lunedì 24 marzo 2014

NARCISO, A CHI?

MANIPOLATORE “PERFETTO”
NEL TEATRO DEI BURATTINI

"Mai più!" Diceva imperiosa la sua volontà. "Domani ancora!" Supplicava il cuore singhiozzante.
 Hermann Hesse


Doctor Jekyll e Mister Hyde, dolce al cospetto degli altri, ma vendicativo e subdolo alla spalle. 
Avete capito di chi stiamo parlando? 
Nessun soggetto in particolare, ma solo persone: narcisisti o meglio ancora manipolatori affettivi. Non i narcisisti in generale, coloro che hanno dei tratti inerenti a questa personalità, ma quelli cinico, maligni e patologici. 
Tendenzialmente sono bugiardi, ipocriti e manipolatori affettivi. Hanno un’alta considerazione di loro stessi, esagerano le proprie capacità, appaiono spesso presuntuosi, credono di essere speciali, superiori, di dover essere soddisfatti in ogni loro bisogno e pretendono di avere diritto ad un trattamento particolare. Il tutto risulta condito dal comportamento malizioso che porta tale soggetto ad avere anche tratti borderline, antisociali e paranoici.
L’altro è solo lo specchio in cui si riflettono.
Si tratta di persone altamente danneggiate, che a loro volta hanno subito traumi, maltrattamenti, abusi comportamentali ed emotivi verificatisi in tempi molto precoci e per questo perpetuano il trauma traumatizzando a loro volta.
La vita per loro è paragonabile ad un grande teatro nel quale loro sono i protagonisti burattinai e gli altri non sono che vittime delle loro manovre; proprio come il famoso personaggio della favola di Pinocchio, in burbero Mangiafuoco che da bravo burattinaio muove i fili dei suoi personaggi.
La manipolazione costituisce il fulcro di ogni relazione narcisistica e la perseverazione nella stessa la connota di perversione, ed è l’unica modalità per entrare in contatto con l’altro.
Gli strumenti di manipolazione più diffusi sono:
1) il ricatto affettivo e le minacce
2) la colpevolizzazione
3) le bugie e le lusinghe
4) la denigrazione
5) l’ invadenza
6) le spalle al muro: è la tecnica che chiude il dialogo mettendo in evidenza le contraddizioni dei ragionamenti, manipolandoli in modo tale così da far passare l’altro come una persona incoerente.

Secondo la Dott.ssa Nazare-Aga le azioni tipiche del manipolatore affettivo sono:
-         Colpevolizza gli altri, ricattandoli in nome del legame familiare, dell’amicizia, dell’amore;
-         Critica, svaluta e giudica le qualità, la competenza, la personalità altrui;
-         Utilizza lusinghe per adulare, fa regali o improvvisamente è premuroso;
-       Fa la parte della vittima per essere compatito (esaspera il suo malessere e il carico di lavoro);
-         Deforma e interpreta la verità;
-         Non sopporta le critiche e nega l’evidenza;
-         Mente;
-         E’ egocentrico.
I manipolatori affettivi vengono spesso denominati anche vampiri affettivi in quanto sono personalità che non sanno amare ma solo ‘risucchiare’ forze ed energie al partner.
Ma, chi è la vittima del manipolatore?
Le vittime predilette di questi individui sono infatti persone totalmente incapaci di immaginare che l’altro possa essere ‘distruttivo’, che cercano sempre di trovare delle spiegazioni logiche al suo comportamento e di evitare ogni malinteso. Forse chi non è perverso non può immaginare che possa esistere manipolazione e malevolenza in determinati soggetti.
Di fronte all’attacco perverso le vittime coinvolte affettivamente con i vampiri, si mostrano comprensive e cercano di perdonare. Amore e ammirazione le spingono a pronunciare frasi del tipo Se è così è perché è triste e infelice. Lo aiuterò, lo guarirò!”.
Molte vittime fanno della salvezza dell’altro una vera e propria missione di vita. Ecco che si stabilisce quindi un circuito malsano dove la vittima si nutre della speranza di cambiare l’altro e l’altro sferra senza pietà i suoi attacchi proprio perché nessuno lo contrasta, anzi viene capito e accolto: le vittime si illudono e sperano.
Ci troviamo dunque di fronte a coppie formate da narcisisti perversi rigidi e vittime passive che cercano sempre di capire, di giustificare, mettendo da parte la propria dignità e alimentando la falsa speranza che il carnefice raggiunga prima o poi la consapevolezza delle sue azioni.

