sabato 10 settembre 2016

LA FAMIGLIA, IL PIACERE



La casa in cui predomina il principio del piacere, al contrario di quella in cui tutto viene regolato dal potere, è abitata da bambini sicuri di sé stessi, consapevoli della differenza tra verità e inganno e in grado di cooperare per favorire il piacere e la gioia.
Ciò non vuol dire che questi bambini non mentano a volte…               Per mantenere la fiducia e l’affetto che tengono unita la famiglia, le regole devono essere poche e devono mirare a favorire il piacere di tutti i suoi membri. L’uso delle punizioni e del potere e sono una chiara manifestazione dell’indebolimento della fiducia e dell’affetto e della diminuzione della cooperazione e del reciproco piacere. La menzogna non dovrebbe essere punita perché è lampante indicazione del bisogno di accrescere la fiducia.
A. Lowen
Il Piacere, pg 109




venerdì 2 settembre 2016

ECCO ALCUNE COSE CHE HO IMPARATO DALLA VITA

Voglio condividere con voi delle parole che mi hanno colpito tantissimo, anche perché sono state pronunciate e recitate dalle mie ragazze. Racchiudono buona parte dei principi che ho tentato di infondere loro nel mio lavoro di tutoraggio e rappresentano una conferma di ciò che pensavo, ossia che ogni persona che prova con timore a guardarsi dentro tira fuori qualcosa di meraviglioso, anche se può far male.
Un gran bel gruppo Marzo/Novembre 2016!
Buon lavoro a Luisana Di Martino, a Chiara Giaquinta, ad Alessandra Errichiello, a Francesca Cappabianca, ad Alessandra Di Domenico, a Caterina Cappa e grazie per quello che mi avete insegnato...     
                                                                                                              Ivana 




Ecco alcune delle cose che ho imparato nella vita: 
Che non importa quanto sia buona una persona, ogni tanto ti ferirà. E per questo, bisognerà che tu la perdoni. 



Che ci vogliono anni per costruire la fiducia e solo pochi secondi per distruggerla. 



Che non dobbiamo cambiare amici, se comprendiamo che gli amici cambiano. 



Che le circostanze e l'ambiente hanno influenza su di noi, ma noi siamo responsabili di noi stessi. 



Che, o sarai tu a controllare i tuoi atti, o essi controlleranno te. 



Ho imparato che gli eroi sono persone che hanno fatto ciò che era necessario fare, affrontandone le conseguenze. 



Che la pazienza richiede molta pratica. 



Che ci sono persone che ci amano, ma che semplicemente non sanno come dimostrarlo. 



Che a volte, la persona che tu pensi ti sferrerà il colpo mortale quando cadrai, è invece una di quelle poche che ti aiuteranno a rialzarti.



Che solo perché qualcuno non ti ama come tu vorresti, non significa che non ti ami con tutto se stesso. 



Che non si deve mai dire a un bambino che i sogni sono sciocchezze: sarebbe una tragedia se lo credesse. 



Che non sempre è sufficiente essere perdonato da qualcuno. Nella maggior parte dei casi sei tu a dover perdonare te stesso. 



Che non importa in quanti pezzi il tuo cuore si è spezzato; il mondo non si ferma, aspettando che tu lo ripari. 



Forse Dio vuole che incontriamo un po' di gente sbagliata prima di incontrare quella giusta, così quando finalmente la incontriamo, sapremo come essere riconoscenti per quel regalo. 
Quando la porta della felicità si chiude, un'altra si apre, ma tante volte guardiamo così a lungo a quella chiusa, che non vediamo quella che è stata aperta per noi. 



La miglior specie d'amico è quel tipo con cui puoi stare seduto in un portico e camminarci insieme, senza dire una parola, e quando vai via senti come se è stata la miglior conversazione mai avuta. 



È vero che non conosciamo ciò che abbiamo prima di perderlo, ma è anche vero che non sappiamo ciò che ci è mancato prima che arrivi. 



