mercoledì 21 agosto 2013
martedì 13 agosto 2013
L'ESPERIENZA DI MATTEO
L'Allenamento Funzionale
Un movimento si dice funzionale quando rispecchia i gesti
della vita quotidiana, movimenti naturali realizzati grazie alla contrazione
sinergica di più gruppi muscolari.
Essere funzionali vuol dire essere forti, reattivi, agili, veloci,
elastici, coordinati, grazie al fatto che si acquisiscono nuovi schemi motori
attraverso esperienze motorie multiple e sempre piu' difficili (la progressione
è fondamentale nel functional training).
A sua volta la progressione rappresenta un perfezionamento graduale
attraverso cui il raggiungimento degli obiettivi preposti diventa un esercizio
di soddisfazione personale che aumenta la stima verso se stessi.
Essendo un processo di apprendimento, di conoscenza di se stessi, dei
principi, delle metodologie, dei mezzi e degli strumenti più efficaci al
raggiungimento dei propri obiettivi, l’allenamento funzionale come concetto non
pone in linea di principio differenzazioni tra atleti normodotati o disabili.
Allenarsi in modo
funzionale vuol dire allenarsi con i muscoli, la testa e soprattutto il cuore. È proprio quest’ultimo elemento che traspare
dalle parole che leggerete di seguito, il pensiero di Matteo Sborgia, un
ragazzo della provincia di Pescara (PE), laureato alla Triennale della Facoltà
di Lettere Moderne.
"L'allenamento funzionale può funzionare quando hai quell'adrenalina che ti
spinge ad andare avanti nonostante le difficoltà. In quei momenti non ti
importa nulla del pregiudizio, della disabilità perchè ti senti vivo.
L'allenamento funzionale ti mette in competizione con te stesso, aiutandoti a
superare i tuoi limiti, perchè i limiti si superano quando si affrontano, ed
anche se permangono dentro di noi, anche se fanno parte, DI NOI l'importante è
averli affrontati, non importa il risultato, non importa dove sei arrivato, ciò
che conta è essersi impegnati con tutto il corpo, il cuore e l'anima, a
prescindere da tutto e nonostante tutto. E quando si arriva ci si sente liberi,
fieri e forti perchè sai di aver fatto la cosa giusta, sai che hai dato tutto.
E soprattutto sai che sei vivo, sai che vali e che ancora una volta hai vinto
tu perchè hai cercato con tutto te stesso di andare oltre i tuoi limiti,
infischiandotene di tutto il resto. Perchè tutto il resto è noia. Il traguardo
è la tua vittoria, ognuno di noi ha il suo. Quando si taglia il traguardo,
quando ci si mette in gioco, si ha la percezione di aver già vinto. Perchè ci
metti cuore e voglia NONOSTANTE TUTTO.
OLTRE OGNI LIMITE…"
Matteo Sborgia
Per info e approfondimenti: Oltre il pregiudizio
venerdì 2 agosto 2013
MATERNITA' E LAVORO
LE MAMME MANAGER
Le donne in carriera che
diventano madri devono conciliare due mestieri quello di mamma con l’impegno
professionale.
Alcune decidono di sacrificare il
lavoro per prendersi cura del nascituro, altre a un mese dal parto sono già in
ufficio prese da un doppio carico di responsabilità. “Ho pianificato tutta la
maternità in modo scrupoloso, ma di fronte alla prima febbre alta mi sono
chiesta se sono davvero una buona madre!”. Questa è la frase che di frequente
si sente dire a neomamme che decidono di rientrare repentinamente al lavoro
dopo pochi mesi dal parto. Forte è il senso di colpa che si interseca con la
voglia di intraprendenza professionale.
