venerdì 2 agosto 2013
domenica 28 luglio 2013
PSICOLOGIA DELLO SPORT
Ripartire dopo un fallimento
“Il
fallimento è l’opportunità di ricominciare in modo più intelligente”
diceva Harry Ford. Ogni partita persa è un fallimento, ogni goal subito fa male
come un’umiliazione personale. Durante una partita di calcio il sudore conferma
che il corpo ce la sta mettendo tutta e la speranza continua a vivere;
un’occhiata fugace al compagno più vicino, uno sguardo all’orizzonte per
trovare una nuova strategia di gioco, l’orecchio sempre rivolto verso la
panchina, ma le esclamazioni del pubblico sentenziano che tu e il tuo gruppo
non ce l’avete fatta. Anche i cori disperati di incoraggiamento hanno un’enfasi
diversa. È scontato pensare che per trasmettere sicurezza a chi è intorno
bisogna credere prima in se stessi e di conseguenza nella propria strada.
Uno dei problemi delle sconfitte
ripetute ha a che fare con il concetto che il calcio, prima che un lavoro è una
passione. Questo implica una ridotta obiettività e l’impossibilità di vedere
chiaramente che ci si avvia verso la tragedia. Accade quindi che si arriva ad
ogni partita sempre più impauriti ma fiduciosi che la vittoria si affidata ad
una casualità di eventi, ci si aspetta comunque un buon risultato, pur sapendo
che non si è alla sua altezza. Lo fanno i calciatori e lo fanno i tifosi dentro
e fuori i recinti degli stadi. Ma questa costanza nel pensiero non paga e
quando se ne raggiunge la consapevolezza il campionato è già compromesso.
Un altro dei problemi del
fallimento è che generalmente non viene riconosciuto come un evento momentaneo,
seppur ripetuto a distanza ravvicinata. Ciò significa che è abbinabile al
concetto di crisi come evento destabilizzante in cui bisogna mettere in campo
ogni risorsa disponibile per tornare ad un equilibrio, tanto più se l’obiettivo
ha una grossa valenza socialmente riconosciuta ed emotivamente coinvolgente
come la vittoria. Questa chiave di lettura vedrebbe aprirsi una grande quantità
di nuove possibilità, capire gli errori commessi ad esempio, provare a
correggerli e a migliorarsi, studiare nuove strategie per potenziare il lavoro
e la rete che c’è intorno. Infatti una squadra di calcio è solo una parte della
trama che la circonda, un giocatore è un filo della trama come lo è la
dirigenza e la tifoseria. Se uno di questi elementi si indebolisce e si spezza,
la smagliatura diventa visibile e assomiglia quasi a una ferita, se non si
prova a ricucire la rete il sistema cade ed il fallimento diventa una etichetta
persistente.
Chiedersi perché gli insuccessi
sono così numerosi in un sistema che, in generale, fino a poco tempo prima
risultava vincente, trova la sua risposta nella difficoltà del compito e nel
confronto con realtà concretamente più avanzate. Il punto focale non è risalire
alle cause, ma calciare la palla dal “senso di frustrazione ed impotenza”
“all’accettazione
dei propri errori”, per riprendere il controllo di sé,
delle proprie capacità e del talento individuale e di squadra. I due
protagonisti della gara finale sono quindi demoralizzazione vs rinascita,
che si muovono sotto i riflettori puntati in direzione dell’una o dell’altra
porta. Tutti gli esseri viventi cadono, persino i serpenti, che sono
notoriamente attaccati al terreno, possono cadere qualora striscino su un
albero e si lascino affascinare dai suoi rami, il punto è come rialzarsi. Il
calcio è fatto di persone, di talenti in pantaloncini e uomini in completo
scuro che sembra abbiano nelle loro tasche la chiave della vittoria, ma
comunque ed inevitabilmente persone.