Ci si chiede spesso perché le vittime non reagiscano; la risposta non è semplice da dare. Probabilmente sono reduci da esperienze infantili dove non hanno sviluppato una sana capacità di espressione delle loro emozioni e bisogni, dove non si sono potute permettere di ‘ribellarsi’. I vampiri affettivi sono ovunque ma spesso risulta difficile riconoscerli e difendersi: con loro, dunque, risulta difficile stabilire una relazione sana ma sarà più facile instaurare un gioco patologico tra la vittima e il suo carnefice.

Dott.ssa Sabrina Agostinone
Tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus


giovedì 20 marzo 2014

DIPENDENZA AFFETTIVA


“La Bella e la Bestia”:
Una fiaba di sana Dipendenza Affettiva



Conoscete la favola “La Bella e la Bestia” in cui l’amore ridona alla Bestia le originarie fattezze principesche, dopo di che gli innamorati convolano a nozze e vivranno felici e contenti?
È una splendida metafora di quanto l’amore possa essere una grande forza trasformativa che permette di ritrovare la bellezza interna mettendo in luce risorse e potenzialità. La dolce Belle, tuttavia, appare così saggia da legarsi in un vincolo indissolubile solo dopo aver verificato che effettivamente l’incantesimo è stato sciolto e che la vita con il suo amato non sarà un inferno.
Purtroppo molte persone non sono altrettanto sagge e confondono la dedizione, necessaria perché una relazione affettiva sia duratura, con la passiva sopportazione di abusi, violenze fisiche e psicologiche, angherie.
Frasi come “ Mi maltratta ma mi ama, devo stargli vicino, il mio amore lo cambierà, dopo saremo felici”, non sono altro che campanelli d’allarme pronunciate da persone che soffrono di dipendenza affettiva: per lo più donne che persistono nell’istaurare legami d’amore autodistruttivi pur di non perdere l’illusione di avere un punto di riferimento. Molto spesso nella loro infanzia hanno subìto esperienze che le hanno rese fragili, insicure, bisognose di continue conferme, incapaci di riconoscere ed esprimere i propri bisogni e di essere totalmente autonome.
Tale dipendenza viene messa in atto per neutralizzare il senso di vuoto affettivo e impotenza che le persone sentono dentro di sé; tutto ciò porta all’accettazione di relazioni amorose confuse ed ambigue dove il sano progetto comune viene sostituito da piccoli e grandi ricatti emotivi, abusi, insoddisfazione o vera sofferenza.
La love addiction può manifestarsi in relazione con il partner ma anche verso altre figure emotivamente importanti alle quali si elemosina un gesto d’amore. Queste relazioni, infatti, anziché essere improntate alle realizzazione di un cammino di vita che promuova la crescita individuale, sono finalizzate esclusivamente alla conferma ossessiva di un riferimento, non importa se malsano e distruttivo.
Come ogni dipendenza anche quella affettiva concede ebbrezza, è esclusiva, è dose-dipendente (cioè si ha un bisogno crescente della vicinanza con l’oggetto di desiderio) e porta alla progressiva riduzione della capacità di pensiero libero.
I “drogati d’amore” soffocano ogni desiderio e interesse se non quello di restare con la persona amata, in quanto ogni cambiamento, seppur minimo, viene percepito come pericoloso. Appare normale aspirare a relazioni durature ma, la sfida dei legami affettivi in particolar modo quello di coppia, sta nel riuscire ad attraversare le vicissitudini della vita modulando dinamicamente la relazione che, per poter durare, deve continuamente adattarsi alle trasformazioni personali e ambientali.
I dipendenti, invece, tendono a legarsi a persone a loro volta problematiche di cui si prendono cura nell’illusione di poterle guarire con la propria dedizione. Anzi, i problemi del partner sono il vero collante affettivo perché permettono di attribuire a lui il disagio evitando di interrogarsi sul proprio.
Se però il partner risolve i propri disagi  accadrà un paradosso: il drogato d’amore si disorienterà e cadrà in una profonda depressione poiché perdendo il suo doppio ruolo di vittima e di soccorritore sentendosi più che mai svuotato e inutile. Si definiscono “persone che amano troppo” e sono pervasi da sentimenti di eroismo; in realtà amano male. 
Le favole che ci sono state raccontate da piccoli terminavano quasi tutte con “… e vissero felici e contenti” poiché avevano l’obiettivo di gettare le basi dei sogni che poi si saranno inseguiti da adulti. Ma forse, non tutti i genitori raccontano le fiabe, e soprattutto le bambine crescono con la speranza di vivere un amore che non si sa né quando né come la renderà felice. Per questo molte sembrano identificarsi in Belle: eroina capace di trasformare la Bestia in una bellissimo principe! E che delusione quando questo non accade. Eppure ci si ostina e si attende che il miracolo avvenga, lasciando che il loro amore sfiorisca tra liti e maltrattamenti di ogni tipo, rifiutano di accettare che hanno sposato una “bestia” vera.
Insomma un’ampia categoria di individui addebitano alla sfortuna la propria sofferenza però, in realtà, c’è sempre un partner sbagliato nella vita di queste persone.
Uscire da tale struttura dipendente è possibile, ma perché ciò avvenga risultano fondamentali come  primi passi,  consapevolezza  e richiesta d’aiuto.