Nel libro “Mamme Acrobate” l’autrice,
la dott.ssa Rosci, spiega che il “conflitto
è già latente nella complessità di competenze richieste ad una mamma e a una
donna con un serio impegno professionale”. Deve quindi essere munita di
doti quali pazienza, dedizione alla cura, ma anche concentrazione continuità e
competizione, un carico non indifferente. Nonostante le difficoltà “rinunciare al lavoro non è un’opzione,
piuttosto le donne sviluppano la capacità di passare da un piano all’altro dei
due “mestieri”, di vivere due agende parallele, una razionale, una emotiva”.
Fare le supermamme serve quindi a placare il senso di colpa, ma oltre al fatto
che non basta a cancellarlo, può provocare grosse conseguenze nell’equilibrio
mentale della persona oltre che alla relazione con il partner che ne pagherebbe
sicuramente il prezzo più alto. Infatti laddove il carico è tutto spostato da
un alto della coppia, qualunque sia il motivo di base, si innesca un susseguirsi
di sensi di colpa e rimproveri reciproci rispetto alle presunte mancanze nei
confronti del bambino che non vengono adeguatamente affrontati. Il tempo della
coppia si riduce, come la comunicazione ed infine la sessualità, termometro
della temperatura del clima emotivo. Condividere
invece l’esperienza della maternità con il compagno, le proprie aspettative rispetto
alla carriera lavorativa e i compiti di crescita del nuovo nucleo, può essere
meno gratificante, ma sicuramente rappresentare un momento di unione che aiuta
soprattutto la mamma in questa delicata
fase di vita.
Le ansie materne non cominciano
con la nascita, bensì prima, quando la gestante deve fare spazio mentale, oltre
che fisico, per il bambino. L’accettazione psicologica di questa creatura è
importantissima per riuscire a gestire ogni tipo di difficoltà successiva alla
nascita. Una madre che ha affrontato adeguatamente questa accettazione sarà
anche pronta a separarsi dal figlio nei tempi giusti, garantendo la sua
presenza in termini di qualità e non solo di quantità.
È anche vero che oggi più che una
scelta, rientrare al lavoro è una necessità dettata da regole burocratiche ed
esigenze di impresa, quindi la soluzione a questa assenza forzata resta
sicuramente dedicarsi regolarmente al bambino quando è possibile, combattendo
il senso di colpa che spinge a trovare surrogati di gesti affettivi in oggetti,
giocattoli o nell’arrendevolezza agli eccessivi capricci. L’istinto materno è
da sempre il miglior deterrente contro l’insicurezza e i sensi di colpa ed è l’unico
vero insegnante dei giusti metodi per prendersi cura dell’altro.
Dott.ssa Ivana Siena
domenica 28 luglio 2013
PSICOLOGIA DELLO SPORT
Ripartire dopo un fallimento
“Il
fallimento è l’opportunità di ricominciare in modo più intelligente”
diceva Harry Ford. Ogni partita persa è un fallimento, ogni goal subito fa male
come un’umiliazione personale. Durante una partita di calcio il sudore conferma
che il corpo ce la sta mettendo tutta e la speranza continua a vivere;
un’occhiata fugace al compagno più vicino, uno sguardo all’orizzonte per
trovare una nuova strategia di gioco, l’orecchio sempre rivolto verso la
panchina, ma le esclamazioni del pubblico sentenziano che tu e il tuo gruppo
non ce l’avete fatta. Anche i cori disperati di incoraggiamento hanno un’enfasi
diversa. È scontato pensare che per trasmettere sicurezza a chi è intorno
bisogna credere prima in se stessi e di conseguenza nella propria strada.
Uno dei problemi delle sconfitte
ripetute ha a che fare con il concetto che il calcio, prima che un lavoro è una
passione. Questo implica una ridotta obiettività e l’impossibilità di vedere
chiaramente che ci si avvia verso la tragedia. Accade quindi che si arriva ad
ogni partita sempre più impauriti ma fiduciosi che la vittoria si affidata ad
una casualità di eventi, ci si aspetta comunque un buon risultato, pur sapendo
che non si è alla sua altezza. Lo fanno i calciatori e lo fanno i tifosi dentro
e fuori i recinti degli stadi. Ma questa costanza nel pensiero non paga e
quando se ne raggiunge la consapevolezza il campionato è già compromesso.