Ci vuole solo un minuto per offendere qualcuno, un'ora per piacergli, e un giorno per amarlo, ma ci vuole una vita per dimenticarlo. 



Non cercare le apparenze; possono ingannare. 



Non cercare la salute, anche quella può affievolirsi. 



Cerca qualcuno che ti faccia sorridere perché ci vuole solo un sorriso per far sembrare brillante una giornataccia. 



Trova quello che fa sorridere il tuo cuore. 



Ci sono momenti nella vita in cui qualcuno ti manca così tanto che vorresti proprio tirarlo fuori dai tuoi sogni per abbracciarlo davvero!



Sogna ciò che ti va; vai dove vuoi; sii ciò che vuoi essere, perché hai solo una vita e una possibilità di fare le cose che vuoi fare. 


Paulo Coelho

giovedì 1 settembre 2016

L'ESSENZIALE E' COMUNICARE

COMUNICARE… un’abilità essenziale, senza dubbio una delle competenze che caratterizza l’essere umano, presente già dai primissimi anni di vita e che diventa via via sempre più importante e necessaria. Permette lo scambio di pensieri, la risoluzione dei problemi,  l’acquisizione di nuove visioni o idee. Oltre a questo, una buona comunicazione permette la creazione di una rete sociale e un funzionamento ottimale delle nostre relazioni, elemento imprescindibile della vita di tutti i giorni.

Tuttavia, vediamo come non sempre e non per tutti sia così semplice comunicare, con conseguente, e a volte incomprensibile, frustrazione, incapacità di risolvere i problemi, in altre parole sofferenza.
C’è un termine, poco conosciuto e spesso mal interpretato, che indica proprio questa abilità comunicativa che sembra mancare sempre di più al giorno d’oggi: ASSERTIVITA’. Questa parola, che a prima impressione comunica qualcosa di imposto, negativo, autoritario, invece definisce proprio la capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e opinioni, di ascoltare il punto di vista dell’interlocutore e sentirsi libero di esprimere il proprio parere, nel rispetto di sé e dell’altro. È quindi la capacità di comunicare in maniera adeguata in ogni contesto relazionale in cui ci si trova ad interagire. 
La persona assertiva è quella che ha trovato un punto di equilibrio fra un comportamento aggressivo e uno passivo, fra un atteggiamento svalutante tipico di chi vuole avere sempre ragione e che è irremovibile rispetto alle proprie posizioni e, dall’altro lato, l’atteggiamento di una persona incapace di esprimere i propri pensieri e sentimenti, che ha difficoltà a prendere decisioni, che si considera inferiore rispetto agli altri e per questo dipende dal giudizio altrui. Indubbiamente, l’assertività è, fra le tre, la posizione preferibile per l’uomo in quanto ha tutta una serie di conseguenze positive: fa star bene con se stessi, rafforza l’autostima, migliora la qualità delle proprie relazioni. È indubbio quindi che una buona capacità di comunicare sia una condizione imprescindibile per il benessere proprio e delle proprie relazioni sociali. Nonostante ciò, comunicare bene risulta sempre più difficile. E nell’affermare ciò non possiamo non tener conto della società di oggi, in cui cresciamo e viviamo: una società basata sulla competitività, sull’incessante lotta per il raggiungimento di obiettivi per lo più lavorativi, di successo, materiali. In una società come questa siamo inevitabilmente portati a dare più spazio alla testa che al cuore, a mettere in un angolo sentimenti ed emozioni, ritenuti scomodi e ingombranti, pensando così di migliorare la nostra vita, sempre in accordo con la società materialistica sopra citata, non rendendoci invece conto di quale effetto negativo questo abbia sul nostro benessere. La testa è la sede privilegiata di paure e ansie, delle insicurezze legate a se stessi e al proprio valore, personale e professionale.