 

“ Certo – disse la volpe – tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”. Ed ancora: “… se tu mi addomestichi la mia vita sarà come illuminata.” ( da Il Piccolo Principe).
 
 
Dott.ssa Sabrina Agostinone
Laureata in Psicologia presso l'Università "G. D'Annunzio" di Chieti, sta effettuando il tirocinio formativo presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara.
 

 

sabato 8 marzo 2014

LEGGERE I SENTIMENTI: INSICUREZZA

INSICUREZZA



L’insicurezza è una condizione psicologica di media intensità appartenente al sentimento della tristezza. E’ caratterizzata da una percezione di sé come povero di abilità e produce conseguenze più o meno invalidanti sia a livello di autostima ed accettazione di sé, sia nei rapporti interpersonali, affettivi, professionali e lavorativi.
Si manifesta con comportamenti che spesso privano di quella serenità e di quel benessere interiore a cui tutti tendiamo e con una sensazione di smarrimento che fa dubitare di quello che si pensa e fa temere di prendere decisioni sbagliate.
 L’insicurezza, di per sé non è dannosa; anzi, in alcuni casi, può essere utile a farci compiere la scelta più giusta e può essere definita come funzionale alla persona. Le persone, infatti, che sentono di avere solo certezze, di possedere una capacità di comprensione o di conoscenza illimitata o comunque superiore agli altri possono essere considerate decisamente pericolose: le culture integraliste, il fanatismo nei suoi vari campi d'azione, ne sono la dimostrazione più ampia. Essa, però, diventa
patologica quando, anziché essere legata ad una specifica situazione, diventa una sensazione che persiste nel tempo, che interessa più ambiti e che si fa sentire anche rispetto a banali decisioni quotidiane. Diventa un tratto di personalità che guida e condiziona quasi tutte le attività. In questi casi, l’insicurezza porta con sé la mancanza di fiducia nelle proprie capacità, l’abbassamento dell’autostima, un forte senso di fallimento, il timore di non essere in grado di fare le cose nel modo migliore e, addirittura, il timore di non riuscire a farsi volere bene dalle altre persone.
Inoltre l’insicurezza relativa al proprio aspetto fisico o alle proprie competenze sociali, viene talvolta mascherata da spavalderia, arroganza o atteggiamenti di superiorità. Gli insicuri, inoltre, tendono al perfezionismo, ad avere un senso di responsabilità ed una scrupolosità esagerati: con facilità possono cadere preda dei sensi di colpa o di vergogna quando hanno la sensazione di aver trasgredito il loro rigido codice morale. La bassa stima di sé e la loro convinzione, più o meno conscia, di non essere meritevoli di affetto si manifesta con estrema ansia e con il bisogno di mantenere il controllo sugli altri.
Le possibili cause dell’insicurezza
  • La mancata formazione della fiducia di base: ossia la con considerazione positiva di sé che nasce nel bambino in virtù della considerazione positiva manifestata nei suoi riguardi dal padre o dalla madre. Se questa immagine è positiva egli acquisirà una considerazione positiva di sé, se invece è svalutativa, avverrà il contrario.
  • Il rapporto con il genitore o figure significative: il rifiuto o la scarsa accettazione da parte dei genitori o le etichette familiari  (il buono, il figlio inconcludente, il piccolo di casa…)
  • Il perfezionismo: tipico di chi non si accontenta mai delle proprie prestazion. L’insicuro perfezionista mira sempre troppo in alto sentendosi spesso deluso, sconfitto e inadeguato
  • Traumi sociali o ambientali: eventi traumatici improvvisi e/o imprevedibili (malattie, catastrofi, perdita del lavoro, precarietà …)

La persona insicura per fronteggiare il suo disagio può mettere in atto delle strategie difensive che inizialmente risultano funzionali, in quanto aiutano l’insicuro ad evitare e a non esporsi alla sofferenza che l’insicurezza genera, ma che se cronicizzate si rivelano responsabili di un comportamento relazionale controproducente per il benessere psicologico della persona. Alcune possono essere:
  • La chiusura: “se con gli altri sto male, preferisco stare da solo”;
  • La fuga: “visto che non ce la faccio scappo”;
  • L’evitamento: “non mi sento sicuro, quindi mi ritraggo”;
  • L’immobilità: “ ho paura di sbagliare, quindi non mi muovo”;
  • La dipendenza: “non ce la faccio, quindi mi aggrappo”;
  • La rinuncia al legame affettivo: “meglio senza di te che con te”;
  • La ricerca insaziabile d’amore: “dimostrami che mi ami perché non ci credo”;
  • Il discredito dell’altro: “Più ti svaluto, più valorizzo me stesso”;
  • La rigidità: “Sto bene così e non cambio”;
  • La testardaggine: “Guai a chi mi dice cosa devo fare”.
L’insicurezza genera insicurezza, i dubbi che solleviamo ostacolano il nostro potenziale più dei nostri reali limiti Ricordiamoci, infine, che così come la paura assecondata aumenta la paura, il coraggio conquistato incrementa il coraggio. 
Dott.ssa Teresa Giuzio


LEGGERE I SENTIMENTI: ESSERE COMPIACIUTI

COMPIACIMENTO




Il compiacimento è un sentimento di bassa intensità appartenente alla gioia. Si può definire come un’ intima soddisfazione per un bene proprio o altrui. Non si tratta di un piacere assoluto, ma bensì relativo: non si può essere compiaciuti in generale, lo si può essere soltanto in relazione a qualcosa (piacere-con), come per esempio, per una vittoria, per la bontà di un pasto, per un apprezzamento.
In realtà, però, il compiacimento è un sentimento più intimo, che , anche se non necessariamente, molte volte scaturisce dallo scorgere in sé la causa di ciò di cui poi ci si compiace. Compiaciuto per una vittoria in cui si ha avuto un peso, per la bontà di un pasto preparato con le proprie mani o dal figlio a cui si è pagato un corso di cucina, per un apprezzamento che in fondo sappiamo ben riposto.
Il compiacimento, però, non ha sempre un’accezione positiva. Spesso capita di incontrare persone che manifestano comportamenti compiacenti, di acquiescenza che sembra acritica, grazie ai quali evitano di prendere posizione in prima persona e di mostrare quello che realmente sentono, pensano e vogliono. Si tratta di persone che, se interpellate, sono solite rispondere con frasi del tipo: «Non ho niente da dire», «Sono d’accordo con gli altri», «La penso come lui», «Decidete voi» e così via. È un modo di agire che si può  riscontrare sia nell’ambito di una relazione diadica che di gruppo e può suscitare, in chi ne è  spettatore, reazioni molto diverse che vanno dal disprezzo e dal fastidio all’approvazione e al riconoscimento positivo.
La  compiacenza con le sue conseguenti implicazioni, é diretta verso di noi, per arricchire noi stessi, per soddisfare le nostre esigenze: vogliamo la cosa o la persona perché ci piace, ci diletta, ci arricchisce, perché abbiamo scoperto in essa un bene per noi stessi. 
Dott.ssa Teresa Giuzio

