COS'E' LA FELICITA'?
La felicità è un
diritto che l'uomo, in quanto essere umano, possiede.
Non si sa bene cosa sia
però una cosa è certa: tutti la cercano, tutti la vogliono.
E' soggettiva perché
non esiste una formula, ma ogni uomo, nel tempo, comprende qualcosa di essa.
Esistono vari modi per
essere felici. C'è chi la felicità la acquisisce grazie ad una situazione, ad
un evento, ad esempio.
Beh è davvero
misterioso, enigmatico stabilirne i contorni, non si può comprendere appieno perché
l'uomo inconsapevolmente abbia questo bisogno.
Quello che si può dire
sicuramente è che l'essere umano fa di questa ricerca il fondamento della sua
vita. Perché in fondo la felicità non è altro che uno stato d'animo, una
scelta. L'essere umano infatti può scegliere se essere felice, felice della
sua vita. La felicità non è eliminare i problemi, ma cambiare la visione che
talvolta abbiamo di essi. Se l'uomo è felice affronta e percepisce le
difficoltà in maniera diversa.
A sua volta, la
difficoltà non è una barriera ma diventa un ponte per metterci alla prova e
dimostrare il vero valore di noi uomini. Perché l'uomo vale e può senz'altro
essere padrone di se stesso. Può riuscire anche nei momenti negativi a non
farsi annichilire dalle situazioni.
La felicità è
misteriosa, deve essere riconosciuta nel piccolo. Chi riesce a scovare
nell'ordinario lo straordinario può dirsi felice, perché l'uomo non si
accontenta mai e spesso non si rende conto che tutto quello di cui ha bisogno
fa già parte del suo quotidiano, è lì a portata di mano.
È qualcosa che non vedi
ma percepisci, La senti. Gli altri però la vedono nei nostri occhi; quando
siamo felici abbiamo la luce dentro e con quella stessa luce illuminiamo la
vita degli altri.
Matteo Sborgia
Matteo Sborgia è un ragazzo di Pescara (PE), iscritto alla Magistrale di Lettere Moderne all'Università di Chieti (CH). Attraverso questa riflessione sulla Felicità lancia la sua sfida alle difficoltà della vita testimoniando l'importanza di assaporare il gusto delle piccole cose del quotidiano.
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giovedì 27 marzo 2014
LA FELICITA' SECONDO MATTEO
mercoledì 26 marzo 2014
DIPENDENZA AFFETTIVA AL MASCHILE
OTELLO E DON GIOVANNI…
esempi Illustri di “Un amour malade”
I rapporti amorosi attingono al patrimonio esperienziale consolidatosi nel
corso dell’infanzia, con alcune differenze però:
·
L’attaccamento infantile è tipicamente Complementare, poiché è il bambino a dipendere e
ricevere protezione da un genitore accudente.
·
Quello adulto è più tipicamente Reciproco, dove entrambi i partner si scambiano tenerezza, accudimento ed
interesse.
·
L’attaccamento Amoroso adulto scaturisce solitamente, a seguito di una attrazione
erotica, dal sistema motivazionale Sessuale.
L’attrazione sessuale gioca, dunque, un ruolo fondamentale nella scelta
iniziale di un partner affettivo ma non nel mantenimento del legame stesso.
Questo perché nella specie umana, tale legame può assicurare l’unione ma non il
successo riproduttivo. Fare l’amore, però, senza riuscire a trovare nell’altro
anche calore, comprensione e tenerezza porterà rapidamente alla fine del
rapporto che rimarrà occasionale..
È necessario distinguere due tipi di relazioni: quella con un attaccamento
tra i partner chiamato COERCITIVO e quello EVITANTE.
Il primo Espone in modo intenso le proprie emozioni di rabbia, paura
o bisogno di conforto che diventano immediatamente percepibili tentando,
inconsapevolmente, d’indurre l’altro al soddisfacimento dei propri bisogni.
Il secondo Evita e reprime
principalmente le proprie emozioni più autentiche; nei rapporti affettivi può
essere distante ma anche troppo compiacente o controllato in modo da
“funzionare” in maniera ineccepibile, ma solo apparentemente.
Otello e il coercitivo rabbioso:
E’ lui il nostro personaggio in cerca d’amore, un amore passionale e
totale, di cui però Otello non può mai rassicurarsi di aver veramente
trovato. Non riesce a superare la fase dell’innamoramento e la sua ansia di
separazione è sempre all’estremo.
La sua dolce amata Desdemona, per quanti sforzi faccia, non riesce a
tranquillizzarlo poiché egli immagina sempre di essere ingannato. Otello detesta Desdemona quanto più si
accorge di dipendere da lei.
“Ti avrò uccisa e potrò ancora amarti..
Confessa lentamente il tuo peccato perché anche se tu lo negassi e con
giuramento,
punto per punto, non potresti attenuare né distruggere quella forte
convinzione della tua colpa che mi fa delirare.
Tu devi morire”
Don Giovanni e la paura del
contatto:
Ecco qui un altro illustre protagonista; la sua strategia si basa sul non coinvolgimento affettivo e sul non mostrare sentimenti ed
emozioni, in particolar modo quelli inerenti allo sconforto ed all’ansia. Le
relazioni del Don Giovanni sono intensamente sessuali ma non affettive e comunque mostra sempre il bisogno di cambiare
continuamente partner prima di coinvolgersi
troppo.
“Eh! Consolatevi, non siete voi , non foste, e non sarete né la prima né
l’ultima”.
“L’interdipendenza degli opposti”: THOMAN E TEREZA
Il romanzo “L’insostenibile
leggerezza dell’essere” di Milan Kundera, si svolge a Praga negli anni intorno al 1968e descrive la vita
degli artisti e degli intellettuali cecoslovacchi nel periodo fra la Primavera di Praga e la successiva invasione da parte dell'Unione Sovietica. La storia si focalizza sul gruppo noto
come il Quartetto di Kundera, composto da Tomáš (un chirurgo di fama e
successo che ad un certo punto perde il lavoro a causa di un suo articolo su Edipo che, anche a
causa delle modifiche operate dai redattori del giornale a cui lo ha inviato,
risulta molto critico nei confronti dei comunisti cechi), la sua compagna Tereza (una
fotografa), la sua amante Sabina (una pittrice) e un altro amante di Sabina,
Franz (un professore universitario). Questi quattro personaggi vengono seguiti nelle
loro vite fino alla fine.
Lei (Tereza) è il prototipo della
dipendenza amorosa fragile e vulnerabile; la sua stessa anima di donna sembra
risvegliata e resa reale solo da Thomas. Insicura e costantemente minacciata da
sentimenti di perdita, regolai suoi stati interni monitorando continuamente il
marito esibendo la sofferenza straziante per i tradimenti di
lui facendolo sempre sentire colpevole. Così facendo, Tereza, controlla
completamente il suo uomo, il quale rinuncerà a tutta la sua vita per lei.
Lui (Tomáš) vive da classico
distanziante, si tiene al riparo da coinvolgimenti pericolosi rifiutando
rabbiosamente chi vuole incastrarlo. Egli rivendica fino all’estremo
l’esplorazione libertina del mondo attraverso il sesso, ma di fronte alla
vulnerabilità di Tereza il suo desiderio di prendersi cura diventa amore.
“l’Inconciliabilità degli opposti”: SABINA E FRANZ
Franz ama in modo idealizzato
e totale, donandosi all’altro senza difese; rappresenta il classico cavaliere per
il quale “amare significa rinunciare alla forza”. Egli continuerà ad amare “l’impronta
dorata” che Sabina aveva lasciato nella sua vita, forgiando se stesso su
quell’impronta.
Sabina rappresenta,
invece, la leggerezza, la fuga da qualsiasi vincolo e costrizione: a suo modo
ama Thomas con il quale aveva condiviso il segreto della complicità,
l’intensità del segreto, della passione e della libertà.
Liberarsi dalla dipendenza affettiva significa ricostruire un senso di sé:
è questo l’obiettivo che dovrà insinuarsi nella mente e solo allora si potrà
incominciare un cammino di cambiamento attraverso l’assunzione di una nuova
responsabilità verso se stessi.
Dott.ssa Sabrina Agostinone
lunedì 24 marzo 2014
NARCISO, A CHI?
MANIPOLATORE “PERFETTO”
NEL TEATRO DEI BURATTINI
"Mai più!" Diceva imperiosa la sua volontà. "Domani
ancora!" Supplicava il cuore singhiozzante.
Hermann Hesse
Doctor Jekyll e Mister Hyde, dolce
al cospetto degli altri, ma vendicativo e subdolo alla spalle.
Avete capito di
chi stiamo parlando?
Nessun soggetto in particolare, ma solo persone: narcisisti o meglio ancora manipolatori affettivi. Non
i narcisisti in generale, coloro che hanno dei tratti inerenti a questa personalità, ma quelli cinico, maligni e patologici.
Tendenzialmente sono bugiardi, ipocriti e manipolatori affettivi. Hanno un’alta considerazione di loro stessi, esagerano le proprie
capacità, appaiono spesso presuntuosi, credono di essere speciali, superiori,
di dover essere soddisfatti in ogni loro bisogno e pretendono di avere diritto
ad un trattamento particolare. Il tutto risulta condito dal
comportamento malizioso che porta tale soggetto ad avere anche tratti borderline, antisociali e paranoici.
L’altro è solo lo specchio in cui si
riflettono.
Si tratta di persone altamente danneggiate, che a loro volta hanno subito
traumi, maltrattamenti, abusi comportamentali ed emotivi verificatisi in
tempi molto precoci e per questo perpetuano il trauma traumatizzando a loro
volta.
La vita per loro
è paragonabile ad un grande teatro
nel quale loro sono i protagonisti burattinai e gli altri non sono che vittime
delle loro manovre; proprio come il famoso personaggio della favola di
Pinocchio, in burbero Mangiafuoco che
da bravo burattinaio muove i fili dei
suoi personaggi.
La manipolazione costituisce il
fulcro di ogni relazione narcisistica e la perseverazione nella stessa la
connota di perversione, ed è l’unica modalità per entrare in contatto con
l’altro.
Gli strumenti di
manipolazione più diffusi sono:
1) il ricatto affettivo e le
minacce
2) la colpevolizzazione
3) le bugie e le lusinghe
4) la
denigrazione
5) l’
invadenza
6) le spalle
al muro: è la tecnica che chiude il dialogo mettendo in evidenza le
contraddizioni dei ragionamenti, manipolandoli in modo tale così da far passare
l’altro come una persona incoerente.
Secondo la Dott.ssa Nazare-Aga le azioni tipiche del manipolatore affettivo sono:
-
Colpevolizza gli altri,
ricattandoli in nome del legame familiare, dell’amicizia, dell’amore;
-
Critica, svaluta e giudica le
qualità, la competenza, la personalità altrui;
-
Utilizza lusinghe per adulare, fa
regali o improvvisamente è premuroso;
- Fa la parte della vittima per
essere compatito (esaspera il suo malessere e il carico di lavoro);
-
Deforma e interpreta la verità;
-
Non sopporta le critiche e nega
l’evidenza;
-
Mente;
-
E’ egocentrico.
I manipolatori
affettivi vengono spesso denominati anche “vampiri
affettivi” in quanto sono personalità che non sanno amare ma solo
‘risucchiare’ forze ed energie al partner.
Ma, chi è la vittima del
manipolatore?
Le vittime predilette di questi
individui sono infatti persone totalmente incapaci di immaginare che l’altro
possa essere ‘distruttivo’, che cercano sempre di trovare delle spiegazioni
logiche al suo comportamento e di evitare ogni malinteso. Forse chi non è
perverso non può immaginare che possa esistere manipolazione e malevolenza in
determinati soggetti.
Di fronte all’attacco perverso le
vittime coinvolte affettivamente con i vampiri, si mostrano comprensive e
cercano di perdonare. Amore e ammirazione le spingono a pronunciare frasi del
tipo “Se è così è perché è triste e infelice. Lo aiuterò, lo guarirò!”.
Molte vittime fanno della salvezza
dell’altro una vera e propria missione di vita. Ecco che si stabilisce quindi
un circuito malsano dove la vittima si nutre della speranza di cambiare l’altro
e l’altro sferra senza pietà i suoi attacchi proprio perché nessuno lo contrasta,
anzi viene capito e accolto: le vittime si illudono e sperano.
Ci troviamo dunque di fronte a
coppie formate da narcisisti perversi rigidi e vittime passive che cercano
sempre di capire, di giustificare, mettendo da parte la propria dignità e
alimentando la falsa speranza che il carnefice raggiunga prima o poi la
consapevolezza delle sue azioni.
Ci si chiede spesso perché le
vittime non reagiscano; la risposta non è semplice da dare. Probabilmente sono
reduci da esperienze infantili dove non hanno sviluppato una sana capacità di
espressione delle loro emozioni e bisogni, dove non si sono potute permettere
di ‘ribellarsi’. I vampiri affettivi sono ovunque ma spesso risulta difficile riconoscerli
e difendersi: con loro, dunque, risulta difficile stabilire una relazione sana
ma sarà più facile instaurare un gioco patologico tra la vittima e il suo
carnefice.
Dott.ssa Sabrina Agostinone
Tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus
Tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus
giovedì 20 marzo 2014
DIPENDENZA AFFETTIVA
“La Bella e la Bestia”:
Una fiaba di sana Dipendenza Affettiva
Conoscete la favola “La Bella e la Bestia” in cui l’amore ridona alla
Bestia le originarie fattezze principesche, dopo di che gli innamorati
convolano a nozze e vivranno felici e contenti?
È una splendida metafora di quanto l’amore possa essere una grande forza
trasformativa che permette di ritrovare la bellezza interna mettendo in luce
risorse e potenzialità. La dolce Belle, tuttavia, appare così saggia da legarsi
in un vincolo indissolubile solo dopo aver verificato che effettivamente
l’incantesimo è stato sciolto e che la vita con il suo amato non sarà un
inferno.
Purtroppo molte persone non sono altrettanto sagge e confondono la
dedizione, necessaria perché una relazione affettiva sia duratura, con la
passiva sopportazione di abusi, violenze fisiche e psicologiche, angherie.
Frasi come “ Mi maltratta ma mi ama, devo stargli vicino, il mio amore lo
cambierà, dopo saremo felici”, non sono altro che campanelli d’allarme
pronunciate da persone che soffrono di dipendenza affettiva: per lo più donne che persistono nell’istaurare
legami d’amore autodistruttivi pur di non perdere l’illusione di avere un punto
di riferimento. Molto spesso nella loro infanzia hanno subìto esperienze che le
hanno rese fragili, insicure, bisognose di continue conferme, incapaci di
riconoscere ed esprimere i propri bisogni e di essere totalmente autonome.
Tale dipendenza viene messa in atto per neutralizzare il senso di vuoto
affettivo e impotenza che le persone sentono dentro di sé; tutto ciò porta
all’accettazione di relazioni amorose confuse ed ambigue dove il sano progetto
comune viene sostituito da piccoli e grandi ricatti emotivi, abusi,
insoddisfazione o vera sofferenza.
La love addiction può manifestarsi in relazione con il partner ma anche
verso altre figure emotivamente importanti alle quali si elemosina un gesto d’amore. Queste relazioni, infatti, anziché essere improntate
alle realizzazione di un cammino di vita che promuova la crescita individuale,
sono finalizzate esclusivamente alla conferma ossessiva di un riferimento, non
importa se malsano e distruttivo.
Come ogni dipendenza anche quella affettiva concede ebbrezza, è esclusiva,
è dose-dipendente (cioè si ha un bisogno crescente della vicinanza con
l’oggetto di desiderio) e porta alla progressiva riduzione della capacità di
pensiero libero.
I “drogati d’amore” soffocano ogni desiderio e interesse se non quello di
restare con la persona amata, in quanto ogni cambiamento, seppur minimo, viene
percepito come pericoloso. Appare normale aspirare a relazioni durature ma, la
sfida dei legami affettivi in particolar modo quello di coppia, sta nel riuscire
ad attraversare le vicissitudini della vita modulando dinamicamente la
relazione che, per poter durare, deve continuamente adattarsi alle
trasformazioni personali e ambientali.
I dipendenti, invece, tendono a legarsi a persone a loro volta problematiche
di cui si prendono cura nell’illusione di poterle guarire con la propria
dedizione. Anzi, i problemi del partner sono il vero collante affettivo perché
permettono di attribuire a lui il disagio evitando di interrogarsi sul proprio.
Se però il partner risolve i propri disagi
accadrà un paradosso: il drogato d’amore si disorienterà e cadrà in una
profonda depressione poiché perdendo il suo doppio ruolo di vittima e di
soccorritore sentendosi più che mai svuotato e inutile. Si definiscono “persone
che amano troppo” e sono pervasi da sentimenti di eroismo; in realtà amano
male.
Le favole che ci sono state raccontate da piccoli terminavano quasi tutte
con “… e vissero felici e contenti” poiché avevano l’obiettivo di gettare le
basi dei sogni che poi si saranno inseguiti da adulti. Ma forse, non tutti i
genitori raccontano le fiabe, e soprattutto le bambine crescono con la speranza
di vivere un amore che non si sa né quando né come la renderà felice. Per
questo molte sembrano identificarsi in Belle: eroina capace di trasformare la
Bestia in una bellissimo principe! E che delusione quando questo non accade.
Eppure ci si ostina e si attende che il miracolo avvenga, lasciando che il loro
amore sfiorisca tra liti e maltrattamenti di ogni tipo, rifiutano di accettare
che hanno sposato una “bestia” vera.
Insomma un’ampia categoria di individui addebitano alla sfortuna la
propria sofferenza però, in realtà, c’è sempre un partner sbagliato nella vita
di queste persone.
Uscire da tale struttura dipendente è possibile, ma perché ciò avvenga
risultano fondamentali come primi
passi, consapevolezza e richiesta d’aiuto.
“ Certo – disse la volpe
– tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila
ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono
per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi
avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per
te unica al mondo”. Ed ancora: “… se tu mi addomestichi la mia vita sarà come illuminata.”
( da Il Piccolo Principe).
Dott.ssa Sabrina Agostinone
Laureata in Psicologia presso l'Università "G. D'Annunzio" di Chieti, sta effettuando il tirocinio formativo presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara.
sabato 8 marzo 2014
LEGGERE I SENTIMENTI: INSICUREZZA
INSICUREZZA
L’insicurezza è una condizione
psicologica di media intensità appartenente al sentimento della tristezza. E’ caratterizzata
da una percezione di sé come povero di
abilità e produce conseguenze più o meno invalidanti sia a livello di
autostima ed accettazione di sé, sia nei rapporti interpersonali, affettivi,
professionali e lavorativi.
Si manifesta con
comportamenti che spesso privano di quella serenità e di quel benessere
interiore a cui tutti tendiamo e con una sensazione di smarrimento che fa
dubitare di quello che si pensa e fa temere di prendere decisioni sbagliate.
L’insicurezza,
di per sé non è dannosa; anzi, in alcuni casi, può essere utile a farci
compiere la scelta più giusta e può essere definita come funzionale alla
persona. Le persone, infatti, che sentono di avere solo certezze, di possedere
una capacità di comprensione o di conoscenza illimitata o comunque superiore
agli altri possono essere considerate decisamente pericolose: le culture
integraliste, il fanatismo nei suoi vari campi d'azione, ne sono la
dimostrazione più ampia. Essa, però, diventa
patologica quando, anziché essere legata ad una specifica situazione, diventa una sensazione che persiste nel tempo, che interessa più ambiti e che si fa sentire anche rispetto a banali decisioni quotidiane. Diventa un tratto di personalità che guida e condiziona quasi tutte le attività. In questi casi, l’insicurezza porta con sé la mancanza di fiducia nelle proprie capacità, l’abbassamento dell’autostima, un forte senso di fallimento, il timore di non essere in grado di fare le cose nel modo migliore e, addirittura, il timore di non riuscire a farsi volere bene dalle altre persone.
Inoltre l’insicurezza relativa al proprio aspetto fisico o alle proprie competenze sociali, viene talvolta mascherata da spavalderia, arroganza o atteggiamenti di superiorità. Gli insicuri, inoltre, tendono al perfezionismo, ad avere un senso di responsabilità ed una scrupolosità esagerati: con facilità possono cadere preda dei sensi di colpa o di vergogna quando hanno la sensazione di aver trasgredito il loro rigido codice morale. La bassa stima di sé e la loro convinzione, più o meno conscia, di non essere meritevoli di affetto si manifesta con estrema ansia e con il bisogno di mantenere il controllo sugli altri.
patologica quando, anziché essere legata ad una specifica situazione, diventa una sensazione che persiste nel tempo, che interessa più ambiti e che si fa sentire anche rispetto a banali decisioni quotidiane. Diventa un tratto di personalità che guida e condiziona quasi tutte le attività. In questi casi, l’insicurezza porta con sé la mancanza di fiducia nelle proprie capacità, l’abbassamento dell’autostima, un forte senso di fallimento, il timore di non essere in grado di fare le cose nel modo migliore e, addirittura, il timore di non riuscire a farsi volere bene dalle altre persone.
Inoltre l’insicurezza relativa al proprio aspetto fisico o alle proprie competenze sociali, viene talvolta mascherata da spavalderia, arroganza o atteggiamenti di superiorità. Gli insicuri, inoltre, tendono al perfezionismo, ad avere un senso di responsabilità ed una scrupolosità esagerati: con facilità possono cadere preda dei sensi di colpa o di vergogna quando hanno la sensazione di aver trasgredito il loro rigido codice morale. La bassa stima di sé e la loro convinzione, più o meno conscia, di non essere meritevoli di affetto si manifesta con estrema ansia e con il bisogno di mantenere il controllo sugli altri.
Le possibili cause
dell’insicurezza
- La mancata
formazione della fiducia di base:
ossia la con considerazione positiva di sé che nasce nel bambino in virtù
della considerazione positiva manifestata nei suoi riguardi dal padre o
dalla madre. Se questa immagine è positiva egli acquisirà una
considerazione positiva di sé, se invece è svalutativa, avverrà il
contrario.
- Il rapporto con il
genitore o figure significative:
il rifiuto o la scarsa accettazione da parte dei genitori o le etichette
familiari (il buono, il figlio
inconcludente, il piccolo di casa…)
- Il perfezionismo: tipico di chi non si accontenta
mai delle proprie prestazion. L’insicuro perfezionista mira sempre troppo
in alto sentendosi spesso deluso, sconfitto e inadeguato
- Traumi sociali o
ambientali: eventi
traumatici improvvisi e/o imprevedibili (malattie, catastrofi, perdita del
lavoro, precarietà …)
La persona insicura per
fronteggiare il suo disagio può mettere in atto delle strategie difensive che
inizialmente risultano funzionali, in quanto aiutano l’insicuro ad evitare e a non
esporsi alla sofferenza che l’insicurezza genera, ma che se cronicizzate si
rivelano responsabili di un comportamento relazionale controproducente per il
benessere psicologico della persona. Alcune possono essere:
- La chiusura: “se con gli altri sto male,
preferisco stare da solo”;
- La fuga: “visto che non ce la faccio
scappo”;
- L’evitamento: “non mi sento sicuro, quindi mi
ritraggo”;
- L’immobilità: “ ho paura di sbagliare, quindi
non mi muovo”;
- La dipendenza: “non ce la faccio, quindi mi
aggrappo”;
- La rinuncia al
legame affettivo: “meglio
senza di te che con te”;
- La ricerca insaziabile
d’amore: “dimostrami
che mi ami perché non ci credo”;
- Il discredito dell’altro: “Più ti svaluto, più valorizzo me
stesso”;
- La rigidità: “Sto bene così e non cambio”;
- La testardaggine: “Guai a chi mi dice cosa devo
fare”.
L’insicurezza genera insicurezza, i dubbi che solleviamo
ostacolano il nostro potenziale
più dei nostri reali limiti Ricordiamoci, infine, che così come la paura assecondata aumenta la
paura, il coraggio conquistato incrementa il coraggio.
Dott.ssa Teresa Giuzio
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