domenica 28 luglio 2013

PSICOLOGIA DELLO SPORT

Ripartire dopo un fallimento


Il fallimento è l’opportunità di ricominciare in modo più intelligente” diceva Harry Ford. Ogni partita persa è un fallimento, ogni goal subito fa male come un’umiliazione personale. Durante una partita di calcio il sudore conferma che il corpo ce la sta mettendo tutta e la speranza continua a vivere; un’occhiata  fugace al compagno più vicino, uno sguardo all’orizzonte per trovare una nuova strategia di gioco, l’orecchio sempre rivolto verso la panchina, ma le esclamazioni del pubblico sentenziano che tu e il tuo gruppo non ce l’avete fatta. Anche i cori disperati di incoraggiamento hanno un’enfasi diversa. È  scontato pensare che per trasmettere sicurezza a chi è intorno bisogna credere prima in se stessi e di conseguenza nella propria strada.
Uno dei problemi delle sconfitte ripetute ha a che fare con il concetto che il calcio, prima che un lavoro è una passione. Questo implica una ridotta obiettività e l’impossibilità di vedere chiaramente che ci si avvia verso la tragedia. Accade quindi che si arriva ad ogni partita sempre più impauriti ma fiduciosi che la vittoria si affidata ad una casualità di eventi, ci si aspetta comunque un buon risultato, pur sapendo che non si è alla sua altezza. Lo fanno i calciatori e lo fanno i tifosi dentro e fuori i recinti degli stadi. Ma questa costanza nel pensiero non paga e quando se ne raggiunge la consapevolezza il campionato è già compromesso.
Un altro dei problemi del fallimento è che generalmente non viene riconosciuto come un evento momentaneo, seppur ripetuto a distanza ravvicinata. Ciò significa che è abbinabile al concetto di crisi come evento destabilizzante in cui bisogna mettere in campo ogni risorsa disponibile per tornare ad un equilibrio, tanto più se l’obiettivo ha una grossa valenza socialmente riconosciuta ed emotivamente coinvolgente come la vittoria. Questa chiave di lettura vedrebbe aprirsi una grande quantità di nuove possibilità, capire gli errori commessi ad esempio, provare a correggerli e a migliorarsi, studiare nuove strategie per potenziare il lavoro e la rete che c’è intorno. Infatti una squadra di calcio è solo una parte della trama che la circonda, un giocatore è un filo della trama come lo è la dirigenza e la tifoseria. Se uno di questi elementi si indebolisce e si spezza, la smagliatura diventa visibile e assomiglia quasi a una ferita, se non si prova a ricucire la rete il sistema cade ed il fallimento diventa una etichetta persistente.
Chiedersi perché gli insuccessi sono così numerosi in un sistema che, in generale, fino a poco tempo prima risultava vincente, trova la sua risposta nella difficoltà del compito e nel confronto con realtà concretamente più avanzate. Il punto focale non è risalire alle cause, ma calciare la palla dal “senso di frustrazione ed impotenza” “all’accettazione dei propri errori”,  per riprendere il controllo di sé, delle proprie capacità e del talento individuale e di squadra. I due protagonisti della gara finale sono quindi  demoralizzazione vs rinascita, che si muovono sotto i riflettori puntati in direzione dell’una o dell’altra porta. Tutti gli esseri viventi cadono, persino i serpenti, che sono notoriamente attaccati al terreno, possono cadere qualora striscino su un albero e si lascino affascinare dai suoi rami, il punto è come rialzarsi. Il calcio è fatto di persone, di talenti in pantaloncini e uomini in completo scuro che sembra abbiano nelle loro tasche la chiave della vittoria, ma comunque ed inevitabilmente persone.
La verità è che la svolta sta proprio nell’accettazione del fallimento e nel dignitoso tentativo di reinventarsi come giocatore, come squadra, come bandiera. La soluzione sta nel termine “resilienza” che è la capacità, individuale e collettiva, di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici e di riorganizzare la propria vita, in questo caso il proprio impegno, dinanzi alle difficoltà. Ricostruirsi quindi, restando sensibili alle opportunità della vita e vivere ogni fallimento come un insegnamento. Se quest’ultimo viene inserito nel computo del progetto, riconosciuto ed affrontato allora le ferite dovute alla caduta rimargineranno più in fretta e si potrà ricominciare a correre.