Comunicare in uno stato di ansia o paura porta ad approcciarsi alle situazioni secondo una schema di vincere o perdere e quindi squalificando automaticamente l’interlocutore, attribuendogli inconsciamente il ruolo di perdente. È ovvio che con questi presupposti non potremo mai avviare una relazione buona e reciprocamente gratificante. La soluzione,invece, sta nel riuscire a comunicare dal cuore e con il cuore per riuscire ad arrivare al cuore dell’altro, dando così il giusto spazio alle emozioni e a creare un dialogo vero e completo, che tenga conto di sentimenti quali fiducia, tolleranza e rispetto, fondamentali per una relazione.  Quindi ancora una volta vediamo sottolineata l’importanza di sentimenti ed emozioni, canali di comunicazione e contatto fra i più usati dagli antichi, ma che con l’avvento dei tempi moderni e delle nuove regole sociali si è andato via via perdendo fino ad arrivare a credere che le emozioni vadano “controllate o addirittura evitate”.
Non siamo quindi capaci di comunicare in questo modo perché non veniamo educati a farlo! E quanto è grave e pericolosa questa cosa! Innanzitutto perché attraverso le emozioni noi contattiamo e comunichiamo con la parte più profonda delle persone e quindi tramite esse possiamo sia sentire la vicinanza all’altro, in quanto le emozioni di base sono le stesse per tutti, sia conoscere l’unicità di ciò che quella determinata persona prova in quella determinata situazione. Inoltre, è fondamentale rendersi conto che non è possibile impedire l’espressione di un’emozione poiché essa troverà, in un modo o nell’altro, un canale d’uscita. Se non viene liberata nel modo giusto, essa si manifesterà in maniera negativa attraverso comportamenti distruttivi, malattie psicosomatiche, insomma con sofferenza. È importante quindi che si educhi l‘individuo, sin da piccolo, alla libera espressione del pensiero e delle emozioni e quindi ad un modo di comportarsi naturale, libero e spontaneo.
Oltre a questa mancata educazione, altri possono essere i motivi per cui facciamo fatica a dire cosa pensiamo. Innanzitutto c’è la convinzione, sbagliata, che provare sentimenti, soprattutto negativi, sia segno di debolezza e per questo nascondiamo quello che proviamo portando avanti un pensiero irrazionale, in quanto non esiste nessun essere umano perfetto che non abbia mai sofferto. È sufficiente avere il coraggio di riconoscerlo. Molto spesso invece non si mostrano i propri sentimenti per paura di essere rifiutati.

È importante però capire che non essere corrisposti non è una cosa negativa, in quanto non ha a che fare col valore della propria persona e che è meglio esser respinti per aver mostrato opinioni e sentimenti propri che non averlo fatto per accontentare l’altro: si rischia così essere accettati per qualcosa che non si è. Capita anche, soprattutto nelle relazioni intime, che l’individuo non esprima i propri pensieri perché convinto che le persone attorno a sè debbano sapere sempre cosa pensiamo e proviamo, convinzione ovviamente irrealistica perché, per quanto intimi, nessuno può avere una conoscenza tale dei nostri sentimenti e pensieri.
Un altro motivo ricorrente è il timore di innescare discussioni: non esprimiamo le nostre opinioni per timore di far arrabbiare o soffrire gli altri, atteggiamento questo che rivela una bassa autostima in quanto non ci si reputa in grado di affrontare una discussione accesa e soprattutto, così facendo, diamo più peso agli altri che a noi stessi, e questo ci fa male. Altra conseguenza della bassa autostima è la convinzione di non aver diritto ad esprimere sentimenti e opinioni poiché si pensa che questi non abbiano alcuna importanza per gli altri. O ancora, si crede che dire quello che pensiamo non abbia alcuna utilità in quanto non ci sia comunque “nulla da fare”: si vive dunque nel pessimismo, che porta la persona a non impegnarsi più in nulla, annegando in una condizione di malessere e tristezza. È importante quindi ricordarsi che ogni essere umano ha un valore che non deve mai dimenticare e mettere in dubbio, anzi! Esso va coltivato e tirato fuori, attraverso quelle parole e quei sentimenti che se soffocati rischiano di soffocarci.
Concludo con le parole di Battista Angelo, che credo riassumano perfettamente il senso di questo articolo:
“Quando avrò imparato a conoscermi e a comunicare con intelligenza emotiva, sarò veramente padrone dei miei pensieri, delle mie emozioni, delle mie scelte, del mio comportamento e della mia vita.
Sarò in grado di riconoscere e accettare i miei limiti e i miei punti di forza insieme alla mia energia vitale, che mi renderà capace di pensare rapidamente e di agire con calma senza inutile ansia e tensioni, perché sentirò il mio corpo leggero e rilassato e la mia mente serena, lucida e scattante.
Questa profonda consapevolezza mi darà la forza e il coraggio di credere in me e di andare avanti, di amare la vita e di sentirmi veramente libero, in pace con me stesso e in piena armonia con l'universo.
So che questo è possibile, può accadere già oggi… semplicemente perché lo voglio!”