La verità è che la svolta sta
proprio nell’accettazione del fallimento e nel dignitoso tentativo di
reinventarsi come giocatore, come squadra, come bandiera. La soluzione sta nel
termine “resilienza” che è la capacità, individuale e
collettiva, di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici e di
riorganizzare la propria vita, in questo caso il proprio impegno, dinanzi alle
difficoltà. Ricostruirsi quindi, restando sensibili alle opportunità della vita
e vivere ogni fallimento come un insegnamento. Se quest’ultimo viene inserito
nel computo del progetto, riconosciuto ed affrontato allora le ferite dovute
alla caduta rimargineranno più in fretta e si potrà ricominciare a correre.
dott.ssa Ivana Siena
Fonte: www.forzapescara.tv
sabato 27 luglio 2013
PSICOLOGIA DELLO SPORT
Appartenenza e integrazione per una squadra vincente
La maglia è il cuore della divisa di un calciatore, anche
se nel corso della carriera può cambiare con frequenza. Non c’è giocatore,
quindi, e non c’è squadra di calcio che non debba confrontarsi con il senso di
appartenenza al gruppo e ai suoi colori. Si impara ad appartenere ad un gruppo,
ad un sistema, già dalla nascita e ancor prima, quando non si conoscono i volti
delle persone che ti parlano di amore e aspettative al di là delle pareti di quel grembo
materno che si occupa di nutrirti senza troppe pretese. Così accade nel calcio
a cominciare dalle categorie agonistiche. Le partite vengono giocate su campi
ridotti, adatti all’età di riferimento ed il confronto è tra pari, per età e
capacità. L’uguaglianza tra i membri del gruppo è una condizione che favorisce
l’appartenenza e permette il nascere di una sana competizione mirata più che
altro a coltivare il proprio talento.
Nella composizione di squadre di
alto livello il processo di accorpamento dei giocatori è artificiale ed è
dettato da regole implicite ed esplicite, non sempre condivise. La dimensione del gruppo è uno dei pochi elementi costanti come
anche i ruoli
definiti già a
priori nella scelta dei giocatori appartenenti ad una presupposta formazione
vincente. Altri elementi sono invece variabili ed influenzano le dinamichedel gruppo squadra.
Nella rosa di una squadra il numero di protagonisti varia a seconda delle disponibilità
economiche della società. E vi è la possibilità che vi siano più giocatori per
lo stesso ruolo ed ogni reparto può contare su titolari e più riserve. La
diversa pressione provata dai due membri dalla stessa funzione, può portare ad
una percezione di maggiore o minore efficienza che può condizionare le
relazioni all’interno del gruppo, oltre che l’impegno profuso.
Definirsi come gruppo, o come
membri di una certa categoria sociale non basta per parlare di appartenenza, è
necessaria una percezione collettiva di riconoscimento
di similitudini e scopi comuni e accettazione
delle differenze. La
differenza per eccellenza è dettata dalla presenza di etnie
multiple e dalla multiculturalità dei giocatori. Le difficoltà concrete
si vedono in primis nello scambio verbale infatti, che inizialmente rappresenta
un limite, per quanto superabile attraverso i training linguistici a cui sono
sottoposti i calciatori di nazionalità diverse. L’impossibilità a comprendere
l’indicazione dell’allenatore, i cori dei tifosi durante la gara, i commenti
tra compagni nello spogliatoio, l’interpretazione del significato di una parola
che nella lingua ospite può avere più accezioni, la fugace istruzione del
collega durante la partita, sono tutti esempi di questo confine di diversità
che può
diventare una barriera relazionale. Dall’altro lato emerge la necessità
dell’accettazione dello “straniero”, processo rallentato dalla categorizzazione
sociale che rischia di sfociare in comportamenti ostili nei confronti del nuovo
arrivato.
Appartenere ad una squadra
significa riconoscere come proprie caratteristiche nuove senza mai perdere il
significato delle proprie origini, delle proprie radici. Quest’ultimo è un
concetto ben saldo nel pensiero dell’Athletic Bilbao, che ha costruito negli anni
una squadra interamente composta da giocatori di origine basca, conservando
intatte tutte le tradizioni e i colori che le hanno dato il prestigio di cui
gode tutt'ora. È una concezione alternativa di appartenenza molto forte che può
essere mal interpretata come discriminazione o addirittura razzismo, ma che
rappresenta la peculiarità di questa squadra.
Perché ogni membro della squadra si
senta davvero parte di questa entità bisogna che ci sia una percezione
di sostegno reciproco, la
certezza che si abbattano pregiudizi basati su stereotipi e quella che viene
chiamata interdipendenza positiva, ossia la condivisione di uno scopo
sovraordinato che non può essere raggiunto singolarmente ma soltanto attraverso
la cooperazione
reciproca.