 dott.ssa Ivana Siena

sabato 27 luglio 2013

PSICOLOGIA DELLO SPORT

Appartenenza e integrazione per una squadra vincente
La maglia è il cuore della divisa di un calciatore, anche se nel corso della carriera può cambiare con frequenza. Non c’è giocatore, quindi, e non c’è squadra di calcio che non debba confrontarsi con il senso di appartenenza al gruppo e ai suoi colori. Si impara ad appartenere ad un gruppo, ad un sistema, già dalla nascita e ancor prima, quando non si conoscono i volti delle persone che ti parlano di amore e aspettative al di là delle pareti di quel grembo materno che si occupa di nutrirti senza troppe pretese. Così accade nel calcio a cominciare dalle categorie agonistiche. Le partite vengono giocate su campi ridotti, adatti all’età di riferimento ed il confronto è tra pari, per età e capacità. L’uguaglianza tra i membri del gruppo è una condizione che favorisce l’appartenenza e permette il nascere di una sana competizione mirata più che altro a coltivare il proprio talento.
Nella composizione di squadre di alto livello il processo di accorpamento dei giocatori è artificiale ed è dettato da regole implicite ed esplicite, non sempre condivise. La dimensione del gruppo è uno dei pochi elementi costanti come anche i ruoli definiti già a priori nella scelta dei giocatori appartenenti ad una presupposta formazione vincente. Altri elementi sono invece variabili ed influenzano le dinamichedel gruppo squadra. Nella rosa di una squadra il numero di protagonisti varia a seconda delle disponibilità economiche della società. E vi è la possibilità che vi siano più giocatori per lo stesso ruolo ed ogni reparto può contare su titolari e più riserve. La diversa pressione provata dai due membri dalla stessa funzione, può portare ad una percezione di maggiore o minore efficienza che può condizionare le relazioni all’interno del gruppo, oltre che l’impegno profuso.
Definirsi come gruppo, o come membri di una certa categoria sociale non basta per parlare di appartenenza, è necessaria una percezione collettiva di riconoscimento di similitudini e scopi comuni e accettazione delle differenze. La differenza per eccellenza è dettata dalla presenza di etnie multiple e dalla multiculturalità dei giocatori. Le difficoltà concrete si vedono in primis nello scambio verbale infatti, che inizialmente rappresenta un limite, per quanto superabile attraverso i training linguistici a cui sono sottoposti i calciatori di nazionalità diverse. L’impossibilità a comprendere l’indicazione dell’allenatore, i cori dei tifosi durante la gara, i commenti tra compagni nello spogliatoio, l’interpretazione del significato di una parola che nella lingua ospite può avere più accezioni, la fugace istruzione del collega durante la partita, sono tutti esempi di questo confine di diversità che può diventare una barriera relazionale. Dall’altro lato emerge la necessità dell’accettazione dello “straniero”, processo rallentato dalla categorizzazione sociale che rischia di sfociare in comportamenti ostili nei confronti del nuovo arrivato.
Appartenere ad una squadra significa riconoscere come proprie caratteristiche nuove senza mai perdere il significato delle proprie origini, delle proprie radici. Quest’ultimo è un concetto ben saldo nel pensiero dell’Athletic Bilbao, che ha costruito negli anni una squadra interamente composta da giocatori di origine basca, conservando intatte tutte le tradizioni e i colori che le hanno dato il prestigio di cui gode tutt'ora.  È una concezione alternativa di appartenenza molto forte che può essere mal interpretata come discriminazione o addirittura razzismo, ma che rappresenta la peculiarità di questa squadra.
Perché ogni membro della squadra si senta davvero parte di questa entità bisogna che ci sia una percezione di sostegno reciproco, la certezza che si abbattano pregiudizi basati su stereotipi e quella che viene chiamata interdipendenza positiva, ossia la condivisione di uno scopo sovraordinato che non può essere raggiunto singolarmente ma soltanto attraverso la cooperazione reciproca.
“L'appartenenza non è un insieme casuale di persone non è il consenso a un'apparente aggregazione l'appartenenza è avere gli altri dentro di sé. […] Non è un insieme casuale di persone non è il consenso a un'apparente aggregazione. […] L'appartenenza è un'esigenza che si avverte a poco a poco si fa più forte alla presenza di un nemico, di un obiettivo o di uno scopo è quella forza che prepara al grande salto decisivo che ferma i fiumi, sposta i monti con lo slancio di quei magici momenti in cui ti senti ancora vivo. Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi”. (G. Gaber)

 dott.ssa Ivana Siena

venerdì 19 luglio 2013

ESPRIMERSI NEL GIOCO

CHE COS'È IL GIOCO SIMBOLICO?