Dott.ssa Alessandra Di Domenico

Laureata in Psicologia e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara

sabato 13 agosto 2016

L'INCAPACITA' DI PRENDERE DECISIONI

«Pochi uomini in generale hanno fede in
se stessi, e di questi pochi gli uni ricevono la fiducia in
sorte come utile cecità o come parziale ottenebramento
del loro spirito (che cosa scorgerebbero se potessero
vedere se stessi fino in fondo!); gli altri se la devono prima
di tutto conquistare; tutto quello che essi fanno di
buono, di valente, di grande è in primo luogo un argomento
contro lo scettico che dimora in essi: si tratta di
convincere o di persuadere costui, e per questo occorre
quasi del genio».
Friedrich Nietzsche




Decidere, soprattutto in momenti importanti della vita, non è semplice.

A chi non è capitato di tentennare nel prendere una decisione, o di rimandarla?
Addirittura ci sono persone che si trascinano decisioni continuando a procrastinarle per lunghi anni.
Ma cosa si nasconde dietro l' incapacità di decidere?
Sono molti gli aspetti da considerare: c’è la paura di sbagliare, la paura di agire, la paura del fallimento, il temere il giudizio degli altri.
Così capita di rimandare decisioni, nella speranza che le cose si risolvano da sole.
Nel frattempo, però, tutto questo tempo passato a rimuginare sul da farsi ha un solo effetto: quello di tenerci paralizzati mentre il mondo continua a girare. È un’incapacità che può limitare tanto la nostra vita.
La paura di sbagliare è forse la più ricorrente tra le tipologie di timore di fronte al rischio di una decisione: quanto più questa è cruciale, tanto più l’esitazione si fa pressante fino a diventare paralizzante.
La paura di non essere all’altezza di assumersi la responsabilità di decidere è sicuramente una delle forme più frequenti di timore di fronte a scelte importanti. Come appare immediatamente chiaro, ciò ha molto a che fare con l’autostima, ovvero con quanto ci riteniamo capaci di valutare al meglio le cose e quanto ci sentiamo in grado di sostenere il peso delle decisioni assunte e dei loro effetti. Pertanto, in questo caso, la lotta sembra tutta tra il sé e il sé. I fattori esterni invece, sono un corollario determinante.
Come si impara a scegliere, a decidere?