lunedì 3 marzo 2014

PATCH ADAMS E LA TERAPIA DEL SORRISO


Chi riesce a ridere è padrone del mondo 
(G. Leopardi)


Caro Patch Adams, sei stato una piacevole sorpresa, non ti conoscevo. Ti ho sempre associato ad un naso rosso, a ad un’espressione ironica, a quei vestiti larghi e colorati che ti distinguevano tra le immagini viste in televisione ed in rete. Non sapevo nient'altro di te.
Ieri, dopo aver visto il film che parla della tua storia, ho capito molto. Hai imparato a sorridere alla vita, perché prima hai vissuto il tuo dramma. Sei la testimonianza vivente che dopo il buio ci può essere la luce, dopo le cadute ci si rialza sempre. So per esperienza che le cadute e la sofferenza possono essere provvidenziali, paradossalmente ci fanno tornare a vivere ed a sorridere alla vita. Proprio come è capitato anche a te.
Se tu non fossi entrato in quell'ospedale psichiatrico sicuramente non avresti avuto la possibilità di conoscere, percepire, entrare in quel mondo. Un mondo, molto spesso dimenticato in cui tu sei entrato quasi per caso. Ben presto hai capito, che tu non avevi quelle problematiche, ma le hai fatte lo stesso tue iniziando a far sorridere chi giaceva lì dimenticato dal mondo "Normale".
Hai imparato a capire che anche quelle persone hanno il diritto di vivere, di esistere a loro modo. Ti sei messo in comunicazione con loro, in empatia, attraverso un gesto apparentemente insignificante ma tremendamente salvifico, il sorriso. Hai così iniziato la tua battaglia dichiarando al mondo che la risata è “di e per” tutti. Ridere è un diritto, è un gesto piccolo ma straordinario. Ti sei accorto che stavi aiutando gli altri, ma infondo anche la tua anima ne stava traendo giovamento.
Hai trovato o “ritrovato” quella spinta, quella scintilla che abitava dentro te o che forse hai scoperto di avere proprio in quel momento. Questo spirito ti ha permesso di scalare le montagne. Stavi facendo qualcosa di straordinario! Sei partito dal nulla con un grande sogno: portare quel tuo soffio vitale agli altri. Hai pian piano sbaragliato quanti erano diffidenti, perché il sorriso migliora la vita di chi lo concede e di chi lo riceve.
Hai dimostrato che "Chi sa ridere è il padrone del mondo".
Ride colui il quale riesce a stupirsi di fronte alla vita, a cogliere l'attimo, a meravigliarsi di fronte alla natura.
È infatti proprio nel particolare, nell'inerzia che possiamo essere in grado di trovare il senso della vita. E' una piccola scintilla che ci può cambiar la vita e diventare il fuoco, la base della nostra esistenza.
Le grandi imprese non sono grandi da subito. Il segreto sta nel percepire, credere cogliere il piccolo, il positivo che c'è così che da piccoli si possa diventare grandi.
Bravo Pacth, che hai sempre creduto in tutto questo. Lo straordinario spesso non è lontano da noi, abita dentro noi. Dobbiamo solo non smettere mai di cercarlo. Lo straordinario spesso è ubicato nell'ordinario, nel quotidiano è dentro di noi. Dobbiamo, avere solo la capacità di cogliere l’opportunità di riconoscerlo e farlo emergere.
Perché la vita è meravigliosa, perché la vita è fatta di piccole cose come un sorriso che può illuminare tutto, anche il mondo. Grande Patch! 
Matteo Sborgia


Matteo Sborgia è un ragazzo di Pescara (PE), iscritto alla Magistrale di Lettere Moderne all'Università di Chieti (CH). Con questa lettera aperta a Patch Adams vuole lanciare un messaggio fondamentale per le persone: sorridere è l'antidoto ad ogni dura prova a cui la vita sottopone ognuno di noi, proprio come insegna il destinatario di questo scritto. 