Il gioco svolge un ruolo chiave nello sviluppo del bambino dal punto di vista cognitivo, affettivo e sociale.  Nel gioco spesso il bambino imita ciò che accade nella realtà “facendo finta di”: oggetti, azioni, situazioni presenti vengono utilizzati come simboli per rappresentare qualcosa che non è presente ma che si può immaginare. Questa fase, che compare nel secondo anno di vita, si chiama gioco simbolico ed evidenzia le capacità di rappresentazione dei bambini (Bornstein, O’Reilly, 1993).
Durante il secondo anno di vita, in cui i bambini cominciano a concettualizzare relazioni astratte tra i simboli e i referenti della vita reale, il gioco diventa una modalità fondamentale di rappresentazione mentale.
Piaget (1962) ha posto in stretta relazione il gioco e lo sviluppo cognitivo dei bambini. Il bambino nel primo anno di vita manipola un oggetto alla volta e mette in atto comportamenti riguardanti la sfera sensomotoria. Questo tipo di gioco si chiama esplorativo o non simbolico perché consente di raccogliere informazioni sugli oggetti e sulle loro qualità percettive. Man mano il bambino mette in  atto comportamenti più avanzati manipolando parti di oggetti o giustapponendo due o più oggetti per osservare la relazione.
Durante il secondo anno di vita le azioni di gioco diventano ancora più complesse coinvolgendo oggetti che a loro volta possono diventare altri oggetti, come un cubo che diventa una torre. Il gioco diventa così simbolico o di rappresentazione, perché costituisce un mezzo per mettere in atto delle scene simboliche. Secondo la teoria di Piaget il gioco segue uno sviluppo sequenziale ordinale, l’azione e l’esplorazione sono alla base della conoscenza e il gioco simbolico passa da una modalità che coinvolge solo se stesso, come far finta di dormire, a un gioco che coinvolge gli oggetti, come far finta che la bambola mangi.
Lo sviluppo del gioco simbolico avviene secondo cinque stadi di livello:
·         Gioco di passaggio: ossia un’approssimazione di simbolizzazione, come portare il telefono all’orecchio senza parlare;
·         Gioco simbolico diretto a sé: come fingere di dormire;
·         Gioco simbolico diretto ad altri: come abbracciare la bambola;
·         Sequenza di giochi simbolici: come fare il numero e telefonare;
·         Simbolizzazione sostitutiva: quando vengono coinvolti uno o più oggetti sostitutivi, ad esempio usare il cubetto come cornetta e parlare al telefono.
Nel corso del terzo anno di vita, le capacità di mettere in atto delle azioni di gioco più complesse vengono consolidate e messe in atto più frequentemente.
Inoltre, Vigotskij (1978) ha concepito il gioco simbolico non più come un’attività solitaria che evidenzia gli schemi del bambino che già possiede, ma come un’attività formativa che avviene attraverso l’interazione tra il bambino e i genitori (Smolucha, Smolucha, 1998). Perciò lo sviluppo del gioco nel bambino avviene anche grazie all’interazione con l’adulto attraverso l’interazione e rispondendo alle sue richieste. Egli ha enfatizzato il ruolo dell’interazione per lo sviluppo cognitivo attraverso il concetto di zona di sviluppo prossimale, che indica lo spazio che consente di innalzare il livello di risoluzione dei problemi del bambino sotto la guida di un partner più esperto come la madre, rispetto a una performance spontanea e libera se fosse da solo. Quindi l’adulto svolge un ruolo di supporto (scaffolding) per lo sviluppo del bambino fino a quando quest’ultimo non ha appreso specifiche abilità che gli consentiranno di essere autonomo. Per questa ragione il gioco consente al bambino di transitare nellazona di sviluppo prossimale, mediante la quale si realizza una anticipazione dello sviluppo. L’apprendimento è possibile attraverso relazioni significative che costituiscono una specie di impalcatura, che sostiene il bambino, il quale costruisce attivamente lo sviluppo di nuove competenze che vengono interiorizzate. Vygotskij attribuisce, quindi, importanza all'interazione nel processo di apprendimento, che diventa un elemento strutturante verso lo sviluppo e la crescita del bambino.

 Fonte: dr.ssa A. Cornale davidealgeri.it

venerdì 12 luglio 2013

ARTE E PSICOLOGIA NEL SOGNO

I SEGRETI DI MORFEO



Si è svolto ieri sera, 11 luglio,  l’evento “I Segreti di 


Morfeo”. Arte, musica, cultura e psicologia hanno 


incontrato il pubblico del ristorante Maccherone di 


Pescara per comunicare pensieri, poesie e significati del 


Sogno.