In primo luogo, facendolo. Compiere scelte è un’arte che richiede esercizio, come le arti marziali, la volontà e praticamente tutte le capacità interiori di noi esseri umani. E la palestra migliore è la vita di tutti i giorni.
I modelli sociali e familiari protettivi inducono all’evitamento delle responsabilità personali e alla loro crescente delega: più una società garantisce agiatezza ai suoi membri, più questi si adagiano sulla delega delle decisioni. «Le abitudini ci asserviscono dolcemente», e lo fanno quanto più sono comode: la comodità di delegare l’onere delle responsabilità ad altri e di rifuggire dal timore di dover decidere è diventata un costume sociale oltre che una propensione individuale.
Tuttavia, purtroppo e per fortuna, anche la più agiata delle esistenze, prima o poi, obbliga a compiere scelte e ad assumere decisioni: chi non si dimostra all’altezza va in crisi o soccombe sotto un peso insostenibile.
Appare chiaro che se la persona si trova costantemente a combattere contro le svalutazioni del suo persecutore interno, quando dovrà operare scelte, i dubbi si faranno più atroci e la lotta interiore ancora più estenuante.
Hai mai provato a pensare che forse la tua difficoltà nel prendere decisioni può legarsi a molteplici situazioni e relazioni impostate in passato? Che può essere dovuta ad una tua posizione di "passività" rispetto a qualcuno (forse i tuoi genitori?)che tu vivi come più competente, più capace e più "dominante", in confronto al quale forse non ti senti all'altezza?
Un sostegno psicoterapeutico può certamente aiutare a svelare e comprendere queste cause e quindi a trasformarle.

Gli indecisi devono rendersi consapevoli che decidere è comunque inevitabile. Perché anche il non decidere è di per sé prendere comunque una decisione, forse la peggiore fra tutte. Gli indecisi dovrebbero imparare a mettersi in gioco e a sviluppare il coraggio di rischiare, anche commettendo degli errori. Gli errori spesso si rivelano produttivi in quanto fonte di esperienza. Come dice il detto “sbagliando si impara”. Certo, la scelta perfetta non esiste, ma in fin dei conti, anche se sbagliamo, non casca il mondo!
Dott.ssa Caterina Cappa
Laureta in Psicologia e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara  

giovedì 11 agosto 2016

COME FAR DURARE UNA COPPIA

Non sappiamo mai cosa accade veramente tra due persone. Dietro la facciata, dietro le apparenze, c’è un meccanismo delicatissimo. Ogni coppia ha la sua alchimia. Per molto tempo abbiamo creduto che la ragione di tutto questo fosse semplicemente l’amore. 


Oggi, però, si comincia a mettere in dubbio questa onnipotenza della passione.
Pensiamo davvero che l’amore da solo basti per formare e fare durare la coppia. È proprio così?
La vita di coppia non è qualcosa che va avanti solo perché due persone si amano. Lo slancio amoroso che presiede l’incontro è spontaneo, la durata è da inventare, da costruire. In altri termini: l’amore romantico è destinato a scemare o a scomparire, l’amore di coppia può invece crescere nel tempo.
Per mantenere l’amore nel tempo, occorre saper accettare l’irriducibile diversità dell’altro.
È diffusa l’illusione che esista un sentimento d’amore senza condizioni, ma l’amore romantico è un congegno estremamente complesso, delicato e pericoloso. Esso si nutre di proiezioni e di illusioni, di forti idealizzazioni e dunque rischia continuamente di creare frustrazioni e cortocircuiti distruttivi.
In altre parole, l’amore romantico tende ad annullare le differenze tra i partner, invece di elaborarle nel reciproco adattamento; tende a cristallizzare il rapporto in una dimensione immobile. Come se non si riuscisse ad accettare l’idea della trasformazione possibile di sé e dell’altro, attraverso il tempo.
Una coppia che vuole durare invece, deve trasformarsi continuamente. Un individuo deve anzitutto divenire cosciente del buono e del cattivo che esistono in lui e nel partner; della sua incapacità a soddisfare tutte le attese dell’altro. Occorre regolarmente ricordarsi perché si è scelta proprio quella persona, con quelle qualità, perché sono necessarie. È a partire da questa consapevolezza, dall’accettazione e dal controllo dell’ambivalenza all’interno di ogni relazione, che si può far crescere l’amore vero. Per scelta consapevole.