Un altro dei problemi del
fallimento è che generalmente non viene riconosciuto come un evento momentaneo,
seppur ripetuto a distanza ravvicinata. Ciò significa che è abbinabile al
concetto di crisi come evento destabilizzante in cui bisogna mettere in campo
ogni risorsa disponibile per tornare ad un equilibrio, tanto più se l’obiettivo
ha una grossa valenza socialmente riconosciuta ed emotivamente coinvolgente
come la vittoria. Questa chiave di lettura vedrebbe aprirsi una grande quantità
di nuove possibilità, capire gli errori commessi ad esempio, provare a
correggerli e a migliorarsi, studiare nuove strategie per potenziare il lavoro
e la rete che c’è intorno. Infatti una squadra di calcio è solo una parte della
trama che la circonda, un giocatore è un filo della trama come lo è la
dirigenza e la tifoseria. Se uno di questi elementi si indebolisce e si spezza,
la smagliatura diventa visibile e assomiglia quasi a una ferita, se non si
prova a ricucire la rete il sistema cade ed il fallimento diventa una etichetta
persistente.
Chiedersi perché gli insuccessi
sono così numerosi in un sistema che, in generale, fino a poco tempo prima
risultava vincente, trova la sua risposta nella difficoltà del compito e nel
confronto con realtà concretamente più avanzate. Il punto focale non è risalire
alle cause, ma calciare la palla dal “senso di frustrazione ed impotenza”
“all’accettazione
dei propri errori”, per riprendere il controllo di sé,
delle proprie capacità e del talento individuale e di squadra. I due
protagonisti della gara finale sono quindi demoralizzazione vs rinascita,
che si muovono sotto i riflettori puntati in direzione dell’una o dell’altra
porta. Tutti gli esseri viventi cadono, persino i serpenti, che sono
notoriamente attaccati al terreno, possono cadere qualora striscino su un
albero e si lascino affascinare dai suoi rami, il punto è come rialzarsi. Il
calcio è fatto di persone, di talenti in pantaloncini e uomini in completo
scuro che sembra abbiano nelle loro tasche la chiave della vittoria, ma
comunque ed inevitabilmente persone.
La verità è che la svolta sta
proprio nell’accettazione del fallimento e nel dignitoso tentativo di
reinventarsi come giocatore, come squadra, come bandiera. La soluzione sta nel
termine “resilienza” che è la capacità, individuale e
collettiva, di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici e di
riorganizzare la propria vita, in questo caso il proprio impegno, dinanzi alle
difficoltà. Ricostruirsi quindi, restando sensibili alle opportunità della vita
e vivere ogni fallimento come un insegnamento. Se quest’ultimo viene inserito
nel computo del progetto, riconosciuto ed affrontato allora le ferite dovute
alla caduta rimargineranno più in fretta e si potrà ricominciare a correre.
dott.ssa Ivana Siena
Fonte: www.forzapescara.tv
sabato 27 luglio 2013
PSICOLOGIA DELLO SPORT
Appartenenza e integrazione per una squadra vincente
La maglia è il cuore della divisa di un calciatore, anche
se nel corso della carriera può cambiare con frequenza. Non c’è giocatore,
quindi, e non c’è squadra di calcio che non debba confrontarsi con il senso di
appartenenza al gruppo e ai suoi colori. Si impara ad appartenere ad un gruppo,
ad un sistema, già dalla nascita e ancor prima, quando non si conoscono i volti
delle persone che ti parlano di amore e aspettative al di là delle pareti di quel grembo
materno che si occupa di nutrirti senza troppe pretese. Così accade nel calcio
a cominciare dalle categorie agonistiche. Le partite vengono giocate su campi
ridotti, adatti all’età di riferimento ed il confronto è tra pari, per età e
capacità. L’uguaglianza tra i membri del gruppo è una condizione che favorisce
l’appartenenza e permette il nascere di una sana competizione mirata più che
altro a coltivare il proprio talento.