L’artista Giuseppe Calì ha rievocato scritti e poesie che 
parlano del sogno, la dott.ssa Ivana Siena ne ha descritto l’importanza come mezzo per conoscere se stessi, il tutto accompagnato da un sottofondo musicale a cura di Maria Flavia De Carolis.


























sabato 29 giugno 2013

FOTOTERAPIA

La vita segreta degli scatti personali e delle foto di famiglia


Ogni foto che una persona scatta o conserva è anche un tipo di autoritratto, un tipo di "specchio con memoria" che riflette quei momenti e quelle persone che sono state così speciali da essere fissate per sempre nel tempo. Considerate collettivamente, queste foto rendono visibile il flusso delle storie della vita di quelle persone e servono come impronte visive che segnano dove loro sono state (emotivamente, come pure fisicamente) e forse segnalano dove probabilmente si dirigono. Perfino le reazioni delle persone verso cartoline, foto di riviste e le foto scattate da altri possono fornire chiavi rivelatrici della loro vita interiore e dei loro segreti.
Il vero significato di una foto qualsiasi si trova meno nei suoi aspetti visivi che nellʼevocazione che i dettagli suscitano nella mente (e nel cuore) di ogni osservatore. Mentre si guarda una foto, una persona in realtà crea spontaneamente il significato che ritiene provenire dalla foto stessa, e questo significato può essere diverso da quello che il fotografo intendeva trasmettere. Perciò, il significato (e il linguaggio emotivo) di una foto dipende piuttosto da chi lʼosserva, perché la percezione individuale e lʼesperienza di vita di ognuno incorniciano e definiscono quello che si "vede" come reale. Quindi, le reazioni verso una fotografia che una persona considera speciale possono in realtà rivelare molto su se stessa, se vengono fatte le domande adeguate.
Come lo psicoterapeuta usa le foto per aiutare a guarire le persone la maggior parte delle persone conserva le fotografie senza mai soffermarsi per chiedersi il perché. Ma, proprio perché le foto personali registrano per sempre momenti importanti del quotidiano (e le emozioni inconscie associate a questi momenti), possono servire come ponti naturali per accedere, esplorare e comunicare sentimenti e ricordi (inclusi quelli profondamente
sotterrati o da molto tempo dimenticati), insieme alle tematiche psicoterapeutiche che questi ricordi e sentimenti portano alla luce. Gli psicoterapeuti trovano che le foto dei loro pazienti funzionano
spesso come costruzioni simboliche e oggetti di metafora transazionali che offrono silenziosi "insight" del mondo interiore in una maniera che le parole da sole non potrebbero mai rappresentare o decodificare.
Sotto la guida di uno psicoterapeuta che conosca le tecniche di fototerapia, i pazienti esplorano i significati delle loro foto e i loro album di famiglia a livello emotivo oltre al loro significato visivo. Queste informazioni rimangono latenti in tutte le foto personali dei pazienti, ma quando queste foto vengono utilizzate per stimolare il dialogo terapeutico, si crea una connessione meno censurata con lʼinconscio.
Durante le sessioni di fototerapia le foto non vengono soltanto utilizzate per essere
contemplate in una riflessione silenziosa, ma al contrario vengono create attivamente -- si posa
per le foto, si parla alle foto, si ascoltano le foto -- vengono utilizzate per illustrare nuove narrative,
nuovi ruoli, per visualizzare di nuovo nella memoria o nellʼimmaginazione, e vengono integrate nelle espressioni di Arteterapia, o addirittura per creare dialoghi tra le foto stesse.
Quali sono le tecniche applicate nella Fototerapia?
Fare delle foto o portarle con sé nelle sessioni di psicoterapia è soltanto lʼinizio. Una volta che le foto vengono osservate, il passo seguente consiste nellʼattivare tutto quello che queste foto fanno venire in mente (esplorando i suoi messaggi visivi, iniziando a dialogarci, facendo delle domande, prendendo in considerazione i risultati di cambiamenti immaginari o di altri possibili punti di vista e così via). Quello che per i fotografi è normalmente il punto di arrivo (ossia la foto finita, stampata) non è che il punto di partenza per gli obiettivi della Fototerapia...
Il compito principale del terapeuta è quello di incoraggiare e di fornire sostegno al paziente nel percorso di scoperta personale mentre esplora e interagisce con le sue foto e le foto di famiglia che vengono osservate, scattate, raccolte (per esempio cartoline, foto di riviste, biglietti dʼauguri, e così via), ricordate, attivamente ricostruite o soltanto immaginate.
Perciò, ognuna delle cinque tecniche di Fototerapia viene abbinata ai seguenti cinque tipi di fotografie che poi vengono spesso utilizzate in varie combinazioni lʼuna con lʼaltra, come pure in associazione con tecniche di Arteterapia e altre terapie creative:
Foto scattate o create dal paziente (sia quelle in cui il paziente crea effettivamente lʼimmagine utilizzando una macchina fotografica, o semplicemente "appropriandosi" di immagini create da altri, raccogliendole da riviste, cartoline, internet, manipolazioni digitali e così via);
Foto scattate al paziente da altre persone (sia quelle per cui ha posato volutamente che quelle catturate spontaneamente a sua insaputa);
Autoritratti, ossia qualsiasi foto che i pazienti fanno a se stessi, sia letteralmente che metaforicamente (in ogni caso, queste sono foto in cui i pazienti esercitano un controllo totale su tutti gli aspetti della creazione dellʼimmagine);
Album di famiglia o altre collezioni di foto biografiche (sia quelle della famiglia biologica che quelle della famiglia di adozione; sia che le foto siano state raccolte formalmente in un album o semplicemente tenute sparse, appiccicate sul muro o sulla porta del frigorifero, dentro il portafoglio, incorniciate sulla scrivania, sullo schermo del monitor o nei siti web familiari, e così via);
...E infine,
"Foto-proiezioni", la tecnica utilizza il meccanismo (fenomenologico) secondo cui il significato di qualsiasi foto è in primo luogo creato dallʼosservatore durante il processo di percezione dellʼimmagine. Lʼatto di guardare qualsiasi immagine fotografica produce delle percezioni e reazioni che vengono proiettate dal mondo interiore della persona sulla realtà e che determina così il senso che viene dato a ciò che si vede. Perciò questa tecnica non si basa su un tipo specifico di foto ma piuttosto sullʼinterfaccia meno tangibile tra una foto e il suo osservatore o creatore, lo "spazio" in cui ogni persona forma le proprie originali risposte a ciò che vede.