L’amore maturo è unione a condizione di preservare la propria integrità,
la propria individualità. L’amore è un potere attivo dell’uomo,
è lavorare per qualcosa, è far crescere qualcosa”.
Eric Fromm


Con queste parole di Eric Fromm ritroviamo la prospettiva costruttiva sull’amore. L’innamoramento è qualcosa che capita, improvvisamente, all’insaputa dello stesso interessato. L’amore è invece il frutto di un lavoro che implica consapevole investimento di risorse. Perché l’amore duri, occorre fare prova di volontà. Oggi, di fronte alle prime crisi, sembra manchi la volontà di impegnarsi per salvare il rapporto.
La crisi può invece, essere costruttiva: obbliga a dialogare con se stessi e con la persona che ci sta accanto, per capire che cosa c’è in se stessi che vuole distruggersi e che cosa vuole crescere. Io rimango unito all’altro non perché è come me in un legame fusionale, ma perché mi permette di cambiare. In questo modo, il legame si consolida attraversando continuamente territori nuovi e imprevisti.

Quindi, se pensate di amare davvero, lasciatevi andare ai cambiamenti! Lavorate su voi stessi per essere pronti a cambiare a contatto con l’altro.
L’amore per l’altro diventa, così, la più potente possibilità per l’Io di crescere. Ogni coppia, può divenire il laboratorio dove ciascun partner, giorno dopo giorno, ha la possibilità di fare evolvere l’amore, di trasformarlo, di inventarlo. E questo lavoro permetterà di scoprire che è veramente più semplice vivere amando, che senza amore!


Dott.ssa Caterina Cappa
Laureata in Psicologia e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara



sabato 16 luglio 2016

LE 5 PERSONALITA’ PHILOFOBICHE…COME POSSIAMO RICONOSCERLE?

Secondo alcuni autori una conseguenza comune della Philofobia è l'anoressia sentimentale dal suffisso privativo greco "an" e dal verbo greco "orao": mancanza di desiderio, in questo caso sia sentimentale che sessuale.



Ma chi è l’anoressico affettivo?
Può essere una persona in apparenza socievole, amante della buona compagnia e dei divertimenti, ma allo stesso tempo un individuo solitario. La struttura di personalità che lo caratterizza è autarchica, ossia una persona chiusa in se stessa, regolata da stili di vita tanto indipendenti e conflittuali da non consentire la nascita e la persistenza di legami.

Ecco le 5 personalità philofobiche….

1.    Anoressico Ascetico
Si tratta di un individuo fondamentalmente solitario, poco incline alle relazioni in genere, spesso è una persona timida con tratti infantili. Presenta una normale rete sociale, spesso anche fitta, ma che pur al suo interno resta priva di contatti profondi e duraturi (sia in amicizia che in amore).

2.    Single Discontinuo
Questi individui prediligono relazioni brevi e fugaci, con il solo obiettivo di soddisfare la bramosia fisica e di fare esperienza. Una volta raggiunto il loro scopo essi si ritraggono nella loro abituale solitudine, caratterizzata da ipercriticità, noia, disgusto e la sensazione di uno scampato pericolo.

3.    Anoressico Conflittuale
Individui che inizialmente entrano nei rapporti con forti idealizzazioni, con stati di esaltazione che simulano l’innamoramento, ma presto riesce a trasformare il rapporto in un inferno. I sentimenti che prevalgono sono:
Ø Gelosia Morbosa E Strumentale
Ø Perpetua Insoddisfazione
Ø Invidia
Ø Critica
Ø Competizione

4.    Anoressico Parassitario
Sono individui che si nutrono delle vite altrui, spinti da un’invidia nei confronti di coloro che sono in grado di vivere l’amore. Il vero oggetto delle loro pulsioni erotiche e aggressive è il legame stesso; infatti ottenuto l’amore del partner si stancano del loro «giocattolo» e l’abbandonano il partner.

5.    Manipolatore Narcisista
Queste persone godono nel controllare la sua preda non perché la amano e ne sono gelosi, ma perché il controllo è per loro la forma perfetta di dominio. Così facendo, il manipolatore, acquisisce con il maltrattamento della sua preda il “diritto” di umiliare e denigrare costantemente i sentimenti di unione, allo stesso tempo difende se stesso dai sentimenti d’amore, da cui è terrorizzato e che è incapace di provare.