“L'appartenenza non è un insieme
casuale di persone non è il consenso a un'apparente aggregazione l'appartenenza
è avere gli altri dentro di sé. […] Non è un insieme casuale di persone non è
il consenso a un'apparente aggregazione. […] L'appartenenza è un'esigenza che
si avverte a poco a poco si fa più forte alla presenza di un nemico, di un
obiettivo o di uno scopo è quella forza che prepara al grande salto decisivo
che ferma i fiumi, sposta i monti con lo slancio di quei magici momenti in cui
ti senti ancora vivo. Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare
a dire noi”. (G. Gaber)
dott.ssa Ivana Siena
Fonte: Forzapescara.TV
giovedì 25 luglio 2013
venerdì 19 luglio 2013
ESPRIMERSI NEL GIOCO
CHE COS'È IL GIOCO SIMBOLICO?
Il gioco svolge
un ruolo chiave nello sviluppo del bambino dal punto di vista cognitivo,
affettivo e sociale. Nel gioco spesso il bambino imita ciò che accade
nella realtà “facendo finta di”: oggetti, azioni, situazioni presenti vengono
utilizzati come simboli per rappresentare qualcosa che non è presente ma che si
può immaginare. Questa fase, che compare nel secondo anno di vita, si chiama gioco
simbolico ed evidenzia le capacità di rappresentazione dei bambini
(Bornstein, O’Reilly, 1993).
Durante il secondo
anno di vita, in cui i bambini cominciano a concettualizzare relazioni astratte
tra i simboli e i referenti della vita reale, il gioco diventa una modalità
fondamentale di rappresentazione mentale.
Piaget (1962) ha
posto in stretta relazione il gioco e lo sviluppo cognitivo dei bambini.
Il bambino nel primo anno di vita manipola un oggetto alla
volta e mette in atto comportamenti riguardanti la sfera sensomotoria. Questo
tipo di gioco si chiama esplorativo o non simbolico perché
consente di raccogliere informazioni sugli oggetti e sulle loro qualità
percettive. Man mano il bambino mette in atto comportamenti più avanzati
manipolando parti di oggetti o giustapponendo due o più oggetti per osservare
la relazione.
Durante il secondo
anno di vita le azioni di gioco diventano ancora più complesse coinvolgendo
oggetti che a loro volta possono diventare altri oggetti, come un cubo che
diventa una torre. Il gioco diventa così simbolico o di
rappresentazione, perché costituisce un mezzo per mettere in atto delle
scene simboliche. Secondo la teoria di Piaget il gioco segue uno
sviluppo sequenziale ordinale, l’azione e l’esplorazione sono alla base
della conoscenza e il gioco simbolico passa da una modalità che coinvolge solo
se stesso, come far finta di dormire, a un gioco che coinvolge gli oggetti,
come far finta che la bambola mangi.
Lo sviluppo del gioco simbolico avviene
secondo cinque stadi di livello:
·
Gioco di passaggio: ossia un’approssimazione di
simbolizzazione, come portare il telefono all’orecchio senza parlare;
·
Gioco simbolico diretto a sé: come fingere di
dormire;
·
Gioco simbolico diretto ad altri: come abbracciare
la bambola;
·
Sequenza di giochi simbolici: come fare il
numero e telefonare;
·
Simbolizzazione sostitutiva: quando vengono
coinvolti uno o più oggetti sostitutivi, ad esempio usare il cubetto come
cornetta e parlare al telefono.
Nel corso del terzo anno di vita, le
capacità di mettere in atto delle azioni di gioco più complesse vengono
consolidate e messe in atto più frequentemente.
Inoltre, Vigotskij (1978) ha
concepito il gioco simbolico non più come un’attività solitaria che evidenzia
gli schemi del bambino che già possiede, ma come un’attività
formativa che avviene attraverso l’interazione tra il bambino e i
genitori (Smolucha, Smolucha, 1998). Perciò lo sviluppo del gioco nel
bambino avviene anche grazie all’interazione con l’adulto attraverso
l’interazione e rispondendo alle sue richieste. Egli ha enfatizzato il ruolo
dell’interazione per lo sviluppo cognitivo attraverso il concetto di zona
di sviluppo prossimale, che indica lo spazio che consente di innalzare il
livello di risoluzione dei problemi del bambino sotto la guida di un partner
più esperto come la madre, rispetto a una performance spontanea e libera se
fosse da solo. Quindi l’adulto svolge un ruolo di supporto
(scaffolding) per lo sviluppo del bambino fino a quando quest’ultimo
non ha appreso specifiche abilità che gli consentiranno di essere autonomo. Per
questa ragione il gioco consente al bambino di transitare nellazona di sviluppo
prossimale, mediante la quale si realizza una anticipazione dello sviluppo. L’apprendimento
è possibile attraverso relazioni significative che costituiscono una specie di
impalcatura, che sostiene il bambino, il quale costruisce attivamente lo
sviluppo di nuove competenze che vengono interiorizzate. Vygotskij attribuisce,
quindi, importanza all'interazione nel processo di apprendimento, che diventa
un elemento strutturante verso lo sviluppo e la crescita del bambino.