Centro di Psicoterapia Familiare

IMPARIAMO DAI FILM


LE PAGINE DELLA NOSTRA VITA






IL PRIMO INCONTRO



AMICIZIA




INNAMORAMENTO




LA  FAMIGLIA D'ORIGINE 







SCEGLIERSI...





IMPEGNO, INTIMITA’, PASSIONE






LA TERZA ETA'







La scena iniziale è ambientata in una casa di riposo: un uomo, ormai anziano, legge le pagine di un diario ad un'anziana donna affetta dal morbo di Alzheimer. L'unica cosa che la donna non dimentica mai è un pezzo di Chopin, che suona sempre al pianoforte.
Allie è una ragazza che nutre una gran passione per la pittura e per la musica. In un giorno di inizio estate, a una festa, conosce Noah, un ragazzo della sua stessa età, un operaio che vive in campagna con suo padre.
L'amore tra i due giovani scatta immediatamente; dovranno, però, dirsi addio perché il rapporto non è ben visto dalla famiglia della ragazza. Noah scrive ogni giorno una lettera ad Allie, sperando che le possa leggere. Non ricevendo delle risposte, pensa di essere stato solo una cotta estiva. Allie, purtroppo, non è al corrente del contenuto delle numerose lettere, in quanto la madre, contraria alla storia d'amore dei due, le nasconde per anni.
Con lo scoppio della seconda guerra mondiale Noah parte come soldato ed Allie diventa infermiera e conosce un altro uomo, Lon, che si innamora di lei e le chiede di sposarlo. Una volta a casa, Noah decide di ristrutturare la casa in cui aveva vissuto dei momenti importanti con Allie, dedicandosi ai particolari che lei desiderava. Allie scopre tutto, le vengono riconsegnate le lettere dalla madre e decide di andare da Noah per chiarirsi una volta per tutte.
L'anziana donna in un momento di lucidità ricorda tutto: l'uomo anziano che le legge le pagine del diario è proprio Noah, suo marito, che le è rimasto vicino lungo tutto il percorso della malattia.

giovedì 27 giugno 2013

PERSUASIONE

"Tu farai quello che dico io"