Nella composizione di squadre di
alto livello il processo di accorpamento dei giocatori è artificiale ed è
dettato da regole implicite ed esplicite, non sempre condivise. La dimensione del gruppo è uno dei pochi elementi costanti come
anche i ruoli
definiti già a
priori nella scelta dei giocatori appartenenti ad una presupposta formazione
vincente. Altri elementi sono invece variabili ed influenzano le dinamichedel gruppo squadra.
Nella rosa di una squadra il numero di protagonisti varia a seconda delle disponibilità
economiche della società. E vi è la possibilità che vi siano più giocatori per
lo stesso ruolo ed ogni reparto può contare su titolari e più riserve. La
diversa pressione provata dai due membri dalla stessa funzione, può portare ad
una percezione di maggiore o minore efficienza che può condizionare le
relazioni all’interno del gruppo, oltre che l’impegno profuso.
Definirsi come gruppo, o come
membri di una certa categoria sociale non basta per parlare di appartenenza, è
necessaria una percezione collettiva di riconoscimento
di similitudini e scopi comuni e accettazione
delle differenze. La
differenza per eccellenza è dettata dalla presenza di etnie
multiple e dalla multiculturalità dei giocatori. Le difficoltà concrete
si vedono in primis nello scambio verbale infatti, che inizialmente rappresenta
un limite, per quanto superabile attraverso i training linguistici a cui sono
sottoposti i calciatori di nazionalità diverse. L’impossibilità a comprendere
l’indicazione dell’allenatore, i cori dei tifosi durante la gara, i commenti
tra compagni nello spogliatoio, l’interpretazione del significato di una parola
che nella lingua ospite può avere più accezioni, la fugace istruzione del
collega durante la partita, sono tutti esempi di questo confine di diversità
che può
diventare una barriera relazionale. Dall’altro lato emerge la necessità
dell’accettazione dello “straniero”, processo rallentato dalla categorizzazione
sociale che rischia di sfociare in comportamenti ostili nei confronti del nuovo
arrivato.
Appartenere ad una squadra
significa riconoscere come proprie caratteristiche nuove senza mai perdere il
significato delle proprie origini, delle proprie radici. Quest’ultimo è un
concetto ben saldo nel pensiero dell’Athletic Bilbao, che ha costruito negli anni
una squadra interamente composta da giocatori di origine basca, conservando
intatte tutte le tradizioni e i colori che le hanno dato il prestigio di cui
gode tutt'ora. È una concezione alternativa di appartenenza molto forte che può
essere mal interpretata come discriminazione o addirittura razzismo, ma che
rappresenta la peculiarità di questa squadra.
Perché ogni membro della squadra si
senta davvero parte di questa entità bisogna che ci sia una percezione
di sostegno reciproco, la
certezza che si abbattano pregiudizi basati su stereotipi e quella che viene
chiamata interdipendenza positiva, ossia la condivisione di uno scopo
sovraordinato che non può essere raggiunto singolarmente ma soltanto attraverso
la cooperazione
reciproca.
“L'appartenenza non è un insieme
casuale di persone non è il consenso a un'apparente aggregazione l'appartenenza
è avere gli altri dentro di sé. […] Non è un insieme casuale di persone non è
il consenso a un'apparente aggregazione. […] L'appartenenza è un'esigenza che
si avverte a poco a poco si fa più forte alla presenza di un nemico, di un
obiettivo o di uno scopo è quella forza che prepara al grande salto decisivo
che ferma i fiumi, sposta i monti con lo slancio di quei magici momenti in cui
ti senti ancora vivo. Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare
a dire noi”. (G. Gaber)
dott.ssa Ivana Siena
Fonte: Forzapescara.TV
giovedì 25 luglio 2013
venerdì 19 luglio 2013
ESPRIMERSI NEL GIOCO
CHE COS'È IL GIOCO SIMBOLICO?