Dott.ssa Luisana Di Martino
Dott.ssa Chiara Giaquinta


Laureate in Psicologia e tirocinanti presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara

venerdì 15 luglio 2016

PAURA DI AMARE? COME RICONOSCERE LE PERSONE CHE SCAPPANO DALLE RELAZIONI SENTIMENTALI

Il termine Philofobia deriva del greco Philos= amore e Fobia = paura, questa parola viene infatti usata per definire la paura persistente e anormale di amare qualcuno. 


Che sentimenti prova il Philofobico?
Chi vive questa condizione ha il timore costante che l'innamoramento corrisponda a sofferenza e che prima o poi verrà ferito. Provano angoscia nel sentirsi attratti da altri, paura di aprirsi e di dipendere, rabbia per essersi lasciati intrappolare e invidia nei confronti di chi riesce a vivere i sentimenti di coppia.

Possiamo definire la Philofobia come una fobia specifica?
Sicuramente si; essa infatti possiede tutte le caratteristiche di una fobia specifica, quali paura marcata ed eccessiva della situazione temuta con una conseguente risposta ansiosa e immediata allo stimolo.
La persona percepisce l’innamoramento come una minaccia e deve quindi starne alla larga evitando tutte le situazioni che la tengono in contatto con la situazione temuta.

Dal punto di vista fisico…
Presenta dei segnali che la contraddistinguono, i soggetti affetti infatti possono presentare:
Ø Agitazione
Ø Nervosismo
Ø Tachicardia
Ø Nausea
Ø Sudorazione Eccessiva
Ø Senso Di Soffocamento
Ø Sensazione Di Vertigine
Ø Tremori
Ø Mal Di Testa
Ø Disturbi Gastrici
Ø Attacchi Di Panico

Dal punto di vista psicologico
Presentano desiderio di fuga e isolamento, senso di vergogna ingiustificato e paura di sentirsi giudicati o manipolati.

Associazione con altre fobie sociali
Ø Agorafobia: paura o grave disagio che un soggetto prova quando si ritrova in ambienti non familiari o in ampi spazi all’aperto temendo di non riuscire a controllare la situazione che lo porta a desiderare una via di fuga verso un posto più sicuro.
Ø Fobia Sociale: stato ansioso nel quale il contatto con gli altri è segnato dalla paura di essere mal giudicato o di comportarsi in maniera imbarazzante.
Risulta evidente come questa condizionare può nuocere significativamente la salute di chi ne soffre influendo negativamente sulla vita dell’individuo e di chi lo circonda.

Che comportamenti mettono in atto queste persone?
Quando sentono che c’è, con un’altra persona, attrazione, empatia, comunione di interessi o quando capiscono che stanno per innamorarsi presentano:
Ø Ghosting: tendenza del soggetto a sparire improvvisamente a causa della forte angoscia generata dal presentimento di un’intesa intima, profonda, sensuale. Come un fantasma, il philofobico si rende invisibile all’amore nonostante lo desideri: dirada gli incontri, cambia numero di telefono, rifiuta di comunicare col partner o addirittura di incontrarlo fino ad arrivare ad assumere comportamenti aggressivi che finiscono per allontanare l’altro.
Ø Ricerca continua di difetti nel proprio compagno
Ø Scelta di partner irraggiungibili
Ø Provocano continui litigi
Ø Si dedicano interamente alla carriera

Dott.ssa Alessandra Di Domenico
Dott.ssa Chiara Giaquinta


Laureate in Psicologia e tirocinanti presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara

venerdì 8 luglio 2016

RASSEGNARSI O ACCETTARE?


“Volere che la realtà sia diversa da quella che è, è come pretendere d’insegnare a un gatto ad abbaiare: puoi provare quanto vuoi, ma alla fine il gatto ti guarderà e ti dirà <miao>”. 