La comunicazione con le parole è la caratteristica fondamentale che ci rende esseri umani e ci distingue dagli animali. Attraverso il linguaggio, verbale e non verbale, riusciamo non solo a far comprendere o comunicare i nostri stati d’animo, le nostre esigenze e necessità, ma possiamo anche modificare l’atteggiamento e il comportamento dei nostri interlocutori. Esiste infatti una capacità psicologica umana, chiamata persuasione, che aiuta alcune persone a convincerne altre rispetto agli argomenti più vari. La persuasione si distingue da altre tecniche di convincimento poiché prevede il solo utilizzo di parole e linguaggio del corpo. Essa, infatti, può risultare utile in diverse occasioni, non solo a lavoro: le persone che sanno sfruttare al meglio questa capacità sono quelle che la utilizzano per raggiungere i propri obiettivi e per rendere più comprensibile un determinato argomento. La persuasione, però, viene spesso utilizzata anche in maniera negativa, soprattutto nella comunicazione pubblicitaria e in quella politica. Per questo motivo è importante cercare di capire e conoscere le tecniche di persuasione per comprendere qual è l’effetto su di noi e quali fattori psicologici usa. Uno dei massimi esperti mondiali delle tecniche di persuasione è l’americano Robert Cialdini, psicologo e docente di Marketing presso l’Arizona State University. Dai suoi studi si è evidenziato come una richiesta può essere respinta o accettata, a seconda di come venga formulata, e che alla base dell’accettazione e delle numerose tattiche usate ogni giorno dai persuasori per ottenere un risultato positivo ci sono sei schemi fondamentali: le sei leve della persuasione. Si tratta di semplici strategie cognitive fondamentali, da utilizzare nella comunicazione interpersonale per modificare l’atteggiamento e soprattutto il comportamento dei propri interlocutori:
 1.   coerenza: essere o anche solo sembrare coerenti trasmette una sensazione di affidabilità e sicurezza che induce gli altri a fidarsi;
  2.   reciprocità: sentirsi obbligati a contraccambiare i favori;
  3.   riprova sociale: in ogni situazione di incertezza, ritenere valide le scelte compiute da un elevato numero di persone (fenomeno psicologico-sociale, questo,  alla base della diffusione delle mode);
  4.   autorità: le opinioni e le posizione espresse da una persona di rilievo sono ritenute valide;
 5.   simpatia: costruire un legame di simpatia, reale o presunto, poiché abbiamo una tendenza a dire sì alle persone che ci piacciono;
  6.   scarsità: attribuire valore alle cose che sono difficili da reperire, perché tendiamo a ottimizzare le risorse poco disponibili.



 Sara D'Aristotile

lunedì 24 giugno 2013

GENITORI IN ATTESA

Fasi psicologiche della gravidanza



A livello fisiologico i nove mesi di gestazione sono un tempo preparatorio sia perché l'embrione e il feto possano maturare e crescere fino a diventare un individuo pronto ad affrontare la vita al di fuori dell'utero materno, sia perché il corpo della madre possa gradualmente prepararsi ad accogliere un corpicino che cresce e modificarsi per aiutarne la nascita. Accanto a questo insieme di fitti cambiamenti fisiologici, non sono mai da dimenticare gli altrettanto intensi mutamenti psicologici che la madre attraversa durante la gravidanza, che sono da considerarsi propedeutici a renderla, anche dal punto di vista psicologico, una madre pronta a prendersi amorevolmente cura del suo bambino. Si immagini per assurdo che la gravidanza si svolga nell'arco di una settimana. In tal caso la nostra specie avrebbe avuto veramente poche probabilità di arrivare fino ai giorni nostri. In un tempo così breve non sarebbe infatti possibile sviluppare il senso di attaccamento così profondo che legano una madre e un bambino nei nove mesi di gestazione e che consentono al bambino di poter contare su un accudimento che lo accompagnerà costantemente soprattutto nei primi anni di vita. Anche in natura, più è lunga la gestazione nelle specie animali, più i cuccioli necessitano di lunghe cure materne anche dopo la nascita, prima di diventare individui autonomi. 
Ecco perché il tempo psicologico della gestazione è un fattore chiave su cui ogni donna in  gravidanza dovrebbe soffermarsi a riflettere.                                                     
Durante questi lunghi mesi la donna incinta vede alternarsi fasi psicologiche molto diverse tra loro.
Il primo trimestre è un momento di shock e di improvvisa necessità di assestamento sotto nuovi equilibri. Da un lato i veloci mutamenti ormonali e fisiologici che da subito interessano il corpo femminile (anche se spesso non ancora visibili) possono creare alla donna alcune difficoltà come stanchezza, nausea, cambiamenti di umore, dall'altro la delicatezza di questa prima fase della gravidanza non consente pienamente alla donna di gioire dell'evento che le sta capitando.
È relativamente frequente in questo periodo assistere ad interruzioni spontanee e precoci della gravidanza. L'ansia che si possa verificare questa eventualità, accompagnata alla mancanza di segnali dal corpo che possano far sentire la vitalità del bambino, sono elementi che accomunano
la maggior parte delle donne in questa fase.
Vi sono poi le preoccupazioni circa lo stato di salute del proprio bambino. Stati d'animo molto comuni sono la preoccupazione che il bambino cresca nel modo adeguato, che non abbia malattie genetiche, malformazioni o altre patologie. Da questo punto di vista, farsi costantemente seguire dal personale medico o ostetrico è un modo per trovare risposte a dubbi e paure che sono del tutto legittimi e comprensibili. È molto importante durante la gravidanza farsi accompagnare lungo tutto il percorso da persone, sia dal punto di vista professionale che umano, in grado di accogliere senza giudizio le preoccupazioni e gli stati d'animo della madre.


Il secondo trimestre appare come un periodo nettamente diverso. Da un lato è possibile rasserenarsi maggiormente circa l'eventualità di un aborto spontaneo (evento molto meno frequente in questa fase) e dunque "concedersi di mentalizzare" veramente l'idea che si sta per diventare genitori. Dall'altro lato, anche lo stato fisico della madre ritrova rinnovato benessere ed energia, che rendono questi mesi della gravidanza come forse i migliori sia dal punto di vista fisico, che psicologico.
Anche dal punto di vista della sessualità, il rapporto di coppia potrebbe trovare un giovamento. Nelle prime fasi il timore di poter nuocere all'
embrione in una fase altamente delicata condiziona molte coppie dall'avere una vita sessuale soddisfacente. Il secondo trimestre sembrerebbe essere il momento più adeguato anche per ritrovare una maggiore intimità, grazie al fatto che ancora il corpo della donna consente una certa agilità nei movimenti.
In questo periodo si assiste poi ad uno straordinario mutamento nella 
psicologia materna. La percezione dei movimenti fetali dentro il proprio corpo rendono finalmente "vivo e reale" il bambino. Questa costante comunicazione intrauterina tra la madre e il bambino, fatta di scambi e di percezioni, è una pietra miliare del rapporto psicologico tra i due e lo diventa anche tra il bambino e il padre, nel momento in cui i movimenti iniziano ad essere percepibili anche dall'esterno. Da questi primi sussulti e colpetti si gettano le basi per la formazione di quell'inscindibile legame affettivo che unisce un figlio ai propri genitori.

L'ultima fase della gravidanza vede ancora momenti altalenanti. Il tempo del 
parto si avvicina e così anche l'idea di poter conoscere veramente il proprio figlio. Durante la gravidanza la mente dei genitori ha costruito dentro di sé un "bambino immaginario", frutto delle fantasie maturate nel corso dei mesi. Con la nascita del bambino, i genitori incontreranno invece il loro "bambino reale", che nella maggior parte dei casi sarà diverso da quello che avevano immaginato o sperato. Questa fase può creare alcuni sconvolgimenti, che necessitano di un tempo di elaborazione psicologica tanto superiore, quanto maggiore sarà lo scostamento rispetto a quello che ci si era aspettati (si pensi alla speranza di avere un figlio sano e veder nascere un bambino con alcune difficoltà o patologie).
L'ultima parte della gravidanza si confronta poi con il tema del parto. Il corpo della donna diventa sempre più "ingombrante", la fatica fisica si fa sentire e nella mente della donna diventa sempre più presente il pensiero al 
travaglio e al parto. Mentre molte donne vivono questa attesa con naturalezza e come parte fisiologicamente integrante del processo, altre donne soffrono di una vera e propria ansia all'idea di provare dolore, perdere il controllo del proprio corpo, essere ospedalizzate o provano paura all'idea che il proprio corpo possa essere trasformato o lacerato in modo irreversibile. Anche in questo caso i corsi di preparazione al parto sono fondamentali sia per dare nozioni pratiche utili a sedare il senso di angoscia o preoccupazione, sia per avvicinarsi psicologicamente per tempo a questo evento.
In tutte queste alterne fasi psicologiche della gravidanza, è da sottolineare l'indispensabile ruolo che il partner della donna svolge durante l'intero percorso. Poter costantemente contare su un compagno sensibile, empatico ed accogliente è uno degli aspetti chiave che fa sentire la donna "forte" nell'attraversare le fragili e oscillanti "altalene" psicologiche della gravidanza.

-Rappresentazioni  materne dell’essere genitore:
Stern definisce il “senso dell’essere madre” come la nuova identità psicologica della mamma che si definisce solo alla nascita fisica del bambino. Ogni neo-mamma sviluppa un assetto mentale fondamentalmente diverso da quello precedente. L’assetto materno, non nasce con il parto, ma emerge gradualmente dal lavoro profondo e intimo cumulatesi nei mesi precedenti all’effettiva nascita. Man mano che il feto cresce e si sviluppa nell’utero, il bambino è soggetto ad uno sviluppo nella mente della madre, le rappresentazioni materne del feto aumentano di ricchezza e specificità dal quarto mese di gravidanza quando, le mamma cominciano a sentire i movimenti del bambino in modo più definito. Nello scenario psichico della gravida, emergono conflitti e fantasie che prepotentemente riemergono dal passato, per andare ad intrecciarsi con la nuova modalità relazionale che la donnaora, mette in atto con il partner, con la madre, e nella relazione in germe col “bambino immaginario”. In questo senso la maternità assume una connotazione di intimità e di profondità, che, in condizioni di normalità, consente alla donna di riorganizzare la propria identità personale (Stern, Bruschweiler-Stern, 1997). Si è riscontrato inoltre, che tra il settimo e il nono mese, le mamma tendono a disfarsi delle rappresentazioni più positive in modo da prevenire le delusioni. Durante la gravidanza e anche successivamente, la donna attribuisce al marito un’identità diversa che è quella di padre del bambino più che di compagno e spesso queste attribuzioni sono accompagnate da minor desiderio sessuale da parte della donna.

-Rappresentazioni paterne:
Parallelamente ad un mutamento in campo sociale della figura maschile, pare aumentare la tendenza ad una partecipazione sempre più significativa alla gravidanza della partner da parte degli uomini.
L’uomo deve operare una ridefinizione dei compiti genitoriali concretamente, entro una relazione di coppia data, nella quale vengono rinegoziate le “regole” del rapporto quando si programma insieme la nascita di un figlio. La costruzione di una propria individuale identità paterna, contestualizzata attraverso la considerazione della relazione con la partner, nella fase evolutiva di accoglimento del “terzo” che rappresenta la prova evidente di una relazione d’amore. L’uomo vive l’identificazione paterna  in modo più difficoltoso, soprattutto nel rappresentarsi il feto come bambino reale. Durante l’attesa di un figlio acquista, anche per l’uomo, un peso significativo il poter ripercorrere le tappe della vita precedente per trovare un filo conduttore con i propri genitori e le generazioni precedenti, che permetta di ricreare un rapporto di intimità con la propria famiglia di origine. Il contributo di Beaton, Doherty e Rueter (2003), a questo proposito, mette in evidenza che aver percepito discordanza tra i genitori, così come ritenere di avere avuto un padre competente nelle funzioni genitoriali, siano, per i cosiddetti “padri in attesa”, fattori associati rispettivamente ad un coinvolgimento nella gravidanza di tipo positivo, e ad un coinvolgimento intenso. Il passaggio alla genitorialità, per i soggetti di sesso maschile, sembra essere caratterizzato più dall’assunzione di una nuova identità sociale che non dalla ristrutturazione emotiva ed affettiva. La nuova identità è fortemente influenzata dalla rappresentazione mentale e simbolica del proprio
genitore, la quale viene riletta e risignificata sulla base della funzione culturale e sociale che la figura del padre racchiude a livello simbolico.

-Essere padre e sentirsi padre:
E' importante per il padre costruirsi un proprio spazio mentale in cui far entrare il figlio già dal momento della gravidanza. Il padre infatti non subisce i cambiamenti fisici della madre, che la aiutano a ripensarsi nel nuovo ruolo.  Anche nella fase dell'allattamento, che ribadisce ancor di più l'attaccamento madre-figlio, il padre deve essere in grado di ritagliarsi un ruolo nelle funzioni di protezione e assistenza.  L'essere padre è un riconoscimento da parte dell'uomo di funzioni e responsabilità. Il sentirsi padre è invece la percezione emotiva della paternità, la capacità di costruirsi un'immagine accanto al proprio bambino. Per questo è necessario che il padre sia attivamente presente fin dalle prime fasi di vita del piccolo. Anche la madre dovrebbe essere in grado di favorire questa presenza, facendosi ogni tanto da parte.  L’essere padre assume attualmente un’accezione diversa da quella di “detentore di autorità” e madre come “figura biologica che agisce per istinto”. Si sta assistendo quindi alla nascita di un nuovo modello di famiglia caratterizzato da un rapporto paritario con il partner e un legame più intimo e profondo con i figli. Ed è un cambiamento importante nel ruolo del padre rispetto alla tradizione, anche se nella cultura e nella legislazione il riconoscimento sembra procedere con molta lentezza. 

Centro di Psicoterapia Familiare