Fonte: dr.ssa A. Cornale davidealgeri.it
venerdì 12 luglio 2013
ARTE E PSICOLOGIA NEL SOGNO
I SEGRETI DI
MORFEO
Si è svolto ieri sera, 11 luglio, l’evento “I Segreti di
Morfeo”. Arte, musica,
cultura e psicologia hanno
incontrato il pubblico del ristorante Maccherone di
Pescara per comunicare pensieri, poesie e significati del
Sogno.
L’artista Giuseppe
Calì ha rievocato scritti e poesie che
parlano del sogno, la dott.ssa Ivana Siena
ne ha descritto l’importanza come mezzo per conoscere se stessi, il tutto
accompagnato da un sottofondo musicale a cura di Maria Flavia De Carolis.
sabato 29 giugno 2013
FOTOTERAPIA
La vita segreta degli scatti personali e delle foto di famiglia
Ogni foto che una persona scatta o conserva è anche un tipo di
autoritratto, un tipo di "specchio con memoria" che riflette quei momenti e
quelle persone che sono state così speciali da essere fissate per sempre nel tempo. Considerate collettivamente,
queste foto rendono visibile il flusso delle storie della vita di quelle persone e servono come
impronte visive che segnano dove loro sono state (emotivamente, come pure fisicamente) e forse
segnalano dove probabilmente si dirigono. Perfino le reazioni delle persone verso cartoline, foto
di riviste e le foto scattate da altri possono fornire chiavi rivelatrici della loro vita interiore e dei
loro segreti.
Il vero significato di una foto qualsiasi si trova meno nei suoi
aspetti visivi che nellʼevocazione che i dettagli suscitano nella mente (e nel cuore) di ogni
osservatore. Mentre si guarda una foto, una persona in realtà crea spontaneamente il significato che
ritiene provenire dalla foto stessa, e questo significato può essere diverso da quello che il fotografo
intendeva trasmettere. Perciò, il significato (e il linguaggio emotivo) di una foto dipende
piuttosto da chi lʼosserva, perché la percezione individuale e lʼesperienza di vita di ognuno
incorniciano e definiscono quello che si "vede" come reale. Quindi, le reazioni verso una
fotografia che una persona considera speciale possono in realtà rivelare molto su se stessa, se vengono fatte le
domande adeguate.
Come lo psicoterapeuta usa le foto per aiutare a guarire le
persone la maggior parte delle persone conserva le fotografie senza mai
soffermarsi per chiedersi il perché. Ma, proprio perché le foto personali registrano per sempre
momenti importanti del quotidiano (e le emozioni inconscie associate a questi momenti),
possono servire come ponti naturali per accedere, esplorare e comunicare sentimenti e ricordi
(inclusi quelli profondamente
sotterrati o da molto tempo dimenticati), insieme alle tematiche
psicoterapeutiche che questi ricordi e sentimenti portano alla luce. Gli psicoterapeuti trovano che le
foto dei loro pazienti funzionano
spesso come costruzioni simboliche e oggetti di metafora
transazionali che offrono silenziosi "insight" del mondo interiore in una maniera che le
parole da sole non potrebbero mai rappresentare o decodificare.
Sotto la guida di uno psicoterapeuta che conosca le tecniche di
fototerapia, i pazienti esplorano i significati delle loro foto e i loro album di famiglia
a livello emotivo oltre al loro significato visivo. Queste informazioni rimangono latenti in tutte
le foto personali dei pazienti, ma quando queste foto vengono utilizzate per stimolare il dialogo
terapeutico, si crea una connessione meno censurata con lʼinconscio.