Il gioco svolge
un ruolo chiave nello sviluppo del bambino dal punto di vista cognitivo,
affettivo e sociale. Nel gioco spesso il bambino imita ciò che accade
nella realtà “facendo finta di”: oggetti, azioni, situazioni presenti vengono
utilizzati come simboli per rappresentare qualcosa che non è presente ma che si
può immaginare. Questa fase, che compare nel secondo anno di vita, si chiama gioco
simbolico ed evidenzia le capacità di rappresentazione dei bambini
(Bornstein, O’Reilly, 1993).
Durante il secondo
anno di vita, in cui i bambini cominciano a concettualizzare relazioni astratte
tra i simboli e i referenti della vita reale, il gioco diventa una modalità
fondamentale di rappresentazione mentale.
Piaget (1962) ha
posto in stretta relazione il gioco e lo sviluppo cognitivo dei bambini.
Il bambino nel primo anno di vita manipola un oggetto alla
volta e mette in atto comportamenti riguardanti la sfera sensomotoria. Questo
tipo di gioco si chiama esplorativo o non simbolico perché
consente di raccogliere informazioni sugli oggetti e sulle loro qualità
percettive. Man mano il bambino mette in atto comportamenti più avanzati
manipolando parti di oggetti o giustapponendo due o più oggetti per osservare
la relazione.
Durante il secondo
anno di vita le azioni di gioco diventano ancora più complesse coinvolgendo
oggetti che a loro volta possono diventare altri oggetti, come un cubo che
diventa una torre. Il gioco diventa così simbolico o di
rappresentazione, perché costituisce un mezzo per mettere in atto delle
scene simboliche. Secondo la teoria di Piaget il gioco segue uno
sviluppo sequenziale ordinale, l’azione e l’esplorazione sono alla base
della conoscenza e il gioco simbolico passa da una modalità che coinvolge solo
se stesso, come far finta di dormire, a un gioco che coinvolge gli oggetti,
come far finta che la bambola mangi.
Lo sviluppo del gioco simbolico avviene
secondo cinque stadi di livello:
·
Gioco di passaggio: ossia un’approssimazione di
simbolizzazione, come portare il telefono all’orecchio senza parlare;
·
Gioco simbolico diretto a sé: come fingere di
dormire;
·
Gioco simbolico diretto ad altri: come abbracciare
la bambola;
·
Sequenza di giochi simbolici: come fare il
numero e telefonare;
·
Simbolizzazione sostitutiva: quando vengono
coinvolti uno o più oggetti sostitutivi, ad esempio usare il cubetto come
cornetta e parlare al telefono.
Nel corso del terzo anno di vita, le
capacità di mettere in atto delle azioni di gioco più complesse vengono
consolidate e messe in atto più frequentemente.
Inoltre, Vigotskij (1978) ha
concepito il gioco simbolico non più come un’attività solitaria che evidenzia
gli schemi del bambino che già possiede, ma come un’attività
formativa che avviene attraverso l’interazione tra il bambino e i
genitori (Smolucha, Smolucha, 1998). Perciò lo sviluppo del gioco nel
bambino avviene anche grazie all’interazione con l’adulto attraverso
l’interazione e rispondendo alle sue richieste. Egli ha enfatizzato il ruolo
dell’interazione per lo sviluppo cognitivo attraverso il concetto di zona
di sviluppo prossimale, che indica lo spazio che consente di innalzare il
livello di risoluzione dei problemi del bambino sotto la guida di un partner
più esperto come la madre, rispetto a una performance spontanea e libera se
fosse da solo. Quindi l’adulto svolge un ruolo di supporto
(scaffolding) per lo sviluppo del bambino fino a quando quest’ultimo
non ha appreso specifiche abilità che gli consentiranno di essere autonomo. Per
questa ragione il gioco consente al bambino di transitare nellazona di sviluppo
prossimale, mediante la quale si realizza una anticipazione dello sviluppo. L’apprendimento
è possibile attraverso relazioni significative che costituiscono una specie di
impalcatura, che sostiene il bambino, il quale costruisce attivamente lo
sviluppo di nuove competenze che vengono interiorizzate. Vygotskij attribuisce,
quindi, importanza all'interazione nel processo di apprendimento, che diventa
un elemento strutturante verso lo sviluppo e la crescita del bambino.