Da bambino Patch Adams era un appassionato di chimica e matematica. 
Un ragazzo come tanti, che viveva le vicissitudini tipiche degli adolescenti, tormentato da un rapporto conflittuale con il padre che viene a mancare quando lui aveva soltanto di sedici anni. Questa perdita lo segna moltissimo anche perché, nell’ultima settimana di vita, aveva avuto finalmente modo di avvicinarsi al padre dopo che questi per anni era stato una figura assente. Da quel momento diventa un ragazzo ribelle e anticonformista. Una delusione d’amore si aggiunge alle sue vicissitudini che fanno precipitare il suo già instabile equilibrio interiore; tenta più volte di farsi del male, finché non decide di chiedere aiuto a sua madre richiedendole esplicitamente di farsi ricoverare in una struttura psichiatrica.
Il soggiorno di due settimane nel reparto psichiatrico di Fairfax fu il giro di boa della sua vita. La guarigione ma soprattutto la sua apertura alla vita furono dovute non tanto ai medici, quanto alla famiglia, agli amici e soprattutto all’incontro con Rudy, suo compagno di stanza, sofferente di una solitudine che egli non avrebbe mai sognato potesse esistere e che al confronto faceva sembrare futile il suo dolore. Comprese di essere sempre stato circondato dall’amore, ma che non aveva lasciato che questo influisse su di lui.
Comprese anche che le persone supposte “pazze” rispondevano semplicemente alla complessità della vita con paura, rabbia, tristezza e disperazione e che avevano solo bisogno di attenzione e amore. Per la prima volta, per un caso fortuito, si rese conto di essere in grado di aiutare chi soffre senza ricorrere ai farmaci, ma semplicemente ricorrendo a terapie ludiche.

venerdì 28 febbraio 2014

PSICOLOGIA DELLA FAMIGLIA

Lettino o lettone: cosa c'è sotto?




Le difficoltà del sonno nei bambini possono essere molto diverse tra loro. Mentre alcuni si addormentano facilmente e dormono profondamente, altri non andrebbero mai a dormire e hanno il sonno leggero. C’è poi chi si sveglia regolarmente ogni notte e richiede la presenza del genitore per riaddormentarsi mentre altri manifestano queste difficoltà solo episodicamente. Ad ogni modo l'andare a dormire può creare nel bambino una situazione di ansia da separazione perché l'addormentamento rappresenta sempre un momento delicato.
Ci sono poi situazioni stressanti in cui i bambini si sentono troppo agitati per andare a dormire e possono aver bisogno della presenza rassicurante del genitore. È il caso, per esempio, del periodo in cui è in arrivo o è nato da poco un fratellino. La paura di essere escluso e il volersi assicurare il proprio posto possono ripercuotersi sia sull'andare a dormire che sulla qualità del sonno del bambino.
Il medesimo problema può presentarsi in periodi in cui la famiglia è in difficoltà (problematiche economiche, malattie, separazioni ed altre situazioni particolarmente stressanti che assorbono completamente i genitori). In questi casi, se un bambino non vuole stare solo e richiede la presenza della mamma e del papà, è perché ha bisogno di rassicurarsi sul fatto che continua ad avere uno spazio nella loro mente.
È importante fare queste distinzioni e comprendere se ci si trova nell’ambito delle normali vicissitudini quotidiane o si è di fronte ad un problema che dovrebbe essere affrontato con un aiuto esterno.
Diverso è il caso in cui la difficoltà ad addormentarsi da solo è continuativa e presente sin dalla nascita.
Anche senza entrare in aspetti più specifici, va premesso che il sonno ha un suo ciclo in cui le varie fasi si alternano, con risvegli parziali tra l’una e l’altra. Perciò il dormire per un periodo prolungato richiede al neonato la capacità di passare da una fase all’altra, anche cambiando posizione o succhiando, senza risvegliarsi completamente. Si tratta di un traguardo evolutivo precoce, che i neonati raggiungono in genere già nei primissimi mesi, alcuni fin dai primi giorni di vita.
Le difficoltà nel raggiungimento di questa importante tappa maturativa possono nascere da una particolare sensibilità del bambino, come nel caso dei bambini nati prematuri, ma in genere perdurano sulla base di un insieme di fattori in cui l'ipersensibilità del neonato si combina con ansie specifiche dei genitori, per esempio sullo stato di salute del figlio e/o sulla propria capacità di essere un buon genitore. Quando ciò avviene, l’acquisizione di questo importante traguardo evolutivo è impedita o disturbata e si produce un circolo vizioso di rassicurazione reciproca che comporta il bisogno di addormentarsi unicamente in presenza dell’altro.
L’incapacità a dormire da soli, quando non è la manifestazione di una regressione occasionale dovuta ad avvenimenti o situazioni particolari, va letta come un segnale di disagio e va considerata con la dovuta attenzione, anche per le conseguenze che essa può comportare in termini di stanchezza dei genitori e per il rischio di un deterioramento progressivo dei rapporti tra i componenti della famiglia. 
Se il bambino non vuole dormire nel suo letto bisogna considerare che esiste un’ampia gamma di situazioni relative sia al comportamento notturno del bambino, sia alle risposte dei genitori.
Ci può essere il caso del bambino che si addormenta unicamente nel lettone in presenza di uno dei genitori o di entrambi e successivamente portato nel proprio letto, a volte invece prosegue il suo sonno in quello dei genitori.
C’è poi la situazione in cui il bambino si addormenta nel proprio letto, ma si sveglia durante la notte e va nel lettone. Alcuni genitori dopo un po’ riportano il figlio nella sua camera mentre altri lo lasciano nel loro letto. In questo caso, non di rado, succede che uno dei genitori, solitamente il padre, finisca nel letto del bambino cedendo il proprio posto nel letto matrimoniale al figlio.
Possiamo addirittura avere situazioni in cui c’è più di un bambino a difendere ogni sera il proprio posto nel lettone, che diventa, sempre più, un territorio di conquista.
Generalmente i genitori spiegano la difficoltà nel far dormire il bambino nel suo letto con la propria stanchezza, con la comodità di averlo accanto senza dover stare svegli ad aspettare che egli si addormenti e con altri argomenti che, però, nella maggioranza dei casi hanno origine da un problema personale a porre dei limiti e/o da un problema di coppia a salvaguardare la propria intimità. Può accadere che alcune coppie di genitori “utilizzano” la scusa del bimbo nel lettore per celare l’esistenza di una crisi tra loro. Bisogna chiedersi, quindi, se il bambino viene accolto nel letto di mamma e papà soltanto per rispondere al suo bisogno o anche a quello della coppia. Solitamente i genitori sono quasi tutti ignari che ci possa essere un collegamento tra le loro difficoltà matrimoniali e la presenza di uno più figli nel loro letto.
Il dormire in tre viene spesso taciuto dai genitori ed è un dato a cui non viene assegnata la dovuta importanza e nella maggior parte dei casi i genitori se ne vergognano. Eppure il "chi dorme con chi" è una delle informazioni fondamentali per capire il funzionamento di una coppia, in quanto rappresenta il segnale indicatore di altri problemi celati.
I conflitti coniugali legati al passaggio dall’essere diventati genitori oltre che coppia, le rivendicazioni reciproche o quelle estese al gruppo familiare allargato, sono spesso le vere ragioni per cui uno dei due partner si allontana e si “rifugia” in un altro letto.
Il più delle volte accade che sia la donna che fatica a conciliare il suo nuovo ruolo di mamma con quello di moglie e finisce per utilizzare la presenza del bimbo nel letto per negare, inconsapevolmente, al suo partner momenti di intimità.
E' importante che la donna non lasci che il suo desiderio femminile venga assorbito nel desiderio materno e ricordi che l'essere madre non significa accantonare la Donna. Anche i papà, da parte loro, possono contribuire mantenere questa situazione di “separazione notturna”: potrebbero, infatti, essere meno “interessati” alle compagne/mogli che cominciano a vedere, anche prima della nascita del bambino, più come mamme che come donne.
E' importante che il bambino capisca, con l'aiuto dei genitori, dove collocarsi all’interno della famiglia e che non cominci a considerarsi il partner della mamma. Dovrebbe imparare  che il suo posto non è TRA mamma e papà, ma CON mamma e papà.
Intorno ai 3 anni, quando il bambino attraversa la fase edipica e cerca di intrufolarsi maggiormente nel lettone, i suoi tentativi dovrebbero essere scoraggiati da entrambi i genitori in modo sereno come “coppia alleata”.
La differenza dei confini tra il mondo del bimbo e quello di mamma e papà è fondamentale in questa fase. Per lui potrà essere doloroso vivere l'esclusione ma imparerà che questa è relativa soltanto ad una parte della relazione con i genitori, quella coniugale. Anche Freud, il padre della psicoanalisi, scoraggiava l’insediamento notturno del bambino tra la coppia di genitori, ritenendo la delimitazione degli spazi personali una grande occasione di crescita per tutti i componenti della famiglia.
Queste situazioni complicate sono più frequenti di quanto si possa credere e, pur essendo originariamente connesse con ansie e tensioni dei genitori, una volta create, potrebbero finire per accrescerle ed esasperarle rendendo più difficile una generale pacificazione.
Se questi problemi perdurano è molto importante considerare che, con il passare del tempo e con la crescita del bambino, i nodi che queste situazioni creano nei rapporti tra i componenti della famiglia potrebbero diventare sempre più aggrovigliati e difficili da sciogliere.
Sempre più spesso la vita di coppia dei genitori è pesantemente condizionata dalla presenza notturna del figlio o dei figli e questa sorta di “abdicazione” dalle funzioni centrali per la vita personale e per l’armonia della coppia può essere vissuta come irrilevante e determinata dalle esigenze del bambino, come se l’essere genitori fosse incompatibile con le proprie esigenze di riposo e di intimità.
Potrebbe accadere che da parte delle coppie, per i motivi più diversi ma sicuramente da non sottovalutare, è presente una una rinuncia a porre dei limiti a salvaguardia dell’intimità che rappresenta sempre, anche dopo essere diventati genitori, il cuore della vita coniugale.
Questa, purtroppo, è una rinuncia che non va a vantaggio di nessuno e che, al contrario, per la perdita dei confini generazionali, per la confusione dei ruoli e per le ansie e le rivendicazioni che si vengono a creare, compromette il benessere di grandi e piccoli. In queste condizioni, infatti, la confusione è tale che si potrebbe arrivare a sostenere che i bambini quando dormono non si accorgono di eventuali rapporti sessuali tra i genitori.
Dati clinici dimostrano quanto siano frequenti il turbamento e la confusione derivanti dall'esposizione precoce alla sessualità dei genitori. Ma, anche se il bambino non si svegliasse, perché rischiare di turbarlo, per di più condannandosi ad una vita sessuale clandestina? Tutto questo, anche se considerato marginale, andrebbe meglio indagato nell’ambito di una consultazione psicologica.
Bisogna considerare che la stanza dei genitori e il letto matrimoniale definiscono e rappresentano lo spazio privilegiato della coppia, spazio in cui l’uomo e la donna possono raggiungere un importante traguardo della maturità: sperimentarsi come adulti con una propria vita sessuale e, nello stesso tempo, come genitori. Non si tratta quindi di escludere i figli né di farli piangere da soli nel loro letto, ma semplicemente di garantire un proprio spazio a ciascun membro della famiglia.
Creare la distinzione di spazi contro la confusione, proteggere l’intimità della coppia e della propria sessualità, porre i giusti limiti senza pensare che questo pregiudichi il rapporto con i figli, sono indice di equilibrio e garanzia di un sereno rapporto di coppia che può sostenere un sano sviluppo del bambino.
Dott.ssa Barbara Leonardi