Durante le sessioni di fototerapia le foto non vengono soltanto
utilizzate per essere
contemplate in una riflessione silenziosa, ma al contrario vengono
create attivamente -- si posa
per le foto, si parla alle foto, si ascoltano le foto -- vengono
utilizzate per illustrare nuove narrative,
nuovi ruoli, per visualizzare di nuovo nella memoria o nellʼimmaginazione, e
vengono integrate nelle espressioni di Arteterapia, o addirittura per creare
dialoghi tra le foto stesse.
Quali sono le tecniche applicate nella Fototerapia?
Fare delle foto o portarle con sé nelle sessioni di psicoterapia è
soltanto lʼinizio. Una volta che le foto vengono osservate, il passo seguente consiste nellʼattivare tutto
quello che queste foto fanno venire in mente (esplorando i suoi messaggi visivi,
iniziando a dialogarci, facendo delle domande, prendendo in considerazione i risultati di cambiamenti
immaginari o di altri possibili punti di vista e così via). Quello che per i fotografi è normalmente il
punto di arrivo (ossia la foto finita, stampata) non è che il punto di partenza per gli obiettivi della
Fototerapia...
Il compito principale del terapeuta è quello di incoraggiare e di
fornire sostegno al paziente nel percorso di scoperta personale mentre esplora e interagisce con le
sue foto e le foto di famiglia che vengono osservate, scattate, raccolte (per esempio cartoline,
foto di riviste, biglietti dʼauguri, e così via), ricordate, attivamente ricostruite o soltanto
immaginate.
Perciò, ognuna delle cinque tecniche di Fototerapia viene abbinata
ai seguenti cinque tipi di fotografie che poi vengono spesso utilizzate in varie combinazioni
lʼuna con lʼaltra, come pure in associazione con tecniche di Arteterapia e altre terapie creative:
Foto scattate o create dal paziente (sia quelle in cui il paziente crea effettivamente lʼimmagine utilizzando una macchina fotografica, o semplicemente
"appropriandosi" di immagini create da altri, raccogliendole da riviste, cartoline, internet,
manipolazioni digitali e così via);
Foto scattate al paziente da altre persone (sia quelle per cui ha posato volutamente che quelle catturate spontaneamente a sua insaputa);
Autoritratti, ossia qualsiasi foto che i pazienti fanno a se
stessi, sia letteralmente che metaforicamente (in ogni caso,
queste sono foto in cui i pazienti esercitano un controllo totale su tutti gli aspetti della creazione dellʼimmagine);
Album di famiglia o altre collezioni di foto biografiche (sia quelle della famiglia biologica che quelle della famiglia di adozione; sia che le foto siano state raccolte
formalmente in un album o semplicemente tenute sparse, appiccicate sul muro o sulla porta
del frigorifero, dentro il portafoglio, incorniciate sulla scrivania, sullo schermo del
monitor o nei siti web familiari, e così via);
...E infine,
"Foto-proiezioni", la tecnica utilizza il meccanismo (fenomenologico) secondo
cui il significato di qualsiasi foto è in primo luogo creato dallʼosservatore durante
il processo di percezione dellʼimmagine. Lʼatto di guardare qualsiasi immagine fotografica produce delle
percezioni e reazioni che vengono proiettate dal mondo interiore della persona
sulla realtà e che determina così il senso che viene dato a ciò che si vede. Perciò questa tecnica
non si basa su un tipo specifico di foto ma piuttosto sullʼinterfaccia meno tangibile tra una
foto e il suo osservatore o creatore, lo "spazio" in cui ogni persona forma le proprie originali
risposte a ciò che vede.
Centro di Psicoterapia Familiare
IMPARIAMO DAI FILM
LE PAGINE DELLA NOSTRA VITA
IL PRIMO INCONTRO
AMICIZIA
INNAMORAMENTO
LA FAMIGLIA D'ORIGINE
SCEGLIERSI...
IMPEGNO, INTIMITA’, PASSIONE
LA TERZA ETA'
La scena iniziale è ambientata in una
casa di riposo: un uomo, ormai anziano, legge le pagine di un diario ad
un'anziana donna affetta dal morbo di Alzheimer. L'unica cosa che la donna non
dimentica mai è un pezzo di Chopin, che suona sempre al pianoforte.
Allie
è una ragazza che nutre una gran passione per la pittura e per la musica. In un
giorno di inizio estate, a una festa, conosce Noah, un ragazzo della sua stessa
età, un operaio che vive in campagna con suo padre.