Fonte: dr.ssa A. Cornale davidealgeri.it
venerdì 12 luglio 2013
ARTE E PSICOLOGIA NEL SOGNO
I SEGRETI DI
MORFEO
Si è svolto ieri sera, 11 luglio, l’evento “I Segreti di
Morfeo”. Arte, musica,
cultura e psicologia hanno
incontrato il pubblico del ristorante Maccherone di
Pescara per comunicare pensieri, poesie e significati del
Sogno.
L’artista Giuseppe
Calì ha rievocato scritti e poesie che
parlano del sogno, la dott.ssa Ivana Siena
ne ha descritto l’importanza come mezzo per conoscere se stessi, il tutto
accompagnato da un sottofondo musicale a cura di Maria Flavia De Carolis.
sabato 29 giugno 2013
FOTOTERAPIA
La vita segreta degli scatti personali e delle foto di famiglia
Ogni foto che una persona scatta o conserva è anche un tipo di
autoritratto, un tipo di "specchio con memoria" che riflette quei momenti e
quelle persone che sono state così speciali da essere fissate per sempre nel tempo. Considerate collettivamente,
queste foto rendono visibile il flusso delle storie della vita di quelle persone e servono come
impronte visive che segnano dove loro sono state (emotivamente, come pure fisicamente) e forse
segnalano dove probabilmente si dirigono. Perfino le reazioni delle persone verso cartoline, foto
di riviste e le foto scattate da altri possono fornire chiavi rivelatrici della loro vita interiore e dei
loro segreti.
Il vero significato di una foto qualsiasi si trova meno nei suoi
aspetti visivi che nellʼevocazione che i dettagli suscitano nella mente (e nel cuore) di ogni
osservatore. Mentre si guarda una foto, una persona in realtà crea spontaneamente il significato che
ritiene provenire dalla foto stessa, e questo significato può essere diverso da quello che il fotografo
intendeva trasmettere. Perciò, il significato (e il linguaggio emotivo) di una foto dipende
piuttosto da chi lʼosserva, perché la percezione individuale e lʼesperienza di vita di ognuno
incorniciano e definiscono quello che si "vede" come reale. Quindi, le reazioni verso una
fotografia che una persona considera speciale possono in realtà rivelare molto su se stessa, se vengono fatte le
domande adeguate.
Come lo psicoterapeuta usa le foto per aiutare a guarire le
persone la maggior parte delle persone conserva le fotografie senza mai
soffermarsi per chiedersi il perché. Ma, proprio perché le foto personali registrano per sempre
momenti importanti del quotidiano (e le emozioni inconscie associate a questi momenti),
possono servire come ponti naturali per accedere, esplorare e comunicare sentimenti e ricordi
(inclusi quelli profondamente
sotterrati o da molto tempo dimenticati), insieme alle tematiche
psicoterapeutiche che questi ricordi e sentimenti portano alla luce. Gli psicoterapeuti trovano che le
foto dei loro pazienti funzionano
spesso come costruzioni simboliche e oggetti di metafora
transazionali che offrono silenziosi "insight" del mondo interiore in una maniera che le
parole da sole non potrebbero mai rappresentare o decodificare.
Sotto la guida di uno psicoterapeuta che conosca le tecniche di
fototerapia, i pazienti esplorano i significati delle loro foto e i loro album di famiglia
a livello emotivo oltre al loro significato visivo. Queste informazioni rimangono latenti in tutte
le foto personali dei pazienti, ma quando queste foto vengono utilizzate per stimolare il dialogo
terapeutico, si crea una connessione meno censurata con lʼinconscio.
Durante le sessioni di fototerapia le foto non vengono soltanto
utilizzate per essere
contemplate in una riflessione silenziosa, ma al contrario vengono
create attivamente -- si posa
per le foto, si parla alle foto, si ascoltano le foto -- vengono
utilizzate per illustrare nuove narrative,
nuovi ruoli, per visualizzare di nuovo nella memoria o nellʼimmaginazione, e
vengono integrate nelle espressioni di Arteterapia, o addirittura per creare
dialoghi tra le foto stesse.
Quali sono le tecniche applicate nella Fototerapia?
Fare delle foto o portarle con sé nelle sessioni di psicoterapia è
soltanto lʼinizio. Una volta che le foto vengono osservate, il passo seguente consiste nellʼattivare tutto
quello che queste foto fanno venire in mente (esplorando i suoi messaggi visivi,
iniziando a dialogarci, facendo delle domande, prendendo in considerazione i risultati di cambiamenti
immaginari o di altri possibili punti di vista e così via). Quello che per i fotografi è normalmente il
punto di arrivo (ossia la foto finita, stampata) non è che il punto di partenza per gli obiettivi della
Fototerapia...
Il compito principale del terapeuta è quello di incoraggiare e di
fornire sostegno al paziente nel percorso di scoperta personale mentre esplora e interagisce con le
sue foto e le foto di famiglia che vengono osservate, scattate, raccolte (per esempio cartoline,
foto di riviste, biglietti dʼauguri, e così via), ricordate, attivamente ricostruite o soltanto
immaginate.
Perciò, ognuna delle cinque tecniche di Fototerapia viene abbinata
ai seguenti cinque tipi di fotografie che poi vengono spesso utilizzate in varie combinazioni
lʼuna con lʼaltra, come pure in associazione con tecniche di Arteterapia e altre terapie creative:
Foto scattate o create dal paziente (sia quelle in cui il paziente crea effettivamente lʼimmagine utilizzando una macchina fotografica, o semplicemente
"appropriandosi" di immagini create da altri, raccogliendole da riviste, cartoline, internet,
manipolazioni digitali e così via);
Foto scattate al paziente da altre persone (sia quelle per cui ha posato volutamente che quelle catturate spontaneamente a sua insaputa);
Autoritratti, ossia qualsiasi foto che i pazienti fanno a se
stessi, sia letteralmente che metaforicamente (in ogni caso,
queste sono foto in cui i pazienti esercitano un controllo totale su tutti gli aspetti della creazione dellʼimmagine);
Album di famiglia o altre collezioni di foto biografiche (sia quelle della famiglia biologica che quelle della famiglia di adozione; sia che le foto siano state raccolte
formalmente in un album o semplicemente tenute sparse, appiccicate sul muro o sulla porta
del frigorifero, dentro il portafoglio, incorniciate sulla scrivania, sullo schermo del
monitor o nei siti web familiari, e così via);
...E infine,
"Foto-proiezioni", la tecnica utilizza il meccanismo (fenomenologico) secondo
cui il significato di qualsiasi foto è in primo luogo creato dallʼosservatore durante
il processo di percezione dellʼimmagine. Lʼatto di guardare qualsiasi immagine fotografica produce delle
percezioni e reazioni che vengono proiettate dal mondo interiore della persona
sulla realtà e che determina così il senso che viene dato a ciò che si vede. Perciò questa tecnica
non si basa su un tipo specifico di foto ma piuttosto sullʼinterfaccia meno tangibile tra una
foto e il suo osservatore o creatore, lo "spazio" in cui ogni persona forma le proprie originali
risposte a ciò che vede.
Centro di Psicoterapia Familiare
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