Con questo simpatico esempio Byron Katie ci fa riflettere su un punto fondamentale: volere che la realtà sia diversa da com’è è qualcosa di irrealizzabile. Eppure spessissimo pensiamo che determinate cose non dovrebbero essere come sono, che quell’amica non doveva comportarsi così, che il nostro datore di lavoro non doveva rimproverarci, che le nostre gambe dovrebbero essere più magre e toniche. Tanti “non dovrebbe essere così” che tentano di contrastare la realtà, di cambiare ciò che è, ma che hanno come unico risultato frustrazione, stress e sofferenza.



La soluzione sembra, quindi, smettere di opporsi. Tuttavia questa non resistenza ci fa sentire impotenti e passivi, rassegnati a una realtà che può tutto su di noi mentre noi non possiamo nulla su di lei. Ed è qui il punto focale di questo percorso: accettazione non è rassegnazione!  RASSEGNARSI è scegliere, più o meno consapevolmente, la strada della frustrazione, dell’impotenza, della tristezza, dello svuotamento, è accettare un fenomeno perché ci sentiamo incapaci di cambiarlo, ma questo implica anche che assumiamo una posizione passiva nella quale non siamo mai del tutto soddisfatti della scelta fatta.

Quello che possiamo fare è accettare la realtà e ACCETTARE, come suggerisce Romano Guardini, è osservare la realtà e predisporsi ad affrontarla, pronti a lottare per essa. È un atto di coraggio: implica che l’abbiamo compresa e condivisa, mentalmente ed emotivamente, e siamo pronti a viverla. Accettare le cose per ciò che sono, ma anche per ciò che non sono, con tutte le implicazioni che hanno per noi, ci da possibilità e libertà infinite: ci offre la capacità di vedere il mondo con occhi diversi, di avere un ruolo attivo nel processo, di passare dal ruolo di vittime a quello di protagonisti! E così abbiamo la possibilità e il potere di risolvere, migliorare, adattarci, rispettare e vedere il lato positivo della situazione. 


Rassegnarsi sarebbe sicuramente più semplice, meno faticoso, ma quanti danni farebbe? 
I rischi sono tanti: resteremmo sicuramente BLOCCATI di fronte a un muro che cerchiamo di abbattere, senza risultati se non una grande frustrazione, invece di cercare altre vie per aggirare quel muro e trovare nuove strade per andare avanti. 


Saremmo inevitabilmente INFELICI, perché la frustrazione del non riuscire a cambiare la situazione a nostro piacimento diverrebbe sempre più grande e apparentemente inevitabile, come un grande masso che ci costringiamo a trascinare, perché non sappiamo come lasciarlo andare. 
Infine questa grande frustrazione finirebbe per chiuderci gli occhi: totalmente CIECHI DI FRONTE ALLE NUOVE OPPORTUNITA’, rimarremmo inevitabilmente fermi nel passato.

Appare chiaro quindi che non è la situazione in sé a generare questa grande e dannosa frustrazione, bensì le nostre reazioni ad essa. Bene e male, negativo e positivo, in realtà si basano sui nostri punti di vista, su come scegliamo di reagire agli eventi. Quante volte siamo noi stessi a ingigantire una questione, a immaginare i peggiori esiti, a lasciarci prendere dalle emozioni negative, quando basterebbe cambiare prospettiva per renderle neutre e non più fonte di frustrazione. 

La vita ci mette continuamente di fronte a situazioni che non ci piacciono, ma noi abbiamo la possibilità di scegliere: essere vittime oppure prendere in mano le redini e cercare di trovare la soluzione più adatta a noi e al nostro obiettivo, continuare a tentare di abbattere il muro o sfruttarlo per continuare a percorrere la nostra strada. Impariamo ad abbracciare la vita con tutto quello che essa comporta, saremo sicuramente più felici.

Dott.ssa Alessandra Di Domenico


Laureata in Psicologia e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara