è sopportare la prima, la seconda,
la terza sconfitta e, ogni volta, ricominciare, ritessere le file, cercando
nuove strade, nuove alleanze. Tutte le volte che dobbiamo affrontare una grave
prova, come un concorso, un affare, una malattia, ma anche un amore, la vera
difficoltà è saper resistere giorni e giorni, mesi e mesi, alla più atroce
incertezza. La pazienza, in questi casi, è il nome che diamo al coraggio. Il
coraggio è la virtù del cominciamento. La pazienza è la virtù del
ricominciamento. Perché deve rinascere ogni mattina, ogni ora, ogni minuto. Per
<<tener duro>> bisogna
ricominciare a farlo infinite volte. I giovani, finché sono in famiglia,
possono permettersi di essere impazienti, cioè di comportarsi come bambini
protetti dai loro genitori. Il momento della verità viene quando incominciano a
lavorare. Allora, con stupore, si accorgono che nessuno più corregge le loro
intemperanze. E che ogni errore devono pagarlo. E, da quel momento, ogni
progresso professionale dipende dalla loro capacità di osservare gli altri, di
studiarli, di capirli. Siano essi i colleghi, i clienti o i dirigenti. E anche
quando viene il momento di parlare, di dire le proprie ragioni, devono sapersi
controllare, agire con prudenza e pazienza. L’impazienza crea sempre panico e
disagio attorno a sé e, alla fine, si fa tutti nemici. Il padre padrone che,
quando torna a casa, urla ad ogni ritardo, il capoufficio che sbraita con la
segretaria, il dirigente che strapazza i suoi collaboratori. Costoro usano
l’impazienza come strumento di dispotismo e avvelenano la vita e il lavoro
degli altri. Chi vuole riuscire non può permettersi questi capricci. A
cominciare dal venditore che deve porsi dal punto di vista del cliente, sempre
gentile, sempre paziente. Ma anche il grande manager, se vuole ottenere il
consenso dei suoi collaboratori, se vuole motivarli davvero, deve essere pronto
ad ascoltarli, a parlare, a spiegare, a giustificare, come fa l’allenatore di
una squadra. Deve mettercela tutta, e prodigarsi, prodigarsi; e ne deve avere
di pazienza!
martedì 9 dicembre 2014
LA PAZIENZA
Etichette:
PSICOMONDO
Ubicazione:
Pescara PE, Italia
domenica 7 dicembre 2014
LA CRISI
Ci sono dei periodi nella nostra vita
in cui perdiamo l’abituale sicurezza. Ci sentiamo smarriti, disorientati.
Avevamo delle idee chiare, delle certezze. Adesso siamo pieni di dubbi. Non
sappiamo più se abbiamo fatto le scelte giuste. Alcuni risultati che ci
riempivano di orgoglio, ora ci appaiono privi di valore. Ci vengono in mente
tutte le altre strade, quelle che non abbiamo percorso, quelle che hanno
seguito gli altri e scopriamo che forse erano meglio della nostra. Proviamo
rimorso per chi abbiamo inutilmente fatto soffrire. È un momento di crisi, di
smarrimento, di disorientamento, di vuoto.
Qualcuno può dirci che è un attacco
di depressione o di nevrosi. Per farlo passare basta un periodo di vacanza, o
un viaggio, o una breve cura. Ma è il caso di combatterlo, di sfuggirlo? Non è
invece meglio accettarlo, viverlo,
approfittare dell’insegnamento che ci sta dando? Quando siamo impegnati
in un compito non possiamo lasciarci afferrare dal dubbio, avvelenare dalle
incertezze. Dobbiamo tener ben ferma la meta e occuparci solo dei mezzi per raggiungerla.
Dobbiamo convincerci che siamo nel giusto e che possiamo riuscire. D’altra
parte quando, seguendo un certo metodo, abbiamo avuto successo, ne facciamo
tesoro e continuiamo sulla stessa strada. Se in un ristorante i clienti
apprezzano particolarmente certi piatti, il cuoco continuerà a prepararli. Quando
un pittore ha scoperto una modalità espressiva in cui si realizza e che piace
ai critici, vi si abbandonerà con piacere. Lo scienziato che ha elaborato una
teoria cercherà di applicarla a tutti i casi che incontra senza sentire il
bisogno di cercarle una alternativa. Col passare del tempo, però, quelle che
prima erano modalità per esprimere noi stessi e la nuova creatività, a poco a
poco finiscono per diventare abitudini, rituali. Il cuoco si abitua a fare gli
stessi piatti in modo meccanico. Non sperimenta più nulla di nuovo. L’artista
si ripete, imita se stesso. Lo scienziato applica la sua teoria a fenomeni
nuovi e diversi che essa non può spiegare. Prima la sua teoria era uno
strumento per conoscere, adesso gli nasconde la realtà. Tutto ciò che facciamo
nasce come apertura sul mondo, braccia tese per andare incontro e accogliere.
Ma questo movimento, ripetuto infinite volte, diventa un rituale vuoto. Non
esprime più noi stessi, non ci collega più con la vita. Ecco perché, periodicamente,
abbiamo bisogno di una crisi. Qualche volta questa è la conseguenza di un
insuccesso, di un brutale schiaffo che la realtà, troppo a lungo trascurata, dà
alle nostre abitudini. Ma altre volte ci rendiamo conto di esserci
sclerotizzati, irrigiditi, di essere come morti. Allora può arrivare al vertice
del successo. Molti autori sono rimasti insoddisfatti del loro capolavoro.
Virgilio voleva addirittura distruggere l’Eneide. Scatta in quel momento il
bisogno di vedere il mondo da tutti gli altri punti di vista che noi abbiamo
dovuto abbandonare per scegliere il nostro, di trascendere ciò che abbiamo
fatto. È un bisogno di novità, di freschezza, di ricominciamento che per
realizzarsi deve far piazza pulita di ciò che esiste delle strutture in cui ci
siamo realizzati.
La crisi è il momento iniziale, devastante, di un’opera di
risanamento e di ricostruzione. Nella vita psichica non c’è vero progresso
senza queste discontinuità in cui riusciamo a mettere in discussione radicale
noi stessi, ciò che abbiamo fatto, ciò che vogliamo. Distruggendo i nostri
possessi, le nostre certezze, creiamo il caos originario in cui tutto diventa
nuovamente pensabile e possibile. Solo allora diventiamo nuovamente capaci di
cambiare. Perché siamo diventati leggeri, ingenui e umili.
giovedì 20 novembre 2014
L'INTERVISTA
La
dottoressa Ivana Siena ad Evento Abruzzo
La dottoressa Ivana Siena, Psicologa e Psicoterapeuta
ad indirizzo Sistemico-Relazionale, fondatrice del Centro di Psicoterapia Familiare Pescara-Foggia, ha rilasciato
un’intervista esclusiva ad Evento
Abruzzo.
L’intervista:
In che modo interpreti il lavoro:
Professione? o Vocazione? Perché?
Il percorso formativo legato alla
mia professione ha Sì origine da una “chiamata”. Non c’è, però, un essere
supremo a farla, ma una serie di fattori legati alle problematiche che si
vivono sin dalla nascita nella propria famiglia. Non mi riferisco a situazioni
al limite, ma alle difficoltà che ogni Famiglia vive nel corso del proprio
ciclo di vita e che, inevitabilmente, hanno risonanze su ognuno dei suoi
membri. Queste difficoltà si legano a specifiche caratteristiche di personalità
dell’individuo, alla predisposizione all’ascolto ed al personale grado di
tolleranza della sofferenza, portando il futuro Psicologo a scegliere di
investire in questo tipo di percorso universitario. Il passaggio alla Professione
vera e propria arriva quando matura la consapevolezza che l’aiuto che si cerca
per sé arriva attraverso quello che si è disposti a offrire all’Altro, e
viceversa.
Come mai a tuo avviso i giovani
d’oggi non riescono a divertirsi senza bere?
In una società degli eccessi come la
nostra, ogni persona è in continuo confronto con il “tanto” ed il
“troppo”. Le energie psico-fisiche che vengono impiegate per restare al
passo con i tempi possono essere circoscritte se l’obiettivo è di tipo materiale,
ma meno gestibili se si entra nella sfera della realizzazione personale ed in
quella delle relazioni sociali. “Insoddisfazione” è la parola chiave, oggi
oseremmo dire il tag, che meglio delinea il sentimento di tristezza e la
sensazione di vuoto che spesso attanagliano i giovani quando sono impegnati
nella ricerca, apparentemente difficile, del proprio valore, della propria
stima, così l’alcool diventa lo strumento d’elezione per NON pensare e NON
sentire.
La famiglia d’origine può risultare
davvero fondamentale nel processo di formazione di una persona? Perché?
La famiglia d’origine E’
fondamentale in questo processo. Tutto ciò che si è da adulti dipende da quello
che coloro che ci hanno cresciuto si sono impegnati, più o meno volutamente, a
tramandare. Spesso si tratta di messaggi impliciti, gesti, sguardi, brevi frasi
i quali restano impressi dentro i figli, le quali saranno la mappa che indica
la direzione, il “cosa fare” e “come farlo”. Questa mappa assomiglia ad un
copione teatrale che può essere però modificato nel tempo, senza mai rifiutare
la trama. Un albero senza le radici è destinato a non stare in piedi, ma a
cadere. Lo stesso albero può essere trapiantato e vivere bene anche in altre
condizioni diverse, purché non lo si privi delle sue radici.
Il benessere economico, talvolta
provoca apatia e depressione, come spieghi questo fenomeno?
Il confronto continuo con dei
modelli che incoraggiano “l’avere” piuttosto che “l’essere”, si scontra
notevolmente con la realtà economicamente meno favorevole di talune persone.
Ciò che provoca apatia e, nei casi più gravi, depressione è il “misurarsi” con
l’altro, ma la stessa parola implica il sentirsi sconfitti in partenza.
Ragionare per emulazione impedisce l’accettazione di ciò che si è o si è
diventati, porta a polemizzare contro il fato perdendo di vista il proprio
potere di cambiare le cose, se solo lo si vuole. Sentirsi meno fortunati
diventa un alibi per restare nella passività e non crearsi alternative.
Che ruolo hanno assunto i
Social Network in una società come la nostra?
Mi viene in mente la parola Alter
Ego, ossia l’altro Sé che ognuno vorrebbe essere. Credo che i Social Network
rappresentino l’invenzione più ingegnosa degli ultimi tempi, ma anche la più
penalizzante. Se da un lato attraverso questi si può esprimere se stessi nella
totalità, perché protetti da uno schermo che impedisce il contatto oculare con
le persone, dall’altro si trasforma la naturalezza delle relazioni vis à vis.
Si tratta di un mezzo per esibire, comunicare, condividere e spesso giudicare,
infatti si può affermare che, a tutti gli effetti, è un’arma e come tale può
essere usata per proteggere o per ferire gli altri, ma spesso si
dimentica che il rischio più grande è rivolgerla verso se stessi.
In un momento di congiuntura
economica come quello stiamo attraversando che valenza possono assumere i
sogni veri ed autentici?
A mio avviso i sogni sono tutti veri
ed autentici, sono la rappresentazione paradossale della realtà, quella che si
desidera e che spesso viene negata a se stessi. La riflessione sul “cosa”
impedisce di realizzarli è un lavoro lungo e difficile, ma non impossibile.
Matteo Sborgia
Fonte: www.eventoabruzzo.it
domenica 9 novembre 2014
IL MOBBING
Aspetti generali
Negli ultimi anni, il fenomeno del mobbing è stato oggetto, in tutto il
mondo, di particolare attenzione da parte dell’opinione pubblica, degli organi
istituzionali e della comunità scientifica. Leymann utilizza per primo
all’inizio degli anni ’80 il termine mobbing per descrivere nel mondo del
lavoro “una forma di terrorismo
psicologico che implica un atteggiamento ostile e non etico posto in essere in
forma sistematica da una o più persone, nei confronti di un solo individuo, il
quale viene a trovarsi in una condizione indifesa e fatto oggetto di una serie
di iniziative vessatorie e persecutorie”.
Queste iniziative debbono ricorrere con
una determinata frequenza (statisticamente almeno una volta alla settimana) e
nell’arco di un lungo periodo di tempo (per almeno sei mesi di durata). A causa
dell’alta frequenza e della lunga durata del comportamento ostile, questa forma
di maltrattamento determina considerevoli sofferenze mentali, psicosomatiche e
sociali“.
Leymann attribuisce la causa scatenante
del mobbing al conflitto sul luogo di lavoro. Sono sei i campi da lui
individuati in cui possono svilupparsi dei conflitti dai quali può scaturire il
mobbing; i primi 3 sono fattori esterni al gruppo di lavoro (organizzazione del
lavoro, mansioni lavorative e direzione del lavoro), gli altri 3 sono invece,
più legati ad esso (dinamica sociale del gruppo di lavoro, teorie sulla
personalità e funzione nascosta della psicologia nella società).
La prima ricerca italiana sul mobbing è
stata condotta da Ege nel 1998. Egli individua 7 fasi attraverso le quali si
configura il mobbing: pre-fase o “condizione zero”, conflitto mirato, inizio
del mobbing, primi sintomi psico-somatici, errori ed abusi nell’amministrazione
del personale, serio aggravamento della salute psico-fisica della vittima, esclusione
dal mondo del lavoro, allontanamento definitivo della vittima dal posto di
lavoro.
L’origine del mobbing si può definire
multifattoriale, derivando dalla combinazione e dalla presenza contemporanea di
fattori organizzativi, personali e relazionali, insieme ad un certo livello di
conflittualità considerato da alcuni insito nelle relazioni umane. Il mobbing
dunque, comporta influenze negative sulla vita dei soggetti che ne sono
vittime, tra cui: effetti relazionali, effetti economici (a causa spesso della
perdita del lavoro), effetti sulla salute (sintomi fisici e sintomi psichici).
I tipi di mobbing esistenti sono 5:
a) mobbing dal basso o down-up: il
mobber è in una posizione inferiore rispetto a quello della vittima;
b) mobbing dall’alto: il gobbe è in una
posizione superiore rispetto alla vittima;
c) bossing o mobbing strategico: è una
forma di mobbing che viene usata strategicamente dalle imprese per promuovere
l’allontanamento dal mondo del lavoro di soggetti in qualche modo scomodi;
d) mobbing tra pari o orizzontale: il
mobber e la vittima sono allo stesso livello;
e) doppio mobbing: l’energia
distruttiva di cui la vittima è caricata e che trova nella famiglia la
possibilità di scaricarsi, può giungere ad un livello tale da comportare la
saturazione delle riserve familiari, per cui il mobbizzato perde la valvola di
sfogo rappresentata dalla famiglia e quindi rimane solo.
Le conseguenze
Il mobbing si rivela essere un aspetto
negativo nella vita delle organizzazioni con conseguenze individuali, sociali e
organizzative. Dalla nascita delle ricerche sul mobbing, l’attenzione si è
inizialmente focalizzata sugli effetti negativi che quest’esperienza ha sulle
vittime. L’esposizione al mobbing è stata classificata come una significante
sorgente di stress sociale sul lavoro e come il problema più paralizzante e
devastante per i lavoratori rispetto a tutti gli altri stressor correlati al
lavoro messi insieme. La reiterazione ed il protrarsi nel tempo della molestia
morale e psicologica comportano, nella maggioranza dei casi, la riduzione dello
stato di salute complessivo della persona vessata. Tenuto conto che ciascuno
reagisce ad un attacco esterno in modo diverso, il fenomeno del mobbing può
portare a:
-
Alterazioni dell’equilibrio socio-emotivo (ansia,
depressione, ossessioni, attacchi di panico, anestesia emozionale),
-
Alterazioni dell’equilibrio psicofisico (cefalea, vertigini,
disturbi gastrointestinali, ipertensione arteriosa, dermatosi mal di schiena,
disturbi del sonno e della sessualità),
-
Disturbi a livello comportamentale (modificazioni del
comportamento alimentare, reazioni autoaggressive ed eteroaggressive,
passività).
I mobbizzati possono inoltre diventare
solitari e taciturni, perdere interesse nelle proprie famiglie, essere
irritabili e persino aggressivi contro le persone che amano. Essi possono
affidarsi all’alcool o diventare ossessionati dal bisogno di discolpare se
stessi, spendono ore in solitudine tentando di affrontare il criticismo del mobber ed elencando corrispondenze nel
tentativo di giustificare se stessi.
Sulla base di osservazioni cliniche ed
interviste con vittime di mobbing, nel 1976 Brodsky identificò tre pattern
generali di reazione. Alcune vittime svilupparono sintomi fisici vaghi come
debolezza, perdita di forza, fatica cronica, dolori e vari mali. Altri
reagirono con depressione e sintomi correlati come impotenza, perdita di
autostima e insonnia. In ultimo, un terzo gruppo riportò vari sintomi
psicologici come ostilità, ipersensibilità, perdita di memoria,
vittimizzazione, timidezza e ritiro sociale. Altri studi sul mobbing
suggeriscono che le donne possono essere più colpite rispetto agli uomini in
quanto loro vivono il fenomeno generalmente in modo differente e probabilmente
più severo, indipendentemente dal numero degli atti negativi ai quali sono
esposte. Sulla base di una vasta analisi dei sintomi riportata dai soggetti
osservati, si è arrivati a stabilire che i disturbi di cui generalmente
soffrono i lavoratori-vittime possono rientrare nella categoria dei disturbi
post-traumatici da stress (PTSD).
Non mancano, però, pareri discordanti:
alcuni inquadrano il mobbing come disturbo dell’adattamento, e altri ancora
ritengono che una delle sindromi che più colpisce i lavoratori a seguito di
mobbing sia il disturbo di attacchi di panico. A causa di un forte bisogno
delle vittime nel cercare supporto in questa loro situazione, diviene difficile
per i colleghi non rimanere coinvolti o neutrali in casi come questi. Gli
effetti del mobbing si ripercuotono, perciò, sull’intero gruppo di lavoro sotto
molteplici aspetti di deterioramento del clima aziendale, influenza dei livelli
di produttività e della prestazione lavorativa di gruppo, e di abbassamento
degli standard di efficacia ed efficienza. In uno studio del 2001 è emerso come
l’essere stati testimoni di mobbing sia un significante predittore di reazioni
a stress generale. Anche l’organizzazione, però, subisce le conseguenze
negative del mobbing, in termini di costi diretti (aumento del livello di
assenteismo e turnover, costi sostenuti per malattia dei dipendenti,
coinvolgimenti in contenziosi giuridici, crescita di incidenti ed errori, ecc.
) e di costi indiretti (abbassamento del morale, mancanza di soddisfazione
lavorativa, comunicazione disfunzionale, mancanza di motivazione e creatività,
ecc).
Lo sviluppo
dell’interesse per il mobbing: una riflessione contemporanea
La crescente attenzione data al mobbing
può essere spiegata in parte dal recente cambiamento economico e sociale. Per
sopravvivere, le organizzazioni devono affrontare continue pressioni che
portano a downsizing e ristrutturazioni per sostenere competitività in una
crescente economia globale. Le poche persone vengono lasciate con più lavoro in
un clima d’incertezza. Incertezza, mobilità, rischio e opportunità sono
concetti che descrivono la società odierna caratterizzata da un capitalismo
flessibile e da un’economia della velocità. Tale società che vede le strutture
produttive trasformarsi profondamente, per adattarsi alle necessità del
mercato, conosce anche sul versante lavorativo cambiamenti non irrilevanti.
Questa adozione di modelli gestionali flessibili provoca mutamenti ad un ritmo
talmente frenetico, che può avere effetti collaterali sulla salute psicofisica
dei lavoratori e sulla qualità della loro vita, cosi come sul benessere delle
organizzazioni stesse interessate da simili mutamenti. E’ indubbio che questo
nuovo modello di azienda e lavoro flessibile sia pensato per apportare salute,
benessere e prosperità ma dove questi processi non vengono attuati con
particolare cautela e attenzione al fattore umano si può venire a creare un
clima di insicurezza e un ambiente lavorativo nel quale si rafforzano le
probabilità di conflitti interpersonali e mobbing. La maggior parte degli
uomini e delle donne sopportano questo abuso non facendo niente perché hanno
paura per il loro posto di lavoro. Con famiglie da sostenere e mutui da pagare,
mantenere il silenzio è spesso l’opzione scelta. Mentre chi trova il coraggio
di affrontare la questione è probabile che venga etichettato come portatore di
problemi o di essere accusato di insubordinazione.
Bibliografia
Beasley, J., &Rayner, C (1997).
Bullyngat work: after Andrea Adams. Journal of Community &Applied Social
Psychology, 7, 177-180.
Einarsen, S. (2003). Individualeffects
of exposure to bullyingat work.
Maier, E. (2003).Il mobbing come
fenomeno sociale. In Depolo M. (a cura di). Mobbing: quando la prevenzione è
intervento: aspetti giuridici e psicosociali del fenomeno. Milano: Franco
Angeli.
Rifkin, J (2000). L’Era dell’Accesso.
La rivoluzione della new economy, Milano: Mondadori.
Dott. Renato Porcelli
Laureato in Psicologia e tirocinante
presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara
sabato 8 novembre 2014
E TU, COME AMI?
Siamo in un’epoca
in cui il tradimento è diventato la normalità e le coppie scoppiano senza comprendere cosa davvero le porti al capolinea.
Poche persone,
scoperto il tradimento, si chiedono: “Perché lo ha fatto?”, o meglio: “Dove ho
sbagliato?”. Iniziano le battaglie legali, in cui a rimetterci sono i figli i
quali, diventati adulti, saranno depressi, teppisti, dipendenti da sostanze
stupefacenti, fobico-ossessivi o coppio-fobici, questo a scapito dell’intera
società.
Prima di chiederci come fare a scegliere la "persona giusta", partiamo con
il descrivere quattro forme di amore patologico (e relativi esempi di storie
quotidiane) che spesso vengono scambiate per vero amore per poi delineare
invece quali sono gli ingredienti essenziali su cui deve basarsi un amore vero
e maturo.
Le forme di amore
patologico sono: l’amore simbiotico, l’amore accudente, l’amore possessivo e
l’amore competitivo.
L’amore
simbiotico
è
molto diffuso e si basa sulla convinzione che, se ami qualcuno, devi fare tutto
con lui, condividere tutto, raccontargli tutto, anche quante volte vai in
gabinetto e così via. Spesso i commenti degli amici sono: “Loro si che si amano
davvero! Non possono stare l’uno senza l’altro”.
Un partner diventa
la stampella dell’altro, mentre il vero amore, basato sulla libertà, è quello
in cui una persona autonoma (che può stare anche da sola), decide di unirsi a
un’altra per crescere, migliorare se stessa e tirare fuori il meglio di sé
dall’altro. Purtroppo la dipendenza nella nostra cultura viene incoraggiata, anche
a livello familiare, in quanto i figli vengono spesso “trattenuti” nel nido
fino alla morte (del genitore o del figlio).
G.
è sposata da 10 anni con D. Prima di fidanzarsi con lui, aveva avuto solo due
storie di poca importanza, essendo sempre stata succube della sorella, con cui
passava tutto il suo tempo libero. G. è passata dall’essere succube della
sorella all’essere succube di D. Il loro rapporto è diventato sempre più
profondo: uscivano insieme in ogni occasione, anche dopo essersi sposati e aver
avuto un figlio, e venivano considerati da tutti una coppia invidiabile. Tutto
filò liscio finché D. , ottenendo una promozione, iniziò a lavorare fuori
città, rientrando a casa solo il fine settimana. All’inizio fu un trauma per
entrambi, ma poi D. si abituò alla nuova vita e incontrò una donna che gli fece
perdere la testa. Dopo un periodo di “doppia vita”, D. si è deciso,
probabilmente messo alle strette dall’altra, e ha chiesto il divorzio. G. è
entrata in profonda crisi depressiva e ha tentato il suicidio.
L’amore
accudente è un altro falso mito dell’amore
dove uno dei due partner si prende cura dell’altro facendogli da mamma o papà.
Questo ha due importanti e negative conseguenze. Innanzitutto un po’ alla volta
si perde l’attrazione fisica e il sesso va a farsi benedire. Non si può
desiderare un figlio! La seconda conseguenza di questo stile amoroso è che il
figlio, prima o poi, si stufa di essere accudito, diventa invidioso dell’altro,
che è sempre più bravo di lui e…si trova un’amante.
L.
ha trovato in G. il padre che non ha mai avuto. Lui la protegge, le da affetto
e così, dopo cinque anni di accudimento / fidanzamento, si sono sposati. Dopo
poco più di un anno di matrimonio L. non desidera più sessualmente suo marito.
Sono entrati in crisi profonda e si sono rivolti ad una psicoterapeuta per
risolvere il problema dell’assenza di desiderio da parte di lei. G. non sa che
la mancanza di desiderio è solo verso di lui, non verso il collega di lavoro
che L. ha appena conosciuto!
Esiste poi l’amore possessivo, per cui
l’amato diventa un’oggetto di proprietà, nei confronti del quale si scatena una
gelosia morbosa, da molti scambiata per vero amore. “Tu” non puoi sorridere o
parlare con nessun altro, solo con il tuo partner. Inoltre vieni continuamente
controllato, perché, essendo un oggetto di proprietà, non puoi decidere in modo
autonomo. Ogni decisione presa da solo, senza consultare l’altro/a, o meglio
senza fare quello che vuole l’altro/a, diventa un attacco alla coppia, fonte di
scenate a non finire. Questo tipo di rapporto non è amore, ma è patologia di
cui entrambi i partner si ammalano, avvelenando la loro unione. Anche in questo
caso il sesso va a farsi benedire, perché il rancore covato da entrambe le
parti, (da uno perché è in galera, dall’altro perché è il suo carceriere) fa
spegnere anche la più grande passione.
C.
convive da quattro anni con A. E’ gelosissima del suo lavoro, dei suoi
genitori, degli amici che ha da più di dieci anni. In altre parole, A. è
prigioniero di C., al punto che, non potendone più, ha chiesto aiuto ad una
psicoterapeuta. Si sente soffocare e non riesce più neanche a desiderarla,
perciò da alcuni mesi non hanno più rapporti intimi. Vorrebbe lasciarla, ma lei
gli fa delle scenate drammatiche in cui grida, svegliando i vicini in piena
notte, e minaccia di rovinarlo.
Infine, nell’amore competitivo, un
partner diventa rivale e geloso non dell’altro, ma del suo successo personale o
professionale. Dapprima i due vengono attratti dal sottile gioco
dell’ammirazione che nutrono l’uno verso l’altra, ma poi, essendo entrambi
narcisisti ed egocentrici, dalla fase dell’ammirazione passano a quella
dell’afflizione e iniziano a essere invidiosi dell’altro, perché il faro non è
più puntato su di loro. In altre parole, dapprima scelgono una persona speciale
per bellezza, preparazione, denaro. Poi diventano invidiosi e rivali e, a quel
punto, si salvi chi può.
P.
e M. sono sposati da quindici anni. Tutto è andato liscio finché lavoravano
come dipendenti in due ditte diverse. Essendo la figlia ormai adolescente,
hanno deciso, con i risparmi e con la liquidazione del precedente impiego, di
unire le loro forze mettendosi in proprio. Dopo i primi momenti un po’
difficili, la ditta ha iniziato a funzionare molto bene, ma contemporaneamente
sono iniziati i problemi tra loro. Le liti sono sempre più frequenti scatenate da
motivi apparentemente futili. La competizione è scattata e sta rovinando
quindici anni di unione!
L’amore
maturo, il vero amore,
è basato sui seguenti ingredienti:
-
Autonomia,
nel senso che ogni partner ha i suoi spazi di libertà e decide autonomamente della
sua vita;
-
Reciprocità,
esiste cioè uno scambio: ci si aiuta vicendevolmente e non c’è nessuno che
domina.
-
Libertà,
ognuno dei partner è libero di essere se stesso, di prendere le sue decisioni
lavorative, di seguire i suoi hobby. Qualcuno potrà obiettare: “ Ma se lo
lascio libero/a, se ne trova un altro/a”. Non preoccupatevi, se vuole lo trova
in ogni caso.
-
Solidarietà,
un partner aiuta l’altro a dare il meglio di sé.
- Impegno,
entrambi non danno mai nulla per scontato, ma si impegnano a dare attenzione,
ascoltare, gratificare il partner, fornendo stimoli nuovi.
A
ciò va aggiunta la capacità di essere flessibili e di accettare i cambiamenti
che comporta l’esistenza. La vita è fatta di cambiamenti e noi dobbiamo essere
in grado di fronteggiarli. Chi pretende che tutto rimanga uguale, perché è un
ossessivo e vuole avere tutto sotto controllo, non ne verrà fuori. Anche la
disponibilità ad accettare gli alti e bassi della vita, le imperfezioni e gli
errori, perché nessuno è perfetto, è di fondamentale importanza. Quando nasce
un amore, non è detto che debba durare per sempre. Niente è certo, però
possiamo impegnarci per farlo continuare nel tempo. È importante sottolineare
anche che l’impegno deve esserci da entrambe le parti, altrimenti è una
battaglia persa. Quando inizia un rapporto,
inevitabilmente si presenta una di queste quattro possibilità: che continui in
modo soddisfacente, che finisca di comune accordo, che uno dei due soffra
perché lasciato dall’altro o infine che il rapporto continui con grande insoddisfazione
per entrambi (della serie: “…e vissero infelici e scontenti”).
Dobbiamo riuscire ad accettare che nulla è
certo e non avremo mai il controllo assoluto su nulla. Se queste convinzioni
fossero veramente radicate, non si darebbe più nulla per scontato e si
sprecherebbero molte meno energie a voler esercitare un controllo sugli altri e
sulla vita. Probabilmente si vivrebbe meglio, gli amori durerebbero di più, si
coglierebbero più opportunità per migliorare la qualità della propria vita e si
sarebbe più disponibili verso il prossimo.
Articolo tratto da:
Dott. Renato
Porcelli
Laureato in
Psicologia e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara.
martedì 4 novembre 2014
HIKIKOMORI
“Gli atomi entrano nel mio cervello,
eseguono una danza e se ne vanno;
atomi sempre nuovi ripetono la stessa
danza,
ricordando quella di ieri”
Feynman R.P
Il fenomeno degli Hikikomori,
molto sviluppato nella società giapponese, ha fatto la sua comparsa solo di recente
in Europa e in Occidente, e si sta diffondendo a macchia d’olio interessando
sempre più giovani anche in Italia.
Il termine Hikikomori
deriva dal giapponese ”hiku”, tirare,
e “komoru”, ritirarsi, cioè “stare in
disparte,isolarsi”.
Gli Hikikomori, hanno
la tendenza a ritirarsi nella propria stanza senza più uscirne per lunghi
periodi di tempo. Si tratta di un volontario isolamentoche può durare dai 6
mesiad alcuni anni, in cui non si hanno contatti con l’esterno, vengono
abbandonati gli amici e ogni forma di comunicazione con la famiglia.
Questo fenomeno coinvolge
soprattutto i giovanissimi anche se non risparmia personepiù grandi. Ad essereprincipalmente
coinvolti sono i soggettidi sesso maschile, con un estrazione sociale
medio-alta, euno stile di vita sedentario. Gli Hikikomoridedicano il proprio
tempo ai fumetti e al pc, invertono il ritmo sonno-veglia, e consumano il cibo
in solitudine,evitando ogni contatto con l’esterno. Ritirandosi dalla società
si ritirano anche dalle normali attività quotidiane;abbandonano la
progettualità, hanno maggiori possibilità di svilupparedipendenza da internet e
di manifestare espressioni di violenza e aggressività.
Le cause del fenomeno in Giappone
Lecause di questo
fenomeno allarmante sono da ricercare all’interno della società e della cultura
giapponese.
Spesso il primo
segnale di un probabile Hikikomori è rappresentato dal rifiuto scolastico. In Giappone il sistema scolastico è molto
rigido e competitivo; molte scuole non prevedono spazi relazionali né attività
fisica, e spesso si studia anche 12 ore al giorno. La percezione di questa
forte pressione all’autorealizzazione spinge chi non ha le competenze e la motivazione
per reggerla a rifugiarsi nel mondo sicuro della propria stanza.
Un’ulteriore causa dell’abbandono
scolastico è rappresentata da una sorta di fobia legata all’aver vissuto esperienze di bullismo, fenomeno in
Giappone particolarmente diffuso.
Non sono, inoltre, da
sottovalutare le dinamiche familiari.Uno
stile educativo caratterizzato da eccessivo attaccamento e iperprotettività, genera nei ragazzi un
sentimento di inferiorità e inadeguatezza rispetto alle aspettative troppo
elevate dei genitori.La paura di non riuscire a raggiungere ciò che gli altri
si aspettano li spinge a chiudersi in se stessi. Spesso nelle famiglie
giapponesi la figura paterna è assente a causa dei ritmi di lavoro
insostenibili. La mancanza del padre non solo priva il bambino di una figura
genitoriale fondamentale, ma favorisce anche lo svilupparsi di un legame di
dipendenza tra madre e figlio (in Giappone “amae”)
che si riscontra in molti casi di Hikikomori.
Infine, i ritmi
estenuanti e le difficoltà della società moderna hanno contribuito a far
nascere in questi ragazzi un forte sentimento di rifiuto verso il mondo esterno. L’Hikikomori è infatti un ragazzo
che, per scelta o per limiti caratteriali, decide di vivere isolato dalla
società.
Differenze socio-culturali tra Giappone ed Europa
Il fenomeno Hikikomori
giapponese e quello europeo presentanomolte differenze socio-culturali. La
cultura giapponese è caratterizzata dalla presenza di regole eccessivamente
rigide alle quali i giovani si ribellano rifugiandosi nella propria casa, come
forma di protesta silenziosa. In Occidente, invece, è l’assenza di un sistema
coerente di regole sia sul piano sociale, relazionale che lavorativo a creare
nei giovani la percezione di sentirsi inadeguati, e non riuscendo a trovare il
proprio ruolo nel mondo, tendono a rifugiarsi in unarealtà più rassicurante.
Un’altra differenza
fondamentale tra Oriente e Occidente è che gli Hikikomori europei fanno un uso molto
massiccio ed eccessivo delle nuove tecnologie, mantenendo un contatto con
l’esterno tramite internet. Per tale ragione questo fenomeno vienespesso
associato e confuso con il disturbo da dipendenza
da internet (IAD). La comunicazione virtuale per gli Hikikomori europei
rappresenta l’unica forma di relazione.
Hikikomori e Dipendenza da Internet
Spesso la dipendenza
da internetviene indicata tra le cause dell’isolamento. Ciò non è sempre
corretto. Molti Hikikomori infatti non usano affatto le nuove tecnologie, o
comunque non sviluppano un rapporto di dipendenza da esse. In questi casi
l’isolamento è totale.
Hikikomori eDipendenza
da internet (Internet Addiction) sono quindi due cose diverse, ma che allo
stesso tempo possono incrociarsi.
L'isolamento e la
solitudine possono spingere l'individuo a cercare nella rete l'unico mezzo di
contatto con il mondo esterno:in questo caso, l'uso di internet è conseguenza e
non causa dell'isolamento. Al contrario, se è l'abuso di internet che spinge
l'individuo verso un graduale allontanamento dalla società, allora si può
parlare di Dipendenza da Internet.
In Italia, rispetto
al Giappone, questa differenza è meno netta e i due fenomeni appaiono spesso
come due facce della stessa medaglia.
Quando si può parlare di Hikikomori?
Chi passa ore al
computer, per esempio per studio o lavoro, non può essere considerato in
pericolo. Il fattore discriminante è legato al rapporto che la persona mantiene
con il mondo esterno.Il campanello d’allarmesi ha quando il virtuale diventa
una via di fuga dalla realtà.
Gli Hikikomorisono
giovani che rifiutano qualsiasi contatto che non sia mediato da un computer ed
evitano di uscire dalla propria stanza per mesi o per anni.
Non esiste ancora una
collocazione di questo disagio all’interno dei manuali diagnostici. Tuttavia,i criteri
individuati sono: il ritiro sociale da almeno 6 mesi, la riduzione delle
relazioni e incapacità di comunicazione, l’inversione del ritmo sonno-veglia,
il rifiuto scolastico o lavorativo e la noia. Tale fenomeno può presentarsi in
soggetti depressi o con comportamenti ossessivo-compulsivi.
Il ritiro dalla
società avviene gradualmente, per cui è importante osservare i cambiamenti del
comportamento:i ragazzi possono apparire infelici, diventare insicuri, timidi,
arrabbiati, iniziare a parlare di meno e a non frequentare più i loro amici.
E’fondamentale un
intervento tempestivo per evitare l’emergere di ulteriori complicazioni e
patologie chespesso si associanoal fenomeno dell’Hikikomori, mirando a migliorare
le relazioni e le capacità di interagire,attraverso un percorso terapeutico che
possa produrre esiti positivi.
“Hikikomori è una svolta inaspettata in
un sentiero diventato insidioso, un luogo di difesa dove tenere nascosto il
proprio sé stanco e inadeguato, un riparo segreto”
Carla Ricci
- Carla Ricci,
Hikikomori: narrazioni da una porta chiusa (2009)
- http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/disturbi-e-patologie/hikikomori-nuovo-stile-di-vita-o-nuova-patologia/7640/venerdì 10 ottobre 2014
NON INSEGNATE AI BAMBINI
Un bambino risponde «grazie» perché ha sentito che è
il tuo modo di replicare a una gentilezza, non perché gli insegni a dirlo.
Un bambino si muove sicuro nello spazio quando è consapevole che tu non lo trattieni, ma che sei lì nel caso lui abbia bisogno di te.
Un bambino quando si fa male piange molto di più se percepisce la tua paura.
Un bambino è un essere pensante, pieno di dignità, di orgoglio, di desiderio di autonomia, non sostituirti a lui, ricorda che la sua implicita richiesta è «aiutami a fare da solo».
Quando un bambino cade correndo e tu gli avevi appena detto di muoversi piano su quel terreno scivoloso, ha comunque bisogno di essere abbracciato e rassicurato; punirlo è un gesto crudele, purtroppo sono molte le madri che infieriscono in quei momenti. Avrai modo più tardi di spiegargli l’importanza del darti ascolto, soprattutto in situazioni che possono diventare pericolose. Lui capirà.
Un bambino non apre un libro perché riceve un’imposizione (quello è il modo più efficace per fargli detestare la letteratura), ma perché è spinto dalla curiosità di capire cosa ci sia di tanto meraviglioso nell’oggetto che voi tenete sempre in mano con quell’aria soddisfatta.
Un bambino crede nelle fate se ci credi anche tu.
Un bambino ha fiducia nell’amore quando cresce in un esempio di amore, anche se la coppia con cui vive non è quella dei suoi genitori. L’ipocrisia dello stare insieme per i figli alleva esseri umani terrorizzati dai sentimenti.«Non sono nervosa, sei tu che mi rendi così» è una frase da non dire mai.
Un bambino sempre attivo è nella maggior parte dei casi un bambino pieno di energia che deve trovare uno sfogo, non è un paziente da curare con dei farmaci; provate a portarlo il più possibile nella natura.
Un bambino troppo pulito non è un bambino felice. La terra, il fango, la sabbia, le pozzanghere, gli animali, la neve, sono tutti elementi con cui lui vuole e deve entrare in contatto.
Un bambino che si veste da solo abbinando il rosso, l’azzurro e il giallo, non è malvestito ma è un bambino che sceglie secondo i propri gusti.
Un bambino pone sempre tante domande, ricorda che le tue parole sono importanti; meglio un «questo non lo so» se davvero non sai rispondere; quando ti arrampichi sugli specchi lui lo capisce e ti trova anche un po’ ridicola.Inutile indossare un sorriso sul volto per celare la malinconia, il bambino percepisce il dolore, lo legge, attraverso la sua lente sensibile, nella luce velata dei tuoi occhi. Quando gli arrivano segnali contrastanti, resta confuso, spaventato, spiegagli perché sei triste, lui è dalla tua parte.
Un bambino merita sempre la verità, anche quando è difficile, vale la pena trovare il modo giusto per raccontare con delicatezza quello che accade utilizzando un linguaggio che lui possa comprendere.
Quando la vita è complicata, il bambino lo percepisce, e ha un gran bisogno di sentirsi dire che non è colpa sua.
Il bambino adora la confidenza, ma vuole una madre non un’amica.
Un bambino è il più potente miracolo che possiamo ricevere in dono, onoriamolo con cura.
Un bambino si muove sicuro nello spazio quando è consapevole che tu non lo trattieni, ma che sei lì nel caso lui abbia bisogno di te.
Un bambino quando si fa male piange molto di più se percepisce la tua paura.
Un bambino è un essere pensante, pieno di dignità, di orgoglio, di desiderio di autonomia, non sostituirti a lui, ricorda che la sua implicita richiesta è «aiutami a fare da solo».
Quando un bambino cade correndo e tu gli avevi appena detto di muoversi piano su quel terreno scivoloso, ha comunque bisogno di essere abbracciato e rassicurato; punirlo è un gesto crudele, purtroppo sono molte le madri che infieriscono in quei momenti. Avrai modo più tardi di spiegargli l’importanza del darti ascolto, soprattutto in situazioni che possono diventare pericolose. Lui capirà.
Un bambino non apre un libro perché riceve un’imposizione (quello è il modo più efficace per fargli detestare la letteratura), ma perché è spinto dalla curiosità di capire cosa ci sia di tanto meraviglioso nell’oggetto che voi tenete sempre in mano con quell’aria soddisfatta.
Un bambino crede nelle fate se ci credi anche tu.
Un bambino ha fiducia nell’amore quando cresce in un esempio di amore, anche se la coppia con cui vive non è quella dei suoi genitori. L’ipocrisia dello stare insieme per i figli alleva esseri umani terrorizzati dai sentimenti.«Non sono nervosa, sei tu che mi rendi così» è una frase da non dire mai.
Un bambino sempre attivo è nella maggior parte dei casi un bambino pieno di energia che deve trovare uno sfogo, non è un paziente da curare con dei farmaci; provate a portarlo il più possibile nella natura.
Un bambino troppo pulito non è un bambino felice. La terra, il fango, la sabbia, le pozzanghere, gli animali, la neve, sono tutti elementi con cui lui vuole e deve entrare in contatto.
Un bambino che si veste da solo abbinando il rosso, l’azzurro e il giallo, non è malvestito ma è un bambino che sceglie secondo i propri gusti.
Un bambino pone sempre tante domande, ricorda che le tue parole sono importanti; meglio un «questo non lo so» se davvero non sai rispondere; quando ti arrampichi sugli specchi lui lo capisce e ti trova anche un po’ ridicola.Inutile indossare un sorriso sul volto per celare la malinconia, il bambino percepisce il dolore, lo legge, attraverso la sua lente sensibile, nella luce velata dei tuoi occhi. Quando gli arrivano segnali contrastanti, resta confuso, spaventato, spiegagli perché sei triste, lui è dalla tua parte.
Un bambino merita sempre la verità, anche quando è difficile, vale la pena trovare il modo giusto per raccontare con delicatezza quello che accade utilizzando un linguaggio che lui possa comprendere.
Quando la vita è complicata, il bambino lo percepisce, e ha un gran bisogno di sentirsi dire che non è colpa sua.
Il bambino adora la confidenza, ma vuole una madre non un’amica.
Un bambino è il più potente miracolo che possiamo ricevere in dono, onoriamolo con cura.
(Giorgio Gaber “Non insegnate ai bambini”)
martedì 30 settembre 2014
TRA FANTASIA E REALTA'
La favola che spesso
il genitore legge al proprio figlio prima della “messa a letto” ha origini
molto lontane: si tratta di racconti tramandati per secoli e per intere generazioni
da narratori itineranti, esistenti ancor prima della nascita di Cristo, ed oggi
sostituiti dalle figure genitoriali, per lo più la madre, e/o dai nonni. Alla
narrazione è stato sempre attribuito un valore educativo di fondamentale
importanza, essendo l’unico strumento a disposizione delle civiltà per
divulgare la propria storia, le proprie tradizioni ed i propri miti. Non si
tratta di racconti esclusivamente di tipo storico: sono spesso delle storie
fantastiche che attraverso i loro personaggi e le loro avventure/disavventure
ripropongono le caratteristiche della personalità, i vizi e le virtù degli
uomini in un modo puramente fantastico, arricchendo così l’immaginario ed il
mondo interiore dei piccoli ascoltatori. Il bambino viene, così,trasportato in un mondo “altro”, diverso da
quello fisico quale la cameretta, ma dove ritrova le proprie difficoltà, i
propri ostacoli e le proprie risorse.
La narrazione non è solo
uno strumento educativo, è anche una modalità
comunicativa fra la madre/narratore ed il bambino/ascoltatore, una sorta di
canale attraverso cui trapassano le emozioni ed i sentimenti che caratterizzano
la loro relazione affettiva e nella quale non vi è un “altro” giudicante ma un
altro di cui il bambino può fidarsi ed affidarsi nel momento del bisogno. Tutto
ciò permette al genitore di conoscere meglio il proprio figlio, il suo modo di
pensare, di agire, i suoi bisogni più profondi.
Ogni favola inizia con il suo “… C’era una volta…”: i
personaggi, gli eventi, le difficoltà, le sconfitte e le vittorie iniziano a
prendere forma ed assumono le caratteristiche della realtà a cui il bambino
partecipa attraverso il dispiegarsi di quattro fasi che richiamano i quattro
tempi di una sinfonia. E’ nella creatività che il bambino riesce a trovare
“l’arma vincente” per far proprie le sue azioni, i suoi comportamenti: identificandosi
con i personaggi e le loro vicende, il
bambino acquisirà una maggiore stima in se stesso poiché anche lui, come il suo
eroe preferito, sarà capace di superare ogni ostacolo che incontrerà nel
suo percorso di crescita. D’altra parte, riconoscerà
in quegli stessi personaggi ed in quelle stesse vicende le proprie ansie, paure
ed angosce e tutto ciò che caratterizza la vita di quel personaggio è
esattamente ciò che vive il bambino.
La funzione principale di questi racconti, dunque, è quello di
colmare temporaneamente nel piccolo lettore quelle lacune derivanti dalle poche
esperienze vissute e permette al piccolo di meglio gestire il proprio mondo
emotivo, scisso fra tendenze cattive e tendenze buone, pensieri distruttivi e/o
aggressivi: il bambino deve riuscire ad accettare come propri e come
assolutamente normali questi sentimenti.
Così, ciò che il bambino ha appreso potrà essere utilizzato nella vita
quotidiana dinnanzi agli eventi negativi della vita.
Il bambino non vivrà mai una vita “tutta rosa e fiori”, come
vorrebbe e desidererebbe il genitore: egli deve imparare a destreggiarsi di
fronte agli ostacoli rispetto ai quali dovrà essere preparato. Identificandosi con il personaggio buono (l’eroe)
il bambino comprende che le difficoltà sono del tutto normali nel suo percorso
di crescita e che riuscirà a superarle. “..E vissero tutti felici e
contenti..”: non rappresenta soltanto il finale tanto atteso di quella storia
ma rassicura il bambino sul lieto fine della sua stessa vita. Inoltre, è molto
forte l’impulso morale che il bambino riceve dall’ascolto di questi racconti. Le fiabe fungono da esempio di “come va la
vita”: il bene che sconfigge ogni male, l’amore che prevale sull’odio e
tutto rappresenta la progressione del bambino nel suo percorso di crescita,
anticipando vissuti e favorendo lo sviluppo della personalità, del carattere e
dei loro valori. Anche il genitore che legge le favole riesce a
“semplificare” il suo ruolo educativo in quanto riesce ad impartire al proprio
figlio le giuste regole della vita senza usare l’imposizione.
Quali favole raccontare ai bambini e,
soprattutto, a che età??
Per
alcuni autori del XXI secolo, i racconti di favole erano ritenuti dannosi in
quanto “riempivano la testa dei bambini con nozioni confuse di eventi
meravigliosi e sovrannaturali”. Un tempo, questi racconti erano presentati ai
bambini come delle possibilità della vita reale. Non c’è un’età ideale per
raccontare le fiabe ai propri figli! Esse pongono il
bambino di fronte ai principali problemi umani (il bisogno di essere amati, la
sensazione di essere inadeguati, l’angoscia della separazione, la paura della
morte) “rendendoli semplicemente alla sua portata”.
E’
importante ascoltare i bisogni dei bambini: se la storia non gli interessa o lo
annoia vorrà dire che il tema affrontato in quella fiaba non è significativo
per il particolare momento della sua vita. Quando avrà preso tutto ciò che la
favola gli può offrire oppure i problemi sono stati superati, richiederà egli
stesso una seconda fiaba. E’ importante,
dunque, seguire l’interesse del bambino, non guidarlo: il genitore deve appassionarsi
alla storia raccontata come se fosse la favorita di entrambi e i pensieri del
bambino devono
essere ignoti così da esplicitarli attraverso la favola:
solo affrontando le sfide della vita
e superandole essi potranno arrivare alla propria indipendenza e realizzazione,
così come l’eroe ottiene il suo regno e la felicità dopo aver vinto le
battaglie che si presentano durante il cammino.
Dott.ssa Emma Avena
Laureata in
Psicologia presso l’Università “G. D’Annunzio” di Chieti e tirocinante presso
la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara
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