sabato 10 novembre 2012
lunedì 5 novembre 2012
C'E' CRISI
Il concetto
di crisi fa riferimento ad un punto decisivo di cambiamento. In campo
psicologico si intende un momento di sofferenza, di destabilizzazione rispetto
all’equilibrio precedentemente acquisito, che rappresenta un punto di svolta
decisivo e può evolversi in un miglioramento o in un peggioramento.
Paul
Claude Racamier (1985, p. 16) a questo proposito scrive “La nozione di crisi si pone tra il registro della normalità e della
patologia: attraversa nello stesso tempo il normale ed il patologico ed il suo
interesse sta nel fatto che si pone a cavallo tra questi due registri”.
L’accezione
positiva del termine vede la crisi come un momento cruciale del percorso
evolutivo dell’essere umano o di un sistema, che a partire da un “pericolo” può
mettere in campo le proprie risorse verso una nuova opportunità di cambiamento.
La crisi
si materializza laddove un certo pensiero, capacità di gestire le proprie
emozioni e modalità relazionale, diventano insufficienti a soddisfare le
aspettative fino a quel momento funzionali al benessere della vita quotidiana.
Ci sia avvia verso una trasformazione, vissuta come estranea però, pericolosa perché
protratta verso l’ignoto, in direzione di un modello di vita mai sperimentato,
ma inconsapevolmente ricercato.
Tale cambiamento fa paura pertanto la reazione
più consona e prevedibile, spesso è rappresentata da un maggiore attaccamento ai
vecchi modelli comportamentali che forniscono un’apparente sicurezza, ma che contemporaneamente
confermano la sofferenza e la necessità di un rinnovamento.
La manifestazione
di questo malessere non riconosciuto si esplica in molte tipologie di
comportamento, dalle continue liti familiari ed extrafamiliari, disadattamento
in campo lavorativo, uso e abuso di sostanze, crisi coniugali, senza contare
gli stati d’animo associati a questi momenti che rischiano una cronicizzazione se
non governati adeguatamente.
In questa
visione, in cui la crisi è considerata come un ostacolo alla crescita dell’individuo,
il riconoscimento ed il potenziamento delle proprie risorse personali e la
volontà di “sporcarsi le mani” mettendosi in gioco, rappresentano la condizione
maggiormente auspicabile per il superamento dei propri limiti e per l’utilizzo
di questi momenti di empasse come uno strumento funzionale al proprio Sé.
Questa
spiegazione della crisi tenta di abbattere lo stereotipo della Psicologia come
un intervento per estirpare i tratti patologici di un individuo o di un
sistema. Infatti se l’obiettivo generale è far emergere le risorse interiori,
sempre presenti ma spesso poco visibili, diventa chiaro che gli eventi critici
non sono espressione di patologia, ma creazione di nuove forme di
funzionamento. Il benessere auspicato è inteso quindi come capacità “reattiva”,
rispetto a fattori che hanno in sé il potenziale di indurre malessere. Pertanto un percorso psicologico non ha
l’obiettivo diretto ed irrazionale di porre in essere soluzioni immutabili e
certe, ma di scortare l’individuo nella direzione consona al ritrovamento del
suo benessere.
La
definizione di paziente, ove non ci siano problematiche psichiatriche riconosciute,
può essere quindi sostituito dal termine
ricercatore, collaboratore, mentre lo psicologo può essere investito della
funzione di accompagnatore di questo percorso di ricerca del reale significato
del malessere.
dott.ssa Ivana Siena
giovedì 25 ottobre 2012
Vi Presento...
CENTRO DI PSICOTERAPIA FAMILIARE
Il Centro di
Psicoterapia Familiare è uno spazio accogliente e contenitivo destinato a
individui e famiglie che vivono difficoltà legate alle diverse fasi del ciclo
di vita.
Il disagio psicologico espresso
viene letto attraverso la comprensione delle sue origini e l’analisi delle
dinamiche interpersonali che emergono nel sistema famiglia.
In quest’ottica le
difficoltà manifestate da uno dei membri di questo sistema esprimono
simbolicamente il conflitto interno che questo vive e acquisiscono una funzione
precisa solo se considerate all'interno del contesto familiare stesso.
Il processo terapeutico
diventa un contesto di incontro e di costruzione di una esperienza comune tra
famiglia e terapeuta il cui fine è la realizzazione di un campo emotivo in cui
si possano esprimere liberamente i propri vissuti.
Il programma di
intervento utilizza l’approccio Sistemico Relazionale che si basa sul
presupposto secondo cui le relazioni
interpersonali hanno una grande influenza sullo stato di benessere o malessere
sperimentato da un individuo in un particolare momento di vita.
Servizi
offerti:
Consulenza Psicologica
Un
intervento mirato su specifiche richieste quali difficoltà comunicative,
gestione dei figli, crisi relazionali, caratterizzato da un lasso di tempo
limitato in cui l’individuo, la coppia o l’intera famiglia possano rafforzare
le proprie risorse personali finalizzate alla risoluzione di tali difficoltà.
Psicoterapia
Familiare
In questo modello di
intervento è prevista la presenza di tutta la famiglia. Si utilizza questo
spazio anche quando a manifestare il problema è solo uno dei suoi membri che si
fa “portatore di un sintomo”, segnalando un disagio che spesso è allargato a
tutta la famiglia. Gli incontri sono quindicinali e prevedono la collaborazione
simultanea di due professionisti, uno dei quali segue l’incontro in
supervisione diretta assistendo alla seduta attraverso l’uso di telecamere.
Psicoterapia di Coppia
Il lavoro con la coppia
è volto a riconoscere il significato del disagio vissuto dai partner,
contestualizzandolo alla luce della fase del ciclo vitale in cui esso si
manifesta, delle regole di relazione della coppia, della storia personale dei
suoi membri e di quella delle loro famiglie d'origine. L’obiettivo è riportare l'equilibrio precario in cui si
trova la coppia ad uno più funzionale ad essa, facendo leva sulle
risorse e sulle potenzialità dei partner.
Mediazione familiare
Prevede
un percorso breve mirato ad affrontare le difficoltà legate alla separazione di
una coppia. L’obiettivo principale è rafforzare le capacità della coppia
genitoriale di trovare degli accordi
nel rispetto delle esigenze personali e dei figli. Il mediatore è un
Terzo nella coppia che permette ai suoi componenti di raggiungere un’intesa
reciproca e durevole su questioni che riguardano la gestione dei figli oltre
che sulla situazione economica .
Aree
di intervento:
Problematiche
relative a fasi critiche della vita (eventi traumatici, fobie, ansia, passaggi
evolutivi, ecc.) personali, di coppia o familiari;
Difficoltà di relazione
e di comunicazione all'interno della coppia e della famiglia (tra coniugi,
genitori e figli, fratelli, ecc.);
Conflittualità nella
gestione di separazioni e divorzi;
Sostegno alla
genitorialità e supporto psico-educativo;
Criticità scolastiche e
di apprendimento;
Difficoltà e
conflittualità legate all'ambiente lavorativo;
Prevenzione del disagio
(rischi correlati all'abuso / dipendenza di sostanze psicoattive, gioco e
internet).
Pescara, Via Nicola Fabrizi, 60 - cpfpescara@gmail.com - 349.5948873
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venerdì 19 ottobre 2012
Lentamente muore
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.
(P. Neruda)
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.
(P. Neruda)
giovedì 18 ottobre 2012
"I Cormorani"
... i cormorani sono uccelli marini,
che, prima di abbandonare il nido,
regrediscono a comportamenti appresi
nelle prime ore di vita: dondolano, pigolano,
poi spiccano il volo.
Fanno un passo indietro per poi farne due in avanti,
in una sorta di "re-progressione" biologica.
Cosi anche nell'umano:
"ritornare per rifare le valigie e ripartire dinuovo"
significa approfittare di un incontro emozionale,
un viaggio a ritroso, per riscoprire il nutrimento affettivo,
il senso di Sè,
per poi spontaneamente "ripartire per il proprio viaggio"..
A.Canevaro, psichiatra psicoterapeuta
martedì 9 ottobre 2012
Approfondimento - Psicologia dello sport
Lo spogliatoio e lo spirito di gruppo
Foto: www.forzapescara.tv
Si dice che lo spogliatoio è l’anima della squadra. Attraverso quella porta gli individui diventano gruppo, si vestono di un colore, di un’identità. Dentro quelle mura si indossano le scarpe che rappresentano gli strumenti del mestiere, la base di tutto, il collegamento tra le estremità di un corpo, mente e piedi, questi ultimi intesi come sostegno del peso dell’individuo e del carico della sua esperienza tecnica. In questo spazio il giocatore comunica con dialoghi, sguardi, atteggiamenti e respiri, il suo voler “stare dentro” la squadra, il suo voler contribuire all’essenza storica di quel nome che è chiamato in campo a difendere. Se in campo il campione è tenuto a mostrare la sua competenza tecnica, è nello spogliatoio che può esprimere se stesso in relazione agli altri. In questo spazio, il gruppo si compone così di tanti rapporti individuali che si intersecano e diventano la solida rete che deve proteggere da eventuali cadute, dagli attacchi del mondo esterno (squadra avversaria, mass media) e ciò rappresenta la costante che accompagna importanti squadre di seria A come anche piccole squadre dilettantistiche.
Il gruppo squadra di calcio è un gruppo in cui i calciatori si ritrovano insieme per il solo motivo di aver sottoscritto un contratto con la medesima società. Molte difficoltà possono quindi insorgere da questo fattore e diventa importante, al fine di superarle, la struttura relazionale del gruppo, la rete di comunicazione attuabile sui vari livelli: tra membro e membro del gruppo, tra i sottogruppi, tra conduttore e singoli membri o sottogruppi. Tali interazioni, oltre che in campo, si esplicano maggiormente nello spogliatoio dove il confronto è costante e si lavora per una maggiore coesione, ovvero un grado di solidarietà tra gli appartenenti al gruppo e la condivisione di norme comuni che producano il senso di appartenenza.
Qualora il comportamento di alcuni membri e l’idoneità dei loro atteggiamenti o prestazioni vengano messe in discussione, si possono sviluppare situazioni di conflitto. Nel conflitto, però, esiste un’opportunità di sviluppo e crescita, uno spazio di possibile creatività, in cui attivare competenze legate alla negoziazione ed alla comunicazione; non deve pertanto essere messo a tacere o curato, piuttosto controllato e gestito come segnale (sintomo) per ridefinire la situazione. Se il Mister riesce ad attuare con successo comportamenti mirati a ridurre il conflitto, l’ostilità può essere sostituita con la coesione e il gruppo-squadra potrà, quindi, considerarsi maturo, per cui gli sforzi dei singoli componenti vengono proiettati al raggiungimento dello scopo comune.
La frase “i panni sporchi si lavano in famiglia” aggiunge significato al valore dello spogliatoio e si unisce alla simbologia che c’è dietro questo luogo fisico in cui si discutono i problemi del gruppo ed ognuno può sentirsi libero di esprimersi poiché ciò che accade lì dentro non ne attraversa le mura. Rappresenta quindi una garanzia ed una tutela reciproca di cui ognuno di loro fa uso ad esempio nel confronto con i mass media che, indirettamente con gli articoli, ma esplicitamente nelle interviste, lavorano per far emergere le dinamiche di spogliatoio, probabilmente conosciute nell’ambiente, che però non vengono confermate ai giornalisti, ai commentatori ed al pubblico della tifoseria. La vittoria in sé resta il fine ultimo di una squadra di calcio, mentre tutto il percorso che si costruisce per ottenerla passa attraverso un impegnativo lavoro di definizione del gruppo che avviene proprio nello spogliatoio. Esiste, dunque, un’influenza molto forte tra spirito di squadra, senso di appartenenza e risultato della prestazione: la loro interazione genera coesione e rende il gruppo squadra più stabile e candidato all'altezza ad una prestazione vincente.
dott.ssa Ivana Siena
http://www.forzapescara.tv/altri-sport/3648-lo-spogliatoio-e-lo-spirito-di-gruppo-approfondimento.html
venerdì 21 settembre 2012
Cos'è la Terapia Sistemico - Relazionale
Le origini della Terapia Sistemico Relazionale
Il movimento della psicoterapia sistemica affonda le sue
radici nella cultura americana degli anni cinquanta, caratterizzata dal
prevalere di una tendenza volta al superamento della settorializzazione degli
studi e di recupero di un approccio olistico ai problemi.
Lo sviluppo di nuove discipline, come l'antropologia e la sociologia, da' un contributo significativo alla conoscenza dei contesti in cui l'individuo vive, in particolare allo studio delle influenze che le relazioni e l'organizzazione familiare sembrano giocare sullo sviluppo della personalita'.
Con i concetti di sistema, organizzazione, causalita' circolare ed equifinalita' viene sottolineata la necessita' di considerare ogni fenomeno nella prospettiva dell'intero e l'impossibilita' di considerarlo come somma delle parti scomponibili, analizzabili in termini di causa-effetto.
Lo sviluppo di nuove discipline, come l'antropologia e la sociologia, da' un contributo significativo alla conoscenza dei contesti in cui l'individuo vive, in particolare allo studio delle influenze che le relazioni e l'organizzazione familiare sembrano giocare sullo sviluppo della personalita'.
Con i concetti di sistema, organizzazione, causalita' circolare ed equifinalita' viene sottolineata la necessita' di considerare ogni fenomeno nella prospettiva dell'intero e l'impossibilita' di considerarlo come somma delle parti scomponibili, analizzabili in termini di causa-effetto.
Sicuramente un grande contributo alla elaborazione del
modello e' stata data anche dai cibernetici, che hanno aperto la strada alle
considerazioni che conducono poi gli autori appartenenti alla cosiddetta Scuola
di Palo Alto (fra cui Beavin, D. D. Jackson, P. Watzslawick,
C. Szluski) e a Gregory Bateson di mettere a fuoco il modello che
poi si e' evoluto nella direzione della terapia sistemica che oggi conosciamo.
Terapia della Famiglia: i concetti fondamentali
A differenza degli altri approcci che si basano
sull'individualita' del soggetto, nella terapia della famiglia l'individuo (il
paziente) viene considerato una parte del tutto (il sistema).
Il "sistema" e' l'insieme delle relazioni che circondano ed influiscono nella vita della persona (quindi la famiglia, ma anche il contesto sociale).
Secondo questo approccio, l'individuo e' in grado di influire sul contesto, come il contesto influisce sull'individuo:
Quindi la "persona malata" e' in qualche modo espressione/influenza/frutto di un contesto (es. famiglia), come il contesto e' espressione/influenza/frutto della persona (la dinamica circolare di tipo cibernetico).
Il "sistema" e' l'insieme delle relazioni che circondano ed influiscono nella vita della persona (quindi la famiglia, ma anche il contesto sociale).
Secondo questo approccio, l'individuo e' in grado di influire sul contesto, come il contesto influisce sull'individuo:
Quindi la "persona malata" e' in qualche modo espressione/influenza/frutto di un contesto (es. famiglia), come il contesto e' espressione/influenza/frutto della persona (la dinamica circolare di tipo cibernetico).
Dalla teoria generale dei sistemi e' stata ricavata una
forma di terapia che parte dall'idea che, detto in maniera semplice:
- una malattia psicologica presenta una serie di schemi relazionali che si ripetono con costanza (e quindi sono stabili)
- per operare un cambiamento si devono interrompere/modificare questi schemi
- quando si rompono/modificano questi schemi si apre una fase caratterizzata da un periodo di riorganizzazione del sistema individuo/famiglia/societa'.
In questa fase si inserisce l'operazione terapeutica dove il
terapeuta, con i suoi strumenti (comunicazione, teoria di riferimento, ecc.)
accompagna/guida il processo di cambiamento.
La Terapia della Famiglia ha costruito quindi la sua
metodologia clinica intorno all'idea che il disagio psichico puo' essere colto
attraverso l'osservazione delle relazioni umane: quindi, non sul singolo, ma
osservando due o piu' persone.
Si tratta di relazioni specifiche, peculiari e necessarie per lo sviluppo di ogni individuo: quelle, ad esempio, che vengono a costituirsi all'interno del nucleo familiare.
Il paziente, allora, non e' colui che subisce ed esibisce un sintomo, ma, paradossalmente, e' esso stesso un sintomo: quello di una famiglia disfunzionale.
Si tratta di relazioni specifiche, peculiari e necessarie per lo sviluppo di ogni individuo: quelle, ad esempio, che vengono a costituirsi all'interno del nucleo familiare.
Il paziente, allora, non e' colui che subisce ed esibisce un sintomo, ma, paradossalmente, e' esso stesso un sintomo: quello di una famiglia disfunzionale.
Da questo interessante approccio epistemologico, nel corso
degli anni, si sono evolute molte modalita' d'intervento applicabili ai piu'
svariati contesti: familiare, aziendale, sociale, etc.
sabato 15 settembre 2012
Psicologia dello Sport - Approfondimento
Il Ruolo dell'Allenatore come Motivatore
Fonte: www.forzapescara.tv
Negli sport, come nella vita, la capacità di spingere l’altro verso una migliore prestazione fisica o mentale è diventata, negli ultimi anni, una vera e propria metodologia per gestire efficacemente il raggiungimento di obiettivi. L’attenzione degli psicologi che si occupano di sport, nel caso specifico di calcio, è andata concentrandosi sul concetto di motivazione per poi studiarne i meccanismi e le caratteristiche peculiari al fine di migliorare le prestazioni in campo. Vari autori hanno espresso alcune ipotesi sul concetto di motivazione, ma tutte concordano con il principio secondo cui l’atteggiamento ed il comportamento, mirati ad uno scopo, dipendono da una spinta interna, emotiva, cognitiva ed anche fisiologica che determina la qualità della prestazione, soprattutto in competizioni come quelle calcistiche.
La figura del motivatore o Mental Coach, nasce negli Stati Uniti una cinquantina di anni fa, e viene oggi più che mai impiegata in vari sport individuali,come anche di gruppo. In campo calcistico, è generalmente ritenuta valida l’equazione per cui un Mister è un grande allenatore solo se sa essere anche un grande motivatore. Un buon allenatore quindi non pensa solo a vincere oggi, ma getta le basi con i suoi ragazzi per la vittoria di domani. Crea il fattore di crescita per la squadra a prescindere dal suo livello di preparazione tecnico-tattica, ma si muove attraverso la valorizzazione del singolo giocatore nelle sue competenze e nel processo di condivisione e fusione con quelle dei suoi colleghi/compagni. È un facilitatore del cambiamento, una persona che stimola e indirizza le energie del singolo giocatore e lo aiuta a prendere consapevolezza delle sue potenzialità. Guida la squadra verso una meta, insegnando ai singoli membri come mettere a disposizione del gruppo il proprio patrimonio individuale.
Un delineato processo motivazionale risulta necessario soprattutto a seguito di insuccessi ripetuti nel tempo. Molti giocatori concentrano tempo ed energie sulle sconfitte, su ciò che avrebbero potuto fare e non hanno fatto, su ciò che avrebbero potuto ottenere e non hanno ottenuto.
Questa visione dell’errore comporta in sé altri errori:
- il giocatore, in maniera inconsapevole, continuando a pensare e a rivivere dentro di sé gli insuccessi del passato, non solo accumula ulteriore negatività e insicurezza, ma condiziona le sue capacità all’insuccesso anche nel futuro;
- l’altro aspetto ulteriormente sfavorevole, è che l’atleta, ripercorrendo nel tempo gli insuccessi del passato, potrebbe commettere l’errore di attribuire il fallimento a sé stesso, alla propria persona, alla propria identità e non a quei comportamenti che sicuramente sono stati la reale causa di quegli insuccessi e che si sono incrociati con le scelte e le azioni degli altri appartenenti alla squadra.
Quasi sempre un allenatore di calcio è stato prima un giocatore, questo agevola la comprensione di tutte le dinamiche che si verificano in campo e dentro o fuori lo spogliatoio e permette di entrare facilmente in sintonia con il gruppo. Al Mental Coach, quindi, non deve solo interessare analizzare le cause dei mancati successi, ma affiancare l’individuo affinché si alleni e si abitui a creare i propri sentieri mentali e motivazionali che lo conducano alla peak performance (massimo della prestazione); in sostanza, fare in modo che egli utilizzi la propria mente non come un freno ma come un acceleratore di risultati.
dott.ssa Ivana Siena
Fonte: http://www.forzapescara.tv/pescara-calcio/3513-il-ruolo-dell-allenatore-come-motivatore-approfondimento.html
giovedì 13 settembre 2012
SU DI ME
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