L'amore
tra i due giovani scatta immediatamente; dovranno, però, dirsi addio perché il
rapporto non è ben visto dalla famiglia della ragazza. Noah scrive ogni giorno
una lettera ad Allie, sperando che le possa leggere. Non ricevendo delle
risposte, pensa di essere stato solo una cotta estiva. Allie, purtroppo, non è
al corrente del contenuto delle numerose lettere, in quanto la madre, contraria
alla storia d'amore dei due, le nasconde per anni.
Con
lo scoppio della seconda guerra mondiale Noah parte come soldato ed Allie
diventa infermiera e conosce un altro uomo, Lon, che si innamora di lei e le
chiede di sposarlo. Una volta a casa, Noah decide di ristrutturare la casa in
cui aveva vissuto dei momenti importanti con Allie, dedicandosi ai particolari
che lei desiderava. Allie scopre tutto, le vengono riconsegnate le lettere
dalla madre e decide di andare da Noah per chiarirsi una volta per tutte.
L'anziana
donna in un momento di lucidità ricorda tutto: l'uomo anziano che le legge le
pagine del diario è proprio Noah, suo marito, che le è rimasto vicino lungo
tutto il percorso della malattia.
giovedì 27 giugno 2013
PERSUASIONE
"Tu farai quello che dico io"
La comunicazione con
le parole è la caratteristica fondamentale che ci rende esseri umani e ci
distingue dagli animali. Attraverso il linguaggio, verbale e non verbale,
riusciamo non solo a far comprendere o comunicare i nostri stati d’animo, le
nostre esigenze e necessità, ma possiamo anche modificare l’atteggiamento e il
comportamento dei nostri interlocutori. Esiste infatti una capacità psicologica
umana, chiamata persuasione, che aiuta alcune persone a convincerne altre rispetto
agli argomenti più vari. La persuasione si distingue da altre tecniche di
convincimento poiché prevede il solo utilizzo di parole e linguaggio del corpo.
Essa, infatti, può risultare utile in diverse occasioni, non solo a lavoro: le
persone che sanno sfruttare al meglio questa capacità sono quelle che la utilizzano
per raggiungere i propri obiettivi e per rendere più comprensibile un
determinato argomento. La persuasione, però, viene spesso utilizzata anche in
maniera negativa, soprattutto nella comunicazione pubblicitaria e in quella
politica. Per questo motivo è importante cercare di capire e conoscere le
tecniche di persuasione per comprendere qual è l’effetto su di noi e quali
fattori psicologici usa. Uno dei massimi esperti mondiali delle tecniche di
persuasione è l’americano Robert Cialdini,
psicologo e docente di Marketing presso l’Arizona State University. Dai suoi
studi si è evidenziato come una richiesta può essere respinta o accettata, a
seconda di come venga formulata, e che alla base dell’accettazione e delle
numerose tattiche usate ogni giorno dai persuasori per ottenere un risultato
positivo ci sono sei schemi fondamentali: le sei leve della persuasione. Si
tratta di semplici strategie cognitive fondamentali, da utilizzare nella
comunicazione interpersonale per modificare l’atteggiamento e soprattutto il
comportamento dei propri interlocutori:
1. coerenza: essere o anche solo sembrare coerenti trasmette una sensazione
di affidabilità e sicurezza che induce gli altri a fidarsi;
2.
reciprocità: sentirsi obbligati a contraccambiare i favori;
3.
riprova sociale: in ogni situazione di incertezza, ritenere valide le scelte
compiute da un elevato numero di persone (fenomeno psicologico-sociale, questo,
alla base della diffusione delle mode);
4.
autorità: le opinioni e le posizione espresse da una persona di rilievo
sono ritenute valide;
5.
simpatia: costruire un legame di simpatia, reale o presunto, poiché
abbiamo una tendenza a dire sì alle persone che ci piacciono;
6.
scarsità: attribuire valore alle cose che sono difficili da reperire,
perché tendiamo a ottimizzare le risorse poco disponibili.
Sara D'Aristotile
mercoledì 26 giugno 2013
CENTRO di PSICOTERAPIA FAMILIARE dott.ssa IVANA SIENA: GENITORI IN ATTESA
CENTRO di PSICOTERAPIA FAMILIARE dott.ssa IVANA SIENA: GENITORI IN ATTESA: Fasi psicologiche della gravidanza A livello fisiologico i nove mesi di gestazione sono un tempo preparatorio sia perché l'...
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